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Riduzionismo ed emergenza

Di Giulio Bonali
Maggio 2017

 

 

Nell’ambito della filosofia della scienza, della filosofia della mente e delle stesse scienze naturali vengono frequentemente proposti e discussi i concetti di “riduzione” e di “emergenza”.

 

A proposito dei diversi aspetti della realtà naturale materiale, più o meno semplici oppure complessi, più o meno “fondamentali”, non ulteriormente analizzabili in termini più elementari e generali oppure “secondari”, derivabili da o “riconducibili” a, conseguenti ad aspetti più elementari o generali, a teorie “riduzioniste” si contrappongono teorie “emergentiste”. Spesso si parla, d’ambo le parti, in termini di “livelli” della realtà caratterizzati da diversi gradi di complessità: livelli “più semplici” o “inferiori” e livelli “più complessi” o “superiori” di organizzazione di enti ed eventi reali; ma forse sarebbe più corretto parlale di modalità del divenire naturale più generali-astratte, più universalmente o indiscriminatamente diffuse oppure di modalità più particolari-concrete, relative a componenti od aspetti più limitati, meno indiscriminatamente diffusi o generalizzati (le quali peraltro si integrano senza contraddirle, con le modalità più generalizzate e più universalmente diffuse, rispetto alle quali sono per così dire “non alternative ma complementari”).

 

E’ il caso ad esempio dei rapporti fra la realtà naturale studiata dalla fisica (in particolare la fisica quantistica), e quella oggetto della chimica, fra quella oggetto della chimica e quella oggetto della biologia, dei rapporti fra biologia animale in generale ed etologia o scienza del comportamento animale (e in particolare umano considerato nei suoi aspetti naturalistici), fra etologia (in quanto parte della “storia naturale”) e comportamento peculiarmente umano o “cultura” (etica, politica, storia, ecc.); e anche, secondo una convinzione largamente diffusa ma a mio parere errata, trattandosi in questo caso di una questione ben diversa come cercherò di argomentare, a proposito dei rapporti fra materia (cerebrale) e coscienza (in generale; e pensiero nell’ ambito della coscienza in particolare).

 

Di fatto spesso succede che in un primo tempo “livelli superiori o più complessi” della realtà naturale materiale vengano conosciuti scientificamente (almeno in alcune delle caratteristiche, empiricamente constatate o confermate come generali, universali e costanti del loro divenire, le quali sono tuttavia loro peculiari, non più generalmente ed indiscriminatamente diffuse in natura), mentre in un secondo tempo si riesce a darne una spiegazione in termini di “manifestazione”, di delle leggi naturali dei “livelli inferiori” quali del tutto ovviamente (ovvero senza particolari problemi di interpretazione) “si applicano” alle condizioni peculiari (particolarmente complesse) proprie dei “livelli superiori”. Così ad esempio prima Darwin ha scoperto “al livello biologico” l’ evoluzione delle specie viventi per selezione naturale, e poi si è compreso “al livello (bio-) chimico” che si trattava di “ovvie”, non minimamente problematiche manifestazioni di mere reazioni chimiche quali accadono nelle condizioni peculiari, estremamente complesse della materia vivente: mutazioni negli acidi nucleici, realizzazione dei fenotipi degli individui viventi (cioè, per dirlo molto grossolanamente, processi di trascrizione e di traduzione del DNA e conseguenti catalizzazioni ad opera degli enzimi prodotti dalla trascrizione e traduzione stessa, ecc.) e infine interazione metabolica di questi ultimi con l’ ambiente e con gli altri individui della specie (in ultima analisi altri eventi meramente chimici, per quanto complicatissimi).

 

Le teorie riduzioniste affermano in sostanza che questo tipo di relazioni (qui accennato in forma decisamente semplicistica: un mero schizzo da volgare imbrattatele di scarso talento mentre sarebbe più adeguato un affresco michelangiolesco!) fra diversi livelli di complessità o di organizzazione del mondo naturale materiale costituisce la “regola generale” universale e costante: in linea teorica o di principio (non sempre, e magari alquanto raramente, di fatto, in pratica) se si conoscessero “per filo e per segno” (con adeguata completezza e precisione) sia le leggi del divenire del livello inferiore o più generale-astratto che le condizioni particolari concrete caratteristiche del livello superiore o più particolare, allora se ne potrebbero dedurre logicamente le peculiari modalità universali e costanti del divenire del secondo di esse come di fatto empiricamente rilevate (non di rado in precedenza).

