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La riflessione

La Riflessione   Indice

 

Ti vedo, ma le tue parole non mi arrivano

Quando manca l'ascolto attivo la comunicazione è inefficace: scopriamo l'assertività.

Di Marco Biagioli - Febbraio 2020

 

“Lo scopo della psicologia è quello di darci un’idea completamente diversa delle cose che conosciamo meglio” P. Valéry. Pensiamo alla “relazione” e ci dirigiamo verso coniuge, parenti o persone vicine quando in realtà tutti siamo connessi con tutti. Come viviamo questi legami ha un suo peso; e ne siamo parte attiva. “Se desidero veramente migliorare la mia vita, se voglio sinceramente essere più sano e più felice, devo migliorare la qualità delle mie relazioni” T. Gordon. In fondo ciascuno è sempre il responsabile ultimo e niente può sottrargli l’opportunità di agire mutando la realtà.
“Di un uomo si capiscono molte cose dal modo in cui mangia le caramelle” diceva R. Reagan che aveva capito come il potente linguaggio del corpo integra le parole della conversazione. “Ascolta la tua donna quando ti guarda non quando ti parla” K. Gibran. La spiegazione sta nei neuroni specchio che ci consentono di captare i veri sentimenti, le vere reazioni. “Vedendo una persona andiamo oltre le parole; anche quando leggiamo metafore a sfondo corporeo – ad esempio a contenuto tattile, come “un carattere ruvido”- attiviamo le stesse aree sensori-motorie che mappano quelle stesse sensazioni, quando le esperiamo in senso letterale” V. Gallese.

Quando parliamo trasmettiamo una nostra “idea di realtà” in quanto ognuno, in virtù dei propri valori, tradizioni, credenze, e del modo di interpretare la realtà esterna (RE), filtra quest’ultima in base alla propria “mappa” e ne fa la rappresentazione interna della realtà (RI). L’interlocutore sente il messaggio (RL) ed a sua volta interpreterà la nostra visione della RE in funzione della sua personale maniera di percepire il mondo ossia della propria RI. Ciò che definiamo fatti, realtà, “mondo” o diamo per vero (la nostra famosa verità) non possiede di per sé un’accezione oggettiva assoluta. “La mappa non è il territorio” A. Korbybski.

Oltre ai problemi di trasmissione e ricezione dei messaggi la convivenza di due persone o gruppi è resa faticosa dal subentrare del conflitto causato dalla semplice diversità. Infatti abbiamo bisogni, pensieri e aspettative che non sempre combaciano. “Un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione” L. Longanesi. Le incomprensioni nascono spesso da un ascolto passivo che alza un vero e proprio muro tra i soggetti: chi ha l’impressione di non essere ascoltato si sente rifiutato e la sua prima reazione è di allontanarsi. “Le persone che non sanno ascoltare difficilmente vengono ascoltate” C. Rogers.

Il bisogno di essere ascoltati e la disponibilità ad ascoltare, rappresentano il primo passo per costruire una buona relazione. Invece con il nostro comportamento spesso denigriamo ascoltando solo per dovere, interrompiamo perché è più importante ciò che diciamo noi, facciamo un dialogo interno pensando già a quanto diremo. Può succedere pure che troviamo difficile concentrarci, siamo troppo preoccupati di noi stessi, prestiamo attenzione solo ad alcune parti del discorso, anticipiamo quanto l’altro sta per dire o ci annoiamo per cui viene fuori un dialogo che non è tale perché formato da due monologhi. “L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto” C. Rogers.

A volte nascono altre barriere in quanto si crea un senso di colpa attraverso il ricatto morale, si fanno domande incalzanti per arrivare al nocciolo della questione, si svolgono altre azioni come guardare il cellulare, si cambia argomento, si ha fretta di offrire il nostro personale repertorio di soluzioni, si danno giudizi solo sulla base delle proprie esperienze senza tenere conto di quanto ascoltato. La sensazione che nasce è: “qui non c’è nessuno che mi ascolta!” o peggio “… l’uomo che urla solitario sul ponte … diventa preda del suo stesso sentimento … si perde insieme alla sua voce inascoltata …” E. Munch.
Nei legami inoltre possiamo assumere vari “ruoli” tipo genitore o capoufficio che ci fanno dire parole poco spontanee. “Tutti noi conosciamo individui di cui ci fidiamo perché sentiamo che essi sono realmente come appaiono, aperti e trasparenti; in questo caso sentiamo di avere a che fare con la persona stessa, non con una facciata cortese o professionale” C. Rogers.
E‘ anche vero che preferiamo più parlare che ascoltare in quanto: “Il fatto che qualcuno ci ascolti produce un illimitato piacere nel nostro cervello, come accade con il cibo o i soldi” A. Ruano. Ricordiamocene quando un amico ci chiede un consiglio perché in realtà non ha bisogno di nessuna opinione ma solo che ci sediamo vicino a lui. Vuole stare bene raccontandoci i suoi problemi; indirettamente compirà un utile esercizio per riordinare le proprie idee. Il miglior consiglio che possiamo dargli è ascoltarlo per comprendere non per rispondere, sostenere, incoraggiare, consolare.

