
Il Dubbio del Mese
di Leonardo Tasso - indice articoli
Esistono verità universali?
Gennaio 2026
Abitiamo un’epoca che sembra aver frammentato lo specchio della realtà in miliardi di piccoli riflessi. In un mondo iper-connesso, dove ogni cultura, ogni individuo e ogni algoritmo rivendica la propria narrazione, ci troviamo spesso a scontrarci con una domanda scomoda, quasi ancestrale: esiste ancora qualcosa che sia "vero" per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo? O la verità è diventata un abito su misura, cucito addosso alle nostre esperienze, ai nostri pregiudizi e al contesto in cui siamo nati?
Dire che qualcosa è "vero" suona spesso come un atto di forza, un confine tracciato per separare la luce dall'ombra. Eppure, ciò che per una cultura è un pilastro etico incrollabile, per un’altra può apparire come un’imposizione priva di senso. Se la verità dipende dalla prospettiva, allora non è altro che un’opinione più solida delle altre?
Spesso ci rifugiamo nella rassicurante oggettività della scienza o della matematica: 2 + 2 = 4 sembra non temere interpretazioni. Ma quando usciamo dal perimetro dei numeri e dei laboratori per addentrarci nel territorio dell'esistenza, dei valori, della giustizia e della bellezza, dove poggiano le nostre certezze? Se la "verità" è figlia della storia e della lingua che parliamo, come possiamo sperare di trovare un terreno comune che non sia una mera negoziazione di interessi?
Esiste una tendenza contemporanea a celebrare il relativismo come forma massima di rispetto: "la mia verità", "la tua verità". È una visione inclusiva, certo, che abbatte i dogmi e le pretese di superiorità. Ma in questo scenario, che fine fa il concetto stesso di condivisione? Se non esiste un orizzonte universale a cui tendere, non rischiamo di trasformare il dialogo in un monologo collettivo, dove nessuno ha più il potere di dire "questo è sbagliato" o "questo è giusto"?
D’altra parte, la ricerca di una verità universale ha spesso giustificato oppressioni e chiusure. Chi possiede la "Verità" con la V maiuscola smette di ascoltare, smette di dubitare, smette di cercare. È possibile che l'idea stessa di universalità sia solo un'illusione necessaria alla mente umana per non soccombere al caos dell'incertezza? O forse, l'universale non risiede nelle risposte che diamo, ma nella natura stessa delle domande che ci poniamo?
Cosa significa, oggi, affermare che qualcosa è reale in un mondo che scambia costantemente la percezione con il fatto, l'emozione con la prova? La diversità delle nostre visioni è un ostacolo alla verità o è l'unico modo che abbiamo per scorgerne, collettivamente, qualche frammento?
Il dubbio rimane sospeso: la verità è un punto d'arrivo o un orizzonte che si sposta?
È una scoperta che facciamo o un'invenzione che ci serve per convivere?
Esiste una verità che resiste al tempo, o siamo noi a dover decidere cosa merita di essere chiamato vero?
E se la verità non fosse un contenuto da possedere, ma un modo di stare al mondo?
Se il "vero" non fosse ciò che vediamo, ma la limpidezza dello sguardo con cui osserviamo la nostra diversità?
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