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Ars moriendi

Di Velia Galati - Giugno 2020

 

Mi raccontava un amico, medico e sociologo, che il prof. Ugo Lombroso, docente di Fisiologia all’Università di Genova negli anni successivi alla fine dell’ultima guerra, comprendeva come parte integrante delle sue lezioni di fisiologia e, cioè, di un discorso sulla vita, anche un discorso, una riflessione sulla morte, che ispirava una grande serenità e che certamente per lui era ritenuto un elemento importante nella formazione della professione medica.
Ma è anche un problema di cultura che malattia e morte non siano rimosse, ma presenti in tutti i processi educativi, oltre che in quelli della formazione del personale dell’assistenza.
Sul frontespizio della Cappella interna di quello che fu, a Genova, il glorioso Istituto Arecco dei Gesuiti, si leggeva questa scritta: “Estote parati” [N.d.r. Siate pronti].
Il pensiero della morte pone all’uomo quella che K. Jasper chiama la “questione fondamentale” dell’esistenza, poiché il mistero della morte è il mistero della vita, il mistero di sé.
Sofferenza e approssimarsi della morte sono esperienze personali, non comunicabili, non analogizzabili; sono legati alla realtà culturale, psicologica, spirituale dell’anziano e dell’infermo.
Alcuni affrontano il pensiero e l’evento della sofferenza e della morte con superiore saggezza, con paziente sopportazione; per essi “la sofferenza è occasione di virtù” (Seneca), ma c’è anche la disperazione, lo spavento c’è, insomma, chi, nella sofferenza e nell’attesa della morte, trova la propria identità, e c’è chi la perde.
Vi è dunque bisogno di una “pedagogia” del dolore e dell’attesa della morte, che deve diventare una proposta culturale oltre che spirituale e religiosa.
Nel tardo Medioevo ebbe origine quel genere letterario denominato “Ars moriendi” (ars nel significato medievale di dottrina e, tuttavia, non omologabile alle differenti altre, quali l’ars venandi, o l’ars disserendi, che fanno riferimento a regole che governano varie attività dell’uomo (la caccia, l’oratoria...) gli autori di questo genere letterario furono inizialmente ispirati ad una visione angosciosa, terrificante della morte, come quella, ad esempio, del domenicano Helmut Rosenfeld che, durante una terribile epidemia di peste (1348 - 1351), per ricondurre gli uomini peccatori al pentimento delle loro colpe con la prospettiva delle fiamme dell’inferno, scrisse della Morte come di un musicate che costringeva i defunti morti senza essersi pentiti a danzare sulle tombe con cadaveri putrefatti.
Ma non in tutti i trattati sull’ “ars moriendi” la meditazione sulla morte è ossessionata da incubi paurosi.
Per alcuni autori essa si fa esaltazione della religione e invita al rinnovamento spirituale e dei costumi, testimonianza di una visione più serena della morte, come soglia del transito verso l’aldilà, verso la Luce della Verità eterna.
L’ “Ars moriendi” non è, dunque, un genere letterario fra altri, ma una pedagogia della vita per la buona morte; imparare a morire non è, insomma, un’ingannevole illusione consolatoria.
Tuttavia, la sofferenza e il morire sono spesso spogliate del loro carattere sacro, in taluni ospedali e in taluni “ricoveri”, in cui si muore frettolosamente, quasi nascostamente.
Anche quando le aspettative di vita sono venute meno, deve essere garantito al malato di morire con dignità, e con dignità si muore se sono rispettati i diritti pertinenti all’essere umano.
La scienza medica ha radicalmente cambiato il volto della morte trasformandola in un evento rinviabile di giorni, di mesi, di anni, ma, spesso, con sofferenza e offesa dignità.
Ed è contro queste sofferenze, in nome di una “nuova” dignità, che si muovono i sostenitori del così detto “diritto di morire” e della sua regolamentazione. Grande interesse, di carattere professionale, culturale, giuridico ed etico suscita la discussione sull’eutanasia, sulla possibilità di praticarla su malati in coma irreversibile e su malati che ne facciano richiesta.
Chi sostiene il ricorso all’eutanasia la fonda sul diritto “laico” di disporre del proprio corpo, il diritto ad una buona morte.
Nel dibattito sull’accanimento terapeutico e sull’eutanasia - prescindendo dalla liceità di allungare un’illusoria esistenza vegetativa, o di toglierla, da parte di chi con giuramento si è impegnato a proteggerla, prescindendo dal fatto che il morire non può essere affidato alla discrezionalità di tecnici che agiscono inevitabilmente secondo criteri di selezione assolutamente soggettivi, e possono così decidere per quanto tempo ancora e fino a quando, una vita sia meritevole di essere mantenuta, la discriminante è quella dell’interpretazione della morte, se alla morte si riconosce un significato più profondo di quello biologico, in quanto si ritenga che l’uomo trascenda la propria biologia, e si attribuisca al morire significati e aspetti che non sono solo di carattere biologico e psico-biologico.
Allora, più che del diritto alla buona morte, si deve parlare di diritto a non soffrire in attesa della morte, e in questo ambito va affrontato il tema delle cure palliative per i malati terminali che ancor oggi, nonostante i principi stabiliti dall’OMS in materia di terapia del dolore, non ricevono sempre quella adeguata assistenza che potrebbe essere assicurata da un numero di “hospice” commisurato alla necessità e dalla assistenza domiciliare.
Purtroppo, la realtà è che una gran parte delle persone malate “terminali” muore in ospedale, anziché a casa propria, talora espropriate di dignità e, soprattutto, privata dell’“accompagnamento” dei propri cari.
Il malato “terminale” (questo aggettivo, così inesorabilmente ultimativo e normativo!) deve essere trattato nella sua singolarità di persona e nel rispetto dei valori che hanno dato senso alla sua esistenza: il morente deve avere, insomma, un’assistenza mirata alle sue esigenze psichiche, psicologiche, sociali e spirituali.
Grande importanza hanno i servizi pastorali integrati nell’assistenza ospedaliera, anche come sostegno agli altri operatori, perché nel momento più umano della vita che, paradossalmente, è quello della morte, la persona ha bisogno di essere sollevata dalla sofferenza fisica, ma cerca anche il conforto spirituale e religioso. L’assistenza al morente deve pertanto essere densa di contenuti esistenziali, ma anche religiosi, deve essere un messaggio di salvezza.

 

Velia Galati

Dott. Velia Galati - Psicologa

Medaglia d'oro al merito della Sanità Pubblica

 

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