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Riflessioni sugli anni settanta

di Davide Riccio

Anni '70: Il monoscopio

Maggio 2006

C’era una volta, fino agli anni ’80, il monoscopio… Oggi, abituati ad una televisione che trasmette 24 ore su 24, alla disponibilità di mille canali nostrani e internazionali, via cavo e decoder, satellitari, on demand, tematici, via Web (per non dire delle televisioni sperimentali di quartiere o perfino di condominio) e chi più ne ha, meno ne vedrà (secondo me)… oggi, parlare di monoscopio, mi mette nostalgia. Una nostalgia che è anche un rimpianto per tutta la televisione di un tempo ma che, per non “andare fuori tema”, intendo qui circoscrivere giustappunto al monoscopio. Negli anni ’70 la televisione italiana disponeva ancora di due soli canali (il terzo arriverà sul finire della decade) e le trasmissioni iniziavano alle 17 per finire intorno alle 24, salvo la pubblica utilità del telegiornale delle 13.30. Altro non c’era, a meno che non si possedessero (da metà dei Settanta in avanti) le antenne speciali per ricevere i segnali della Svizzera italiana, di Koper-Capodistria e di Tele Montecarlo, che furono pure tra le prime a trasmettere a colori (sebbene con pasticcio di sistemi Pal o Secam che richiedevano televisori diversi). Inciso molto anni ’70, si vendeva un accessorio a quel tempo di totale inutilità e di assoluta kitscheria, ma che molti ingenui (allora si era tutti un po’ più ingenui) acquistarono, ed era lo schermo a bande colorate da applicare al tv bianco e nero… Il risultato, lascio immaginare… In ogni caso, raramente, venivano trasmessi programmi al mattino o nel primo pomeriggio. Se capitavano trasmissioni fuori orario, del tutto impreviste, queste avevano un fascino tutto particolare. Sarà poi la concorrenza delle prime televisioni libere e commerciali a imporre alla Rai un palinsesto sempre più esteso, fino a diventare non-stop. Noi bambini o ragazzini di quel tempo, abituati a nemmeno poterlo accendere da noi, il televisore, a rispettarne orari e tempi di visione, non eravamo davvero preparati all’idea di una televisione che trasmettesse ininterrottamente. La cosa ci sembrava semplicemente irragionevole. Quando nella mia città Tele Torino International per prima iniziò a trasmettere sempre, ne ebbi una specie di turbamento. Guardare la televisione a qualunque ora mi sembrava un inconcepibile spreco di tempo, specie nelle ore con l’oro in bocca del mattino.
Ad ogni modo, prima che tutta la rivoluzione delle televisioni private iniziasse, i genitori, gelosissimi possessori di costosi apparecchi valvolari o i primi “gioielli” a colore (oggi sono i bambini ad avere spesso la meglio sui telecomandi), potevano star tranquilli che i loro figliuoli non avrebbero comunque accesso la tv in loro assenza; e per guardare cosa? Il monoscopio? Con quel fischio che ti entrava nel cervello? Quanto si aspettava l’inizio delle trasmissioni, alle 17! Così lo si accendeva cinque, dieci minuti prima… Il fischio era cessato e, a confermarci che le trasmissioni avrebbero avuto inizio, pur rimanendo l’immagine fissa del monoscopio, un quarto d’ora prima iniziavano delle musichette. Erano tutte musiche strumentali di sottofondo suonate o composte appositamente per quello scopo, ed erano molto “lounge”. Duravano pochi minuti, vi prevaleva la strumentazione solipsistica di un tastierista, con la batteria elettronica o elettrica e i primi sintetizzatori, e qualche volta capitava di riconoscere anche dei temi riadattati… Non c’erano solo quei temi easy listening, cose alla Francis Lai o alla Steven Schlaks et similia che fanno la goduria degli appassionati del revival lounge e vintage. Qualche volta capitava di ascoltare delle cosine niente male o di riconoscere perfino dei remake di brani rock e progressive (me ne rammento uno, basato su un frammento di un brano dei Genesis da “Selling England by the pound”).
