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Spunti di Riflessione

di Marco Biagioli

 

Fatti vedere così come sei, o diventa così come ti fai vedere

 

 

 

Fatti vedere  così come sei,
o diventa così come ti fai vedere

Mevlana

 

Prima di proseguire commenta subito il titolo con qualcuno. La terra esiste da 4 miliardi e mezzo di anni, la nostra specie da circa 200.000 anni; la comparsa di ciò che chiamiamo “civiltà” risale a 50.000 anni fa; ciò che denominiamo storia inizia circa 6.000 anni fa. In un’enciclopedia composta da 200 volumi di 1000 pagine l’uno (una pagina per ogni anno), si comincerebbe a parlare dell’antico Egitto nella prima pagina del volume 195. A nessuno è data la possibilità di scegliersi l’epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l’epoca in cui è nato; non c’è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi, in qualche modo, “omologato”, preda del conformismo. “Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la descrizione che, di volta in volta, le religioni, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo” Galimberti.
Se vivo nell’antico Perù crederò al fatto che, in un certo giorno dell’anno, sulle montagne, l’imperatore riuscirà ad allungare le giornate deviando il percorso del sole. Se non mi adeguo al “pensiero dominante” (50 anni fa poteva essere “tutti i negri sono inferiori”, oggi invece “tutti i musulmani sono terroristi”, oppure il vecchio “tutti i siciliani sono mafiosi”), che viene assunto come esempio di salute mentale, sono considerato un malato, un diverso, mentre adopero semplicemente il mio raziocinio.

 

“Osa pensare! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Kant

 

Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga è l’uniformità più rigorosa; dove la capacità di adattarsi all’organizzazione appariva come l’unica condizione per avere una certa influenza su di essa. La società conformista, nonostante l’enorme quantità di voci diffuse dai mass media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con sé stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti  fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per scriverlo. Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le identiche  cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Con il loro rincorrersi le mille voci che riempiono l’etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini e, perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona come facevano i nostri nonni. In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei “mezzi”, perché nel loro insieme compongono quel “mondo” fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza. Quindi nella nostra società “parlare” non significa, come ha sempre significato, “comunicare” ma eliminare le differenze con i nostri simili; questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle “psicologie dell’adattamento” il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all’apparato (declino della psicanalisi come indagine sul proprio profondo e successo del cognitivismo e comportamentismo). Si viene a creare una situazione paradossale in cui l'“autenticità”, l'“essere sé stesso”, il “conoscere sé stesso” che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa nelle società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l’essere centrati su di sé, la scarsa capacità di adattamento, il complesso di inferiorità. Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato; e quindi che “essere sé stesso”, non rinunciando alla specificità della propria identità, è una patologia. Questa psicologia del conformismo assume come ideale di salute proprio quell’essere conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal conformismo, respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto. Gesù rifiutava di identificare il peccato con l’infrazione dei codici e dei regolamenti esteriori, per riconoscerlo nell’egoismo del cuore, distinguendo il peccato rituale dal peccato morale.

I libri hanno una funzione critica; dopo quelli necessari per entrare nel mondo, per esservi ammessi (libri di scuola) bisogna incominciare a leggere quelli che ci aiutano a “isolarci” dal mondo, per non essere come tutti gli altri, per poter dire una parola diversa e non ridursi a meri ripetitori del monologo collettivo: “Laddove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa un gran ché” Lippmann.
Freud
, nell’ultimo anno della sua vita, scriveva:” Per il primitivo è facile essere sano, mentre per l’uomo civilizzato è un compito difficile” alludendo all’eccesso di regole che governano le società civili. Ad esempio oggi le multinazionali desiderano un mondo in cui la gente sia omologata preferendo il motto: “la civiltà progredisce estendendo il numero di operazioni che possiamo eseguire senza pensarci” Whitehead. Nessuno apprezza le risate registrate di cui sono infarciti i programmi televisivi; molti attori, registi e autori ne pretendono l’eliminazione ma raramente vengono soddisfatti dai funzionari della tv. Perché questi uomini d’affari difendono una pratica che il pubblico trova sgradevole e gli autori offensiva? La risposta è semplice e preoccupante: conoscono i risultati in proposito della ricerca scientifica. Vari esperimenti dimostrano che l’uso di risate preregistrate induce gli ascoltatori a ridere più spesso e più a lungo; anche i giudizi complessivi sulle trasmissioni presentate risultano più positivi, vengono considerate più divertenti e spiritose. Perché un trucco così banale funziona? Per il principio della riprova sociale (Cialdini). Se andiamo a studiare come è stata terrorizzata la gente nel corso dei secoli per arrivare ai giorni nostri dove, passate le due guerre mondiali, è stato il turno di 50 anni di guerra fredda tra USA e URSS, possiamo notare una specie di filo conduttore. I nostri genitori sono vissuti con questo spauracchio, seguendo infiniti dibattiti, giornate di televisione ecc per poi vedere un epilogo totalmente diverso e scordarsi, oggi, completamente tutta la vicenda USA URSS. In fin dei conti ciò ha disperso energie, ha rubato il nostro tempo, ha diminuito il nostro sviluppo, ci ha allontanato dai nostri amici, ci ha fatto rimandare  progetti di anno in anno finché li abbiamo abbandonati perché siamo diventati vecchi. Si può parlare di incoscienza della coscienza omologata: affinché l’adattamento non venga avvertito come coercizione è necessario avvertire il mondo in cui viviamo come l’”unico” mondo fuori dal quale  non si danno migliori possibilità d’esistenza.

