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Scienze - Ciò che è, e ciò che non è spiegato dalla scienza.
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Vecchio 13-02-2003, 13.11.12   #1
daniele
Nuovo ospite
 
Data registrazione: 26-12-2002
Messaggi: 1
scienza e ragione

Secondo voi fino a che punto (se è corretto parlare di un limite massimo) la ragione può giungere a "negare" la religione?
Tutto bene finchè la scienza interpreta in modo "realistico" la realtà, ponendosi contro le allegorie dei testi sacri, ma fin quando sarebbe giusto il progresso che andrebbe contro la morale religiosa? Bisogna aspettarsi una religione che abbia totalmente perso tutta la sua funzione morale-sociale?
E' giusto (o perlomeno utile) che il progresso invada campi finora non appartenenti ad esso oppure la religione è padrona assoluta della morale?
daniele is offline  
Vecchio 13-02-2003, 13.33.12   #2
VanLag
Ospite abituale
 
L'avatar di VanLag
 
Data registrazione: 08-04-2002
Messaggi: 2,959
Secondo voi fino a che punto (se è corretto parlare di un limite massimo) la ragione può giungere a "negare" la religione?

Secondo me la ragione, che è riconoscimento ed analisi della realtà, è, per definizione, la negazione delle religioni, che sono frutto di ipotesi e di astrazioni, indimostrabili ed affidate solo alla fede.

Non capisco però il tuo passaggio da ragione, a scienza e progresso. E non capisco neppure perché sostieni che le religioni siano le uniche depositarie di etica e di morale.
La filosofia pagana abbondava di esortazioni all’amore del prossimo e all’altruismo, basate su una razionale speculazione logica, senza bisogno di ricorrere all’aleatoria prospettiva di premi e castighi. Il mondo antico è pieno di esempi di abnegazione, di purezza di costumi, di onestà e di modestia (vedi Oreste e Pilade, Catone, Lucrezia, Virginia, Cincinnato, Fabrizio, ecc.) senza complessi psicologici, timori di peccato e terrori di pene infernali. Tali concetti erano sostenuti dalla filosofia pagana in nome dell’universalità della ragione, facendo appello all’intelligenza, al sentimento ed alla dignità dell’uomo.

Sempre secondo me, l’attuale progresso non va, (solo), contro la morale religiosa, (la quale poi non è chiara), ma va contro l’uomo ed ogni volta che l’uomo ha permesso a qualche “assoluto” di passare sopra e se stesso ha sempre pagato prezzi altissimi.
VanLag is offline  
Vecchio 13-02-2003, 23.01.20   #3
Rolando
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2002
Messaggi: 855
Ciao Daniele !

Le religioni sono create in certe epoche e sono adatte a certi popoli o culture, conforme al livello evolutivo dei popoli o delle culture in questione. Perciò, con l´andar dell´evoluzione e dello sviluppo della ragione, le religioni vengono "negate" l´una dopo l´altra fino a quando l´uomo ha raggiunto, in virtù della reincarnazione, uno stato evolutivo dove la ragione o l´intelletto e l´intuizione sono cosí evoluti che permettono l´uomo di percepire e capire l´eterna struttura cosmica su cui si basa tutto l´universo o tutta l´esistenza.
Ogni uomo raggiunge dunque questo stato evolutivo quando è sufficientemente maturo per questo. Lo scopo dell´evoluzione è quindi raggiungere questa coscienza, la coscienza cosmica.

Allora le religioni di fede saranno sostituite dalla scienza spirituale, che spiega tutte le leggi universali eterne, e l´eterna struttura cosmica dell´essere vivente.

Dunque non è che:

"Bisogna aspettarsi una religione che abbia totalmente perso tutta la sua funzione morale-sociale?"

Al contrario, la scienza spirituale e la religione diventano uno cosa sola, che costituiranno una vera base della "funzione morale-sociale".
Allora la vita sarà dunque basata sulla "religione cosmica" che non è una "fede" ma l´esperienza personale di ogni individuo della realtà più profonda della vita.
Ciao.
Rolando is offline  
Vecchio 20-02-2003, 18.52.35   #4
Falco Antonio
Ospite
 
Data registrazione: 16-06-2002
Messaggi: 28
Fondamentalismo, evoluzionismo e “verità”.

Citazione:
Messaggio originale inviato da daniele
Secondo voi fino a che punto (se è corretto parlare di un limite massimo) la ragione può giungere a "negare" la religione?
Tutto bene finchè la scienza interpreta in modo "realistico" la realtà, ponendosi contro le allegorie dei testi sacri, ma fin quando sarebbe giusto il progresso che andrebbe contro la morale religiosa? Bisogna aspettarsi una religione che abbia totalmente perso tutta la sua funzione morale-sociale?
E' giusto (o perlomeno utile) che il progresso invada campi finora non appartenenti ad esso oppure la religione è padrona assoluta della morale?


Personalmente ho maturato una concezione molto lontana dagli schemi da te proposti.
Provo ad accennarla in forma un po’ “ellittica”, nel senso che credo di rispondere in parte al tema che poni,integrando anche quanto da me già detto in questa e in altre sezioni di “Riflessioni”.

Fondamentalismo, evoluzionismo e “verità”.

