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La conoscenza attraverso il dolore
(Eschilo: pāthei māethos)

Di Velia Galati - Novembre 2018

 

E', questa, un'affermazione di una vastità e di una complessità di cui ci si rende conto man mano che ci si addentra nell'argomento; pertanto, questa è solo un'ipotesi, una traccia alla riflessione, una griglia concettuale per le osservazioni e i ragionamenti sui fenomeni che indichiamo con l'espressione di "sofferenza", una sofferenza che, per sua natura, è fondamentalmente di ordine psichico, non è un puro riflesso della sofferenza fisica. Parliamo, cioè, di stati d'animo, di sentimenti (emozioni) che sono comunque legati alla sfera cognitiva e alla sfera della valutazione. Sotto il profilo dell'analisi scientifica, la distinzione di "sofferenza psichica" è una distinzione di comodo; anche la sofferenza somatica, che non nasce da un disturbo somatico, non è avulsa dall'uomo che è un intero. L'uomo è sempre un'unità: soffre per una menomazione (basta un raffreddore per mettere in crisi l'umore, mi ammalo e non posso lavorare, soffro non perché sono malato, ma perché viene a mancare il reddito per la famiglia).
Sul piano dell'analisi, occorre distinguere il momento cognitivo dal momento della valutazione; è infatti sulla valutazione che si determina la sfera sentimentale e affettiva che entra in contatto con la realtà: "mi piace, sono felice"; "non mi piace, sono infelice".
Nella realtà, il discorso sulla sofferenza psichica è lasciato alla grande arte (letteratura, arti figurative, musica) che può darne una rappresentazione e può anche interpretarla. Si pensi alle 200 pagine di analisi della sofferenza per Albertina scomparsa, nella Recherche di Proust: la delusione sentimentale, l'ansia, il distacco...; e si pensi alla Crocefissione dell'Altare di Isenheim di Grunewald, o al Seppellimento di Cristo di Holbein il giovane, così come Dostoevskij lo fa descrivere a un personaggio dell'Idiota.
Ma non basta. Per quanto universale, il linguaggio dell'arte è pur sempre riferito a situazioni molto concrete. Abbiamo dunque bisogno di concettualizzazione; e, per rendere più chiaro questo pensiero, tenterò di definire una tipologia della sofferenza psichica facendo riferimento a tre poli: forma/espressione, cause/ragione, dialettica/pedagogia della sofferenza.
Fra le espressioni o formedella sofferenza possiamo distinguere quella che ha origini patologiche, cioè che nasce da disturbi psichici, e quella che ha un'origine fisiologica, le cui ragioni sono obiettive, comunicabili, comprensibili.
E c'è una sofferenza di cui si ha chiara la consapevolezza, le cui ragioni ci sono note, e puoi quindi confrontarti con esse, e quella di cui non si ha consapevolezza, ti crea un turbamento al quale non sai dare un nome (è il "malessere" dell'Innominato manzoniano, che scopre sé stesso e Dio). E, ancora, c'è chi ha strumenti per contrastarla e chi no, e ricorre all'aiuto esterno (dal lettino dello psicanalista al confessore, all'amico).
Un'altra polarità su cui occorre riflettere è quella della sofferenza individuata, intima, soggettiva, e quella determinata dal disagio socio culturale di chi deve confrontarsi con ragioni che derivano da una determinata cultura. Sofferenza endogena la prima, esogena la seconda, che nasce senza ragioni interne alla persona, ma che può determinare un disturbo psichico, può alterare i tuoi comportamenti, modificando il tuo rapporto col mondo, ti fa diventare cattivo, non ti fa comprendere gli altri.

