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Elettricità e coscienza

di Isabella Di Soragna - Agosto 2014

 

 

L’elettricità non si accorge se dà luce a una lampada, a un frigorifero o a una centrale elettrica. Sembra una frase assurda, eppure è un esempio tangibile di quanto succede alla coscienza, al senso di esistere. Per uno strano meccanismo, al momento del risveglio improvviso dal sonno profondo, questa vaga sensazione legata al respiro, senza forma né colore, senza spazio né tempo, si accartoccia, prende forma in un ‘immagine di piccolo ‘’io’’ e il disco duro della memoria si mette in moto. Il corpo-mente è come la lampadina, il senso di essere l’elettricità. La radio o la tv non si mettono in testa di essere ”diverse o speciali”, dotate di autonomia e di volizione propria. L’entità “io”- a cui si aggiungono  nomi e  concetti a non finire - si carica invece del peso di infinite immagini e memorie - e perde l’immaterialità senza nomi o etichette della sua vera natura. Siamo talmente proiettati sul nostro schermo gigante che contiene mondi e galassie, regge e prigioni, assassinii e nascite, che non ci accorgiamo non solo che provengono dal nostro video interno - soprattutto quello che cerchiamo di tener nascosto, sia per apparire bravi ragazzi o il contrario, secondo l’immagine che abbiamo curato fin dalla nascita - ma che basta un colpo di spugna (stati di incoscienza) per annullare sia temporaneamente che  per sempre un film amato o detestato. Pur sempre un film anche in 3D, che può dissolversi o infrangersi, come se una bomba producesse un enorme buco in un magnifico quadro gigante. Una specie di Truman show in cui navighi su mari calmi e burrascosi finché ti accorgi che sei arrivato… ad un muro: tutto era finto!

Siamo talmente inzuppati fin dalla nascita in questo super-show che ora moltiplichiamo attraverso la rete, la Tv, gli I-pod, smartphone e oggetti simili, in una ragnatela così fitta che sembra invalicabile. Pochi hanno il coraggio di porsi la domanda che annullerà tutte le domande, per andare oltre: sono i disperati e i veri ricercatori, gli esploratori dell’impossibile. Un giorno dicono: “Basta!”  e invece di ingarbugliarsi di più nei fili di ragno-maya (illusione primordiale) o prendono una spada e tagliano il nido di fili o tornano indietro del tutto.” Da dove sono venuto?” iniziano a chiedersi. “Chi o cosa sono veramente? Cos’ero prima di essere concepito?”  Una volta iniziata questa ricerca, si è catapultati alla rovescia, sempre più all’interno, finché nella notte buia della mancanza di immagini e di concetti “qualcosa” di completamente imprevisto scardina tutto. Ci si rende conto che non si è caduti in nessun baratro, ci si ritrova solo  solidamente ancorati - e di nuovo qui è un paradosso -  a nessun punto di riferimento. Anche il senso di esistere si rivela falso, una stampella che non è mai esistita, eppure il senso di libertà è indicibile. Da nessuna parte e dappertutto.  E il corpo? E il mondo? E le galassie e i milioni di anni?  Volatilizzati. Appaiono ancora, ma diventano come le scene dei film in cui non puoi chiedere all’attore di cambiare vicenda o discorso. Allo stesso tempo diventano inutili tutte le diverse pratiche, le meditazioni, servite solo a stabilizzare la folle mente ballerina che invano cercava di rimanere in sella, creando ansie e gioie, drammi e successi per distrarre dalla ricerca che avrebbe provato la sua inesistenza.

Si è usciti dal grembo materno e dal mondo amniotico, dove si respirava attraverso il cordone ombelicale per ricadere in un altro utero gigante, cosmico, ma sempre limitato in cui il cordone è rappresentato dal sottile filo d’aria e del senso di esserci che ci accomuna. Il primo pensiero ‘’esisto’’ è considerato l’elemento “terra” dal sistema antico cinese ossia la “madre” la radice dello show.

Il grembo, la matrix è quello del mondo attorno a noi, sia nella veglia che nel sogno notturno. Ora si tratta di prendere definitivamente il volo, quello vero e definitivo. I cosmonauti ne hanno una vaga idea, un’inconscia ricerca di andare oltre lo spazio. Uscire dall’utero dell’illusione-matrice.

