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Vecchio 28-03-2006, 18.38.46   #21
Yam
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Data registrazione: 02-11-2004
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Citazione:
Messaggio originale inviato da La_viandante
ok magari il moderatore puo' togliere la seconda tavola e la si reinserisce quando abbiamo esaurito gli argomenti sulla prima

No, no la seconda lega bene con la prima per quel poco che riesco a vedere. Pero' procederei con attenzione e tanta calma, il libro muto e' stato aperto.....non lo conoscevo e te ne sono grato, magari poi potremmo anche aprire il Rosarium Philosophorum o qualche altro testo.....
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Vecchio 28-03-2006, 22.05.23   #22
edali
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Ad un primo sguardo, concordo con Visi. Cioè un uomo stanco, sfinito, a cui neanche il sogno può dare un senso alla sua vita, oppure (azzardo) un morto che <va> in un paradiso limitato, magari ammazzato dai due angioletti “dispettosi“.
Oltre, rimangono la luna e le stelle …
una goccia d’illusione: la vita passata, presente e futura.

La scala poggia sui rametti. Se da una parte sono legati con un nodo, come mai che si incontrano dall’altra parte?

Oggi, qui ed ora, la vedo così.
edali is offline  
Vecchio 29-03-2006, 10.27.38   #23
turaz
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"rendere l'alto come il basso e viceversa"
sapendo che in "basso" la via è spinosa e il "nodo" avviene unendo gli apparenti opposti rappresentati dalle due rose laterali in basso.
Così la "sento" io


ciao
turaz is offline  
Vecchio 29-03-2006, 10.45.20   #24
edali
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Smile Oggi è un altro giorno

Ciao turaz . L’unione in “alto” avviene in modo naturale; non ha bisogno di nodi, spine e rose: legami a vista, dolori e bellezze.




Oggi è sempre oggi, ma il sentire è <un po'> diverso.
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Vecchio 29-03-2006, 10.57.15   #25
turaz
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Re: Oggi è un altro giorno

Citazione:
Messaggio originale inviato da edali
Ciao turaz . L’unione in “alto” avviene in modo naturale; non ha bisogno di nodi, spine e rose: legami a vista, dolori e bellezze.




Oggi è sempre oggi, ma il sentire è <un po'> diverso.


beh, direi di si....
"la via del paradiso è irta di spine..."
in "basso" serve trascendere il significato di "opposto" arrivando all'unione.
in "alto" tale dicotomia non c'è.

ciao
turaz is offline  
Vecchio 29-03-2006, 12.35.39   #26
visechi
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Messaggi: 1,150
Evanescenza della Verità