 

Invece secondo le teorie emergentiste vi è sempre un “qualcosa”, un “di più” del livello di organizzazione superiore che non è deducibile, nemmeno in linea di principio, dalla conoscenza delle leggi generali del divenire naturale del livello inferiore e delle caratteristiche peculiari proprie del superiore stesso, per quanto dettagliate, precise e complete siano tali conoscenze.

 

La questione a mio parere si potrebbe dirimere, almeno nella maggior parte dei casi, a favore del riduzionismo purché si tenga conto che (in generale; e in particolare al livello di organizzazione più basilare o elementare della realtà materiale naturale, quello studiato e conosciuto dalla microfisica quantistica) per poter disporre di una conoscenza scientifica completa dei processi naturali non vanno considerate solo le leggi universali e costanti del divenire della realtà materiale stessa, astratte da parte del pensiero (umano; scientifico) dalle sue caratteristiche particolari concrete (le “condizioni iniziali” o “condizioni di fatto a un determinato tempo”).

 

Per poter prevedere scientificamente gli eventi particolari concreti futuri (e quindi eventualmente cercare di ottenere determinati scopi, purché realistici, impiegando mezzi efficaci nelle condizioni oggettive date) ovvero per poter ricostruire gli eventi passati (per calcolarli, cioè dedurli “a priori” dalla conoscenza del presente e delle leggi generali del divenire; per poi magari verificare empiricamente a posteriori la correttezza o meno dei calcoli eseguiti) non basta conoscere le leggi generali astratte (universali e costanti) del divenire naturale, ma occorre anche conoscere con sufficiente completezza e precisione per l’ appunto uno “stato iniziale” convenzionalmente stabilito (per esempio lo stato presente), cioè le condizioni particolari concrete della realtà naturale materiale (in divenire) a un determinato istante di tempo.

 

Ma i rapporti fra livelli di organizzazione di diversa complessità della realtà materiale e le caratteristiche generali astratte (universali e costanti) del suo divenire in ciascuno di essi sono del tutto analoghi a quelli fra leggi generali astratte universali e costanti e caratteristiche particolari concrete del divenire naturale in ciascun livello.

 

Le modalità generali astratte universali e costanti del divenire di un livello di organizzazione (di qualche ordine) “superiore” (non di quello elementare, non del “più semplice o fondamentale” in assoluto, se mai esiste) della realtà naturale materiale sono solo relativamente generali astratte; cioè possono essere considerate tali solo relativamente a quelle di un livello ulteriormente superiore o più particolare o più complesso, mentre relativamente al livello “sottostante” o immediatamente più semplice si tratta di eventi, di casi relativamente più particolari e meno astratti del divenire naturale secondo le leggi di tale livello “sottostante”: le leggi universali e costanti del divenire dei livelli inferiori sono più generali astratte di quelle dei livelli superiori nello stesso modo in cui un genere è più generale astratto di una specie, per parlare in termini aristotelici; ovvero nello stesso modo in cui un insieme può comprendere sottoinsiemi come suoi elementi (come l’ estensione di un concetto universale può comprendere concetti relativamente più particolari e comunque astratti, sia pure in minor grado o “misura”).

 

Dunque per poter calcolare o dedurre “(relativamente) a priori” le leggi del divenire di un livello di organizzazione della realtà materiale più complesso dalla conoscenza scientifica del livello immediatamente inferiore non basta conoscere le leggi generali astratte universali e costanti  del divenire di quest’ ultimo, ma invece bisogna conoscere con sufficiente completezza e precisione anche le caratteristiche peculiari relativamente più particolari e meno generalmente astratte del livello di organizzazione più complesso stesso.