La sofferenza pone, prioritariamente, l'esigenza di interpretazione, di ricerca delle cause, che si collega con tutta un'attribuzione di significati che sono il prodotto di una nostra personale elaborazione: perché soffro? Oppure, sono il prodotto di una cultura: soffro perché non sono bello (in una società in cui la bellezza è un valore dominante).
Nelle ragioni, nelle cause della sofferenza c'è un intreccio di fattori personali e socio culturali che influiscono sul loro insorgere. E c'è - in questi motivi di malessere - qualcosa che nasce dalla carne e qualcosa che nasce dallo spirito. Il primo aspetto riguarda il nostro essere nel mondo e il nostro essere con gli altri: nasce dall'inappagamento di un desiderio (materiale o spirituale), egoista se riguarda solo noi, relativo ai bisogni che possono essere causati da una frustrazione sciocca o anche malvagia, altruista, quello della condivisione e della compassione.
E c'è la sofferenza dello spirito, come quella di chi si perde nel mondo, ha smarrito i valori (e forse ritrova la pace nel Signore, in attività caritative o in una scelta monastica). E quella di chi vuole qualcosa di più dalla vita, di chi ricerca una crescita spirituale. E c'è una sofferenza dello spirito che nasce dal rancore, dall'odio, dall'invidia, ed una che nasce dall'amore, dall'amicizia (preoccupazione per, distacco da, separazione, lutto...). E c'è la sofferenza che nasce dalla passione per ideali e valori contrastati: valori della vita, della fede, della famiglia o anche ideali politici o patriottici. Pensiamo alla "malattia del disinganno" di Jacopo Ortis, al grido del Bruto alfieriano "o virtù, tu non sei che un falso nome"; a Giacomo Leopardi che, infermo, invoca "l'armi, qua l'armi, io sol combatterò"...) sono esempi letterari, ma tratti dalla realtà.
O, ancora, si può soffrire genericamente, per esempio, per le guerre, per le ingiustizie, per le miserie del mondo, e per coloro che fuggono dalla persecuzione, dalla guerra, dalla fame e, con la vita perdono i sogni, le speranze che avevano affidato ad un "negriero".
Le forme della sofferenza, gli innumerevoli modi in cui si esprime, sono condizionati dalla natura della persona e la rivelano: rivelano il suo mondo psichico, il grado di maturazione raggiunto in rapporto ai modi in cui elabora il suo tormento. Le forme, le espressioni della sofferenza sono allora i modi di elaborare e di reagire, che fra loro si intrecciano: soffro e rimango impassibile, soffro e mi dispero. Sulle cause (ragioni) e sulle espressioni (forme) della sofferenza, cioè del modo in cui si manifesta (si nasconde, si esibisce) si misura il grado di maturità della persona.

 

Vorrei ora dire qualcosa sulla didattica della sofferenza, della pedagogia della sofferenza, cioè di come vincerla in rapporto alla tipologia con cui si esprime. Occorre tener conto dell'estrema varietà di situazioni soggettive, ma anche della natura umana. Quando si parla di pedagogia della sofferenza, si deve entrare nella sfera cognitiva della  persona: "male di vivere ho incontrato..." (Montale): se penso al rio strozzato, al cavallo caduto, essi sono aspetti del male di vivere, in sé, fatti banali.
La pedagogia della sofferenza è un problema di singoli e della collettività. E poiché nel nostro tempo è anche uno dei più importanti in termini culturali, bisogna conoscere i rischi di affidarsi a chi fa della pedagogia della sofferenza interpretandola con un approccio riduzionista, di una sofferenza, cioè, nella quale si deve cercare il bisogno biologico insoddisfatto, negando, che possa avere una base immateriale.

