I
Come già detto in presentazione, sono appassionato da sempre di argomenti come filosofia, antropologia, religioni, e così via. Sono non credente, ma aggiungo che lo sono contro la mia volontà, poiché invidio chi ha quella fede pacata cui avrei da sempre aspirato anch'io. Fin dall'adolescenza confesso di aver cercato di convincermi che Dio esiste davvero, ma soltanto per brevi tratti del mio percorso esistenziale ho creduto di poter sfiorare un qualche barlume di fede. Posso proprio dire di averle in qualche modo provate quasi tutte, le vie, e invano. Confesso tuttavia che questi argomenti riescono ad appassionarmi ancora, nonostante i risultati negativi complessivi che ne ho ricavato finora. Ultimamente, presso un altro forum, avevo avviato alcune discussioni concernenti un mio tentativo di creare un abbozzo di teoria speculativa in grado di provare a rispondere almeno a qualcuna delle domande più assillanti. Mi rendo conto di essere velleitario in questo mio proposito, ma resta il fatto che persiste in me il bisogno, per sentirmi sereno, di trovare una teoria non troppo irrazionale che abbia almeno qualche sia pur minima valenza esplicativa intorno alle cosiddette "grandi domande". In passato ho in vari modi compulsato pressoché tutte quelle teorie che fossero non troppo scomodamente contattabili. Ebbene, l'impressione complessiva che ho ricavato da tutti questi "incontri" con le teorie disponibili è stata di delusione assoluta. Riconosco soltanto che almeno qualche frammento di tutte queste teorie mi è sembrato gatteggiare un qualche minimo bagliore di congruenza, ma ripeto che in conclusione la delusione è stata totale.
In un altro forum dove avevo avviato dei thread sulla mia teoria ho trovato un insperato aiuto da parte di una utente sconosciuta che mi è parsa di grandissima preparazione e sensibilità, e grazie a costei, che mi ha maieuticamente aiutato a partorire la teoria, sembrerebbe essersi formato un nucleo di promettente abbozzo. Ma il resto del forum non aveva interagito.
Però ora mi rendo conto di avere da poco scoperto questo forum di riflessioni.it che appare addirittura affollato di una intera platea di persone che sembrano competenti e appassionate. Era proprio l'ambiente che stavo cercando per strigliare quest'abbozzo di nuova teoria intorno a un possibile Dio che sia compatibile sia con la logica e la razionalità, sia con quel pizzico di Realtà finora da noi esperita.
La mia teoria vorrebbe proporsi come una nuova proposta di teologia quasi-razionale, come ipotesi alternativa alle teologie tradizionali correnti, ed è mirante soprattutto a rispondere specificamente a una delle "grandi domande", e precisamente alla seguente e alle sue subordinate:
Perché una misteriosa entità, Qualcosa o Qualcuno, ci ha gettati nel mondo e ci sta facendo esistere? Qual è il Suo scopo? Che cosa vuole da noi questa entità? Perché Si nasconde e comunica con noi, (se fosse vero che comunica) soltanto attraverso intermediari spesso anche in contraddizione tra di loro?
Mi aspetto critiche, anche feroci, a maggior ragione per il fatto che la mia teoria si propone addirittura come una nuova teologia, ed è anche mia opinione che per definizione qualsiasi teologia richiede di default un'opera spietata di debunking.
Dovrete riuscire a convincermi che la mia piccola teologia alternativa è da buttare nel cassonetto, perché in fondo e in sostanza confesso che finora almeno non piacerebbe nemmeno a me, ma ho avuto come l'impressione che mi si sia formata in mente imperiosa per incontrollabili giochi combinatòri dei circuiti mentali, e finora mi sta soddisfacendo sia pure soltanto su un piano razionale, in quanto sembra in grado di rispondere a quelle speciali domande, mentre però tutta la mia inquietudine perdura intera, anche se non mi si aggrava, poiché vi s'intravvedono anche intriganti scintille.
II
Prima di illustrarvi i punti essenziali della mia ipotesi teologica, che tenta di togliere la maschera all'entità che ci ha gettati nel mondo, è necessario dare una descrizione globale della Realtà dove si svolge il dramma cosmico della nostra esistenza. È presumibile che descrivere sia pure sommariamente la Realtà può essere già un lumeggiare parte dei tratti dell'entità che intendiamo smascherare.
Diciamo subito che chi volesse descrivere la Realtà con toni lontani da Autori come Schopenhauer o Leopardi evidentemente non ce la starebbe raccontando giusta, e non la racconterebbe giusta nemmeno a sé stesso. Invece è inevitabile evocare scenari di tropicalità nicciana. Stiamo cercando la Verità e non altre catene di illusioni, e allora nessun timore di lesa maestà deve impedirci di gridare forte e chiaro, non solo che l'Imperatore è nudo ma anche che lo è pure in modo verso di noi perverso.
L'universo nel suo insieme ci appare come un luogo violento squallido e cupo, un immenso nonsenso, un oceano fluttuante di deserti sferici, o roventi o gelidi, un luogo dichiaratamente non-fatto-per-noi.
Eppure mi si dirà "che meraviglia!". Ma certo, lo dico anch'io qualche volta, ma che belle quelle spirali di quadriliardi di luci. E forse la vita scopriremo che vi s'intrufolerà dappertutto, e forse chissà quante altre sorprese ci attendono ancora.
Noi siamo testimoni finora di un solo pianeta dove i lecchini del mistero dicono si concentri il dono prezioso della vita (mistero: il nome sacro dell'ignoranza). Qualcuno li avvisi che la vita non è un dono, bensì un prestito da restituire dolorosamente.
La superficie della nostra Terra? È un immenso cimitero fatto della sostanza delle miriadi di generazioni di creature che ci hanno preceduti: decomposte, esse formano immensi depositi di carbone, petrolio e metano. Sono state gettate nel mondo anche loro, infinite creature prive di ogni orizzonte spirituale, ammesso che lo spirito non sia solo una boutade.
E la natura è bellum omnium contra omnes, guerra di tutti contro tutti, tutti gettati a lottare e uccidere, ben oltre le catene alimentari, poiché ad esempio quando in natura un cane incontra un gatto non lo uccide per mangiarlo. Però è vero, è bello talvolta il verde della natura, e lo dico anch'io, anche se evito di scambiare la giungla per un giardino.
Una natura che crea le creature nel modo più cruento che sia possibile – ed ecco che in fondo hanno ragione i credenti a non accettare il dato di fatto dell'evoluzionismo, poiché comprendono oscuramente anche loro che il Dio maraviglioso in cui credono non può avere usato come invece ha fatto metodi evoluzionistici, che in sostanza consistono nell'ottenere risultati passabili commettendo in vivo tutti gli errori possibili.
Ma qual è la natura essenziale di tutte queste creature viventi? È che sono state tutte programmate per la morte. La parola vita è quindi da considerarsi, dal punto di vista dell'individuo, un sinonimo perfetto di morte.
L'uomo non fa eccezione. Nella Bibbia, quel libro di guerre ottuse e cantonate astruse, ci stanno anche rarissimi versetti incredibilmente esatti, che chissà perché, corrispondono precisamente a dati di fatto incontrovertibili, dati scientifici odierni! Uno di questi rarissimi versetti eccolo qui, è Gn 6:3 (Genesi, capitolo 6, versetto 3, laddove recita: "Allora il Signore disse: - il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni ") Proprio così, il programma genetico umano è tarato per una vita massima di circa 120 anni... quindi, ecco dimostrato che perfino la Bibbia almeno qualche volta ci azzecca!
Ecco che abbiamo or ora sommariamente descritto quel che l'entità ha compiuto, ossia la Realtà come la conosciamo, ed è quindi arrivato il momento di proporre l'annunciato abbozzo di nuova teologia, cercando di descrivere i tratti di questa presunta entità.
III
Necessaria appare un' altra premessa, che si sarà capito non intende preludere ad alcuna Messa.
Stiamo cercando di smascherare niente di meno che la presunta entità che ha creato la Realtà che abbiamo appena descritto, e abbiamo anticipato che stiamo provando a farlo per via razionale.
Il timore che occorra un thread kilometrico è fondato, dal momento che una ipotetica nuova teologia richiederebbe piuttosto l'ampio respiro di un tractatus: per evitarlo, procederemo frammentando opportunamente il discorso, in questo modo però aumentando il rischio di incorrere in incongruenze, che sicuramente saranno notate dai lettori, che gentilmente ce ne avvertiranno.
Faccio notare che ritengo assolutamente lecito utilizzare anche in ambito teologico un linguaggio clinico, dato che la mia nuova teologia ipotizza una estrema somiglianza della mente divina con quella umana, ritenendo fisiologico dal punto di vista divino ciò che dal nostro punto di vista umano suonerebbe come patologico.
