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Critica “berkeleyana-fregeana” dell'intenzionalità

Di Giulio Bonali - Novembre 2017

 

Quello di “intenzionalità” è un concetto molto in voga in filosofia della mente.
Non ho letto che un’infima parte della vastissima letteratura filosofica che ne discute, ma mi sono convinto che si tratta di una nozione imprecisa ed errata, che di fatto tende a creare malintesi e ad ostacolare un’adeguata comprensione dei rapporti fra realtà mentale e più generalmente cosciente da una parte e mondo fisico o materiale (in particolare neurofisiologia cerebrale) dall’ altra.
I sostenitori dell’intenzionalità generalmente distinguono, nell’ esperienza fenomenica cosciente, fra aspetti qualitativi (i “qualia”) e aspetti intenzionali, che entrambi vi sarebbero sempre presenti.
I primi costituirebbero l’ aspetto per così dire “grezzo” dei “contenuti” o degli eventi di coscienza, considerati nella loro immediatezza, ciò che, se li prendiamo in considerazione, per prima cosa e inevitabilmente rileviamo che ”li costituisce”, mentre i secondi, come dovremmo rilevare non sempre immediatamente, ma comunque inevitabilmente se li osserviamo “meglio”, più in profondità”, se li “analizziamo più esaurientemente”, ne rappresenterebbero il (necessario, immancabile, inevitabile) “riferirsi a qualcosa” di diverso da essi stessi in quanto considerati nella loro immediatezza.
Per esempio se credo (che accada) qualcosa di determinato, se lo nego (credo che non accada), se lo spero, se lo temo, se ne dubito, se lo ritengo probabile, se me lo aspetto nel futuro, se lo ricordo nel passato, se lo immagino, se lo sogno, se ne ho l’ allucinazione, se ne domando o ne do un ordine a qualcuno, ecc. (sempre dello stesso determinato “qualcosa”, diversamente “considerato”), allora accade l’esistenza reale dei “contenuti di coscienza”, cioè dei qualia che “immediatamente costituiscono” la mia esperienza cosciente in tali frangenti.
Ma in aggiunta essi avrebbero anche un riferimento intenzionale costituito da tale “qualcosa” rispettivamente creduto reale, non creduto reale, sperato, temuto, ecc... I qualia di (ovvero costituenti) tale determinata “cosa” rappresenterebbero il “contenuto intenzionale” dello stato cosciente (medesimo, unico, lo stesso in tutti i casi esemplificati), riferentesi a, ovvero “inteso verso” un determinato “stato di cose” (lo stesso, ma in diverso modo nei diversi casi considerati); mentre il “modo” in cui sarebbero presenti alla coscienza (rispettivamente in quanto credenza, negazione di credenza, timore, speranza, ricordo, immaginazione, interrogazione, ecc.) sarebbero i rispettivi (molteplici e reciprocamente diversi) “stati intenzionali”.
E così pure, in modo del tutto analogo, se sto vedendo (non allucinatoriamente od oniricamente ma “per davvero”) un tratto di cielo uniformemente azzurro, senza nuvole, allora nella mia coscienza accade realmente l’esistenza di un “quale” costituito da quella determinata sfumatura di colore azzurro avente una forma e un’(uniforme) estensione (che nell’ esempio, invero decisamente forzato per semplificare il ragionamento, dovrebbe coincidere con l’intero mio campo visivo).
