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L'origine della filosofia secondo Bruno Centrone

Di Gianfranco Cordì - Luglio 2019

 

Sostiene Bruno Centrone (nel libro Prima lezione di filosofia antica, Laterza, Roma-Bari, 2015) che con Platone e Aristotele la filosofia si rende cosciente di ciò che è. Di ciò che essa stessa è. Con questi due «filosofi» questa nostra disciplina opera e mette in atto una «Risemantizzazione degli stessi termini “filosofia” e “filosofo”, già in uso in precedenza, la formazione di un lessico specializzato, la consapevolezza di sé che la nuova disciplina acquisisce nella sua autorappresentazione, unita allo sforzo di determinare la propria particolare natura, e soprattutto la dimensione formale dell’indagine, che prescinde da contenuti legati a bisogni particolari o all’immediatezza storica». Insomma con questi due filosofi la filosofia diventa adulta. Dal suo principiare magmatico (nei cosiddetti Presocratici) o ancora più indietro nei miti orfici e nel complesso di credenze venute dall’Oriente: adesso la filosofia trova la propria ragione d’essere in sé stessa. Si emancipa. Diventa veramente protagonista della storia. Bruno Centrone, puntando il focus della sua attenzione sulla «filosofia antica» ci restituisce il senso di un’epoca (quella degli antichi greci), la conformazione di una società e tutto un complesso sistema di riti, miti, acquisizioni teoriche e verità afferenti al mondo greco che fanno da cornice al fulcro della «prefazione» che egli scrive.  Infatti Centrone scrive che questo libro è: «Una prima lezione che si arresta dove la filosofia vera e propria comincia». Non di filosofia infatti - volendo usare un ragionamento e un modo di concettualizzare volutamente ellittico - si parla in queste pagine ma di linguistica. L’uso dei termini filosofici è ciò che indaga Centrone in relazione ai loro smottamenti semantici e cambiamenti nel corso del tempo. Apprendiamo subito che: «Inizialmente la figura del filosofo ispira diffidenza nella società circostante, in modo corrispondente alla novità del nome, o almeno ad un suo uso particolare, quando da aggettivo che qualifica un atteggiamento positivo di curiosità intellettuale si trasforma in un sostantivo che indica un preciso tipo umano, spesso considerato inquietante dal normale cittadino». Questo filosofo fatica a farsi largo nelle maglie della società greca. E, nello stesso tempo, fatica a comporre quelli che saranno i tratti della sua filosofia e della filosofia in generale.  Ciò avviene, appunto, con Platone e Aristotele. Dice Centrone: «Di fatto, solo negli scritti di Platone si può documentare per la prima volta la presenza di un’indagine a carattere formale, che è appannaggio della prospettiva strettamente filosofica». Quale è il dato storico certo? «Il dato certo è che in un determinato momento storico nello sviluppo dell’antica civiltà greca è nata e ha continuato a esistere, sino ai nostri giorni, una forma di sapere autonoma e distinta da tutte le altre, chiamata con il nome di “filosofia”; e che gradualmente, già nel V secolo a.C., si è delineato un tipo umano del filosofo con una sua fisionomia, percepito dai contemporanei come una novità anomala, e diventato solo in seguito un professionista del sapere con una sua identità sociale». Ma qual è l’importanza di Aristotele? Intanto c’è da dire che «I “sapienti” si trovano solo in un passato remoto, e per sapienza si intende comunemente un patrimonio di conoscenze universale e di rango elevato, in molti casi ritenuto di origine divina, posseduto da pochi uomini straordinari, presumibilmente eccellenti anche dal punto di vista morale; e certo è di questo genere la sophìa che i Greci attribuivano ad alcune personalità carismatiche del loro tempo, quali i celebri sette sapienti chiamati anche sophistài». Il filosofo non è un sapiente. Anzi, meglio ancora: il filosofo non è sapiente. Egli possiede invece una caratteristica: egli si rivolge verso il sapere. Non ha un atteggiamento di chiusura e di antagonismo rispetto al sapere ma invece gli va incontro. In questo senso in Aristotele: «Questo sapere è amato e ricercato di per sé e non in virtù di un uso pratico».