Al ricordo di quelle musichette, purtroppo assolutamente irreperibili oggi (ed anche notizie al riguardo davvero non se ne trovano), ho voluto in seguito comporre e registrare un intero album. Certo, non sono le stesse musiche, perché le ho fatte io, ma ho cercato davvero di ricordarne l’essenza e di riproporla. Si possono scaricare in mp3 su www.vitaminic.it/artist/davicias (il monoscopio che vedrete nel sito in questione, è una mia reinvenzione, per disegnare il quale ho fatto riferimento - quasi scientifico - a tutte le parti che lo compongono e al loro significato).
Già, perché soltanto oggi ho scoperto a cosa serviva quel benedetto monoscopio!
Anzitutto quel fischio, serviva in qualche modo a regolare l’audio del televisore (non chiedetemi come, non sono un elettrotecnico). Era un sol a 384 hertz, vicino a quel La della quarta ottava a 440 hz usato per convenzione nelle accordature degli strumenti musicali.
Quanto al disegno del monoscopio, in verità non era come si pensava comunemente (e come sarà in effetti in seguito con le televisioni private, certuni veramente artigianali), cioè un logo distintivo. Sì, indicava anche il nome dell’emittente di Stato (ed anche il numero del ripetitore), ma in realtà ogni elemento presente nel monoscopio aveva una sua funzione diagnostica dei difetti presenti o meno nel cinescopio, e consentiva la messa a punto e la regolazione dei ricevitori. Il monoscopio era quindi uno strumento di lavoro per qualificati tecnici riparatori TV, usato per controllare e tarare gli apparecchi televisivi. Dal suo esordio fino agli anni ’60, il monoscopio era generato otticamente in apposito tubo catodico, quindi trasmesso attraverso una camera fissa su di esso. A partire dai primi anni ’70, con il dilagare dell’elettronica, anche i monoscopi si evolsero, venendo generati e trasmessi elettronicamente. Oggigiorno sono digitali, esistono ancora sulle frequenze satellitari utilizzato per i brevi momenti di apertura e chiusura di un feed satellitare o visibile sui trasponders di satelliti in via di dismissione, e i riparatori tv si sono dotati di strumenti appositi detti generatori di monoscopio, i quali utilizzano i vari ingressi disponibili RF, SCART, VGA, Y/C.
Solo tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 il monoscopio diventerà quindi un’immagine identificativa per ognuna delle centinaia di televisioni private, perdendo in quel caso la funzione originaria che sembrava il controllo di un’astronave di Star Trek pronta a salpare per una delle sue quinquennali esplorazioni di mondi lontanissimi. Con il monoscopio Rai i tecnici potevano controllare la geometria (linearità e dimensione) dell’immagine (cerchio elettronico), l’uniformità del fuoco, la dimensione e il centraggio dell’immagine, la scala dei grigi, la fedeltà di riproduzione dei colori (barre colore) e i segnali di differenza colore con la messa a punto della matrice del verde ed altri vettori di crominanza, il controllo dello sfasamento dei segnali, la risoluzione e la larghezza di banda, la linearità, l’interlacciamento e la convergenza del cinescopio (grazie al reticolo ed al rettangolo centrale) e molte altre cose ancora come l’ampiezza verticale del quadro (con il bordo dentato bianco e nero), la demodulazione del segnale di differenza del colore e l’ampiezza del segnale in uscita nella linea PAL, l’ampiezza e la posizione dell’impulso in relazione al segnale di burst, il controllo della risposta alle basse frequenze (rettangolo nero), la presenza dei segnali riflessi (impulsi neri), la taratura dell’ampiezza dei segnali di differenza colore (rettangoli grigi e neri, segnale a onda quadra di 250 khz), controllo della banda passante dei ricevitori (linee bianche e nere di spessore crescente), la rapidità di passaggio dal giallo al rosso al giallo e tempi di transito dei segnali di luminanza e crominanza nella sezione amplificatrice (banda colori giallo rosso giallo), brillanza del cinescopio (ultranero)… Giù il cappello signori, davanti a quel vecchio monoscopio!
 

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