Ma inoltre, e pure in modo del tutto simile a quegli altri contenuti di coscienza che sono stati considerati in precedenza, che erano variamente “pensati” o comunque necessariamente presenti soltanto soggettivamente nella mia esperienza fenomenica (e non necessariamente anche nel mondo reale), anche la mia visione del cielo uniformemente sereno avrebbe inoltre un riferimento intenzionale (lo “stato di cose” cui sarebbe “diretta” la mia esperienza visiva), costituito in questo caso dal reale e oggettivo cielo azzurro (o per lo meno da quella sua parte che sto vedendo), necessariamente esistente (nell’ ipotesi considerata) anche indipendentemente dal fatto che lo veda o meno (anche se e quando non lo vedo; ovviamente per un limitato lasso di tempo) “in aggiunta” al quale cosciente, soggettivo stesso; e inoltre sarebbe anche caratterizzata da uno stato intenzionale costituito dal modo in cui tale riferimento intenzionale sarebbe presente nella mia coscienza, che in questo caso sarebbe uno stato intenzionale di “visione” (o più in generale di “sensazione”), del tutto analogamente ai ben diversi modi intenzionali di “credenza come reale”, “credenza come non reale”, “speranza”, “timore”, “dubbio”, domanda, ecc. dei casi di esperienze coscienti precedentemente esemplificati.
Noto che in questo modo non si distinguono i “contenuti meramente soggettivi” dell’ esperienza cosciente” (ciò che puramente e semplicemente appare, ovvero viene sentito, percepito), come, per lo meno talvolta, gli oggetti delle credenze, delle negazioni di credenze, delle speranze, e sempre quelli delle fantasie, illusioni, sogni, ecc.) da una parte e ciò che è reale o accade realmente anche indipendentemente dall’ eventuale essere (inoltre, pure) “contenuto apparente, sentito, percepito di coscienza” dall’ altra parte (come il cielo sereno uniformemente azzurro dell’ esempio precedente, e in generale le sensazioni o percezioni di oggetti materiali “reali”, cioè le percezioni intersoggettivamente constatabili, “autentiche”, non oniriche o allucinatorie).
Per esempio secondo il senso comune (quel che comunemente si intende parlando in questi termini) qualche determinata “cosa” che (coscientemente) sia creduta, immaginata, sognata, percepita allucinatoriamente, sperata, temuta, ecc. potrebbe anche non essere reale (se non come mera apparenza fenomenica di coscienza: possiamo immaginare anche chimere, ippogrifi, sirene, ecc.; moltissimi sperano di vincere la lotteria di Capodanno, e invece la perdono); mentre invece qualcosa di visto o altrimenti percepito sensibilmente “per davvero” (non in sogno o durante un’ allucinazione), intersoggettivamente constatabile anche dagli altri, almeno in linea teorica, di principio, è comunemente considerato essere reale anche indipendentemente da (-l’ eventuale suo) essere inoltre, pure oggetto di coscienza (nella fattispecie di sensazioni “autentiche” e non oniriche od allucinatorie): per definizione posso vedere “per davvero” e non allucinatoriamente od oniricamente (o non solo pensare, immaginare) cavalli, leoni o pesci, i quali sono realmente esistenti anche quando non ci sto pensando o non li sto vedendo, anche indipendentemente dal fatto di essere inoltre eventuali oggetti di attenzione o di considerazione teorica, di sensazione o di pensiero da parte mia (o di altri); ma non invece ippogrifi, chimere o sirene, dalla realtà unicamente immaginaria o mentale, cioé reali unicamente in qualità di “oggetti di pensiero”; o anche di sensazione, comunque accadente soltanto nell’ ambito della sola mia esperienza cosciente e non intersoggettivamente, nel caso di sogni o allucinazioni; le allucinazioni collettive non essendo evidentemente diverse in sostanza da quelle individuali, essendo comunque in realtà parimenti non intersoggettivamente verificabili).
E fin qui: poco male, non essendo una distinzione sempre e comunque necessaria in tutte le circostanze della vita e del pensiero, e che comunque può sempre essere “ulteriormente rilevata” aggiungendo determinate precisazioni alla loro considerazione in qualità di “contenuti intenzionali”.
Ma oltre a questo a mio parere si compie un vero e proprio errore nella valutazione dell’esperienza fenomenica cosciente e dei suoi “contenuti”.
Si ignora il fatto che tutto ciò che è direttamente e con certezza “accessibile” alle nostre esperienze coscienti, tutto ciò che le costituisce, di cui esse constano (tutti gli “eventi di coscienza”) é reale (accade realmente) solo e unicamente in quanto tale, in quanto eventi di coscienza: “esse est percipi” (Berkeley; e Hume).
