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Spunti di Riflessione

di Marco Biagioli


I mestieri più difficili in assoluto


“I mestieri più difficili in assoluto sono nell'ordine il genitore, l'insegnante e lo psicologo”. Sigmund Freud

Tutti hanno fatto, come dilettanti, l'insegnante, in molti il genitore, in pochi lo psicologo. È frequente spiegare semplici gesti come calciare un pallone mentre è più sporadico affrontare argomenti complessi come la convivenza civile. Ovvero assistere, mentre esercita il proprio mestiere, alla dimostrazione di un idraulico, alla spiegazione di un dentista, all'esposizione di un concetto espresso da un consulente finanziario. Il campo della conoscenza è complesso come quello dell'apprendimento: entrambi sono influenzati da esperienza, rappresentazioni del mondo e memoria.

Insegnare, dal latino in-signare cioè porre un sigillo, un marchio, significa far sì, con spiegazioni o esempi, che qualcun altro acquisisca cognizioni, competenze, capacità. Il fine è di andare oltre la trasmissione del sapere “segnando” la mente del discente. Ma l'opera è difficoltosa se nei suoi pensieri a volte c'è un'esortazione: “Professore…la smetta di raccomandarci di stare attenti, di riflettere e di impegnarci ad apprendere; usi piuttosto il suo zelo per spiegarci cosa dobbiamo fare per essere attenti, per riflettere e apprendere. Noi ci impegniamo a fare tutto il possibile per compiere tali atti, esattamente così come ce li avrà descritti”. Ovvero può rivelarsi un lavoro inopportuno quando ad esempio un genitore, dopo aver ascoltato un racconto della giornata dai toni dolorosi, pensa subito di tirare su il morale “insegnando” cosa si deve fare. Assieme a qualsiasi atteggiamento consolatorio, ciò non produce alcun effetto o peggio l’irrigidirsi della posizione di “vittima”. Come insegna lo psicologo, meglio porsi in ascolto attivo ed esprimere un contenitivo: ”sì, viviamo in una valle di lacrime, ho compreso il tuo messaggio!”.

L'Unione Europea ha individuato il Learning to Learn per impadronirsi di una delle competenze chiave per la vita. Il fine è di fornire gli strumenti che indirizzano verso l'autonomia di pensiero, di ricerca; di sviscerare le problematiche psicologiche connesse al tema: condizionamento, imitazione, identificazione, problem solving, motivazione.

Il dilettante dell'insegnamento ha sporadici contatti con i veri maestri del divenire; coloro che conoscono l'arte di aiutare qualcuno a divenire migliore di quello che è. Anche il professionista però ha spazi di miglioramento affetto com'è da una "vaga disperazione esistenziale", da un "mal di scuola", dalla sensazione di svolgere un lavoro insicuro e ambiguo. Quando si parla di mestieri, in particolare dell'insegnante, del suo "essere" ma soprattutto del suo "dover essere", è molto difficile evitare "l'orgia" delle buone intenzioni, quella "saccenteria del dover essere" di Hegel, ovvero l'atteggiamento di chi fa le prediche. È facile "dire" al posto di "essere". Secondo un moralista francese danno buoni consigli coloro che non sanno dare cattivi esempi.

Educare oggi è un discorso essenziale ed assieme inutile; rimanda ad antiche e complesse questioni sui significati di aiutare e di far crescere. Comunque sia senza modelli, senza l'autorevolezza dell'insegnante che genera ammirazione, è più difficile crescere e divenire adulti. Educare è far credito; avere fiducia nelle capacità dell'altro, nelle guide interiori e nelle vocazioni. Allora l'essere ed il divenire possono incontrarsi: l'essere libero del maestro, l'essere intellettualmente onesto, il nutrire autentico rispetto, è anche il miglior presupposto per aiutare la persona a divenire nei vari mestieri.

"Che cosa vale la pena di essere insegnato?", si chiedeva Olivier Reboul. "Ciò che libera e ciò che unisce", rispondeva. Ciò che libera le vocazioni e nutre le intelligenze. Educare è portare al bivio, indicare le strade, non scegliere al posto dell'allievo. L'insegnamento indica la strada e il - osservava Plotino – ma la visione deve essere di colui che apprende. Se educare è un viaggio, se la vita stessa è un viaggio fatto di incontri, l'incontro con un insegnante è una tappa decisiva. Ma un vero di scoperta non è cercare nuove terre ma - come diceva Proust - avere un occhio nuovo. Educare è anche attendere l'inatteso, così come formare è preparare all'imprevedibile, a ciò che non si trova nei libri. Si tratta né di più né di meno che di "conoscenza dell'ignoto". Quell'ignoto che è sempre l'altro anche perché semplicemente uomo, ovvero l'essere che si può descrivere ma non definire. Come osservava Simone Weil, "i beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi”. Essere è la nostra presenza con tutto noi stessi: insegnante di umanità. L'opposto di essere allora non è avere, ma non essere, l'opposto della vita, ovvero la morte.