Sognatore e sogno, nella dimensione in cui ciascuno esplica la propria azione, dimensione ove la coscienza, assopita e tacitata, non assolve più la sua funzione discriminante tesa a scindere, tenendole ben separate, le dimensioni dell’individuo e l’alterità del circostante, tendono a coincidere, a confluire in un unico punto ove i confini fra soggetto e oggetto della rappresentazione via via si rendono sempre più labili ed evanescenti, di modo che l’immersione nell’evento sognato diviene pressoché totale. La coscienza, oramai quietata, non delimita più gli spazi, e l’evento complessivo, racchiudente tanto il soggetto quanto la raffigurazione da lui posta in essere, tende a confondersi in un'unica immagine, seppur surreale. Un’immagine, non solo tende a confondere, facendole confluire in un unico corpo pittorico, i vari elementi che la compongono, ma, assorbendo totalmente l’osservatore stesso, ha la forza di coinvolgere nella raffigurazione anche colui o coloro che osservano l’immagine, tanto da venirsi a costituire un vero e proprio rapporto simbiotico fra immagine e quanti la osservano. Coinvolgimento che si esplica nel senso e significato che a questa vengono attribuiti. Si è così protagonisti di un evento che, seppur irreale, assorbe totalmente l’individuo che osserva che, pur nella sua terzietà rispetto al quadro, va ad acquisire una particolare e specifica collocazione spaziale e temporale all’interno dell’immagine. Cioè anche l’interpretazione che annette senso e significato alla staticità dell’immagine, diventa sua parte costitutiva e risulta essere suo elemento imprescindibile.
Se ci astraiamo da qualsiasi conoscenza collaterale relativa alla tavola, e concentriamo la nostra attenzione esclusivamente sul contenuto pittorico da essa espresso, rileviamo, scevri da pregiudizi, che quel che mostra è appunto la confusione fra soggetto sognante ed oggetto del sognare, tanto che protagonista emergente e onnipervasivo dell’immagine non sono tanto il sognatore o la sezione ascrivibile al sogno in sé, come due entità separate ed interagenti, ma è il complesso del sogno stesso che implica ed include tanto l’azione del sognare e quanto il sognatore stesso. Quest’ultimo non è così elemento terzo rispetto al sogno, ma egli stesso è parte dell’evento ivi raffigurato e che sognando rappresenta a se stesso. Va da sé che ove avessimo omesso di raffigurare il sognatore, il sogno stesso si spegnerebbe ed avremmo così un evento diverso dal sogno, nel senso che, non potendo confidare su qualcuno che pone in essere il sogno – il viandante o Giacobbe -, per dar senso alla tavola, saremmo nella necessità d’immaginare un evento diverso da quello comunemente attribuitogli. Gli elementi dell’immagine – sogno e sognatore – sono così elementi causanti il senso e il significato, quindi scaturigine della nostra interpretazione, qualsiasi essa sia. Resta centrale, in ogni interpretazione, il sogno (io ho voluto operare una chiara forzatura nell’attribuirgli anche il significato della Morte), mentre è esposto alle più diverse decodifiche il contenuto e il significato simbolico del sogno. L’azione di decodifica, che implica anche il conteggio di pioli inesistenti (a me paiono 20, ma, se volessi prescindere dall’armonia e propendere per una scala asimmetrica, ne potrei immaginare anche 30), è quasi un ulteriore tratto di pennello che autonomamente ed arbitrariamente ciascuno di noi aggiunge o toglie al quadro.
Tutto ciò perché? Semplicemente per rilevare e far rilevare che, per quanto attiene al contenuto dell’immagine, pur rimanendo pressoché immutata la lettura che si tratta di un sogno, gli interventi succedutisi propendono, ciascuno, a vantaggio di un significato anziché un altro, il più consono e congeniale alle intime vocazioni o inclinazioni o desideri di quanti sono intervenuti. Tanto che il contenitore, cioè la tavola, diviene anche contenuto di se stesso, libero com’è da un intrinseco preciso ed inequivocabile significato. Ecco che si spiega la ragione del proliferare di diverse visioni, di originali spiegazioni circa il suo significato e la simbologia sottostante. Ma ciò che a noi è proposta è solo un’immagine priva in sé di un significato, se non quello da noi attribuitole. Ecco perché l’interpretazione, cioè la chiave di lettura proposta, è parte integrante del quadro, non certo della forma, ma sicuramente della sostanza, chiarissimo esempio questo del proliferare del fraintendimento di fondo che avvolge ogni nostra percezione.
Il Libro Muto offre, nel suo silenzio, la possibilità di rilevare questo fraintendimento di fondo, pervasivo della vita e dell’esistenza di ciascuno di noi. La tavola proposta, essendo totalmente priva di didascalie esplicative inserite dal suo autore (credo che le cose non sarebbero troppo diverse anche in presenza di commenti esplicativi), assume il significato che ciascuno di noi ritiene opportuno attribuirgli, soddisfacendo e rispondendo così ad un proprio intimo desiderio che le cose stiano proprio come proposto.
Tanto è vero per un’immagine, così com’è vero e facilmente rilevabile nel commento personale di uno scritto. La Verità non è di questo mondo.
Un saluto

Ultima modifica di visechi : 29-03-2006 alle ore 12.38.02.
visechi is offline  
Vecchio 29-03-2006, 16.06.24   #27
visechi
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Messaggi: 1,150
Vanire della vanità

Citazione:
Messaggio originale inviato da Yam
No, no la seconda lega bene con la prima ...


E’ vero, concordo in pieno: la seconda tavola lega bene e perfettamente con la precedente, rappresentando di quest’ultima la prosecuzione del medesimo sogno.