E in quanto tali, i “contenuti di coscienza” sono unicamente ed interamente costituiti di sensazioni o insiemi e successioni di sensazioni fenomeniche, di “apparenze”, di “cose che appaiono (alla coscienza)”; ovvero di qualia (fenomenici).
Questo vale, come ha notato David Hume, non solo (conformemente a quanto già rilevato da George Berkeley) a proposito delle sensazioni materiali “effettive” (non oniriche o allucinatorie; per esempio quella del cielo azzurro menzionato poco sopra come illustrazione dell’ accadere cosciente di un quale), intersoggettivamente constatabili da chiunque non abbia difetti di vista eccessivamente limitanti e guardi “al momento giusto”, “nella giusta direzione” e “dalla giusta collocazione”, o “tenda l’ orecchio”, tasti con le dita di una mano, o comunque adoperi con la dovuta cura ed attenzione ed applicandolo “nel modo giusto” un qualsiasi organo di senso sufficientemente integro e ben funzionante (grosso modo la cartesiana “res extensa”); bensì vale anche a proposito delle sensazioni “interiori”, “mentali” o “di pensiero” (ragionamenti, ricordi, sentimenti, desideri, soddisfazioni, insoddisfazioni, speranze, timori, dubbi, “stati d’ animo”, “dialoghi interiori con se stessi", ecc.; ed ovviamente anche per  sensazioni “apparentemente esteriori-materiali” ma in realtà puramente mentali, come quelle oniriche o allucinatorie o puramente fantastiche), le quali assolutamente non sono intersoggettive, non sono constatabili da parte di nessun altro oltre ciascun soggetto di esse che le esperisca nell’ ambito della sua propria esperienza fenomenica cosciente, alla quale unicamente appartengono (grosso modo la cartesiana “res cogitans”).
Tutte queste “cose” percepite “esteriormente” come oggetti materiali “effettivi” (“per davvero tali”) o “interiormente” come pensieri, credenze, sentimenti, ricordi, immaginazioni, ecc. o anche come “oggetti materiali fittizi” (allucinatori od onirici) per definizione sono costituiti (inevitabilmente; e per lo meno) da insiemi e successioni di apparenze sensibili o qualia, sensazioni coscienti, eventi di coscienza considerati nella loro immediatezza.
E se “qualcosa” realmente persiste anche allorché tali sensazioni o fenomeni (“esteriori” o materiali ed “interiori” o mentali) realmente non accadono (non ci sono presentemente in atto), e fa sì che le sensazioni materiali e le sensazioni mentali continuano “puntualmente” ad accadere in determinati casi (per esempio se riapro gli occhi, allora - salvo variazioni meteorologiche - puntualmente torna ad accadere la visione del cielo uniformemente azzurro di cui sopra, oppure tornano immediatamente ad esistere-accadere le sensazioni materiali costituenti il panorama che avevo “davanti a me”, o meglio nella mia coscienza, prima di chiuderli; e se ripenso alla mia soddisfazione nel ragionare di filosofia della mente con interlocutori intelligenti ed acuti, allora puntualmente tornano ad esistere-accadere le percezioni mentali dei pensieri del mio essere soddisfatto di poter fare tali ragionamenti, di prima che cessassi momentaneamente di pensarci), ebbene allora tale “qualcosa”, tali “cose” per definizione devono necessariamente essere diverse -altre “cose”, altri enti o eventi- dalle suddette sensazioni fenomeniche coscienti (materiali e mentali): nulla di meno, nulla di più.