 

Spesso di fatto è soltanto l’ insufficiente considerazione di queste caratteristiche peculiari del livello superiore a impedire di rilevarne la riducibilità a quello immediatamente più semplice, del tutto possibile invece in caso di sufficiente conoscenza adeguatamente completa e precisa di esse: è questo per esempio il caso dei rapporti fra le leggi (chimiche) delle proporzioni definite nei legami molecolari fra gli elementi e delle loro variazioni nelle reazioni chimiche (sintetizzate nella tavola periodica di Mendeleev) da una parte e le leggi (fisiche; quantistiche) delle distribuzioni in livelli energetici definiti degli elettroni negli atomi; oppure quello dei rapporti fra le leggi (chimiche) delle reazioni catalitiche fra le sostanze organiche e le “leggi” o modalità (biologiche) dell’ evoluzione naturale delle specie viventi.

 

Può capitare tuttavia che vi siano aspetti qualitativi dei livelli di organizzazione “superiori” della realtà naturale che sono imprevedibili in base alla conoscenza (sia quantitativa sia eventualmente qualitativa) dei livelli immediatamente “inferiori”, per completa e precisa che essa sia. Per esempio dalla conoscenza scientifica in linea di principio “completa” dell’ ossigeno e dell’ idrogeno come elementi chimici, e inoltre dalla conoscenza delle loro caratteristiche qualitative (colore, odore, stato di aggregazione molecolare -gassoso- alle temperature “correnti”) non è possibile calcolare o dedurre le caratteristiche qualitative del loro composto “acqua comune” (H2O: il suo essere incolore, inodore, insapore, liquido alle temperature “correnti”).

 

Ma questo è un aspetto generale ben noto della materia (la realtà naturale – materiale) in generale: il fatto che essa presenta qualità “primarie” direttamente o immediatamente misurabili quantitativamente (stabilendo fra di esse rapporti espressi mediante numeri) e qualità “secondarie” non misurabili quantitativamente in maniera diretta o immediata, ma soltanto indirettamente, attraverso la conoscenza diretta di caratteristiche “primarie” immediatamente misurabili (per esempio riconducendo i colori degli oggetti alle lunghezze d’ onda della luce riflessa, in conseguenza dell’ interazione fisica fra luce incidente e disposizione energetica degli elettroni, o l’ intensità degli odori alla concentrazione delle molecole di sostanze aromatiche che interagendo con i recettori sensoriali olfattivi ne determinano la percezione).

 

Ora, come aveva già giustamente rilevato Galileo (che peraltro dava un’interpretazione a mio parere errata delle loro caratteristiche, da lui ritenute oggettive nel caso delle qualità primarie e soggettive soltanto nel caso di quelle secondarie (mentre Berkeley e Hume rilevarono, a mio parere correttamente, che entrambi i tipi di esse sono di natura meramente sensitiva, apparente, “fenomenica” per dirlo “a la Kant”), la conoscenza propriamente scientifica della natura è possibile unicamente prendendone in considerazione le qualità “primarie”, direttamente misurabili e dunque sottoponibili a “trattamento matematico” (il libro della natura essendo scritto “ in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”, secondo la celebre espressione del Saggiatore di Galileo).

 

E questo per il semplice fatto che la conoscenza scientifica è sostanzialmente astrazione di caratteristiche generali, assunte (indimostrabilmente: Hume!) essere universali e costanti, del divenire naturale dalle altre sue caratteristiche particolari concrete; e una verifica (o meglio: una “conferma” o non falsificazione: Popper) “saldamente fondata”, ragionevolmente certa e sicura, non meramente soggettiva ma tale da poter essere riconosciuta e “stabilita” intersoggettivamente di tali caratteristiche generali (pre-) supposte essere universali e costanti del divenire naturale non può evidentemente basarsi su osservazioni di incerte, vaghe, “sfumate”, mal definite caratteristiche qualitative ma soltanto su osservazioni di caratteristiche quantitative “solidamente rilevate”, nette e precise (per quanto di una precisione insuperabilmente limitata, relativa), quali possono essere unicamente i rapporti quantitativi (numericamente esprimibili) fra le qualità “primarie” degli oggetti (enti ed eventi fisici).