Per cominciare, invito a ricercare fin da sùbito, dato che ci serviranno per capire la mia ipotesi che mi accingo a presentarvi, un paio di particolari patologie descritte dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali):
il "disturbo dissociativo dell'identità" (approfondendo poi la ricerca sul caso Billy Milligan);
e la "sindrome locked-in o sindrome del chiavistello".
Invito i lettori a ricercare e approfondire queste patologie (soprattutto il caso Billy Milligan), che ci saranno utili per avvicinarci a comprendere come funziona il Nous dell'entità che intendiamo smascherare.
Per indicare nominativamente l'entità da smascherare spenderemo quietamente il nome Dio e useremo ampiamente le maiuscole, per indicarLo anche in tutti i pronomi che Lo riguardano, non tanto per cortigianeria quanto per praticità sintattica, così che spiccherà chiaro quando ci riferiamo a noi umani, in cui tutto sarà declinato al minuscolo, e quando ci riferiamo a Lui, in cui tutto sarà trumpianamente maiuscolato.
IV
Dio è persona ed è eterno ma non onnipotente, e anzi diremmo meglio onnimpotente, poiché tutto rimane impossibile a Dio, se volesse restare fino in fondo Sé stesso: una semplice partita a scacchi? impossibile, ma anche una vita semplice come la nostra, impossibile per Lui, restando un Dio, impossibile cessare di essere Dio, soprattutto Gli è impossibile morire, e neppure lo desidererebbe davvero, eppure per Lui è estremamente emozionante ed eccitante anche soltanto immaginare Sé stesso davanti a una prospettiva di morte. Si desidera con più grande intensità ciò che sarebbe impossibile. Quando una persona è infinitamente potente e satura di ogni gioia possibile, arriva a desiderare di provare emozioni che Gli rimangono vietate. Dio ha dei limiti invalicabili, prima di tutto il limite di non poter mai cessare di essere Dio. Alcuni imperatori romani talvolta si travestivano da anonimi viandanti per mescolarsi alla folla delle taverne e godersi da vicino l'afrore della miseria umana, sapendo di restare nella segreta realtà potenti imperatori. Dio onnimpotente ed eterno, inesorabilmente afflitto dalla divina sindrome di Re Mida, è irresistibilmente attratto dalla miserabile umanità di cui Lui ha appositamente programmato la precarietà e la morte, e segretamente invidia il brivido, il frisson struggente della nostra finitudine. Dio non può tramontare, non può morire come noi, non può provare come noi l'angoscia nostra. Quella che per noi è l'angoscia estrema, per Lui sarebbe la gioia suprema, il poter morire. Ecco il Suo escamotage, il trucco divino, Dio è riuscito anche in questa sublime impresa, escogitando l'uomo. Ecco perché ci ha creati, lo ha fatto per poterSi godere l'ebbrezza della morte attraverso ciascuno di noi. Noi sappiamo cos'è l'angoscia della morte che invece per Lui è come una iperDroga che può assumere soltanto fingendoSi noi, dimenticandoSi di essere Lui. Lui sa che cos'è, e quanto è tremenda, l'altra angoscia, l'angoscia opposta alla nostra: quella di esser dannati ad essere per l'eternità.
Noi siamo dunque un Suo brillante artifizio, siamo un Suo terribile videogioco vivente in cui Lui Si immerge come intimo avatara dentro di noi per provare di persona ciò che Gli sarebbe vietato dalla Sua stessa onnimpotenza. Lui è per noi Dio, noi almeno restiamo convinti che Lui sia Dio, ma Lui nel Suo profondo crede piuttosto che siamo noi il vero Dio, dato che Lui sa che letteralmente non potrebbe vivere se non attraverso di noi, e infatti siamo noi soltanto e non Lui che possiamo vivere e morire. Lui nel Suo supremo livello di coscienza non può fare assolutamente nulla, è come bloccato nella sindrome locked-in, la sindrome del chiavistello, e può vivere esclusivamente attraverso le nostre carni e menti umane, Egli abita nella nostra psiche, unico Suo domicilio conosciuto e possibile. Ed Egli genera noi umani attraverso un meccanismo analogo al disturbo dissociativo d'identità. Come prima detto, ciò che per noi sarebbe patologia, per Lui è fisiologia.
Ad ogni umano spegnimento, ci sarà infine la reciproca agnizione: Lui ci apparirà tra le luci di cortesia finali, ritrovandoSi infine nel Suo ruolo di Dio, e ci resterebbe la consolazione che avendo Lui anche una memoria perfetta riguardo ognuno di noi, di noi Si ricorderà per sempre.
Noi, dunque, analoghi alle identità secondarie del caso clinico Billy Milligan, e Billy sarebbe guarito, tornando se stesso, soltanto se fossero "morte" la sua ventina di identità secondarie: allo stesso modo, analogamente, Dio ritorna a ricordarSi di essere Dio ad ogni singolare umano exitus, noi che siamo Sue identità secondarie.
Scenario probabile, ma si deve restare aperti a ogni possibile variante.
Attendo le vostre critiche e i vostri commenti, ed eventuali suggerimenti. La teoria è ancora in cantiere e aperta a modifiche.
(Nota1: Come si sarà capito, Dio viene "compreso" razionalmente da questa mia ipotesi teologica grazie al fatto che la neurofisiopatologia umana è da considerarsi valida non solo per descrivere la nostra psiche ma anche quella divina, dato che noi siamo Sue identità secondarie aventi l'amnesia di far parte di Lui. Appare evidente che l'entità che abbiamo trovato è un Dio minore, un'entità personale spaventosamente difettosa, mentre la mia teologia non osa spingersi oltre: oltre questo piccolo Dio personale è ipotizzabile che esista probabilmente un algido livello superiore impersonale e privo di ogni empatia e quindi inesorabile, responsabile della eterna difettosità del nostro Dio. Ritengo che quel livello superiore, che è responsabile dei limiti di cui soffre il nostro Dio personale, sia intrinsecamente incomprensibile anche perfino per il nostro stesso Dio minore, e quindi siamo razionali se decidiamo di non aver fretta di occuparcene più di tanto.)
(Nota2: Si sarà forse sorpresi dal fatto che la mia teologia non prende in minima considerazione aspetti etici che sono invece di solito essenziali in ogni teologia tradizionale. Il Dio che razionalmente concepisco nei modi che son stati qui descritti è assolutamente privo di ogni morale. Lui diviene ciascuno di noi, ed esperisce interamente ogni nostro vissuto e con-vive con noi fino al giorno in cui con-muore con noi, e quindi quando uccide qualcuno uccide sempre un altro sé stesso, e quando viene ucciso si gode comunque anche il dolore di cui non è mai sazio abbastanza. D'altronde non c'è alcun merito ad essere un Dio. Questo nostro Dio sensation-seeker è un Dio minore, ma non è che esista allora un Dio maggiore, poiché al di sopra di Lui esiste soltanto, come abbiamo già detto, una gelida e inesorabile Intelligenza impersonale. E in fondo inesorabile, cioè "che sarebbe inutile pregare", è anche il nostro Dio minore, che sarebbe inutile tentare di convincere di smetterla una buona volta. Impossibile per Lui interrompere il Suo vizio di vivere attraverso noi)
(Nota3: Le teologie tradizionali ritengono che Dio osservi con sguardo panottico e giudicante l'intera sequenza di vita di ognuno di noi, e lo farebbe con infinita precisione, tanto che non sfuggirebbero a Dio nemmeno i pensieri più intimi e segreti. Qual è la differenza col Dio ipotizzato dalla mia teologia? Non vi è differenza, su questo punto la mia teologia ricalca le altre: anche il mio Dio minore ci osserva con lo stesso infinito dettaglio, ma va notata un'unica ma importantissima differenza: mentre il Dio delle varie tradizioni ci guarda con sguardo accuratamente giudicante ma non partecipante <nel senso che Dio-non-soffre-né-gode-assieme-a-noi>, il mio Dio minore ci guarda con sguardo del tutto coincidente a tutti i palpiti di tutti i nostri vissuti e vive e muore assieme a noi, e in quanto tale, almeno questo finalmente posso dirlo, mi sta infinitamente più simpatico di tutti gli altri Dio che ci offre il mercato.)
Ciao Luther, benvenuto in logos. Ho letto gran parte del tuo post (é dura arrivare alla fine di un post cosí lungo), e ho alcune riflessioni al riguardo.
In effetti il tuo approccio alla "ricerca di Dio" conferma un'idea che ho sempre sostenuto, cioé che é l'uomo ad avere bisogno di Dio, ed é per questo che lo cerca.
Noto comunque che tu hai un approccio abbastanza pessimista nell'osservare la realtà, e in questo non siamo in sintonia.