Se si pretendesse che le “cose” (enti od eventi realmente) persistenti anche in assenza di sensazioni coscienti si identificassero con le sensazioni coscienti stesse, cioè se si pretendesse che ciò che é/accade realmente anche quando non vedo (ovvero non accade, da parte mia, nessuna visione di) alcun quale più o meno colorato costituente il cielo sereno oppure il panorama fosse costituito dagli stessi qualia più o meno colorati di quando vedo il cielo sereno o rispettivamente il panorama; o che ciò che é/accade realmente anche quando non sento interiormente i miei ragionamenti o i miei sentimenti fosse costituito dagli stessi qualia più o meno “rigorosi” e “conseguenti” o “intensi” e “gradevoli” rispettivamente di quando ragiono o di quando mi sento felice), allora si cadrebbe con tutta evidenza in un’ eclatante, “spettacolarissima” contraddizione: quella per la quale qualcosa (le sensazioni fenomeniche coscienti, i qualia) accade realmente (anche) se e quando e in quanto non accade realmente!
Perciò (se realmente esistono-accadono) “tali cose” (gli oggetti delle sensazioni fenomeniche coscienti materiali e il soggetto di esse nonché soggetto-oggetto di quelle mentali) reali anche indipendentemente dal loro essere percepite coscientemente), ebbene (allora esse) devono inevitabilmente, necessariamente (logicamente in senso letterale) essere altre, diverse cose che sensazioni fenomeniche coscienti o qualia (accadendo realmente anche se e quando e in quanto questi ultimi non accadono realmente); non possono essere (costituite da) percezioni coscienti, qualia, eventi apparenti (alla coscienza; dal greco e a là Kant: “fenomeni”) ma devono invece essere qualcosa di non sensibile ed apparente (alla coscienza), bensì solo ipotizzabile, “congetturabile” (dal greco e a là Kant: “noumeno”), qualcosa di non costituito da dati fenomenici di coscienza o qualia.
Se ne deve inevitabilmente concludere che nella generalità dei casi (fatti salvi determinati casi particolari, come vedremo), che necessariamente in ogni caso, non c’ è alcun “riferimento intenzionale” dei qualia costituenti l’ esperienza fenomenica cosciente in aggiunta ad essi, persistente anche mentre essi non ci sono e (autocontraddittoriamente) coincidente, identificantesi con i loro “contenuti o costituenti fenomenici”, bensì casomai ci può essere qualcosa che ne è l’ oggetto (e in certi casi pure il soggetto) persistente anche in loro assenza, che però non è costituito da qualia fenomenici, ma invece è di tutt’ altra natura, congetturabile, “noumenica” e non sensibile (ciò che se ne può sentire fenomenicamente essendo unicamente il pensiero, il concetto di esso, che lo “significa”, che ad esso “allude” o si riferisce).
Per esempio se e quando vedo il cielo azzurro di cui sopra, ovvero -per dirlo alla maniera dei sostenitori dell’ intenzionalità- se e quando mi trovo nello “stato intenzionale” di tale (mia) visione del cielo sereno uniformemente azzurro, allora non c’ è alcun “riferimento intenzionale” costituito, dal “reale e oggettivo cielo azzurro (o per lo meno di quella sua parte che sto vedendo)”, cioè da siffatto quale fenomenico, ma esistente (per un limitato lasso di tempo, ovviamente) anche indipendentemente dal fatto che lo veda (anche se e quando non lo vedo: sarebbe autocontraddittorio pretenderlo!); cioè non c’è alcun preteso “riferimento intenzionale” anch’ esso reale, realmente esistente “in aggiunta al quale stesso”, ovvero “in più” rispetto a tale “stato intenzionale”, che del quale stesso inteso come “stato intenzionale” costituirebbe il “riferimento intenzionale”, lo “stato di cose” cui “sarebbe diretto” o “si riferirebbe”. Tutto ciò che nel caso ipotizzato sicuramente accade, di cui si possa avere constatazione empirica cosciente è il quale stesso “e basta”: esso semplicemente accade, e nel suo accadere si esaurisce completamente la sua realtà, senza alcunché d’ altro in aggiunta, da esso stesso diverso, a cui sia in qualche modo “intenzionalmente diretto”.