La psicanalisi, uno dei grandi movimenti culturali che hanno dominato il secolo scorso, nega le ragioni spirituali della sofferenza e le riduce a dinamiche istintuali e pulsionali patologiche.
C'è chi affronta la sofferenza da angolature ristrette, ideologiche, infantili, e affidano le loro pene ad una serie di persone che finiscono per incidere sul destino di coloro che dovrebbero aiutare a superare uno stato di sofferenza, della quale essi danno una loro personale interpretazione. Anche a livello di comunicazione di massa, è serio il pericolo di un proliferare di trasmissioni che nello spazio televisivo legittimano conduttori, esperti ed opinionisti a interloquire sulla sofferenza delle persone e a prescrivere norme di comportamento. In una cultura che privilegia il momento della rappresentazione a quello della riflessione, problemi che avrebbero bisogno di raccoglimento, di un'analisi seria, di sedimentazione delle passioni, problemi che attengono la sfera dell'intimo, del privato, vengono discussi "in piazza". Conduttori e conduttrici, esperti ed opinionisti dettano compiacenti consigli e suggerimenti, veicolano messaggi anche demolitori di valori, come la famiglia, la morale, la responsabilità, la fedeltà; veicolano una pedagogia della sofferenza che produce un certo tipo di cultura... la quale, poi, produce quel genere di giornalisti, opinionisti ed esperti.
Per individuare scelte pedagogiche opportune ed efficaci, si debbono valutare una serie di fattori; per esempio, se le ragioni della sofferenza nascono da un bisogno materiale anche greve, biologico, o da immaturità, o se la sofferenza viene affrontata immaturamente.
Un'altra valutazione è relativa alla polarità patologia/fisiologia, cioè se la sofferenza della depressione nasca da un bisogno insoddisfatto, o se faccia parte del tessuto dell'esistenza, quella che è esterna a noi, ma in continuo rapporto con noi; e se affrontiamo la sofferenza di ordine "normale" in termini non normali.
Tutto ciò premesso, è opportuno richiamare l'etimologia della parola sofferenza: essa deriva dal tardo latino: sufferentia, che significa "sopportazione", "pazienza". E', questo, solo un dato etimologico, che può non coincidere con la realtà (non sono disposto a soffrire); e però indica un dover essere. Compito della persona che soffre, suo dover essere, è proprio quello incluso nell'etimologia della parola sofferenza. E qui è in gioco la pedagogia della sofferenza, in una società che la fugge, in cui la parola d'ordine sembra proprio questa: fuga dalla sofferenza: dalla propria con i tranquillanti, da quella altrui con l'indifferenza, il non coinvolgimento, l'egoismo insomma.
Alla fine, la sofferenza è un modo di essere dello spirito, e la pedagogia della sofferenza deve tener conto delle ragioni da cui essa scaturisce: dalla diversa percezione, dalla maturazione cognitiva, dalla maturazione emotiva, dalla maturazione spirituale.
Una pedagogia della sofferenza deve riguardare anche i bambini, gli adolescenti e i giovani. È un problema cruciale della personalità perché la sofferenza è uno stato psicologico che ha un'enorme soggettività, ragioni banalissime la possono scatenare (non avere un motorino), e la fuga da casa può sfociare in seguito in comportamenti disturbanti.  La fuga dalla sofferenza causata da situazioni più pesanti può approdare a conseguenze estreme (tossico dipendenza, suicidio). L'educazione alla pazienza, alla sopportazione è dunque un momento pedagogico fondamentale; e ha spesso   assunto significati distorti che giungono a negare il valore conoscitivo della sofferenza, per farle assumere la forma di una reazione di ribellione incontrollabile. Mi viene in mente un volumetto della serie "leggere per fare", un libretto dunque con intenzioni pedagogiche per gli scolari di classe elementare pubblicato nel lontano 1972, dal quale fu tratto un film realizzato dagli alunni di una quinta classe, guidati dal loro maestro, pubblicato in molte scuole e pubblicizzato in molti eventi. Titolo del libretto: "Quel brutale finalmente". I protagonisti sono: il maestro (quel brutale) e Giacomo, uno scolaro che, ripetutamente e invano, avendo chiesto al maestro il permesso di andare in gabinetto e dopo essersela fatta addosso si ribella e imbraccia un fucile e spara al maestro: "quel brutale finalmente" giace a terra morto. Ecco una perversa pedagogia della sofferenza.
Alla base di ogni pedagogia c'è un'antropologia, una visione della persona umana, un progetto della società, che fa riferimento ad un quadro di valori.

 

Velia Galati

Dott. Velia Galati - Psicologa

Medaglia d'oro al merito della Sanità Pubblica

 

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