E’ vero che la vecchiaia porta saggezza, ma è anche vero che la vecchiaia porta con sé null’altro che una vita trascorsa e una malcelata ansia di poterla ancora trascorrere con tutto il corredo della gioia che fu. Per cui i detti” si stava meglio quando si stava peggio” ecc sono un modo di ricordare i bei tempi in cui si era giovani, non il contorno, la società o il politico che dominava la scena allora. La morte è l’implosione di ogni senso perché segna la “dura vittoria della specie sull’individuo” Marx. Essere morto, come ricorda Sartre, “è essere in preda ai vivi” i quali possono continuare a farmi vivere con la loro memoria, o, con il loro oblio, farmi definitivamente morire. “I vivi credono di piangere i loro morti e invece piangono una loro morte che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati” Pirandello. Seneca scrisse poco prima di morire: “Moriamo ogni giorno, ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e quando ancora stiamo crescendo la vita già diminuisce. Abbiamo perduto l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è perduto; anche la giornata che sta passando la dividiamo con la morte. Non è l’ultima goccia d’acqua che svuota la clessidra ma tutta quella che è scesa prima; allo stesso modo l’ultima ora nella quale cessiamo di vivere non è la sola che provoca la morte, ma è la sola che le dà compimento; vi giungiamo ognuno nel momento dato ma da lungo tempo vi eravamo avviati”. Se è vero che il contrario di morte non è vita ma amore, perché non c’è vita che riesca a sostenersi senza amore, dobbiamo dire che l’amore non si congeda dalla vita con l’età,  ma accompagna tutta la vita e la alimenta. “Se si potesse scontare la morte dormendola a rate!” Lec.

Le parole che andavano di moda nel periodo della guerra fredda erano coinvolgenti come quelle di oggi dove il tornitore di Foggia o il pensionato di Forlì ascoltano frasi che hanno richiesto ore di studio, per cui “occupazione” diventa “esportazione della democrazia”, guerra  cambia in “missione di pace” e interessi economici quali traffico di armi, droga e petrolio si chiamano “ricostruzione del paese” (precedentemente distrutto). E’ frustrante domandarsi cosa fare di fronte alle guerre (sapete come finiscono le guerre? Con una stretta di mano tra generali o politici) o all’infinità di ripetitive informazioni fornite dalla televisione. Forse è più gratificante invece occuparsi delle mille persone che ci conoscono, vivere pienamente la giornata, dedicarsi alla nostra piccola comunità privilegiando il dialogo. (“non aspettatevi troppo dalla fine del mondo” Lec).

Nell’ultimo saggio di M. Vannini troviamo: “il contenuto essenziale della mistica cristiana è, infatti, tanto semplice quanto paradossale: anima e Dio sono la stessa cosa”.

Se per giungere a una verità spesso basta un po’ di logica e un po’ di scienza, per vivere occorre molto di più. La vita in fatti non è una sequenza logica, ma un intreccio inestricabile di forze e passioni, di entusiasmi e sconforti che non si lasciano addomesticare dalle sole regole della ragione, perché questa si costituisce per rimozione dell’irrazionale, di cui la vita anche e forse soprattutto, si nutre.

“Occuparsi di sé non è una semplice preparazione momentanea alla vita; è una forma di vita” Foucault.

 

Marco Biagioli - 2005

www.marcobiagioli.it

 

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