Casomai, se qualcosa di reale ulteriormente c’è (oltre al quale fenomenico cosciente stesso), a spiegare il fatto che non appena riapro gli occhi dopo averli momentaneamente chiusi lo stato cosciente fenomenico (preteso) intenzionale costituito dal quale “azzurro uniforme” ritorna puntualmente ad esistere-accadere realmente, allora per non cadere in contraddizione devo pensare che si tratta di ben altro, di qualcosa di completamente diverso dal (quale costituente il) cielo azzurro fenomenicamente percepito stesso, che invece si tratta di qualcosa di non apparente nell’ ambito della (mia) esperienza cosciente bensì reale “in sé”, non in quanto apparenza sensibile (“fenomeno”), ma casomai congetturabile (“noumeno”).
Possono invece riferirsi a qualcosa di (ulteriore ed effettivamente; e non autocontraddittoriamente) diverso da se stessi (non tutti, ma) solo ed unicamente  certi peculiari, determinati “contenuti fenomenici di coscienza” (ovviamente anch’ essi costituiti “innanzitutto” da insiemi o successioni di qualia) i quali presentino (secondo la teoria della semantica di Frege) almeno una connotazione o intensione puramente mentale (diversa da tali peculiari qualia immediatamente considerati che la simboleggiano o che in qualche modo “vi alludono” o, per l’ appunto “vi si riferiscono”: la significano), se non anche eventualmente una denotazione o estensione reale.
È questo il caso di “pensieri in senso lato” (interiormente comparsi “spontaneamente” o autonomamente come qualia mentali: “res cogitans”; oppure interiormente suscitati o “evocati”, sempre come “res cogitans”, da sensazioni materiali o esteriori, lette od udite: da “res extensa”); ovvero di “considerazioni”, di “attenzionamenti” non linguistici (o “pre-linguistici”), oppure di predicazioni linguistiche, per esempio di credenze (che accada o che non accada realmente qualcosa). Cioè è il caso di “concetti linguistici” (simboleggiati da vocaboli) o per lo meno “pensieri non o pre- linguistici”, “cose (sentite in quanto) pensate”, in quanto “oggetti di pensiero”: insiemi o successioni di qualia che coscientemente, fenomenicamente si percepisce accadere in quanto pensati (pensieri “di qualcosa”), e non che si percepisce puramente e semplicemente accadere in quanto tali (cioè non puramente e semplicemente in quanto “qualcosa”; di fenomenico, come nel caso del quale “azzurro” nella visione ipotizzata del cielo sereno o di qualsiasi altro contenuto di coscienza, materiale o mentale, che non sia sentito -che non accada- in quanto “contenuto di pensiero; verbale o meno”, ma solo “di per sé”, accadente e non significante, accadente “e basta”).
Se e quando credo (che accada) qualcosa di determinato, se e quando lo nego (credo che non accada) se e quando lo spero, se e quando lo temo, se e quando ne dubito, se e quando lo ritengo probabile, se e quando me lo aspetto nel futuro, se e quando lo ricordo nel passato, se e quando lo immagino, se e quando domando a qualcuno se quel qualcosa di determinato accade oppure ordino a qualcuno di farlo accadere, ecc., allora sì -ma solo in tali casi o in casi ad essi analoghi!- che i qualia fenomenici che in tali circostanze avverto (mentalmente: res cogitans) hanno “riferimenti” ulteriori rispetto ad essi stessi, da essi stessi diversi: “tali cose”, che ne sono (secondo la semantica di Frege) per lo meno l’ intensione o connotazione mentale, ed eventualmente anche l’ estensione o denotazione reale; accompagnate inoltre da (altri qualia mentali costituenti) la credenza nel loro accadere reale, la credenza nel loro non accadere reale, la speranza o il timore o il dubbio, l’ immaginazione, il domandare, ecc., ecc., ecc. che (o se rispettivamente) realmente accadano.
Per meglio chiarire la questione si considerino alcuni eventi di coscienza che i sostenitori dell’intenzionalità considererebbero “riferimenti intenzionali”, taluni di tipo materiale (res extensa), talaltri di tipo mentale (res cogitans), declinati secondo diversi possibili “stati intenzionali”, “mettendosi nei panni degli “intenzionalisti” stessi, ammettendone le tesi, senza necessariamente concederle, per meglio comprenderle e criticarle.