Sul piano dei registri della psicologia del profondo, non si può portare nessuno più in là di dove noi stessi siamo riusciti ad arrivare. Possiamo ordinare e sistemare nell'altro solo ciò che siamo riusciti a sistemare in noi, a cui abbiamo permesso di crescere direbbe lo psicologo. Non serve dare sicurezza all'altro se non siamo sicuri noi. Come dire: "se vuoi insegnarmi ad essere autonomo e creativo, sii tu autonomo e creativo".

L'opera dell'insegnante libera e permette di essere sé stessi come indica la formula platonica: si può insegnare bene solo ciò che si conosce e ciò che si ama. Parafrasando Heidegger noi non siamo "padroni dell'ente", caso mai siamo i "pastori dell'essere". Chi se ne dimentica diventerà semplicemente il "luogotenente del nulla", anche nel campo dell'educare.

Se passiamo alla vita di tutti i giorni, nello svolgimento dei nostri mestieri o negli altri momenti, constatiamo che il 45% dei nostri comportamenti è abitudinario, una cosa su due è priva di riflessione. Ecco che una semplice frase di un genitore può essere interpretata in modo diametralmente opposto e avere conseguenze assai differenti. Sembra che solo il 20% di ciò che percepiamo sia costituito dai fatti, l'80% è fatto di inconsapevole interpretazione. Platone, nel mito della caverna, parlava della umana propensione a restare ingabbiati nelle proprie visioni e a volte preferirle alla realtà. Perciò abbiamo un terreno enorme su cui lavorare per, cancellare le cattive abitudini, apprenderne di nuove e migliori, migliorare la nostra vita. “Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un’azione, ma un’abitudine” Aristotele. Certe volte è simpatico sdrammatizzare come Robert Frost: “il cervello è un organo meraviglioso. Comincia a lavorare nel momento stesso in cui ti svegli al mattino e non si ferma finché non arrivi in ufficio”. Ma la strada maestra è cercare di capire chi insegna a chi: la persona.

Vittorio Gallese, un neuroscienziato soprannominato “il filosofo” dai suoi colleghi ha dato questa definizione: “la persona è un sistema di interconnessione tra cervello e corpo che interagisce in modo situato con uno specifico ambiente popolato da altri sistemi cervello corpo”. Persona viene dal latino “maschera dell’attore” ma anche “per-sonare”: amplificare la voce. Indica il ruolo, genitore, figlio, insegnante, che il soggetto interpreta nel contesto sociale in cui agisce. Se la necessaria adattabilità al ruolo viene a mancare, cioè se l'insegnante “esercita” il ruolo che ha a scuola anche in famiglia, allora l'Io si identifica totalmente o quasi con la Persona e si ha uno squilibrio che va a contrastare lo sviluppo. Ogni psicologo conosce l'importanza di sapere giorno dopo giorno perché si è venuti al mondo e qual è lo scopo della propria esistenza; ciò è valido anche per la persona depressa. Altrimenti presentiamo al mondo solo una maschera che equivale alla persona. Ciò che desiderava Stanislavskij dagli attori: “il mio scopo non è insegnarvi a recitare, il mio scopo è aiutarvi a creare un uomo vivo da voi stessi”.

Secondo un'antica massima orientale la facciata di una casa non appartiene a chi ci abita ma a chi la guarda; cioè possiamo disporre dell'esterno della nostra casa assai meno dell'interno. Lo psicologo sa come l'opinione degli altri ci condiziona su ciò che mostriamo di noi stessi: ciò che di noi sentiamo deve fare i conti con ciò che appare e spesso contrasta con la parte che deve rappresentare. Nasce un conflitto: la tensione dell'essere sé stessi secondo la realtà dell'anima e quella dell'adeguarsi all'ambiente sociale. “Di cosa soffri tu? Dell'irreale intatto nel reale devastato...” René Char.

L’Io è solo una delle tante ‘figure’ che affollano la nostra psiche. Chi rappresenta il nostro ‘ambasciatore’ verso il mondo è un Io che ha strillato più dell'altro nell' assemblea interna di Io. Spesso nel relazionarsi con il mondo ‘fa o dice’ (oppure ‘non fa e ‘non dice’), ovvero “insegna” cose che sono in contrasto con quanto ci si era ripromessi; perché questi ‘attori’ che recitano dentro di noi spesso sono in conflitto tra loro. Ognuno, insegnante, genitore o psicologo, qui i mestieri sono ininfluenti, dovrebbe tendere al pieno raggiungimento del , sviluppare i propri talenti, essere persona autentica e coerente nella giusta misura. L'opposto della felicità è la noia, non il dolore, che è invece una sfida. Secondo Salvatore Natoli la noia è dovuta al fatto che l'Io ipertrofico vede ovunque e solo la sua faccia; le proprie pareti di nebbia. L'incontro, ciò che dà gioia, con l'altro e con l'ambiente esige un recedere dell'io. “La povertà sembra ereditaria: quella cognitiva viene trasmessa col linguaggio, quella affettiva con i gesti, e i non-gesti soprattutto” Olga Chiaia.