Ma qual è la temperie culturale greca che Centrone mette in scena? «Nel linguaggio e nel pensiero arcaico verità e realtà sono sostanzialmente indistinte». Nell’ambito della teoria della conoscenza: «Il lessico basilare si forma a partire da ciò che cade sotto l’esperienza immediata. Gli strumenti della conoscenza sono in rapporto in primo luogo con la sensazione, e non sempre risulta facile distinguere, alle origini, l’organo fisico della sua funzione». «La civiltà greca è stata definita una “civiltà della visione” in cui predomina la dimensione oculare». «Considerato il realismo di fondo del pensiero greco, potremmo aspettarci come naturale la contrapposizione tra un soggetto conoscente e un oggetto di conoscenza da esso indipendente. In greco non si dà invece una coppia terminologica corrispondente. Ciò non significa che soggetto e oggetto siano concepiti come un’unità: l’oggetto della conoscenza è qualcosa di reale ed esistente di per sé. Non c’è però un termine specifico che lo designi». Una civiltà, insomma, quella greca in cui paiono cadere molte distinzioni proprio della nostra epoca contemporanea. Tutto è più chiaro; tutto è evidente; tutto è manifesto. Dice inoltre Centrone: «Per la morale popolare kalòn è anche il moralmente bello, come il suo contrario, l’aischròn, può essere sia ciò che è esteticamente brutto, sia ciò che è particolarmente turpe, moralmente riprovevole e di cui vergognarsi, come abbandonare i più anziani in battaglia (Tirteo). Aischròn ha la stessa radice di àischos e aischýne, vergogna, e una fortunata sintesi ha qualificato la grecità almeno in una sua fase, come “civiltà della vergogna”. Ciò che non si deve fare coincide con quei comportamenti di cui si prova vergogna in pubblico». Ora, la novità di Platone e Aristotele, rispetto alla tradizione pseduofilosofica a loro precedente, è la «definizione formale» dei problemi. Il mettere in connessione con riferimenti razionali tesi e antitesi in un unico quadro coerente. L’esatta delimitazione dello spazio che si apre alla riflessione riguardo a un determinato argomento. Platone e Aristotele sviluppano e forniscono una veste concettuale a quello che prima di essi era una nudità composta solamente da intuizioni disorganizzate, sprazzi di pensiero, speculazioni inarticolate sulla saggezza, motti di spirito, detti che si tramandavano di padre in figlio, equazioni concettuali che non si risolvevano ma che servivano solo per sollevare la questione della loro risoluzione. In tutto (in Talete, Anassimandro, Anassimene, eccetera) non possedeva ancora la veste del concetto. Platone e Aristotele si chiedono invece il «che cos’è» quello che hanno di fronte. Siamo davanti a una tesi rivoluzionaria? Quella di Centrone è una provocazione? Secoli di storie della filosofia impostate sulla nascita di questa disciplina come appannaggio di Talete vanno gettati via?  Platone a Aristotele - a giudizio di Bruno Centrone - non si lasciano abitare, come i Presocratici, dai loro pensieri vissuti come illuminazioni sporadiche ed occasionali. Ma di «pensiero» si può parlare se con questi «pensatori» non è ancora nata la filosofia? Centrone utilizza, per dimostrare la sua tesi, tutto un complicato sistema semantico e linguistico attraverso la disamina che l’uso di alcuni termini topici (della storia della filosofia) hanno in determinati autori e nella civiltà greca nel suo complesso. La sua indagine pare a tratti percorrere strade, temi e argomenti propri della semiotica. Prendiamo ad esempio il concetto di «anima». Bruno Centrone scrive: «Per anima si intende tradizionalmente un principio costitutivo dell’uomo in genere concepito come immateriale e pensato in opposizione al corpo, ad esso superiore, capace di dirigerlo durante la vita e probabilmente di sopravvivergli; l’anima è la sede delle facoltà razionali, ma anche il centro della