Si può iniziare con qualche (autentico o presunto) riferimento intenzionale di tipo “cogitativo” (di pensiero), per esempio un ragionamento (come la dimostrazione del teorema di Pitagora) e un sentimento (come il provare gioia).
Ciascuno di essi può accadere realmente, nell’ ambito di un’esperienza fenomenica cosciente, in quanto insieme-successione di determinate sensazioni o qualia.
Inoltre può (ovvero a proposito di esso possono anche accadere realmente, in aggiunta, pure i fatti costituiti dall’) essere creduto accadere realmente o non accadere realmente (veracemente o falsamente), se ne può dubitare, può essere immaginato, sperato, temuto, può essere previsto, può essere oggetto di una domanda o di un ordine, ecc. (…un po’ paradossalmente: non sempre tutto ciò è possibile di fatto in tutti i casi; ma è solo per chiarire con esempi concreti i termini della questione).
Poi si possono considerare riferimenti intenzionali (autentici o presunti) di tipo materiale, sia aventi soltanto un’ esistenza puramente mentale e soggettiva, come un cavallo visto e magari sentito nitrire e percepito col tatto (accarezzandolo) in sogno o un animale immaginario, come ad esempio un ippogrifo, sia aventi un’ esistenza reale e intersoggettivamente constatabile, verificabile, come un cavallo percepito da svegli non durante un’ allucinazione e percepibile da chiunque si collochi “nella giusta posizione” e guardi “nella giusta direzione” o “diriga” gli altri sensi corporei “nel giusto modo”.
Anche ciascuno di essi può accadere realmente, nell’ ambito di un’esperienza fenomenica cosciente, in quanto immediato insieme di qualia non ulteriormente “corredato” o integrato o accompagnato da altri eventi di coscienza (o “aspetti”, “caratteristiche” coscienti), in quanto mero insieme-successione di determinate sensazioni o qualia tout court (“e basta”).
E inoltre, almeno in teoria, in linea di principio, anche ciascuno di essi può (ovvero a proposito di esso possono pure accadere realmente i fatti costituiti dall’) essere creduto accadere realmente o non accadere realmente (veracemente o falsamente), se ne può dubitare, può essere immaginato, sperato, temuto, può essere previsto, può essere oggetto di una domanda o di un ordine, ecc. (…un po’ paradossalmente e di fatto “poco o punto realisticamente” in alcuni di questi casi; ma è solo per chiarire con esempi concreti i termini della questione, ragionando in linea puramente teorica o di principio, che vanno considerati).
Nel caso questi vari tipi di riferimenti intenzionali materiali o mentali non accadano semplicemente nell’ ambito di un’ esperienza fenomenica cosciente, in quanto insieme-successione di determinate sensazioni o qualia, ma siano invece oggetto di credenza (in positivo o in negativo, verace o falsa), di dubbio, di immaginazione, speranza, timore, previsione, domanda, ordine, ecc., allora accadono in realtà (insieme o “accanto” ad essi oppure senza di essi, “in loro assenza” a seconda dei casi) altri, diversi insiemi o successioni di “eventi di coscienza” costituiti da differenti sensazioni o qualia: precisamente quelli della credenza (in positivo o in negativo, verace o falsa), del dubbio, dell’ immaginazione, speranza, timore, previsione, domanda, ordine “circa di essi”, “a proposito di essi” (verbalmente simboleggiati o non verbalmente pensati o considerati, o “attenzionati”).
Per esempio può accadere di vedere un cavallo reale e inoltre di credere (veracemente) che esista tale cavallo reale, o (falsamente) che non esista, oppure si può dubitare della sua esistenza; quello stesso cavallo reale può anche essere oggetto di ricordo, di immaginazione, di speranza, timore, previsione, domanda, ordine, ecc. E lo stesso può (sempre in linea puramente teorica, di principio, anche se in alcuni di questi casi “alquanto irrealisticamente”) accadere di reali, effettivamente accadenti (“interiormente” avvertiti) “oggetti di pensiero o mentali” come ragionamenti (dimostrazioni di teoremi, deduzioni, induzioni, ecc.) e sentimenti (gioie, dolori, ecc.).