In effetti denoti un pessimismo materialista, che poi é abbastanza consueto qui in logos, che contrasta con il mio personale approccio di ricerca del divino.
Dal mio punto di vista Dio va cercato nell'interiorità, e va cercato proprio per trovare la forza di superare quel pessimismo materialista che caratterizza il tuo approccio.
Ti faccio i miei saluti.
Citazione di: Luther Blissett il 24 Ottobre 2025, 02:00:00 AMPerché una misteriosa entità, Qualcosa o Qualcuno, ci ha gettati nel mondo e ci sta facendo esistere? Qual è il Suo scopo? Che cosa vuole da noi questa entità? Perché Si nasconde e comunica con noi, (se fosse vero che comunica) soltanto attraverso intermediari spesso anche in contraddizione tra di loro?
Benvenuto.
Io che sono più saggio di
anthonyi (https://www.riflessioni.it/logos/profile/?u=73), :D vado capitolo per capitolo, e dopo aver cercato il significato di debunking, termine che mi sentivo fischiare nelle orecchie da un pò, inzierò col cercare decostruire la tua domanda, notando che la tua teologia riguarda l'uomo, e non gli esseri viventi in genere.Se pure non vogliamo includerli tutti nella nostra teologia, dobbiamo partire comunque dal fatto banale che l'uomo è un essere vivente, cosa che nella sua banalità potremmo appunto trascurare.Se quindi, partendo comunque dal considerare la totalità degli esseri viventi, ne ricavassimo in qualche modo la specie umana, assumeremmo il ruolo della misteriosa entità, ammettendo uomo non ha un significato che viene da se, per quanto tutti sembriamo concordare, però se poi ci mettiamo verificare questa concordanza non so se la confermeremo.''Sicuramente'' condividiamo una sensazione di umanità, ma se poi cerchiamo di razionalizzarla, quasi sicuramente perderemo la condivisione da cui siamo partiti.Quindi, volendo scongiurare ciò che minerebbe la nostra teologia nelle fondamenta che mi pare gli hai dato, senza pur esplicitarle, dovremmo porre fede in quella sensazione, senza esserci neanche avvicinati a una eventuale fede in Dio, che non sarebbe quindi oggetto esclusivo della nostra fede.Perchè il mio testo appare in rosso?
Questo è vero vero mistero. :)
E' segno di saggezza, iano, il colore rosso é il colore della saggezza, e un saggio non può che scrivere in colore rosso, lo sappiamo anche noi non saggi che, rispettosamente, evitiamo rispettosamente di leggere le purpuree perle di saggezza (in realtà io c' ho pure provato, ma non c'ho capito niente, sarà per il fatto che non sono saggio).
Saluti a te, saggio iano.
Citazione di: anthonyi il 24 Ottobre 2025, 08:59:36 AME' segno di saggezza, iano, il colore rosso é il colore della saggezza, e un saggio non può che scrivere in colore rosso, lo sappiamo anche noi non saggi che, rispettosamente, evitiamo rispettosamente di leggere le purpuree perle di saggezza (in realtà io c' ho pure provato, ma non c'ho capito niente, sarà per il fatto che non sono saggio).
Saluti a te, saggio iano.
Augh!
In effetti è un mio vecchio cavallo di battaglia: le specie non esistono, ma sono un concetto che si rivela ad hoc per descrivere l'evoluzione delle specie, che sarebbe più corretto dire evoluzione degli esseri viventi, che sarebbe però diversamente impossibile descrivere nella sua complessità.
Il mio argomento può essere inaccettabile per un credente, ma non difficile da comprendere.
Per un non credente la specie umana può ben essere un concetto da noi creato, lasciando eventualmente a Dio di creare gli esseri viventi, ognuno NON per la sua specie.
D'altronde se vogliamo creare una nuova teologia, da quelle classiche dovremo differenziarci in qualche modo.
Ciao Luther Blissett, sai che il tuo post mi piace molto? E mi complimento con te anche per la chiarezza espositiva, che non era scontata. Mi trovo d'accordo su molte cose, la visione di questa tua nuova teologia mi pare una nuova forma di paganesimo, con un Dio minore soggetto a un Fato imperscrutabile e capace/ansioso di vivere tutte le vite e le morti da lui create, lui condannato all'Eternità. L'immagine che nel tuo testo dai della Natura è per me molto lucida. Quindi, un nuovo paganesimo o un bello spunto per un racconto alla Stephen King! Per me è comunque ok, benvenuto!
Ciao, non so se darti del tu o del voi, essendo stato LB un famoso collettivo
In altre parole sei uno, tanti, oppure.. ci sono tanti nel tuo uno? :)
Preso da un momento di pigrizia ho chiesto un riassunto a chatGPT (che mi ha pure detto che era troppo lungo e ho dovuto tagliare le ultime righe.... che io sia pigro va beh, ma che chatGPT sia pigro siamo all'assurdo......!).
L'idea del Dio che non può terminarsi (o depotenziarsi) mi è interamente nuova, non ci avevo mai pensato ne mi ci ero scontrato.
Ci avevo pensato nei termini in cui l'umanità sta cercando di muoversi concretamente verso ambizioni di transumanesimo, semi-onnipotenza e amortalità, e la domanda che mi ponevo era una trasposizione di quella che poni tu: abbiamo percorso decine di migliaia di anni per arrivare lì, ma quando ci dovessimo arrivare... e poi?!
Trovo sia di estrema attualità, sono d'accordo con
@sapa che è un plot per una storia di grandissima attualità: sono 25 anni che aspettiamo il nuovo Matrix, secondo me hai qualcosa per le mani!
Se pensi a questa teologia invece in termini religiosi, mi devi dare qualcosa di più (!) perché non mi è chiaro il modo in cui questo Dio dovrebbe essere degno della nostra devozione, o stimolarci al rispetto di un qualsivoglia set di valori.
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riflessione a lato stimolata dal tuo post:
> l'umanità ha inventato dio come obiettivo?
Ragazzi, vi ringrazio tutti per le vostre risposte, che non attendevo così sollecite e numerose. E grazie per il molteplice benvenuto. Risponderò più puntualmente a ognuno di voi quando mi sentirò più disinvolto nel gestire questo vostro bellissimo forum, di cui è assurdo che io non mi fossi ancora accorto fino a pochi giorni or sono, nonostante che da molti anni sapessi dell'esistenza di un sito calamita dei pensatori come riflessioni.it: insomma, non mi ero ancora accorto che esisteva pure il forum!
Mi rendo conto della mia deprecabile tendenza a confezionare pipponi interminabili, però se devo tentare di esprimere concetti, o addirittura teorie che si propongono nuove su argomenti impegnativi, non mi si può chiedere di comprimere più di tanto i miei scritti.
Vi ho chiesto di provare a smontare questa mia teoria, ma invito coloro che intendessero fare sul serio nel provare a farlo, a leggere integralmente quanto finora ho scritto. Anche saltare un singolo passaggio del mio scritto potrebbe portare a compromettere il senso complessivo di tutto il mio discorso.
Ora vorrei farvi notare che la mia ipotesi di nuova teologia non sarebbe poi in verità così nuova come finora ve l'ho presentata. Già nella mia autopresentazione avevo accennato che avrei voluto parlarvi di una mia nuova idea così elementare e apparentemente semplicistica che sicuramente avrebbe corso il rischio di essere scartata a priori come una sesquipedalica fesseria. Avevo lì evocato addirittura la lettera rubata di Edgar Allan Poe, per dire che talvolta certe verità fin troppo evidenti tendiamo a scartarle a priori troppo precipitosamente, o a volte proprio non riusciamo più a vederle, scotomizzandole del tutto.
Vi ringrazio comunque che non avete già cominciato a demolirla coi picconi, ma prima di procedere al piacere sadico del debunking (parola che ripeto volentieri dato che sembra esservi piaciuta), vorrei invitarvi a scoprire quale dottrina filosofica di enorme importanza nella storia del pensiero umano si nasconda dietro la mia nuova ipotesi di nuova teologia.
Prometto a chi risolverà questo indovinello, indicando per primo il nome di questa essenzialissima dottrina, che gli accorderò un trenta e lode con abbraccio accademico incluso, e addirittura promessa di un incarico presso un istituto prestigioso che rilascia lauree in utroque iure in patafisica quantistica comparata e doppio master a Palo Alto e Akademgorodok ???
:)
Io la laurea in patafisica ce l'ho, però non mi aiuta a rispondere alla tua domanda. :)
Ho letto tutto, e dovrei rileggere, ma ritenendo di aver minato alla base la tua, o di chi sia, teologia, attendo prima una tua risposta, facendoti intanto i complimenti per uno scritto che si lascia leggere, perchè quando la lettura è piacevole è patafisico che il testo si accorci.
