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Matteo Ricci - Descrizione Della Cina

Di Roberto Taioli

Pagina 1/2 - Novembre 2017

 

 

PREFAZIONE

Lo scrittore francese Rabelais ironizza sull’arte della memoria in auge nel Cinquecento. Uno dei protagonisti del suo romanzo Gargantua (“Gargantua e Pantagruel) sapeva recitare a memoria interi testi di grammatica.
Non diversamente nello stesso secolo il Padre Gesuita Matteo Ricci usava le stesse potenzialità della memoria per conoscere la cultura cinese ed installarsi in quella civiltà.
Entrambi erano preti ma di diverse caratteristiche... Il primo è un genio, un medico immerso nel sangue e negli orrori degli ospedali dell’epoca in Francia, il secondo è un sacerdote lanciatosi come un pioniere all’esplorazione di un'antica civiltà. Non un conquistatore ambizioso ed avido, e che usava al posto della spada una immensa erudizione come chiave per aprire le porte dell’Impero celeste.
Matteo Ricci studiò a fondo il cinese applicando la mnemotecnica trasformando ogni ideogramma scritto in un’immagine da collocare nel “palazzo” della sua mente, la sua dimora mentale.
Aveva impiegato quasi sei mesi di navigazione per raggiungere la Cina con un bagaglio leggero. Il suo era infatti un bagaglio interiore, carico di notizie e di immagini che aveva riposto nella sua mente.
Jonathan D. Spence è l’autore della sua biografia. Egli si servi soprattutto della corrispondenza di Ricci (teniamo conto che la velocità delle poste era allora lentissima). Spence ricorda che Ricci aveva scelto come primo carattere da custodire nel palazzo della memoria le parole “guerra” e “guerriero” che si pronunciava wu.
Con la conoscenza del cinese Ricci si accostò ai classici sapienziali della cultura cinese: “a poco più di quarant’anni si considerava un vecchio ritornato scolaro”- cit. p. 7. Si concentrò soprattutto sui libri di Confucio che poi traduceva in latino, dopo averli imparati a memoria.
Modesto e umile di temperamento non diede mai prova di esibizionismo delle sue doti. Alcuni comunque sospettavano della sua sempre più penetrante presenza nel mondo cinese. Molti al contrario lo elogiavano. Si dice che Li Zhi un anziano letterato, provasse grande stima per Li Madou (il nome cinese di Ricci), soffermandosi sulla perfezione del suo cinese. Ricci soffrì molto quando seppe del suicidio di Li Zhi tagliandosi la gola in carcere perché un mandarino aveva criticato i suoi scritti e dato l’ordine di bruciarli.
Come missionario fu molto riservato e discreto, mai invasivo. Fino al 1595 si vestiva da monaco buddista, poi adottò l’abito dei letterati presentandosi come saggio venuto dal Grane Oceano con l’intenzione di acquisire “l’autorità necessaria per la propagazione del Santo vangelo”. cit. p. 10.
Il cambiamento di abito non fu meramente estetico; anni di studio e meditazione l’avevano convinto che il buddismo ed il taoismo erano religioni “pagane” e che solo il confucianesimo poteva essere accostato alla religione cattolica (accusa che gli venne poi rivolta dal Tribunale dell’Inquisizione che, ormai morto, decise la condanna della sua opera). L’accusa era che sposando Cristo e Confucio, Ricci aveva fatto del cristianesimo una religione contaminata dalla cultura cinese.
Fu versato anche nella conoscenza della matematica. Al Collegio Romano aveva conosciuto il tedesco Clavius che introdusse il calendario gregoriano. Clavius lo presentava ai cinesi come un secondo Euclide. Li Madou aveva poi fatto importare dall’Europa orologi che attiravano grande curiosità. Gli venivano anche attribuite doti di alchimista.
Autorizzato a risiedere a Pechino ivi morì nel 1610 non ancora sessantenne.
Una certa curiosità mista a diffidenza riguarda il passaggio riservato a Ricci nella storia dei Ming. Le fonti cinesi parlano della sua presentazione a corte tramite il potente eunuco Ma Tang (si vedrà altrove l’importanza della casta degli eunuchi come intermediari dell’Imperatore) che in precedenza l’aveva fatto anche arrestare.
Come geografo Ricci aveva provato l’esistenza del Grande Oceano orientale che non risultava nelle mappe cinesi. Ma l’imperatore lo volle accogliere concedendogli vitto e alloggio; “allora Li Madou gli disegnò una carta di tutti i paesi della Terra. Vi raffigurò cinque continenti e tanti reami”. cit p.12.

 

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Matteo Ricci e la Cina dei Ming

(A cura di Filippo Mignini)


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