Oppure può accadere di credere (falsamente) che esista un ippogrifo, o (veracemente) che non esista, oppure si può dubitare della sua esistenza; quello stesso ippogrifo inesistente può anche essere oggetto di immaginazione, di speranza o di timore (vani), di previsione, domanda, ordine, ecc... E lo stesso può (sempre in linea puramente teorica) accadere di “oggetti di pensiero o mentali” come ragionamenti (dimostrazioni di teoremi, induzioni, ecc.) e sentimenti (gioie, dolori, ecc.) non realmente accadenti.
In tutti questi casi accadono insiemi e successioni di sensazioni coscienti o qualia di tipo mentale i quali in qualche modo “alludono a”, che “intendono” altro da sé, che, per dirlo alla maniera dei sostenitori dell’ intenzionalità “hanno un oggetto intenzionale da se stessi diverso”, che “significano qualcosa” (col quale non si identificano), e inoltre vi attribuiscono vi “riferiscono” o “applicano” qualche “circostanza”: a seconda dei casi una predicazione (di esistenza o di non esistenza, vera o falsa; reale o immaginaria), un dubbio, un ricordo, una speranza, un timore, una previsione, una domanda, un ordine, ecc.
Ciò che intendono, cui alludono e cui attribuiscono tali circostanze ne può essere considerato in un certo senso l’“oggetto intenzionale” (l’oggetto della credenza, o del dubbio, o dell’immaginazione, ecc.). Nel senso, a ben guardare, che di tali sensazioni mentali “di tipo concettuale” è il significato, per lo meno in quanto intensione o connotazione puramente mentale, o anche in quanto estensione o denotazione reale (quest’ ultima persistente anche oltre la loro durata temporale, anche mentre essi non accadono realmente, indipendentemente dal loro accadere) a seconda di casi, secondo la teoria fregeana della semantica.
Queste intensioni o connotazioni e queste eventuali estensioni o denotazioni sono anch’ esse oggetti di coscienza fenomenici, fanno parte di quegli insiemi o successioni di sensazioni fenomeniche o qualia (reali e intersoggettivi ovvero constatabili da chiunque in linea di principio oppure immaginari o illusori -“illusoriamente reali e materiali”: ippogrifi- o “autenticamente” mentali -ragionamenti, sentimenti, ecc.- e dunque puramente soggettivi, ovvero constatabili “privatamente”, unicamente da chi ne è soggetto) che accadono in queste circostanze nell’ ambito di un’ esperienza fenomenica cosciente; se accadono tali pensieri o considerazioni mentali di vario tipo (predicazioni, immaginazioni, speranze, domande, ecc.; verbali-linguistiche o non verbali-prelinguistiche), allora sicuramente, inevitabilmente anche i loro significati (solo mentali o anche reali) accadono come insiemi o successioni di sensazioni o qualia fenomenici immediatamente avvertiti e innegabili in quanto tali (“contenuti di coscienza”) oltre o “accanto” ad essi.
Ma ben diverso è il caso dei vari tipi di oggetti fenomenici di sensazione, pure costituiti da insiemi o successioni di qualia aventi realtà puramente fenomenica (“esse est percipi”!) che semplicemente accadano in quanto tali, cioè siano realmente sentiti (e “nient’ altro”); cioè il caso di contenuti di coscienza (qualia) che non siano inoltre oggetto di considerazione teorica, di pensiero (linguistico o meno: ”ulteriori qualia che li accompagnino”); in queste circostanze infatti non si ha alcun riferimento ad altro di fenomenico (da parte di essi) nel modo descritto a proposito delle eventuali “considerazioni teoriche” di essi, non accade realmente oltre ad essi alcuna altra, diversa cosa fenomenica (enti od eventi di coscienza costituiti da qualia) che ne costituisca in qualche senso o in qualche modo il preteso “riferimento intenzionale”. Se questi oggetti fenomenici di diretta, immediata sensazione (e non di pensiero, di “attenzionamento” o “presa in considerazione mentale” di sensazioni) “sono direzionati verso qualcosa”, come spesso amano dire i sostenitori dell’ intenzionalità, cioè se sono in relazione ad altro da se stessi, persistente anche oltre la loro durata temporale, anche mentre essi non accadono realmente, indipendentemente dal loro accadere, allora si tratta casomai di enti od eventi in sé o noumenici che ne sono gli oggetti e/o i soggetti-oggetti di percezione (delle percezioni stesse); che non è dimostrabile esistano o accadano realmente, che in linea teorica o di principio potrebbe anche darsi non esistano o accadano realmente.