Alcuni elementi fanno pensare allo gnosticismo (sofferenza della vita, natura aliena, demiurgo maligno o pasticcione, divinità superiori), ma mancano del tutto riferimenti ad un viaggio di ritorno dell'anima...
Allora provo a rispondere: uno gnosticismo senza salvezza + una forma di satanismo senza ribellione (cioè Dio si comporta come un Lucifero melanconico).
Ma no... Rileggendo il testo mi sembra tutt'altra cosa... Mi arrendo.
Ahiahiahi, constato che non avete indovinato: vi siete persi l'occasione d'oro di un trenta e lode pure con l'abbraccio accademico! E pensare che questo qui sarebbe pure un sito pieno zeppo di filosofi :D
E vabbè, allora ve lo dico qual era la dottrina filosofica che dovevate indovinare, e che se ne stava criptata dietro e dentro la mia cosiddetta nuova teologia.
Solipsismo! Interroghiamo zia Wikipedia che ora ci dirà con precisione cos'è: "dottrina filosofica secondo cui l'individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza, poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno, ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero, cioè l'intero universo è la rappresentazione della propria individuale coscienza."
È stato detto che soltanto la nostra mente può essere sicura di esistere, il solipsismo sarebbe la nostra unica certezza. Ma poi, ragionandoci su, sùbito comprendiamo che sarebbe assurdo crederci davvero. Ognuno di noi comincia a chiedersi: "esisto soltanto io, e tutti gli altri non sarebbero che mie allucinazioni? E l'universo intero esisterebbe soltanto nella mia mente?... " Ecco che tosto ci sentiamo costretti ad abbandonare questa dottrina, poiché ne intuiamo l'assoluta impossibilità che si tratti di una cosa reale, ne comprendiamo l'intrinseca assurdità.
Ecco che a questo punto arriva la mia nuova teologia che ci dice che esiste effettivamente una persona, una Persona con la maiuscola, che Si può permettere di dirSi solipsista: Lui può!
Il nostro Dio minore è l'unica Persona che esiste, effettivamente, e tutto il resto delle altre persone (ovvero noi umani, e altri eventuali similumani degli altri mondi) non sono altro che Sue temporanee identità secondarie, destinate entro un range di circa 0-120 anni a rientrare nel Suo Sé divino, ad esserNe riassorbite.
Ed ecco che da quanto abbiamo or ora detto che possiamo finalmente battezzare la mia nuova teologia con un nome adeguato ed esplicativo: "teosolipsismo".
Questa denominazione viene a subentrare a un primo tentativo di darle un nome che ebbe luogo nel primo forum dove tutto nacque, e che fu "teologia del Puer aeternus". Sarebbe troppo lungo, ora, spiegare come e perché fu deciso di darle questa denominazione.
Teosolipsismo, dunque: rende bene l'idea di base di tutta la nostra Realtà.
Esiste una sola Persona reale. Non sappiamo da quale istanza a Lui superiore Gli sia stata data questa prerogativa di essere un Dio, sia pure minore, e non ne sappiamo il perché. Tale Persona gode della prerogativa di una potenza immaginativa straordinaria, ma soffre anche di strazianti limitazioni che Lo costringono a contorti e feroci ripieghi: per descriverNe i tratti di personalità e le inclinazioni il lessico più adatto si rivela essere quello clinico della neuropsichiatria. Il nostro Dio minore è come una sorta di verminoso cristallo capace soltanto di immaginarSi un luogo dove poter far vivere e morire infinite proiezioni di Sé, dato che nel nonluogo tristissimo dove Lui è non c'è niente altro che Lui.
Applichiamo immediatamente questa teologia che abbiamo ridenominato "teosolipsismo" al tentativo di rispondere in maniera rispettosa della logica a una questione di quelle importanti.
Poniamoci adesso una di quelle grandi domande che fanno tremare i polsi, e tentiamo di proporre una risposta teosolipsistica.
Domanda: perché Dio ha creato una Realtà, non bastava a Sé stesso?
Proviamo a rispondere adottando dunque un criterio teosolipsistico.
Avete presente il concetto di deprivazione sensoriale? Cercate per favore su Wikipedia o dove volete voi "deprivazione sensoriale".
Ebbene, se noi umani ci facciamo immergere in un liquido che ci dia l'impressione di non poterci più orientare, protetti da idonea tuta protettiva, al buio completo, aboliti ogni luce e suono, e proviamo a restare così per un tempo prolungato, che cosa invariabilmente finisce per accaderci?
Parlo per esperienza diretta. Io l'ho provata questa cosa e vi riferisco cosa provai.
Dopo non molti minuti cominciano ad arrivare le allucinazioni.
E che cosa sono le allucinazioni, in quel contesto?
Poiché noi umani siamo normalmente abituati a muoverci nel mondo con tutti i nostri sensi attivati, vista, udito, tatto, odorato, gusto, e gli altri come la propriocezione etc, la situazione di deprivazione sensoriale ci abolisce tutte le informazioni dal mondo a noi esterno, gettandoci in una crisi straniante che finisce per configurarsi con l'arrivo delle allucinazioni.
In quello stato di coscienza da deprivazione ci rendiamo conto che "non possiamo restare senza mondo."
E le allucinazioni sono nostri tentativi di ricostruzione del mondo di cui non ci stanno più arrivando i dati sufficienti.
Applichiamo dunque questa spiegazione alla psiche divina che in questa situazione noteremo comportarsi in modo analogo al nostro, dimostrando l'analogia tra le due psiche, quella umana e quella divina.
Quale sarebbe la situazione di Dio se non fosse esistita la Realtà che conosciamo, dove Dio non risulta presente? Se Dio fosse stato sufficiente a Sé Stesso, non Gli occorrerebbe creare una Realtà siffatta.
Dio deprivato di Realtà assiste alla Sue allucinazioni che sono anche per Lui ricostruzioni del mondo. Ma Lui è molto più bravo di noi. Mentre a noi arrivano le allucinazioni, che sono vani tentativi di ricostruzione del mondo, destinati al fallimento. Le allucinazioni che arrivano a Dio sono invece così tanto grandi e potenti e minuziosamente consistenti da divenire sufficienti a divenire una completa Realtà che può coincidere con la nostra Realtà. Diversamente dalle nostre, le Sue allucinazioni sono così funzionali da poter divenire la nostra Realtà.
Nemmeno Dio, quindi, può stare senza mondo.
L'esistenza del mondo, intesa quindi come una necessità psicologica della divinità, indica ancora una volta una sostanziale somiglianza funzionale tra la psiche umana e quella divina.
Abbiamo appena notato che nella sostanziale somiglianza funzionale delle menti divina e umana si staglia però straordinaria la differenza di potenza immaginativa di Dio che in virtù di essa ha il potere di creare la nostra Realtà. È interessante ora mostrare un corollario nel ragionamento che stiamo facendo, affrontando brevemente il tema del nostro sognare. Dio Si differenzia da noi per quanto riguarda i sogni: i sogni sono un fenomeno soltanto di noi umani, che abbiamo anche un ingombro somatico che ha le sue umane esigenze. Ma il meccanismo dell'umano sognare ci permette di notare delle interessanti analogie. Quando noi sogniamo, creiamo un mondo onirico precario e fugace che riesce comunque a impressionarci. I personaggi che animiamo nei nostri scenari onirici sono nostre labili creature, e assolutamente labile è il nostro intero teatrino interiore onirico, che oltretutto tendiamo a dimenticare rapidamente appena arriva il risveglio: ebbene, questo scenario onirico umano, pur così labile, assomiglia in qualche modo allo scenario cosmico creato dalla potenza creatrice dell'immaginazione divina. Si può ben notare la distanza siderale qui tra i due poteri creativo-immaginifici del nostro Dio minore e di noi umani. Eppure, sia pur remotamente, il nostro mondo onirico assomiglia al mondo reale creato dal nostro Dio minore: infatti, ognuno di noi è l'equivalente di Dio dentro al suo piccolo mondo onirico, ognuno di noi è il dio minimo dei propri sogni.
Tutti i personaggi che compaiono nei nostri sogni siamo sempre noi che li impersoniamo. Se io sogno mia madre defunta, non è mia madre che è entrata nei miei sogni, ma è la mia mente ad averla generata e collocata nel mio scenario onirico. Analogamente funziona, con ben altra e straordinaria efficacia, il potere creativo di Dio, per cui ogni persona che vive nel mondo reale non esiste realmente ma rimane un personaggio scaturito dal potere immaginifico di Dio. Per finire questo post con un ulteriore esempio di analogia di scenari, possiamo osservarla tra il mondo reale e il mondo immaginario di un autore di romanzi. L'autore di un romanzo è l'equivalente di Dio dentro al suo romanzo: egli può creare i personaggi, e può farli vivere o morire a piacimento.