In aggiunta a quanto detto, come sostengono varie ricerche, l’ascolto non è legato solo alle parole sentite, ma è fortemente condizionato dalle nostre persuasioni, dal modo di osservare e interpretare i gesti, il volume ed il tono della voce. Le emozioni entrano in gioco e influenzano il nostro modo di pensare sentire e agire. Infatti ognuno tra le sue complessità e peculiarità ha il suo specifico modo di relazionarsi con l’altro, in virtù della propria storia personale, degli eventi che ha vissuto e soprattutto del significato che gli ha attribuito. Ed è legato fisiologicamente al proprio modello comunicativo ritenuto giusto e bello. Tutto ciò che a volte esula da questo modello potrebbe sembrarci strano e poco gradevole. Al punto tale che se consideriamo giusta solo la nostra scala di valori questo rappresenterà un pericolo nelle relazioni. “Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole” E. Hubbard.

“L’uomo medio guarda senza vedere, ode senza ascoltare […] tocca senza percepire […] si muove senza essere cosciente del suo corpo […] e parla senza prima pensare.” L. da Vinci. Sono poche in verità le persone “centrate”, consapevoli che dietro ogni comportamento c’è un pensiero. Pochi si sono interrogati sui propri valori e credenze e li conoscono cioè sanno che dalla loro accurata comprensione dipende la propria qualità di vita, che il comportamento non è altro che l’espressione concreta del proprio atteggiamento mentale. I valori corrispondono a ciò che riteniamo importante ovvero giusto o sbagliato. Forniscono le basi della nostra personalità; viverci in sintonia consente di essere connessi con sé stessi e sperimentare una sensazione di pace. In base ad essi esprimiamo opinioni e a volte purtroppo giudizi su quello che accade intorno a noi, oppure fraintendiamo un messaggio trasformandolo in qualcosa di diverso da ciò che l’interlocutore intendeva esprimere. Le credenze nascono dalle nostre assunzioni su ciò che è vero e ciò che è falso. Ci consentono di filtrare gli eventi, le decisioni, le azioni; sono una specie di sistema che interagisce costantemente con le nostre percezioni e rappresentazioni interne. Le nostre convinzioni sono talmente potenti che possono limitarci, bloccare la crescita oppure possono portarci allo sviluppo.
Gran parte della nostra vita dipende dunque dalle nostre convinzioni, le quali determinano il nostro stato d’animo, le nostre aspettative e i nostri comportamenti. Ecco che non esiste una realtà assoluta ma esiste la realtà che ogni persona porta nella conversazione.
Allora non basta vedere qualcuno per conoscere l’iceberg che nasconde dentro di sé, quali stati d’animo assumerà, quanto tempo e quali apparentemente strane parole userà per spiegare quanto vorrebbe comunicare. A volte dal profondo esce improvvisamente, come quando scatta un allarme, la voce della coscienza; dobbiamo sapere che l’autovalutazione, “l’incontro con sé stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito” C. G. Jung.

“Una volta ho chiesto a dei ragazzi che cosa potevano fare gli adulti per incoraggiarli. Una delle risposte è stata che … potevano “ascoltare” e prestare attenzione …” P. Good. Si crede comunemente che ascoltare sia un processo automatico, dato dai sensi, invece richiede uno sforzo superiore a quello di parlare visto che è un processo psicologico: i suoni vengono convertiti in concetti, sentimenti. “Non ha a che fare solo con la parola detta, ma con il silenzio. Anche il silenzio ha bisogno di ascolto, perché è intriso di emozioni, ricordi, suoni, messaggi, che la parola sovente nasconde”. Per C. Rogers: “ascoltare equivale a percepire … i pensieri, lo stato d’animo, il significato personale … inconscio del messaggio … quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime … di gioia”. È come se stesse dicendo: “Grazie a Dio qualcuno mi ascolta. Qualcuno sa cosa significa essere me”. Ce lo conferma anche W. Shakespeare: “C’era tutto un discorso in quel silenzio, tutto un parlare in ogni muto gesto.”

L’ascolto deve diventare attivo per consentirci di restituire all’interlocutore quanto compreso, al fine di facilitare la comprensione e la soluzione del problema. Infatti fa emergere le risorse che la persona già possiede dentro di sé. È il motore per favorire il cambiamento; non a caso in molte relazioni d’aiuto chi viene ascoltato “attivamente” matura e cresce in consapevolezza ed emotività. “Un buon ascoltatore aiuta ad ascoltare noi stessi” Y. Lababidi.
L’ascolto è un atto di attenzione che presuppone la capacità di decentrarsi, di mettere a tacere il proprio dialogo interno, sospendendo ogni forma di giudizio per entrare in punta di piedi nel suo mondo. Si basa sull’empatia e implica il passaggio da un atteggiamento del tipo “giusto/sbagliato”, “amico/nemico” ad uno in cui si assume che l’interlocutore segua una sua linearità d’azione. Affinché diventi attivo: “l’ascolto deve essere aperto e disponibile non solo verso l’altro … ma anche verso sé stessi per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti dei propri punti di vista” Spalletta.
Ecco che ascoltando è come se diventassimo un po’ l’altro onorando la grandezza della persona che è in lui. “Questo significa che dobbiamo essere disponibili a sentirci “goffi”, a riconoscere che facciamo fatica a comprendere ciò che l’altro sta dicendo … è la rinuncia all’arroganza dell’uomo-che-sa e l’accettazione della vulnerabilità, ma anche dell’allegria, della persona-che-impara, che cresce, che cambia con gli altri invece che contro gli altri”.

