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Il cibo, la vita e la morte

Di Riccardo Magnani - Aprile 2018

 

Negli ultimi anni, il numero di persone che prova complessi di colpa nei confronti del cibo, è in aumento. Non mi riferisco alle persone che per motivi di sovrappeso sono costrette a diete particolari o a chi ha intolleranze alimentari al lattosio o al glutine. Quello che intendo è il fiorire di vere e proprie nuove "filosofie alimentari" accanto all'antico e rispettabile credo vegetariano. Meglio sarebbe dire che sono in aumento le persone che vi aderiscono. È sempre più facile incontrare e talvolta discutere con Vegani, Crudisti, no OGM, solo cibi BIO ecc. A queste nuove filosofie si possono poi aggiungere i ben più antichi precetti alimentari di molte religioni.

 

Essendo la biochimica alimentare assai complessa e poco conosciuta dal grande pubblico, ed avendo la parola CHIMICA, da qualche tempo, assunto un significato dispregiativo e alquanto sinistro, la maggior parte di queste persone si affida con una fede inattaccabile e antiscientifica a quanto i media raccontano loro tramite divulgatori che spesso hanno la conoscenza della questione pari o inferiore ai loro ascoltatori o lettori. Ogni qualvolta mi sono impegnato in un sereno dibattito su alcuni di questi argomenti con giornalisti o semplici lettori, ho sempre trovato un muro di gomma impermeabile ad ogni valutazione scientifica se non addirittura aggressività nei miei confronti come se fossi portatore degli interessi delle multinazionali, oppure nella mia veste di biologo e chimico, spregevole mistificatore della realtà.

 

Essere vegetariani animalisti, ovvero nutrirsi di vegetali con aggiunta di funghi, latticini e uova non crea alcun problema essendo una alimentazione completa sotto ogni punto di vista. No, non voglio contestare questa scelta che alcuni fanno per motivi salutistici anche se non vi è prova scientifica che un vegetariano abbia una aspettativa di vita maggiore di un moderato omnivoro o che essere vegetariani diminuisca l'aggressività intrinseca dell'essere umano (Hitler era vegetariano). I nostri antenati primati erano sicuramente vegetariani e come i gorilla trascorrevano la maggior parte della giornata masticando foglie di scarso valore nutritivo. Passando ad una dieta omnivora si è liberato del tempo "libero" che ha consentito ai nostri antichi parenti di usare le mani per edificare questo nostro stile di vita che chiamiamo, magari impropiamente, CIVILTA'. Merito o demerito, di questo graduale cambio di alimentazione.

 

Dunque torniamo al punto. Quello che mi porta a riflettere è l'aspetto animalista della questione. Ovvero uccidere per mangiare, ecco il problema. Ricordo da bambino mia nonna che aveva dei polli. Il sabato scendeva in cortile, ne afferrava uno e gli spezzava il collo. Poi sul tavolo della cucina lo spennava davanti ai nostri occhi curiosi e la domenica ce lo cucinava. Ecco il cibo. Non compariva per magia dal nulla. Un vivente veniva sacrificato per la sopravvivenza di un altro. Guai a sprecare il cibo diceva mia nonna. Il pollo era morto per noi e il suo sacrificio andava onorato fino in fondo. Così come gli antichi sacrificavano animali agli dei. Perché “sgozzare” povere bestie facendole morire per dissanguamento, al solo scopo di espiare dei peccati di cui esse non erano colpevoli? Forse per dare un senso alla morte? Quel senso che noi omnivori rifiutiamo delegando il "lavoro sporco" al macellaio?

 

Avete notato che nei supermercati ogni relazione tra il prodotto confezionato e l'animale da cui proviene è completamente scomparsa? Petto di pollo o tacchino, sottocoscia, braciole, bistecche, pezzi di coniglio ecc. ma mai un animale intero o una testa di animale che ne consenta il riconoscimento. Tutti vogliono portarsi a casa la cotoletta, magari già impanata senza avere rimorsi di coscienza o sensi di colpa che ne rallentano la digestione.

 

La solita ipocrisia, aimè sempre più diffusa, che ci fa tifare per la povera preda sbranata senza pensare ai piccoli del leone che muoiono di fame. Mi chiedo dove abbiamo assorbito mentalmente questo fasullo e innaturale buonismo e una così distorta idea sul funzionamento della natura.