(Scusatemi, ma non so ancora come citare i vari interlocutori cui intendo rivolgermi)
Caro Koba, non era lo gnosticismo, anche se devo ammettere che tra le mille radici che stanno alla base della mia ipotesi teologica hanno certamente dato un loro contribuito anche delle considerazioni gnosticheggianti.
Citazione di: Luther Blissett il 24 Ottobre 2025, 18:44:24 PMSolipsismo! Interroghiamo zia Wikipedia che ora ci dirà con precisione cos'è: "dottrina filosofica secondo cui l'individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza, poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno, ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero, cioè l'intero universo è la rappresentazione della propria individuale coscienza."
Ho messo in evidenza questa parte del tuo post, e in fondo a destra è apparso il riquadro, ''cita il testo selezionato'', su cui quindi ho cliccato. E voilà.
Ma, secondo me è quando prendiamo coscienza della rappresentazione che ciò che diciamo realtà viene smascherato come apparenza, che può allora essere considerata come apparenza di una realtà informe, e che perciò ammette diverse forme rappresentative, senza che ve ne sia una che possa dunque rappresentarla veramente.
Finché però la rappresentazione rimane unica vale per noi come univoca.
Non è propriamente la scienza ad aver attuato lo smascheramento, ma ha reso possibile la presa di coscienza spazzando via l'univocità della rappresentazione.
Ora abbiamo due modi di agire nella realtà, quello a cui soprassiede l'immaginazione, capace di generare sia il sogno che l'illusione di realtà, che perciò sono fatti della stessa sostanza immaginaria, e quello di ogni apparenza privo , la scienza, perchè usa un linguaggio descrittivo non immaginativo.
Dove l'elaborazione dei dati rimane nascosta, il risultato appare come evidente, e quando l'elaborazione dei dati è palese, il risultato non è evidente, altrimenti detto incomprensibile.
L'anello di congiunzione fra le descrizioni alternative è la geometria euclidea, che sembra essere al contempo evidente realtà e sua descrizione.
Non è una coincidenza che la matematica, in quanto linguaggio descrittivo, descriva cosi bene la realtà, perchè ciò che abbiamo inteso essere realtà era una sua descrizione.
I mondi in cui crediamo o non crediamo di vivere, riuscendo comunque attraverso essi a vivere la realtà, sono spazi di comunicazione, e ciò che da senso ai diversi linguaggi è la condivisione. Senza questa condivisione i linguaggi perdono significato.
Resta semmai appunto da spiegare come facciano i linguaggi a veicolare un significato, perchè una sfilza di simboli o di suoni non hanno in se un significato, a meno che non ci sia un accordo su cosa fare ad un dato segnale.
Il linguaggio ci consente di agire come un sol uomo e in ciò, non nella verità, è il potere della scienza.
Perchè se era vero ciò che era evidente, ciò che è evidente non è più vero.
Certo che questa teologia proposta da Luther Blissett non è male. Riassumo schematicamente: Dio è unico, in quanto c'è solo lui, sia come divinità che come realtà, è eterno, ma non onnipotente, in quanto, a causa della sua stessa divinità, non può nè nascere, nè morire. E nella sua onn-impotenza, è ridotto a cercare avidamente l'esperienza delle sue allucinazioni, che siamo noi. Un Dio minore, dunque, che non si sa bene chi, nè perchè, ha costretto in una situazione da neuro-deliri. Un Dio quasi fantozziano nella sua impotenza, al punto che non si può non sodalizzare con Lui. Quindi, saremmo al punto che le allucinazioni di Dio sentano, per simpatia, quasi il bisogno di rendere più interessante l'esistenza problematica del Dio minore, perchè no?, con una guerra o con altri eventi degni di nota. Andrà in Paradiso l'allucinazione di Dio, che sarà riuscita ad attirare maggiormente la Sua attenzione. Già, il Paradiso.. Ci sarà anche in questa teologia un Paradiso e potrebbe essere la memoria del Dio minore, cioè tutte quelle allucinazioni degne di essere da Lui ricordate al risveglio. All'Inferno, invece, tutte le allucinazioni Divine ordinarie, quelle grigie, incolori, non degne della Sua nota. Concordo con Luther Blisset, un Dio come questo sarebbe più simpatico e meno complicato. Adesso, però, quale liturgia? Come si venera un Dio come questo? Passo....
Citazione di: sapa il 24 Ottobre 2025, 20:44:04 PMCerto che questa teologia proposta da Luther Blissett non è male. Riassumo schematicamente: Dio è unico, in quanto c'è solo lui, sia come divinità che come realtà, è eterno, ma non onnipotente, in quanto, a causa della sua stessa divinità, non può nè nascere, nè morire. E nella sua onn-impotenza, è ridotto a cercare avidamente l'esperienza delle sue allucinazioni, che siamo noi. Un Dio minore, dunque, che non si sa bene chi, nè perchè, ha costretto in una situazione da neuro-deliri. Un Dio quasi fantozziano nella sua impotenza, al punto che non si può non sodalizzare con Lui. Quindi, saremmo al punto che le allucinazioni di Dio sentano, per simpatia, quasi il bisogno di rendere più interessante l'esistenza problematica del Dio minore, perchè no?, con una guerra o con altri eventi degni di nota. Andrà in Paradiso l'allucinazione di Dio, che sarà riuscita ad attirare maggiormente la Sua attenzione. Già, il Paradiso.. Ci sarà anche in questa teologia un Paradiso e potrebbe essere la memoria del Dio minore, cioè tutte quelle allucinazioni degne di essere da Lui ricordate al risveglio. All'Inferno, invece, tutte le allucinazioni Divine ordinarie, quelle grigie, incolori, non degne della Sua nota. Concordo con Luther Blisset, un Dio come questo sarebbe più simpatico e meno complicato. Adesso, però, quale liturgia? Come si venera un Dio come questo? Passo....
Complimenti per il compendio che hai fatto della mia teologia del teosolipsismo :)
Da quanto hai scritto dimostri inoltre di aver capito praticamente tutto il meccanismo.
Questa teologia comunque è da considerarsi appena abbozzata.
Occorre evitare di costruirla facendoci guidare dai nostri desiderata, altrimenti tenderemo a costruire anche noi una ennesima consolazione, e ad illuderci. Però la costruzione fin qui fatta sembra tenere abbastanza bene, mentre non sono ancora emersi problemi di incongruenza o altre criticità.
Interessante il tuo spunto riguardo una possibile discriminazione che il nostro Dio minore potrebbe mettersi a fare tra le allucinazioni per Lui interessanti e quelle grigie e ordinarie: penso però che Lui le archivierà tutte quante nella Sua memoria per sempre, tutte quante, sia quelle che hanno destato il Suo interesse che quelle che non Gli fossero troppo piaciute. Una Memoria perfetta deve archiviare tutto, non deve avere lacune. Oltretutto, il nostro Dio minore considera noi il vero Dio vivente, poiché Lui Si sente un handicappato cosmico, e Lui vede noi tutti come i Suoi infiniti caregiver. Lui conserverà tutti insieme indiscriminatamente i ricordi belli e brutti poiché è un accumulatore seriale di vite vissute, e noi resteremo per sempre schedati nella Sua Biblioteca-di-Babele colma di tutti quanti i nostri vissuti. Chi conserva i libri in una biblioteca, cosa si mette a fare coi vilains presenti nei vari romanzi? (I vilains sono i personaggi negativi di un romanzo) Ovviamente da nessun bibliotecario ci aspettiamo che mai getterebbe nelle fiamme dei libri, né mai che si mettesse a stracciare le pagine dei libri dove compaiono i vilains. Ma soprattutto è che il nostro Dio minore non potrà mai mandare all'inferno nessuno, sarebbe come se mandasse all'inferno Sé stesso, poiché tutti quanti noi umani non siamo altro che Sue identità secondarie, in sostanza tutti noi siamo Lui, anche se ci ha collocati nel mondo praticandoci un'amnesia di chi veramente siamo, amnesia che terminerà soltanto al momento delle luci di cortesia finali.