 

Ed invece le caratteristiche qualitative (le “qualità secondarie”) della stessa natura materiale non sono passibili di conoscenza scientifica diretta per l’ appunto per il fatto che non sono misurabili attraverso rapporti esprimibili da numeri; se ne può casomai solo vagamente cercare di “soppesarne” o “ponderare” l’ intensità relativa (cioè si può a malapena stabilire, per esempio, se un oggetto di un certo colore sia più chiaro o più scuro di un altro o più se un verde sia più “vicino” o simile a un blu oppure a un giallo di un altro, se un suono sia più acuto o grave di un altro o se un certo sapore sia più intenso, più acido o più dolce di un altro, ma direttamente non certo di quanto!), analogamente alle caratteristiche proprie dei fenomeni mentali o di pensiero (esattamente nello stesso modo si può a malapena stabilire se un cibo ci piace più o meno di un altro -in determinate circostanze della nostra vita- o se un certo sentimento sia più intenso di un certo altro sentimento, ma non certo di quanto!).
Dunque semplicemente esula dalla scienza qualsiasi considerazione fra le caratteristiche qualitative (proprie delle qualità “secondarie”) degli oggetti dei vari “livelli di organizzazione” della realtà naturale materiale e l’ ipotetica deducibilità o meno di quelle (fra di esse) degli oggetti propri dei livelli “superiori” da quelle degli oggetti propri dei livelli immediatamente “inferiori”.

 

E comunque in ogni caso, anche qualora vi fossero modalità generali del divenire di livelli “superiori” della realtà materiale - naturale che non siano nemmeno in linea teorica o di principio deducibili da una conoscenza adeguata fin che si voglia delle leggi generali universali e costanti proprie di quelli “immediatamente inferiori” e dalle condizioni particolari concrete che si danno di fatto nei casi di quelli superiori stessi, anche ammettendo questo, cambierebbe ben poco e di ben scarso rilievo ontologico nel divenire naturale in generale, il quale seguirebbe comunque modalità o leggi universali e costanti astraibili da parte del pensiero dalle restanti sue caratteristiche particolari e concrete.
Unica differenza ontologicamente rilevante rispetto all’ ipotesi di perfetta riducibilità di ciascun livello di organizzazione al livello immediatamente inferiore sarebbe che le leggi universali e costanti del divenire della realtà naturale materiale organizzata in livelli di organizzazione di diversa complessità non completamente riducibili a ma invece “emergenti” da quelli immediatamente più “elementari” sarebbero complessivamente meno semplici, più complicate, ovvero che vi sarebbe necessità di maggiori informazioni (di un numero maggiore di proposizioni) per darne una descrizione completa.

 

Ma la questione dei rapporti fa cervello e mente (ovvero fra materia e coscienza) si pone in termini ben diversi da quella riducibilità/emergenza.

 

Infatti la coscienza (con i suoi contenuti materiali: sensazioni di “oggetti” -ovvero enti ed eventi- fisici” o “esteriori” come montagne, piante, animali, terremoti, rivoluzioni planetarie, ecc.; e pure cogitativi: sensazioni di “oggetti -ovvero enti ed eventi- mentali” o “interiori” come pensieri, ragionamenti, sentimenti, desideri, “stati d’ animo”, ecc.) non è una parte del mondo fisico o materiale che possa “essere ridotto” a “livelli di organizzazione” più semplici “inferiori” di questo (fino ai suoi costituenti più semplici o “elementari” o basilari, come particelle/onde subatomiche e/o campi di forza) oppure che, in alternativa, da essi possa “emergere”.

 

E’ ben vero che, come sempre più convincentemente rilevano e dimostrano le moderne neuroscienze, senza determinati eventi neurofisiologici cerebrali (riducibili a determinati eventi fisico-chimici) non ci sono determinati eventi di coscienza (e viceversa!), ma la coscienza non é identificabile con tali eventi neurofisiologici cerebrali (riducibili a tali altri eventi fisico-chimici).