Quando insegnante e discente entrano in relazione si influenzano a vicenda: subentra l'intersoggettività. Dice René  Girard: “La cultura umana poggia sulle spalle della religione, che, a sua volta, deriva dalla ritualizzazione della violenza sociale attraverso il meccanismo di capro espiatorio...”. Il desiderio mimetico: una delle forze trainanti che conducono all’identificazione sociale, quindi alla socialità umana, all’intersoggettività. “...Il principale oggetto del desiderio è l'Altro... l’intercorporeità descrive un aspetto cruciale dell’intersoggettività...” Gallese. Galileo Galilei ha descritto questo fascino: “un buon insegnamento è un quarto preparazione e tre quarti teatro”.

È importante il rapporto che si instaura tra insegnante e studente, padre e figlio. “L'arte di insegnare è l'arte di assistere a una scoperta” Mark Van Doren. Da una parte c'è una persona capace di superare certe fisiologiche barriere dall'altra chi è predisposto al cambiamento. Siamo esseri emozionali che hanno imparato a pensare e non macchine pensanti in grado di provare emozioni. “L'insegnante mediocre dice. Il buon insegnante spiega. L'insegnante superiore dimostra. Il grande insegnante ispira” William Arthur Ward. Alex Bavelas ha dimostrato come la persona abbia grandi difficoltà a cambiare una propria convinzione, dopo che se la è costruita mediante un processo esperienziale vissuto come efficace. Anche i disturbi mentali vengono visti come il prodotto di una modalità disfunzionale di percezione e reazione nei confronti della realtà, costruita attraverso reiterate disposizioni ed azioni. Una volta interrotta la ripetitività il cambiamento sarà inevitabile.

Insomma il cervello è complicato ma: “ripensare il proprio modo di vedere e di fare è costoso, faticoso e… bellissimo” Olga Chiaia. Questa meraviglia assomiglia a una citta vista dall'alto: penombra, luci accese in alcune aree, pochi viali illuminati e scie di luce delle automobili. A fronte di un potenziale infinito di lampioni da accendere: di neuroni da usare. Alcuni scienziati affermano che utilizziamo la stessa informazione per risolvere più tipi di problemi e battiamo sempre le “strade illuminate” da ciò che è già noto, visto, sperimentato, sentito. Dei circa sessantacinquemila pensieri che produciamo ogni giorno, il 90% sono uguali a quelli del giorno prima e di quello dopo. Viviamo in una modalità semiautomatica; senza creatività. Quell'attività mentale attraverso la quale, in un dato momento, prende forma nel cervello una rivelazione, o insight, che determina un'idea o un'azione nuova e significativa: momenti di chiarezza mentale. “Per coloro che non sono capaci di credere, ci sono i riti; per coloro che non sono capaci di ispirare rispetto da sé, c’è l’etichetta; per coloro che non sanno vestirsi, c’è la moda; per coloro che non sanno creare, ci sono le convenzioni e i cliché. Ecco perché i burocrati amano i cerimoniali, i preti i riti, i piccoli borghesi le convenzioni sociali, i bellimbusti la moda, e gli attori le convenzioni teatrali, gli stereotipi e un intero rituale di azioni sceniche” Stanislavskij.

Da bambini siamo aperti a “tutto”, senza giudicare, ininterrottamente.
Poi arrivano i condizionamenti dell'altro, le norme sociali; per cui, la persona che vuol comprendere tutto, deve dimenticare tutto. Uscire dall'impasse come ben espresso dalla favola di Esopo del contadino, il figlio e l'asino. “Non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma l’opinione che noi abbiamo di esse” Epitteto. Per poter esplorare, fuori dai limiti dei concetti incorporati nella nostra immaginazione sotto forma di varie categorie, dobbiamo destrutturarla. Un po' come mischiare cubetti di ghiaccio e scioglierli insieme. Ben vengano allora nuove abitudini purché non si cancellino. Devono infatti essere coltivate con cura, coccolate e ripetute. “Non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione” Mark Twain.

Da qui l'importanza dell'insegnante che sa comunicare, affascinare, emozionare; sa spezzare gli stereotipi. “Non vediamo prima e giudichiamo poi. Ma prima definiamo e poi vediamo” Walter Lippmann. Dice Khalil Gibran: “l'insegnante che è davvero saggio non ti offre di entrare nella casa della sua saggezza, ma piuttosto ti conduce alla soglia della tua mente”.

Capire la logica delle frasi celebri e degli aforismi dalla a di Amore alla z di Zen è facile. Farle proprie in modo che i nostri neuroni, spontaneamente, producano in noi quei saggi comportamenti è più difficile. La mindfulness consente al cervello della persona di funzionare al meglio e perseguire obiettivi di crescita. Di avvicinarsi al qui ed ora e di non restare nel là ed allora del passato.
Se, da qualche parte, un bambino e un adulto, adolescente e genitore, giovane e insegnante, allievo e maestro, se essi si comprendono, se anche senza intendere si comprendono, il mondo non è più lo stesso. Se essi sono, il mondo cambia.


Marco Biagioli


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