Noi non siamo altro-da-Lui, non siamo creature, siamo direttamente Lui, con l'amnesia che ci fa dimenticare chi veramente noi siamo. Se Lui Si fosse limitato a riempire il mondo di creature a Lui simili ma separate da Lui, altre-da-Lui, poi non Si sarebbe potuto godere le nostre vite essendo direttamente noi, ma avrebbe dovuto accontentarSi di osservarci dall'esterno, come se fossimo tutti soltanto dei film. Ma Lui ha voluto provare integralmente di persona tutto ciò che noi proviamo. Quando noi stiamo morendo, e siamo presi dall'ultima angoscia, Lui dentro di noi sta soffrendo insieme a noi, e solo quando transitiamo nel dopomorte, Lui Si ricorda di essere quel morente. Lui, nelle Sue parti di psiche che non Si sono incarnate in noi è assillato da una estrema angoscia di eternità e da una inguaribile noia immortale, e soltanto le Sue infinite parti di psiche che sono incarnate in noi umani palpitano di vita e di morte. Lui è sempre qui da noi che sta! Non ci sono angeli né altra bizantina accozzaglia di cortigiani in cielo a circondarlo di riverenze, Lui nel Suo nonluogo vegeta oscillando tra uno stato vegetativo e un locked-in. Lui soltanto qui da noi Si sente vivente e Si gode tutte intere le nostre vite, comprese quelle fasi delle quali noi umani avremmo fatto volentieri a meno (Dobbiamo arrivare a comprendere che certe cose che ci accadono possono davvero piacere soltanto a Lui). Lui, nella sua estrema passione per le nostre vite, è un assoluto dissoluto, ipermasochista puro, e fa ben poca distinzione tra piacere e dolore. Per lui bisognerebbe coniare un apposito termine misto di piacere-dolore, forse Gli potrebbe andar bene "algoedonìa".
Una teologia che si fonda sul niente.
Una teoria che chiede di essere smentita, prima ancora che essere dimostrata.
Amico mio il tuo è un delirio solipsista, uno dei tanti della modernità, a cui il cristianesimo deve iniziare a fare la lotta, piuttosto che fare la pace.
Ma poi la tua follia di ammettere un Dio, che poi saresti tu, che si compiace del delitto, non trovi che sia persino pericolosa?
Più che il solipsismo le tue teorie sono vicinissime a quelle dello gnosticismo, di cui gli illuminati si fanno scudo per le loro nefandezze sull'umanità.
Se veramente ti interessasse basterebbe fare un giro su youtube, ormai sono molti i preti che riconoscono nello stato attuale delle cose, la cospirazione di queste sette. E cosa avrebbero le teologie antiche che non va? Il fatto che parlano di obbedienza al Dio? E' un Dio giusto però. Cristianesimo ed Ebraismo da una parte, e tutte le altre dall'altra, volontarie o involontarie amiche del materialismo contemporaneo.
Una teologia senza morale...te lo dico: è grave.
Non basta per smantellare la tua teoria?
Citazione di: green demetr il 25 Ottobre 2025, 01:03:31 AMUna teologia che si fonda sul niente.
Una teoria che chiede di essere smentita, prima ancora che essere dimostrata.
Amico mio il tuo è un delirio solipsista, uno dei tanti della modernità, a cui il cristianesimo deve iniziare a fare la lotta, piuttosto che fare la pace.
Ma poi la tua follia di ammettere un Dio, che poi saresti tu, che si compiace del delitto, non trovi che sia persino pericolosa?
Più che il solipsismo le tue teorie sono vicinissime a quelle dello gnosticismo, di cui gli illuminati si fanno scudo per le loro nefandezze sull'umanità.
Se veramente ti interessasse basterebbe fare un giro su youtube, ormai sono molti i preti che riconoscono nello stato attuale delle cose, la cospirazione di queste sette. E cosa avrebbero le teologie antiche che non va? Il fatto che parlano di obbedienza al Dio? E' un Dio giusto però. Cristianesimo ed Ebraismo da una parte, e tutte le altre dall'altra, volontarie o involontarie amiche del materialismo contemporaneo.
Una teologia senza morale...te lo dico: è grave.
Non basta per smantellare la tua teoria?
Bè, chiamare teologia quella qui proposta da LB è forse prematuro, come del resto mi sembra avesse premesso lo stesso autore. E' una bella storia, almeno a me, che non sono alla ricerca di alcuna teologia e non mi esalto, nè mi offendo per nessuna teoria più o meno ardita, è piaciuta. Ma ti chiedo: visto che parli di teologie dimostrate, in che senso? Cioè, quali sarebbero quelle dimostrate? LB non ha chiesto di essere smentito, ma ha autoironicamente chiesto di provare a smontare l' inizio della sua teoria. E' stato furbo, perchè se si parla di definizione o spiegazione del Divino, non si smonta nè si smentisce praticamente nulla e non si dimostra alcunchè. Chiedi una morale? Forse non ci siamo ancora arrivati...Ma poi, una morale per chi, se esiste solo Dio alle prese con le Sue allucinazioni? Non mi pare che in un mondo dove esiste solo Dio ci sia bisogno di una morale. Anche se, a ben pensarci, in un mondo dove esiste solo Dio forse non servirebbe nemmeno una teologia...
Citazione di: green demetr il 25 Ottobre 2025, 01:03:31 AMUna teologia che si fonda sul niente.
Una teoria che chiede di essere smentita, prima ancora che essere dimostrata.
Amico mio il tuo è un delirio solipsista, uno dei tanti della modernità, a cui il cristianesimo deve iniziare a fare la lotta, piuttosto che fare la pace.
Ma poi la tua follia di ammettere un Dio, che poi saresti tu, che si compiace del delitto, non trovi che sia persino pericolosa?
Più che il solipsismo le tue teorie sono vicinissime a quelle dello gnosticismo, di cui gli illuminati si fanno scudo per le loro nefandezze sull'umanità.
Se veramente ti interessasse basterebbe fare un giro su youtube, ormai sono molti i preti che riconoscono nello stato attuale delle cose, la cospirazione di queste sette. E cosa avrebbero le teologie antiche che non va? Il fatto che parlano di obbedienza al Dio? E' un Dio giusto però. Cristianesimo ed Ebraismo da una parte, e tutte le altre dall'altra, volontarie o involontarie amiche del materialismo contemporaneo.
Una teologia senza morale...te lo dico: è grave.
Non basta per smantellare la tua teoria?
Ti ha talmente bene risposto sapa che basterebbe così.
Spero che tu ti renda conto di come qualunque teologia, ma proprio tutte quante le teologie, nessuna esclusa, rimangono mere ipotesi non dimostrabili. Non c'è assolutamente nessuna verifica possibile per alcuna teologia, né per quella che segui tu, inventata da altri tanto tempo fa, né per quella che mi sto inventando io. La verifica potrà esserci soltanto, e aggiungiamo forse, solo "dopo" che si è transitati sul letto di morte.
La morale è una necessità per la tenuta delle società umane, serve a proteggere l'interesse comune di ogni organizzazione umana: ogni collettività deve controllare che gli individui che la costituiscono non varchino i limiti che le leggi umane hanno stabilito. Le religioni che hanno avuto successo sono quelle che si sono dimostrate utili a puntellare la solidità delle leggi umane e l'autorità dei pastori delle genti. Il Cristianesimo, ad esempio, ha avuto un principale fondatore iniziale in San Paolo di Tarso, ma senza il vero fondatore istituzionale Costantino, imperatore romano, non è affatto detto che in questo nostro anno 2025 sarebbero giunte fino a noi notizie non frammentarie di questa religione divenuta invece poi la più diffusa del mondo, e chissà forse ogni tanto si sarebbero trovati qua e là manoscritti o altri indizi di questi antichi culti, ma ironia della sorte non è detto neppure che li si sarebbero facilmente distinti dalle cosiddette sètte gnostiche che così tanto pullularono nel pabulum ellenistico. L'abile imperatore Costantino scelse questa religione novella intuendo che poteva avere una chance di poter divenire un puntello nuovo a sostegno dell'autorità imperiale declinante. La mossa di Costantino fu comunque azzardata, e avrebbe anche potuto fallire, poiché il Cristianesimo suo contemporaneo non consisteva certo in una Chiesa già compiutamente organizzata a puntino, ma in un bailamme di chiesucole aggrappate a centinaia di sedicenti vangeli che spaziavano tra loro in modi imbarazzanti. L'imperatore costrinse i "padri" di questo mucchio eterogeneo di culti a decidersi di stabilire quali scritti marcare come canonici e quali invece come apocrifi da far quindi scomparire. Insomma, lui chiese ai "padri" di questo promettente culto di compiere un lavoro razionale a tavolino di risistemazione dottrinale, di riunificazione compattante delle varie correnti discordi, e di eliminazione delle incongruità. Fu insomma il vero nume fondante del Cristianesimo, che tirò la volata all'imperatore Teodosio che sancì poi tale religione come culto di Stato. Fu sancito quel patto tra trono e altare che perdurò poi per una quindicina di secoli, fino alla Rivoluzione Francese. Mi permetto di far notare come pure io, pur privo dell'autorità imperiale :D , ero venuto a chiedere a questo nobile consesso di aiutarmi a pescare le incongruenze nella mia teologia start up :)
Citazione di: sapa il 25 Ottobre 2025, 16:42:51 PMse esiste solo Dio alle prese con le Sue allucinazioni? Non mi pare che in un mondo dove esiste solo Dio ci sia bisogno di una morale. Anche se, a ben pensarci, in un mondo dove esiste solo Dio forse non servirebbe nemmeno una teologia...