 

Una perfetta riducibilità può rilevarsi fa i cervelli, che con il loro funzionamento regolano il comportamento animale (e in particolare umano) nell' ambiente naturale, e le particelle/onde subatomiche, i campi di forza, ecc. che si trovano dentro di essi e da cui essi sono costituiti; ma invece le esperienze coscienti che necessariamente accompagnano il funzionamento dei cervelli e i conseguenti comportamenti animali sono ben "altre cose" del funzionamento dei cervelli stesso e non si trovano affatto dentro di essi (e dunque non sono riducibili a ciò cui sono riducibili i cervelli e ciò che nei cervelli si trova, di cui essi sono costituiti).

 

Per la chiusura causale del mondo fisico (che è necessario ammettere perché esso divenga ordinatamente secondo le modalità o “leggi” universali e costanti che vi rileva la conoscenza scientifica), gli eventi che accadono nei cervelli (umani e in forme più semplici o “rudimentali” di altre specie animali) e dai quali dipendono i rispettivi comportamenti, che siano riducibili a (come credo di fatto) o che emergano da quanto scoperto e descritto dalla biologia (che è a sua volta “riconducibile per riduzione o al limite per emergenza alla fisica-chimica”, o magari alla meccanica quantistica), non possono essere identificati con, né in alcun senso essere prodotti o causati da, i pensieri, le emozioni; in generale i contenuti mentali coscienti, e in particolare i pensieri o le sensazioni interiori delle volontà e decisioni, non possono produrre o causare gli eventi neurofisiologici cerebrali - cui invece necessariamente coesistono e biunivocamente corrispondono - né di conseguenza indirettamente le azioni, i movimenti e in generale i comportamenti dei corpi umani e animali che agli eventi neurofisiologici cerebrali conseguono causalmente.

 

E infatti gli altri cervelli oltre al "proprio" di ciascuno, o almeno una parte di essi, in linea teorica o di principio potrebbero anche funzionare benissimo come funzionano, con tutte le conseguenze comportamentali che ne conseguono, anche senza che a ciascuno di essi coesista in corrispondenza biunivoca un' esperienza cosciente (che infatti vi ammettiamo coesistere necessariamente senza poterlo in alcun modo dimostrare e men che meno constatare: in quest’ ultimo caso si tratterebbe infatti inevitabilmente di "contenuti" della "nostra propria" di coscienza"), e se così fosse non ce ne potremmo accorgere in alcun modo (ipotesi “degli zombi” di David di Chalmers).

 

Per comprendere correttamente i rapporti mente/cervello (o coscienza/materia) é necessario superare il diffusissimo pregiudizio (quasi da senso comune) per il quale la coscienza si troverebbe nel cervello; nel cervello ci sono invece ben altre “cose”, e cioè solamente neuroni e altre cellule con le loro membrane, i loro assoni e le loro sinapsi, con i loro eventi neurofisiologici (trasmissioni di potenziali d' azione lungo fasci di assoni, eccitazioni e/o inibizioni trans-sinaptiche, ecc.) perfettamente riducibili ad eventi coinvolgenti particelle/onde subatomiche, campi di forza, ecc.: nient' altro!

 

Per esempio ciò che necessariamente accade nel mio cervello mentre sto vedendo un arcobaleno o un coloratissimo albero fiorito oppure mentre sto ragionando sulla dimostrazione di un teorema geometrico o provando un desiderio o un sentimento, e che chiunque in linea di principio potrebbe verificare (nell' ambito della propria esperienza cosciente, diversa dalla mia) é indubbiamente qualcosa di molto diverso da tali miei contenuti fenomenici di coscienza coi quali pure non può non coesistere (e viceversa).

 

E’ necessaria una sorta di “rivoluzione copernicana” consistente nel rendersi conto che invece sono i cervelli ad essere nelle coscienze di chi (direttamente o indirettamente, attualmente o per lo meno potenzialmente) li esperisce ed eventualmente li osserva (per l’ appunto nell' ambito della sua propria esperienza cosciente, accanto agli altri oggetti materiali nonché agli oggetti mentali e di pensiero in essa percepiti).