vita emotiva, delle passioni, dei sentimenti, e in essa risiede il “sé” della persona». E dopo aver così definito il suo oggetto il nostro autore passa a considerare: il fatto che gli animali non hanno un’anima, zoé nel senso di «vita», psychè («La cui derivazione etimologica è dal verbo psýcheb, soffiare, rinfrescare»), spiritus (soffio), eccetera. Infine conduce tutte queste sue considerazioni a convalidare la propria tesi di fondo. In questo caso (nel caso dell’argomento «anima») la tesi di fondo di Centrone riguarda il solo Platone. Infatti il filosofo ravennate scrive: «Nel mondo greco arcaico gran parte delle funzioni tradizionalmente proprie dell’anima sono estranee alla psychè; più radicalmente, non c’è, sino a Platone, un’entità specifica che corrisponde all’anima intesa come il centro coordinatore sia delle funzioni vitali di base che della vita intellettuale ed emotiva». Centrone, insomma, utilizza questo suo metodo anche con riferimento ad altri argomenti: essere, verità, conoscenza, bene. Citando Eraclito centrone afferma: «Come “barbari” erano per i Greci coloro che non parlavano la loro lingua, così anime barbare sono quelle incapaci di comprendere ciò che ad esse viene trasmesso da vita e udito, i due sensi più importanti». Con questo passo Centrone sta cercando di sviscerare il tema della «metempsicosi» (sempre per avvalorare la sua tesi centrale) e produce, forse suo malgrado, un cortocircuito fra l’ethos del mondo greco (preso nel suo insieme) e la speculazione linguistica di un singolo pensatore. Si ha a questo punto e allora che vari e sparuti frammenti di linguaggio restituiscono (o tendono a restituire) il senso di una koiné culturale e, nello stesso tempo, servono a rammendare e ricamare un discorso che vuole essere conseguente e congruo. «Ma il processo descritto giunge a compimento con Platone»: è chiaro che, alla fine, ciò che restituisce il significato precipuo di un’epoca e la forza della nascita di una nuova disciplina sono, ancora una volta, Platone e Aristotele. Tutto cartesianamente e improvvisamente, con loro, si fa chiaro e distinto. Tutto giunge ad essere definito; tutto il gioco linguistico trova la sua degna conformazione e conclusione. Il fatto che la filosofia divenga sistema, per Centrone è indice esatto e preciso della sua nascita in quanto disciplina autonoma. È la verificazione del concetto; l’apoteosi della rappresentazione; il culto del dato che si fa teoria. «Uno degli indicatori» - afferma a questo punto Centrone riferendosi a quei parametri che egli ha assunto per sceverare il momento della nascita della filosofia visto nell’esperienza di pensiero di Platone e Aristotele - è «il passaggio a una considerazione di tipo formale che si interroga sui concetti fondamentali andando oltre i contenuti occasionali». Insomma nei sofisti poteva pure esserci della filosofia: ma essa non era bilanciata, sistemata, sistematizzata, organizzata, redatta e raccolta in uno schema organico. Centrone lo dice a chiare lettere alla fine di questo suo bellissimo libro; egli ha infatti considerato «Le condizioni storiche e i contesti specifici in cui la filosofia si è sviluppata». Una filosofia (che poi in definitiva è la Filosofia con la maiuscola) che nasce in un luogo preciso, in un tempo determinato e che ha a che fare con un contesto socio-culturale evidentemente assimilato e codificato. Platone e Aristotele giungono alla fine di tutto un percorso (processo) di pensiero e danno ordine a quel disordinato fluore di lampi di consapevolezza, e intuizioni che li hanno preceduti. Certo non considerare i Presocratici (e specialmente Pitagora che fu il primo a definirsi filosofo) è un azzardo ma centrone crede fino in fondo al suo teorema. Le ragioni che porta per dimostrarlo sono, tutto sommato, buone!

 

Gianfranco Cordì
Dottore di ricerca in filosofia

 

NOTA

Bruno Centrone è scrittore, saggista e professore di Storia della filosofia antica presso l'Università di Pisa.

 

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