Se riconsideriamo complessivamente tutti i tipi di autentici o pretesi riferimenti intenzionali possiamo concludere che (se e quando realmente accadono):

 

     a) ovviamente tutti, considerati nella loro immediatezza, sono costituiti per lo meno da qualia fenomenici (“esse est percipi”);

     b) quelli degli “atti di pensiero (linguistico o meno)” come predicazioni, dubbi, ricordi, speranze, ordini, domande, ecc. sono costituiti, oltre a ciò, oltre che da essi stessi considerati nella loro immediatezza (qualia fenomenici come concetti, oggetti di pensiero; linguistico, verbale o meno), anche da ulteriori qualia fenomenici che ne sono per lo meno connotazioni o intensioni mentali oppure anche estensioni o denotazioni reali (queste ultime persistenti anche oltre la loro durata temporale, anche mentre essi non accadono realmente, anche indipendentemente dal loro accadere) e che ne possono in un certo senso essere considerati i “riferimenti intenzionali” (e inoltre ovviamente anche da ciò che vi applica: predicazione, dubbio, speranza, ecc.);

     c) quelli delle immediate sensazioni coscienti (materiali o mentali) non oggetto di pensiero (predicazione, ricordo, speranza, ordine, ecc.) sono costituiti unicamente dai rispettivi qualia fenomenici “e basta”; non hanno alcun “riferimento intenzionale” fenomenico e constatabile, per l’ appunto sensibilmente, con certezza (ma casomai oggetti e/o soggetti in sé o noumenici, non percepibili sensibilmente, ma solo congetturabili, ipotizzabili senza certezza: questi concetti -“cosa in sé”, “noumeno”- potrebbero avere unicamente una connotazione mentale e non anche una denotazione reale).

 

Dunque non tutti i “contenuti di coscienza”, non tutti necessariamente gli insiemi o successioni di sensazioni fenomeniche (o qualia) sono “intenzionali”, non tutti inevitabilmente presentano con certezza indubitabile un (ulteriore e da loro stessi diverso) “contenuto intenzionale” fenomenico: solo ed esclusivamente quelli fenomenicamente sentiti in quanto “pensati”, come oggetti di pensiero (variamente declinato, ovvero “corredato da eventuali ulteriori qualia mentali”, come credenza, negazione di credenza, speranza, ecc.) lo presentano (e lo presentano nella fattispecie di intensione o connotazione mentale ed eventualmente pure di estensione o denotazione reale); ma invece quelli fenomenicamente sentiti puramente e semplicemente in quanto tali, in quanto accadimenti fenomenici di coscienza, insiemi e successioni di qualia materiali o mentali (in quest’ ultimo caso in quanto mentalmente, interiormente avvertiti accadere come tali e non in quanto avvertiti essere pensati, non in quanto avvertiti accadere come “oggetti o contenuti di pensiero”, linguistico o meno), non sono altro che, o per così dire esauriscono integralmente la loro “consistenza ontologica”, la loro realtà in quanto, immediati eventi di coscienza (qualia) “e basta”, non significanti alcunché, che non “alludono a”, che non “si riferiscono in alcun modo a”, che non “intenzionano” (ulteriormente a se stessi) alcunché di fenomenico, né di certo e indubitabile.

 

Giulio Bonali


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