Questa matrice poi si veste delle finzioni più strane. Diventa lo Stato, il gruppo, l’etnia, la religione, la società, il club, il calcio e le organizzazioni, anche quelle new-age. Sono tutti ombrelli per difendersi dalla Realtà! Anche i neo-guru che si vantano di portare la buona novella e organizzano seminari e intrattenimenti, per dire che l’ego non esiste, tutto è o.k. e che siamo già illuminati o che l’illuminazione è inesistente(il che è vero), creano  malgrado questo una sottile stampella e mantengono in un limbo “spirituale”: rimangono nel senso di essere, quindi  solo sulla soglia e trascinano i loro discepoli che li seguono senza sosta a rimanere…allo statu quo, con gran soddisfazione dell’ego-mente e con la beffa di essere arrivati a destinazione.

I pochi che scoprono che il più grande inganno è la “creazione mentale” della coscienza, il pensiero “esisto”, il primo ologramma che contiene potenzialmente tutta l’ipnosi spazio-temporale, la rifiutano e  entrando nel fondo di se stessi, scoprono la frode galattica. Dopo questa rivelazione, poco a poco crolla anche tutta la costruzione del corpo e del mondo come se lo sono costruito, fondato su questo inganno iniziale.

In un primo tempo è necessario rendersi conto con lucidità del problema emozionale, del conflitto che si è infiltrato nel nostro sistema e ci condiziona.  Sono questi i nodi che la mente ha elaborato per anni e che la costante attenzione neutrale e la meditazione mettono a nudo. In seguito anche il fatto di “accettare” ciò che accade, mantiene la separazione fittizia, anzi la rende meno visibile. C’è qualcuno (io) che accetta qualcos’altro o che perdona o che si rassegna a soffrire: sono giochi dell’ego-mente. Si tratta di vedere, senza ombra di dubbio, che c’è un “io” (inventato ma imperante) che si erge a  giudice e soprattutto che è il pensiero su un determinato evento, la definizione di un’emozione o di un malessere che crea la sofferenza, non la cosa in sé. Se dovesse accadere al nostro vicino, saremmo dispiaciuti forse, ma non soffriremmo.

A questo punto anche “gli altri” chi sono? Esistono veramente o sono solo figuranti che ci creiamo nel film? Anch’essi fanno parte delle etichette elaborate dal sistema nervoso e cementate dal meccanismo della memoria. Se togli i pensieri, ossia non dai loro importanza, l’aria e l’io-sono che sono gemelli, non creeranno più la separazione: è solo quella che ci fa soffrire. Anche se hai un dolore fisico, è l’interpretazione o il “voglio o non voglio” che genera sofferenza. Anche il pensiero “morte” non farà più paura perché si tratta in definitiva solo di un pensiero o immaginazione e del terrore di abbandonare  l’io-sono. Il corpo è indifferente, che uno sia vivo o morto.

- Si dà tanta importanza, si cura e si coccola qualcosa che quando l’aria non vi passa più ci si affretta a buttarlo via! - così si esprimeva Siddharameshwar Maharaj, maestro di Nisargadatta Maharaj.

Ormai la fisica quantica, le neuroscienze, l’astrologia transpersonale e l’omeopatia unicista ci raccontano la stessa cosa. Viviamo solo le nostre percezioni e reagiamo ad esse di conseguenza. Ringraziando le nostre “ombre” e idealizzazioni, cancelliamo l’apparente separazione che è solo dovuta a un’interpretazione. Possiamo poi costatarlo in ogni momento o vicenda quotidiana. Ormai da tempo si è potuto verificare che un organo malato corrisponde esattamente ad una funzione psichica ignorata o soppressa, un trauma dimenticato. Se assisto a cataclismi in realtà o al cinema, -ormai sono esperienze verificate - sono solo reminiscenze vissute al momento del parto che porto in me e che proietto sullo schermo della vita. Come accennavo, alla nascita, appena tagliato il cordone ombelicale con un sospiro enorme di sollievo, continuiamo a conservarlo attraverso il filo d’aria nella matrice cosmica. Se viene a mancare a tutti l’aria, dove sono finite le città, le vicende politiche e la coda alle poste? Siamo ancora e sempre nuotanti nel liquido amniotico universale, nell’atmosfera e i suoi paesaggi dipinti dai nostri neuroni. Anche questi e tutto il sistema nervoso e il corpo, si rivelano concetti, apparenze.