 

I vegani non mangiano il miele perché per ottenerlo si sfruttano le api, però non smettono di usare l'automobile sul cui parabrezza trovano la morte migliaia di insetti di ogni tipo. Forse le api valgono più di una farfalla? Chiedetelo a lei. È la solita visione antropocentrica. Noi siamo Dio e decidiamo chi sono i buoni e i cattivi, chi deve vivere e chi merita di morire. Non vedo file di persone sgomitare per iscriversi al Club Amici delle Zanzare. Eppure essere spiaccicati su un braccio nell'atto di succhiare una microscopica goccia di sangue non è più gradevole dello "sfruttamento" dell'apicoltore (che comunque sostituisce il miele prelevato con un’ampia scorta di sciroppo di glucosio ed altri nutrimenti).
E che dire del cibo biologico? Il prefisso BIO è diventato, nell'immaginario collettivo, garanzia di non contaminazione con la famigerata CHIMICA. Trascuriamo pure la veridicità di una tale affermazione ovvero ammettiamo che vengano rispettati tutti i protocolli previsti.  Supponiamo che tutti gli abitanti della Terra vogliano nutrirsi con cibi BIO. Considerando le perdite di prodotto causate dal non uso di anticrittogamici e di concimi CHIMICI, per eguagliare l'attuale produzione di cibo occorrerebbe mettere a cultura nuovi suoli con relative deforestazioni. Questo è esattamente uno degli argomenti portati anche per demonizzare l'olio di palma. Questo olio, perfettamente naturale nel senso che così viene prodotto dalla pianta e come tale viene commercializzato, è un economico sostitutivo del burro. Essendo un grasso saturo come i grassi di origine animale, ha le medesime controindicazioni del burro riguardo alle arterie. Boicottarne il consumo per evitare la deforestazione ad esempio in Malesia potrebbe indurre queste popolazioni a utilizzare il burro (anche loro hanno diritto di condire i cibi o è un nostro privilegio esclusivo?) sviluppando l'allevamento bovino con conseguenze veramente devastanti sulla superficie forestale.

 

OGM. Acronimo che incute terrore non solo nelle persone comuni, ma anche nei politici europei che hanno alzato muri per proibirne la coltivazione in Europa. Qual è il punto? Proviamo a capire cosa significa "geneticamente modificato". Con il termine Organismo Geneticamente Modificato si intendono gli organismi in cui parte del genoma sia stato modificato tramite le moderne tecniche di ingegneria genetica. Il primo OGM è stato un batterio di E. Coli (1978) al quale è stato inserito il gene che produce l'ormone insulina umana. Da allora tutti i diabetici del pianeta la usano. In questi 40 anni centinaia di esseri viventi (soprattutto piante) sono state modificate geneticamente: dalla soia al mais, dai pomodori alle fragole, al riso, alle zucchine ecc. e le avete mangiate serenamente perché ignoravate fossero OGM. Concentrando la discussione esclusivamente sull'aspetto della salute, in oltre 40 anni di largo consumo di questi cibi, nessuna ricerca scientifica attuata da centri di studio indipendenti, ha trovato un qualsivoglia rapporto tra il consumo di OGM e una qualsiasi malattia da essi provocata. Gli oppositori sostengono il principio di precauzione. Secondo tale principio, è opportuno non assumere cibo OGM al fine di scongiurare rischi per la salute umana che non siano stati ancora pienamente identificati o compresi in ragione di una situazione di incertezza sul piano scientifico. Ovvero non ci sono prove che facciano male ma per precauzione li vietiamo. Mi chiedo perché allora i farmaci omeopatici non vengano vietati dato che non hanno subito alcuna sperimentazione per verificarne l'efficacia e l'eventuale danno. Eppure dieci milioni di italiani sono consumatori di questi "farmaci" sapendo che nessun prodotto è mai stato testato col metodo scientifico, obbligatorio per tutti i farmaci in commercio.

 

La storia per produrre OGM inizia 11.000 anni fa con la nascita dell'agricoltura. Diciamo che i nostri antenati raccoglievano i semi del frumento ma purtroppo questi semi, arrivati a maturazione, cadevano a terra disperdendosi come la pianta desiderava. Un giorno qualcuno trovò una pianta di frumento difettosa i cui semi non cadevano. Questo gene modificato, svantaggioso per la pianta ma vantaggioso per noi fu trasmesso fino ai giorni nostri. Selezionare mutazioni genetiche a noi vantaggiose è stato il percorso della nostra agricoltura, Oggi non aspettiamo che quel gene si modifichi casualmente, ma lo inseriamo noi. Ad esempio, togliendo il gene che fa marcire un pomodoro maturo, il frutto arrivato a maturazione rimane così per lungo tempo. Potrei fare decine di altri esempi alimentari ma spero che il concetto sia chiaro. Esistono poi alcune perplessità sui metodi di coltivazione ma questo è un altro capitolo e può essere un interessante argomento di discussione.

 

CONCLUSIONE

L'alimentazione è un argomento assai complesso e richiede studio e conoscenze interdisciplinari. Rilevo purtroppo che sui giornali, in televisione, sulla rete, sedicenti alimentaristi trascinano milioni di persone a guardare con diffidenza ogni boccone del loro pasto, instillando una angoscia alimentare che distrugge ogni piacere connesso al meraviglioso atto di nutrirsi. Credo di ricordare che nell'atto di porgere ad Adamo la mela, a Eva, che lo vedeva perplesso, scappò questa frase:" tranquillo... questo è il paradiso terrestre, è un frutto Bio..." e come sapete i guai iniziarono da lì.

 

  Riccardo Magnani

Nato il 16 ottobre 1951. Laureato in Scienze Biologiche, ha insegnato Biologia, Chimica e Scienze della Terra al Liceo G. Gandini di Lodi. Attualmente in pensione.

 

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