La dinamica di questo tipo di comunicazione è rappresentata dall’aneddoto del “giudice saggio” al quale furono portati due litiganti. Ascoltò molto attentamente le ragioni del primo e commentò: “Tu hai ragione”. Poi ascoltò il secondo e di nuovo commentò: “Tu hai ragione”. A questo punto un osservatore esclamò: “eccellenza, non possono aver ragione entrambi!”. Il giudice saggio ci pensò sopra e poi, serafico:” Hai ragione anche tu”.
Certe persone ci attraggono perché si esprimono in maniera efficace, diretta e autentica. Cioè sprigionano assertività: una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro le proprie emozioni e opinioni nel rispetto del proprio interlocutore, senza bisogno di aggredire. “Libero è colui che non deve né subire né dominare per essere qualcuno” Dostoevskij. Immaginiamo due persone, una di fronte all’altra. In mezzo a loro è disegnato un sei in orizzontale. La persona a sinistra lo vedrà come un sei, quella a destra lo vedrà come un nove. Chi ha ragione? Entrambe! Il fatto di aver ragione non significa che l’altro abbia torto ma che si guarda la questione da un punto di vista diverso.
Chi è assertivo pone domande di chiarimento, si assume la responsabilità di ciò che dice e di ciò che fa, accetta le critiche costruttive. Ha il coraggio di sopportare solitudine e rifiuto; ha superato la paura di perdere protezione e consenso. Si mette in contatto con le proprie emozioni, rivelandosi per quello che è sbugiardando il nemico interno e fa ciò che è più corrispondente alla propria natura. Tutto ciò lo avvicina di più a sé stesso. “La consapevolezza è l’orecchio che ascolta la voce della coscienza” Rinaldi e Galasso.

Non dimentichiamo poi che ognuno di noi elabora gli stimoli dei sensi in maniera soggettiva cioè percepisce prediligendo un canale tra il visivo, cinestesico e uditivo. Basta provare ad indagare tra i nostri ricordi e troveremo incontri di cui possiamo aver fissato bene solo il luogo, i suoni, i vestiti, i profumi, la temperatura, la calma del momento o ancora le singole parole dette. Di fronte a tale variabilità diventa importante affinare la capacità di parlare nelle varie “lingue” per entrare in sintonia con gli altri e migliorare le nostre relazioni. “Ascoltare è un affettuoso regalo che facciamo a chi sta cercando di dirci qualcosa. Ma spesso è anche un grande regalo per chi ascolta” Gandalf.

Insomma l’ascolto attivo è il miglior rimedio contro la solitudine, colma la distanza tra ciò che intendi dire e ciò che comprendo, è il più potente antidepressivo al mondo. “Coloro che sono stati ascoltati “attivamente” maturano sotto il profilo emotivo, si aprono all’esperienza, stanno meno sulla difensiva, diventano più accettati e meno autoritari” C. Rogers. Attraverso di esso possiamo creare rapporti positivi, autentici, caratterizzati da un clima disteso, sincero in cui il nostro interlocutore possa sentirsi empaticamente compreso e non giudicato.
Un bravo ascoltatore ha più possibilità di successo nella vita grazie alle abilità emotivo relazionali, sa esprimere interessi nei riguardi degli altri e attira maggiormente gli altri a sé. Infatti sapere ascoltare permette di costruire relazioni di qualità in ogni settore dal lavoro, alle amicizie, alla famiglia: evita le incomprensioni, fa aumentare la fiducia reciproca ed è molto efficace nella risoluzione dei conflitti. Anche interni; un po’ come successe ad Ulisse nel momento in cui si presenta in incognito alla corte dei Feaci ed ascolta altri raccontare la propria storia; in quell’occasione sente che assume nuovi e più chiari significati. “Ascoltare è una cosa magnetica e speciale, una forza creativa … Essere ascoltati ci crea, ci fa aprire ed espandere” K. Menninger. Ci fa conoscere i mille volti della realtà. E se: “Parlare è un mezzo per esprimere sé stessi agli altri, ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in sé stessi” W. Tzu.

 

  Marco Biagioli

 

Marco Biagioli nasce a Perugia; molteplici esperienze e curiosità in vari settori contribuiscono a far maturare interessi per gli studi umanistici, che coltiva autonomamente, e una certa attitudine per le scienze filosofiche.
Partecipa e frequenta attivamente agli incontri del “Caffè Filosofico di Perugia”; si tratta di incontri organizzati dalla Società Filosofica Italiana, sede di Perugia, curati dagli insegnanti della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia.www.marcobiagioli.it

 

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