 

E d’ altra arte gli eventi neurofisiologici (materiali) che accadono nei nostri cervelli producono (causano) solo ed unicamente i nostri comportamenti (immediatamente attivi oppure immediatamente passivi, omissivi: azioni o momentanee astensioni dall’ agire, ma potenziali differenze nel nostro agire futuro) e non invece anche la nostra coscienza, che pure ad essi necessariamente coesiste e corrisponde biunivocamente. Certi determinati pensieri, emozioni, sensazioni (e non altri) della nostra coscienza accadono necessariamente allorché (attualmente o in linea di principio per lo meno potenzialmente, direttamente o almeno indirettamente) in (solitamente altre; e comunque solo indirettamente nella nostra propria) coscienze di osservatori accadono certi determinati eventi neurofisiologici all’ interno del nostro cervello e non altri. Ma si tratta di due ordini di cose ben diversi l’ uno dall’ altro: da un parte trasmissioni di potenziali d’ azione lungo fasci di assoni, eccitazioni e/o inibizioni trans-sinaptiche, ecc., e dall’ altra ragionamenti, gioie, dolori, visioni di coloratissimi arcobaleni o alberi fioriti, audizioni di musiche meravigliose, sensazioni di profumi fragranti, ecc.

 

Non sono le coscienze ad essere nei cervelli (ed invece nient’ altro che cellule, membrane cellulari, assoni, sinapsi, a loro volta costituiti da molecole, atomi, particelle-onde subatomiche, campi di forze, ecc.), ma al contrario sono i cervelli ad essere nelle coscienze; e infatti dei cervelli, come di qualsiasi altra “cosa” materiale o anche mentale di cui possa aversi sensazione cosciente, l’ “esse est percipi”!

 

E solamente gli impulsi nervosi lungo i nostri nervi motori che azionano i nostri muscoli (o in altri casi l’ omissione di essi per il derivarne solo di modificazioni nei circuiti nervosi intracerebrali forieri di eventuali modificazioni comportamentali future), e non affatto i nostri pensieri, emozioni e sensazioni che accadono nelle nostre menti, sono i prodotti o le conseguenze dei processi neurofisiologici che li precedono e causano nei nostri cervelli.

 

Se i prodotti o effetti di tali processi neurofisiologici fossero pensieri, emozioni e sensazioni nella nostra mente (e viceversa i prodotti o effetti dei nostri pensieri ed emozioni, e in particolare della nostra volontà, fossero i nostri comportamenti), allora nel mondo fisico materiale non sarebbe vero il principio di conservazione della materia (massa e/o energia), ma invece parte dell’ energia (della materia) si trasformerebbe in pensieri e sensazioni che sono cose diverse dai corrispondenti eventi neurofisiologici materiali (sono invece eventi di coscienza, in parte mentali, res cogitans, esistenti in esperienze coscienti differenti da quelle in cui si rilevano gli eventi neurofisiologici stessi), e dunque non sarebbe più reale (si annichilirebbe) in quanto materia; e allo stesso modo le nostre volontà coscienti di natura mentale (res cogitans; diverse dai corrispondenti eventi neurofisiologici cerebrali, res extensa) causerebbero eventi neurofisiologici cerebrali tali da produrre l’ eccitazione dei nervi motori e le contrazioni muscolari, aggiungendo qualcosa di materiale (energia) ex nihilo (da nulla di materiale-extensum; ma apportandovelo invece da qualcosa di mentale-cogitans) al mondo fisico materiale includente i cervelli in questione.

 

Per tutte queste considerazioni gli eventi di coscienza, non identificandosi con gli eventi neurofisiologici cerebrali (eventi biologici, ai quali peraltro necessariamente coesistono e biunivocamente corrispondono), non possono essere identificati con eventi del mondo naturale -materiale per i quali sia sensato porsi il problema della riducibilità alla o invece della emergenza dalla fisica – chimica: essi accadono invece, per così dire “parallelamente su un piano ontologico diverso, non comunicante, non interferente, trascendente” rispetto a quello materiale – naturale, esclusivamente nell’ ambito del quale ultimo ha senso porsi il problema riduzionismo/emergenza.

 

Giulio Bonali

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