Il fondamentalismo non è una prerogativa delle religioni, ma di tutte quelle impostazioni mentali che scambiano la parte con il tutto: la propria visione come unica legittimata a descrivere il "mondo"; atteggiamento diffuso in tutti i casi di "fede indiscussa" per qualcosa (scienza compresa) che diventano vera superstizione.

La Scienza è un "sistema ipotetico - deduttivo", statuto questo che è stato ed è la sua forza, rispetto alle fedi e alle religioni, ogni volta che uno scienziato abbandona questa concezione cade in una vera superstizione scientifica.

I processi culturali, compreso quelli scientifici, possono essere ricondotti, senza esitazioni, in "processi evolutivi", in nulla dissimili dai processi biologici.
Non sono insomma governati da un progetto precostituito e non si svolgono in vista di scopi prefissati.
Gli esseri umani, con la loro presunta ragione, non trascendono l'ordine naturale nel suo percorso evolutivo e selettivo, ma ne sono l'effetto, anche nella specificità del loro modo di pensare e conoscere nelle varie epoche storiche.
La direzione che si crede di scorgere nello sviluppo del pensiero (compreso quello scientifico) è il frutto a posteriori dei nostri schemi narrativi.
Così come l'evoluzione della specie non ha lo scopo di produrre l' "homo sapiens", l'evoluzione della conoscenza scientifica non ha lo scopo di produrre saperi più prossimi alla "verità".
Più semplicemente l'evoluzione genera varianti soggette alla selezione naturale sia in biologia che per idee e conoscenze.
Nel caso di Galileo per esempio, il consenso alle sue "varianti" proveniva da una minoranza di competenze, mentre venivano rigettate da una maggioranza di tendenze conservatrici, che vedeva minacciati consolidati interessi politici, religiosi e filosofici.
Quelle stesse varianti, dopo circa un secolo, si mostrarono perfettamente adatte all'ambiente in cui tutti si professavano kepleriani, galileiani e newtoniani, anche se non erano in grado di capire quelle teorie.
Questa teoria dell'evoluzionismo culturale (compreso quello scientifico) fu già descritta da un filosofo, pur se non in termini analitici e dimostrativi: Friedrich Nietzsche, che scriveva in "Verità e menzogna in senso extramorale" che "ciò che noi chiamiamo verità, non è altro che ciò che torna utile per la nostra esistenza".
E poi: " La logica è legata a questa condizione: supporre che si diano casi identici, perché senza costanti, l'uomo non può sopravvivere".
Ancora: "Sull'origine della logica: caos originario delle rappresentazioni. Le rappresentazioni compatibili tra loro rimasero, la maggioranza di loro andò in rovina e va in rovina".
Sui concetti: "L'intiero apparato della coscienza è un apparato per astrarre e semplificare, non orientato verso la conoscenza ma verso il dominio".
Perché verso il dominio? "Perché è funzionale alla nostra sussistenza", infatti: "E' impossibile che il nostro conoscere possa andare al di là dello stretto necessario per la conservazione della vita.
La morfologia ci mostra che i sensi e gli organi si sviluppano proporzionalmente alla difficoltà di nutrirsi, dunque la conoscenza esiste nella misura in cui è utile. Non c'è dubbio che tutte le percezioni di senso sono impegnate in giudizi di valore: utile, dannoso; piacevole, spiacevole".
E allora, che cos'è la verità: "Inerzia, l'ipotesi che ci soddisfa, minima spesa di forza mentale".

af

20.02.2003

Ultima modifica di Falco Antonio : 20-02-2003 alle ore 18.57.09.
Falco Antonio is offline  
Vecchio 08-03-2003, 03.34.35   #5
anomis
Ospite
 
Data registrazione: 12-01-2003
Messaggi: 39
Falco Antonio:

La morfologia ci mostra che i sensi e gli organi si sviluppano proporzionalmente alla difficoltà di nutrirsi, dunque la conoscenza esiste nella misura in cui è utile. Non c'è dubbio che tutte le percezioni di senso sono impegnate in giudizi di valore: utile, dannoso; piacevole, spiacevole".E allora, che cos'è la verità: "Inerzia, l'ipotesi che ci soddisfa, minima spesa di forza mentale".


Mi piace quanto affermi, ma non capisco come mai hai scritto alla fine il termine "verità" e non "conoscenza". Forse per te la conoscenza è la verità?

Conoscenza=Verità

Io non credo.

Un saluto, Simona.
anomis is offline  
Vecchio 09-03-2003, 17.21.49   #6
Falco Antonio
Ospite
 
Data registrazione: 16-06-2002
Messaggi: 28
Citazione:
Messaggio originale inviato da anomis

... ma non capisco come mai hai scritto alla fine il termine "verità" e non "conoscenza". Forse per te la conoscenza è la verità?

Conoscenza=Verità
[/b]


No, assolutamente! (concordo con te)
Un inciso, per dissipare equivoci: le frasi virgolettate sono di Friedrich Nietzsche, compreso quella da te riferita.
Brevemente, il mio pensiero: la conoscenza è rappresentazione convenzionale della realtà, più o meno condivisa e rigorosa.
La Verità intesa come “certezza assoluta” credo non sia ragionevole pensare che esista…

Ho citato la “verità”, ribadendone la mia concezione relativistica in senso filosofico (non secondo il senso comune) per rispondere al modo in cui era stato posto il tema.
Un caro saluto a te.
Antonio
Falco Antonio is offline  

 



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