Giustissime osservazioni le tue :)
In un mondo dove esiste solo Dio, più che una morale, occorrerebbe piuttosto, al nostro Dio minore, che Lui imparasse a praticare un po' di autodisciplina. Lui è così avido e famelico di emozioni umane che non sa disciplinarSi. Anche per questo motivo una prima denominazione della mia teologia aveva evocato il concetto di Puer aeternus. Era per marcare la inguaribile immaturità del nostro Dio minore, che rimane sempre "più giovane di noi umani" nonostante che bazzichi l'umanità da quando l'ha chiamata all'esistenza. Un altro nome che avremmo potuto usare per chiamarLo sarebbe stato "Figlio dell'uomo", ancora per marcare la sua inguaribile immaturità, ma avevo deciso di evitare questa espressione per non dare alcuna soddisfazione alla Bibbia, che di questa misteriosa espressione fa grande abuso :)
Poi, hai ragione, sapa, quando dici che in un mondo dove esiste solo Dio non servirebbe nemmeno una teologia... ma appunto, una teologia servirebbe a noi, in mancanza di un Dio apertamente convivente in mezzo a noi.
Avevo fatto l'analogia di Dio con il signor Billy Milligan. A questo punto rimando al prossimo post che dedicherò proprio a questo signor Billy Milligan.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Ottobre 2025, 19:19:43 PM... ero venuto a chiedere a questo nobile consesso di aiutarmi a pescare le incongruenze nella mia teologia start up :)
Be' visto che ribadisci quanto sopra... Allora per prima cosa chiedo perdono in anticipo per la franchezza di un non credente.
Non c'è partita senza l'incontro con il sacro che necessariamente scuote l'umano, non solo nella mente razionale, ma nel profondo delle sue indeterminate pulsioni.
Non c'è partita anche senza creatività mitopoietica.
Perché il mito prima si crea come "immagini" simboliche, poi si spiega con parole razionali (pardon, si "tenta"di spiegarne i molteplici significati). Lo si fa anche rivivere attraverso riti che mutano lo stato della coscienza. Come conseguenza parallela (è tipico del pensiero mitico esprimere ossimori) con questi processi scaturiscono norme e regole comportamentali.
Certamente da un paio di secoli si parla di religioni laiche o civili, da Rousseau a Durkheim fino all'odierno Harari.
Però se non si intercetta il qualche modo il mondo irrazionale del mysterium tremendum et fascinans descritto da Rudolf Otto... a cosa si riduce il fenomeno?
Scusami Adalberto, devo rimandare a dopo la risposta alla tua interessante osservazione, poiché ora sono impegnato a postare lo scritto sul signor Billy Milligan, e purtroppo sto avendo problemi tecnici. Il sito mi ha segnalato che il post che intendevo inserire eccede le dimensioni consentite. Dovrò rivoluzionare il tutto oppure provare a condensare.
Avevo preparato un post così lungo che il sito me lo ha bloccato, e quindi ho rinunciato e al suo posto, ecco che ne posto questo qui, molto breve e conciso.
Andate comunque a leggervi la voce Billy Milligan su Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Billy_Milligan#Teatro
Una volta entrati nel link, scendete fino alla sezione intitolata "Le 24 identità di Billy" e leggetela integralmente.
Se Billy avesse potuto guarire dalla sua sindrome, le sue 24 identià sarebbero state riassorbite nella sua psiche, e sarebbero quindi scomparse, e Billy sarebbe tornato ad essere unicamente Billy Milligan, un uomo normale come tutti, senza identità secondarie.
Il Dio postulato dal teosolipsismo (la mia teologia) avrebbe "gettato nel mondo", ovvero su questo nostro pianeta, una dissociazione identitaria multipla consistente in almeno 200 miliardi di identità secondarie: questa è la cifra stimata da alcuni studiosi riguardo al numero degli esseri umani che sono viventi (circa 8 miliardi) o vissuti (circa 200 miliardi) a iniziare dall'incipit della nostra specie sapiens sapiens, fino al nostro tempo.
Non mi parrebbe auspicabile una "guarigione" di Dio, e anzi noi saremmo molto interessati al destino di queste Sue identità secondarie, dato che facciamo parte del mucchio :)
Possiamo estendere Dio fino a comprendere tutti gli esseri viventi, con diverse quindi potenziali personalità, una per ogni essere vivente, per verificare se la nuova teologia funziona come descrizione della vita, seppure essa abbia preso spunto dalle diverse personalità che abitavano Billy, cioè un singolo essere vivente, perchè in fondo Billy, proprio come ognuno di noi, è abitato realmente da una miriade di esseri viventi, senza dei quali la sua sopravvivenza verrebbe messa a rischio.
Vita dunque relativa ad un solo individuo, Dio, che è improprio quindi dire individuo, se non per distinguerlo dalla restante realtà, con la quale esclusivamente interagisce, essendo le sue diverse personalità modi diversi di interagire secondo l'occasione, prevalendo ogni volta una sulle altre.
L'individuo assume allora meglio una esistenza insiemistica, come criterio funzionale che definisce un insieme di esseri viventi, che Dio assume all'occasione.
Ad ogni diverso modo in cui viene individuato l'insieme funzionale di esseri viventi, corrisponde una diversa descrizione della vita.
Cioè la vita è fatta di esseri viventi secondo la loro specie, secondo come la si racconta.
Sicuramente quanto ho scritto è criticabile, e io stesso potrei farlo, ma non posso fare tutto io.
In effetti non ho fatto atro che esprimere le mie convinzioni, non necessariamente tutte coerenti fra loro, cercando di ordinarle secondo la nuova teologia, come credo che ognuno di voi farà a suo modo .
Male che vada quindi la nuova teologia funziona come espediente per riordinare le nostre idee, e riordinandole riguardarle da un punto di vista diverso.
Ma in fondo questo è quello che fa ogni nuova teoria, quando la coscienza interviene nell'evoluzione.
Ogni insieme simbiotico di esseri viventi è solipsistico, e certamente l'umanità lo è stata, monopolizzando Dio a sua immagine.
Citazione di: Adalberto il 25 Ottobre 2025, 20:45:05 PMNon c'è partita senza l'incontro con il sacro che necessariamente scuote l'umano, non solo nella mente razionale, ma nel profondo delle sue indeterminate pulsioni.
Non c'è partita anche senza creatività mitopoietica.
Perché il mito prima si crea come "immagini" simboliche, poi si spiega con parole razionali (pardon, si "tenta"di spiegarne i molteplici significati). Lo si fa anche rivivere attraverso riti che mutano lo stato della coscienza. Come conseguenza parallela (è tipico del pensiero mitico esprimere ossimori) con questi processi scaturiscono norme e regole comportamentali.
Fluttuando attraverso ciascuno dei vari stati di coscienza si raccoglie un diverso sapere.
Il modo che personalmente tendo a privilegiare per progredire nella conoscenza rimane per me quello che possiamo considerare il comune stato lucido di coscienza ordinario. Tendo infatti a diffidare di ciò che può arrivarci dagli stati di coscienza variamente modificati, come quelli indotti dalle tecniche di meditazione. Ho praticato con esiti diversi ogni sorta di tecnica, e ho imparato a non fidarmi troppo delle suggestioni che ne ho ricavato.
Continuo a ritenere solido e importante soltanto ciò che mi sembra di apprendere per via logica razionale.
Ed è appunto in questo àmbito logico-razionale che mi si è formulata in mente questa mia ipotesi di nuova teologia per la quale la denominazione provvisoria è "teosolipsismo" (ma mi sembra termine composito vagamente cacofonico dalla sonorità poco gradevole, tuttavia più preciso nell'indicare il Kern rispetto alla originaria dizione "Deus sicut Puer aeternus" effettivamente piuttosto goffa :) ). A pensarci bene, sono rarissime le teologie costruite secondo criteri logico-razionali, e sono quasi tutte costruzioni recenti, elaborate spesso da autori di fantascienza, come la Scientology di Ron Hubbard. La mia impressione è che se in futuro sorgeranno nuove teologie, queste s'inscriveranno, o tenteranno di farlo per meglio accreditarsi, dentro una cornice logico-razionale.
Cito adesso una proposta teologica & religiosa meno nota di Scientology ma comunque interessante:
La "teoria dell'uovo cosmico come origine dell'uomo", elaborata da Andy Weir, autore di libri di fantascienza.
Questa versione è stata tradotta da Paolo Gianrossi.
Chi è arrivato fin qui imbattendosi in spunti della mia teoria può anche azzardarsi a fare qualche confronto con la mia:
"Stavi andando a casa quando sei morto.