Un’analogia mi venne in mente mentre osservavo la luna piena riflessa sul grande lago distante. Ne vidi un’altra (?) nel piccolo stagno davanti a casa e poi nella fontana poco distante. Quante lune in tutte le pozzanghere che sparivano all’alba e quanti soli nei milioni di pozze d’acqua nel mondo che sparivano la notte? Uno solo o miliardi? E che cosa sono i numeri?  Convenzioni che iniziano dallo zero e finiscono nello zero.

Ricordo anche la storia (simbolica) dell’uomo che aveva una stanza fatta di specchi dappertutto e con luci e scenari diversi dipinti qua e là. Lui sapeva che specchiandosi era sempre lui pur con mille riflessi e sfumature diverse. Un giorno lasciò la porta socchiusa e vi entrò il suo cane che cominciò ad abbaiare furiosamente contro tutti quei simili sempre più inferociti.  Fu talmente esausto che morì.

Si sente dire sempre più spesso: ”Tutto è un’illusione”. Questa frase non è considerata nella sua realtà profonda. Rimane ancora ben presente l’IO che lo determina e così il senso di essere o coscienza. Invece tutto quanto è un’illusione, non ci possono essere mezze misure. Se parlo di un miraggio, significa che sembra esserci, ci posso anche credere, ma in realtà NON esiste!  Se il corpo, il mondo e l’io-sono che li contiene, sono prodotti o riflessi di una finzione, anch’essi lo saranno altrettanto.

E i mondi paralleli? E i “viaggi” indotti dalle droghe, i voli sciamanici, gli stati di pre-morte, le apparizioni di divinità, di Madonne o di demoni? Sono sempre prodotti da quel sottile senso di esistere che si diverte a cambiare scenografie, per illuderci ancora di più. Facciamo tutto da soli. È sempre lo stesso mago incantatore che ci tieni sotto ipnosi e ci fa credere che cambiando spettacolo possiamo trovare libertà e felicità. Non cambia mai nulla. Non succede, non è mai successo e non succederà mai nulla, solo apparizioni inconsistenti. Vederlo con certezza significa già esserne fuori.

Tempo fa, ferma a un semaforo in una piccola cittadina tedesca intravidi un cartello su una porta con caratteri incisi ben visibili. C’era scritto: “Qui il 25 febbraio 1627 non è mai successo nulla”.

Accanto, vicino a un’altra porta: ”Qui neppure”. Segnali di un faceto o di un saggio?

Elettricità e coscienza    Elettricità e coscienza

 

Sogniamo di giorno, di notte, nei mondi paralleli, nei viaggi sciamanici e negli stati alterati di coscienza, finché c’è un filo d’aria che gira nei polmoni: è il nostro cordone ombelicale che non lasciamo andare. Ma chi sogna non è reale neppure quello. Fa parte del sogno. Questo spaventa il nido intricato chiamato mente che non molla la presa finché il fuoco della vera natura non riprende tutta la scena. Era sempre presente, prima del concepimento, milioni di anni fa e fra milioni di anni luce, ma era oscurata dal bozzolo dello spazio-tempo, invaghita dalle immagini olografiche belle o brutte della maga Circe potente e subdola o dalle sirene. Ecco perché Ulisse si fece incatenare all’albero della nave: voleva ascoltare, esserne cosciente, ma non farsi ammaliare e seguirle.
Elettricità e coscienzaAl mercato rionale di un paese di lingua francese, colmo di bancarelle ben fornite di ortaggi e ogni ben di Dio, spicca uno  strano banco vuoto con un cartello:

 

“Qui si vende vento”.  Sincronicità o riflesso della realtà sempre presente?



   Isabella Di Soragna
sunyata@bluemail.ch - www.isabelladisoragna.com


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