In essa si riesce ad intravedere l’inconsistenza e la vanità del tendere verso l’empireo occulto (come già detto in precedenza). Nella prima nulla è mostrato: non il volto di Dio, non il convento delle anime, se non una parvenza di monte oscuro non rischiarato neppure dalla tenue luce degli astri che l’attorniano. L’ampolla di vetro che contiene figure antropomorfe di cui nulla è dato conoscere, se non le loro sembianze umane, è la teca che espone alla vista dell’osservatore la vanità del tendere verso qualcosa d’immaginario e surreale. E’ l’espositore e, al tempo stesso, ciò che conchiude, delimitandola, questa vanità. I due ‘angioli’ mostrano un sorriso misterioso, quasi enigmatico, che, volendo, potrebbe anche essere triste e contrito; questi tengono sospesa fra loro l’ampolla e la mostrano ad un Sole, Stella e Lume per eccellenza, che osserva dall’alto riproducendo nel sorriso spento la medesima sensazione e lo stesso stato d’animo indotti dalle figure celestiali.
Tristi gli ‘angioli di Dio’, mesto il volto del Sole.
Ancor più enigmatiche le tre figure antropomorfe accolte dentro l’ampolla. L’ampolla è così simbolo dell’impossibilità di espandere oltre ben determinati limiti le facoltà umane, che appunto in essa sono contenute e racchiuse.
Si tratta di un’ampolla di vetro perché al Sole è concesso di vedere il contenuto.
Gli angeli poggiano i piedi su un terreno quasi lunare, simbolo del deserto e dell’inabitabilità, quindi della solitudine estrema. Un cielo ricolmo di nubi squarciate dall’apparizione del sole che sconsolato osserva, sovrasta il tutto.
Gli angioli mostrano al Creatore (il Sole) la propria creatura, nel mostrarla paiono quasi voler esprimere a Dio la propria tristezza per una creazione così imperfetta, così incompiuta che espone la creatura alle malevolenze dell’esistere, malvagità e orrore da Lui voluti e da Lui creati. Dio osserva il quadro e trae, forse, la conclusione di aver commesso inemendabili errori che, pur affrancandolo dal suo eterno dramma, lo condannano alla giusta esecrazione della creatura che, per Suo volere, soffre in virtù dell’imperfezione e dei limiti impostigli. La figura antropomorfa centrale dentro l’ampolla di cristallo è forse la personificazione del Male che, per dimensione, impera sul mondo dell’uomo, senza che a quest’ultimo sia concessa alcuna liberazione se non una misera promessa di riscatto di là da venire e di cui l’uomo, atteso l’abnorme scompenso esistente fra pena, dolore, sofferenza e colpa, non può minimamente accontentarsi.

Gli ‘angioli di Dio’:
<Signore che dall’alto del tuo occulto Regno, imperi, che distogli il tuo tediato sguardo dalle miserie umane, ti mostriamo ciò che Tu, solo Tu, hai voluto creare: uomini sottoposti all'imperio obbrobrioso del demonio, del dolore, del Male da te creati e voluti, senza che Tu abbia mai fornito una chiara ragione di questa Tua decisione che arreca sollazzo nel procurare danno ed è polla sorgiva di gemiti e pianti>.
Dio neppure in questa occasione risponde, né si mostra alla creatura, si limita ad osservare il misfatto. Forse consapevole, finalmente, della Sua protervia, come atto di pentimento, assume in sé la decisione d’inviare sulla Terra il proprio figlio, cioè se stesso.
Un saluto

P.S.: per quanto riguarda l’immagine sottostante della seconda tavola, ora non ho tempo per commentarla, ad un’altra occasione.

Ultima modifica di visechi : 29-03-2006 alle ore 16.07.54.
visechi is offline  
Vecchio 12-06-2006, 11.28.45   #28
La_viandante
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La_viandante is offline  
Vecchio 12-06-2006, 14.54.51   #29
turaz
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"sino a che da due non diventerete uno non entrerete nel regno" (vangelo di tommaso)

apparente dualità (sole-luna) da "unificare" attraverso la comprensione di DAAT.

ciao
turaz is offline  

 



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