E' stato un incidente d'auto. Nulla di particolarmente eccitante, ma comunque fatale. Hai lasciato una moglie e due bambini. E' stata una morte relativamente indolore. I medici del pronto soccorso hanno fatto il possibile. Non è servito. Per com'eri conciato, fidati. E' meglio così.
Poi mi hai incontrato.
«Cos'è successo?», mi hai chiesto. «Dove sono?»
Te l'ho detto senza girarci tanto intorno: «sei morto». Non avrebbe tanto senso misurare le parole.
«C'era un furgone, scivolava...»
«Già»
«Sono... Sono morto?»
«Già. Ma non preoccuparti troppo. Muoiono tutti», ho detto io.
Ti sei guardato intorno. Non c'era altro che nulla. E poi solo io e te. Hai chiesto «che posto è questo? L'aldilà?»
«Più o meno»
«Sei Dio?»
Ti ho risposto «Sì. Sono Dio.»
«I bambini? Mia moglie?»
«I bambini e tua moglie cosa?»
«Se la caveranno?»
«Così mi piaci. Sei appena morto e ti preoccupi solo della tua famiglia. Ben fatto.»
Mi guardavi affascinato. Non ti sembravo un Dio. Sembravo solo un uomo. O forse una donna. Una vaga figura autoritaria, più la maestra dell'asilo che l'onnipotente.
Ti ho detto «tranquillo, staranno bene. I tuoi bambini si ricorderanno di te come una specie di essere perfetto. Non hanno avuto il tempo di scoprire i tuoi difetti. Tua moglie sta piangendo, ma in realtà dentro di sé è sollevata. Diciamocelo, il tuo matrimonio stava andando a pezzi. Se ti può consolare, si sentirà orrendamente in colpa di sentirsi sollevata.»
Hai detto «Oh», e poi «E adesso che succede? Vado all'inferno, in paradiso o dove?»
«Nessuna delle due cose. Sarai reincarnato.»
«Ah, allora gli Hindu avevano ragione»
Ho detto «tutte le religioni hanno ragione, in un certo senso. Cammina con me.»
Mi hai seguito mentre passeggiavamo nel vuoto nulla. «Dove andiamo?»
«Da nessuna parte. E' che mi piace camminare mentre chiacchiero»
Mi hai chiesto «ma allora, come funziona? Quando rinascerò sarà tutto cancellato no? Un neonato. Tutta la mia esperienza e tutto il resto che ho fatto in questa vita non importeranno più.»
Ti ho detto «sbagliato! Hai dentro di te tutta la conoscenza e l'esperienza di tutte le tue vite passate. E' solo che ora non le ricordi.»
Mi sono fermato, e ti ho afferrato per le spalle. «La tua essenza è più magnificente, meravigliosa e grandiosa di quanto tu possa immaginare. Una mente umana può contenere solo una frazione minuscola di quel che sei. E' come mettere il dito in un bicchiere di acqua per vedere se è calda o fredda. Metti un tuo pezzettino nel contenitore e quando lo tiri fuori hai imparato tutta l'esperienza che conteneva.
«Sei stato dentro a un umano per gli ultimi 48 anni. Per questo non ti sei ancora stiracchiato bene e non hai percepito la tua immensa coscienza. Se stessimo a perder tempo qui per abbastanza, inizieresti a ricordare tutto. Ma non serve a niente farlo tra una vita e l'altra.»
«Quante volte mi sono reincarnato allora?»
Ho detto «ah, moltissime. Più di moltissime. E in moltissime diverse vite. A questo giro sarai una contadina cinese del 540 dopo Cristo.»
Mi hai risposto quasi sconvolto «aspetta un attimo! Mi stai mandando indietro nel tempo?»
«Se la metti in questi termini, forse tecnicamente sì. Il tempo come lo intendi tu esiste solo nel tuo universo. Da dove vengo io funziona un po' diversamente»
«E da dov'è che vieni tu?»
Ti ho spiegato che «beh di certo vengo da qualche posto. Qualche altro posto. E ce ne sono altri, come me. So che vorresti sapere com'è laggiù. Ma fidati, non ci capiresti niente.»
Mi hai risposto deluso «oh. Ma aspetta un attimo. Se mi reincarno in altri posti e tempi, potrei aver interagito con me stesso, a un certo punto.»
«Certo, capita di continuo. Ma col fatto che nessuna delle due vite ha coscienza di altro che sé stessa, non te ne accorgi»
«E quindi che senso ha?»
Ti ho chiesto «sul serio? Mi stai seriamente chiedendo il senso della vita? Non ti sembra un po' stereotipato?»
Hai insistito: «è una domanda ragionevole».
Ti ho guardato negli occhi. «Il senso della vita, il motivo per cui ho creato questo intero universo, è perché tu possa maturare»
«Vuoi dire l'uomo? Vuoi che l'umanità maturi?»
«No, solo tu. Questo universo l'ho fatto per te. Con ogni nuova vita cresci e maturi e diventi più grande e più intelligente.»
«Solo io? E tutti gli altri?»
«Non esiste nessun altro. In quest'universo ci siamo solo io e te»
Mi hai guardato strano «Ma tutta la gente del mondo...»
«Tutte te. Diverse incarnazioni di te.»
«Aspetta. Sono tutti!?»
«Ci stai arrivando», e mentre lo dicevo ti ho dato una pacca sulla spalla, per congratularmi con te.
«Sono ogni essere umano mai esistito?»
«E che mai esisterà, sì»
«Sono Abramo Lincoln?»
«E sei anche il suo assassino», ho aggiunto.
«Sono Hitler?», l'hai detto con un'espressione raccapricciata.
«E sei tutti i milioni di persone che ha ucciso»
«Sono Gesù?»
«E tutti i suoi seguaci»
Sei stato zitto.
Ti ho detto «tutte le volte che hai vittimizzato qualcuno, vittimizzavi te stesso. Ogni gesto carino che hai fatto l'hai fatto a te stesso. Ogni momento felice e ogni momento triste che ogni umano ha mai vissuto e mai vivrà, li hai vissuti tu.»
Ci hai pensato per un bel po'.
«Perché? Perché fare tutto questo?»
«Perché un giorno sarai come me. Perché è questo quello che sei. Uno della mia specie. Sei mio figlio.»
«Wow. Vuoi dire che sono un dio?», lo hai detto ma eri incredulo.
«No, non ancora. Sei un feto. Stai crescendo. Una volta che avrai vissuto ogni vita di ogni essere umano in ogni momento, sarai abbastanza grande da nascere»
«Quindi l'intero universo è solo...»
«Un uovo», ti ho detto. E poi ho aggiunto «è ora che tu vada.»
E ti ho mandato per la tua strada."
La tua teologia, proprio come quella in generale cristiana, e direi anche ebraica, prevede l'autolimitarsi volontario del dio onnipotente, e questo non solo come (mera) possibilita', ma proprio come (forte) realta'.
L'Onnipotenza prevede, per logica, la possibilita' della negazione, o quanto meno dell'autolimitazione, dell'onnipotenza [cosa con cui io personalmente, fin qui, sono d'accordo] E questo fatto NON puo' rimanere una mera possibilita' o virtualita', ma DEVE, in senso etico o pratico, tradursi in una realta' storica o narratologica di qualche tipo, ad esempio il libero arbitrio, la vicenda dell'incarnazione cristica o la tua teoria del dio psicotico [cosa con cui io sono in fortissimo disaccordo].
Insomma libero arbitrio, vicenda dell'incarnazione, e la tua teoria, sono tutte forme che ci raccontano COME, dovrebbe avvenire l'autolimitazione del Dio onnipotente.
Io invece penso, che un Dio onnipotente, al massimo "pondererebbe", (e dico pondererebbe giusto per fare un antropomorfismo e farmi capire) la possibilita' di autolimitarsi, ma poi, alla fine la "scarterebbe" e NON si autolimiterebbe. Per me, il fatto stesso dell'autolimitazione del Dio, quale espressione della sua stessa bonta' o onnipotenza, resta e resterebbe nella virtualita', del "divino pensiero", per questo non sono ne' ebreo, ne' cristiano, ne' un fedele della tua bizzarra teoria.
Il fatto stesso che Dio si autolimiti, ne tradisce la potenza finita (se DAVVERO fosse infinitamente potente, allora, come sua decisione finale NON si autolimiterebbe) e quindi tradisce la sua vera natura di demiurgo/dio minore.
Egli, autolitandosi, di fatto che cosa fa? Crea degli infelici, e li crea, non certo gratis, ma al costo, specifico, di rendersi egli stesso, in forza della sua stessa creazione, un infelice; cioe' egli fa un errore, e un tipo di errore, che, a partia' di condizioni, il mio portiere, o il mio salumiere, NON farebbe. E siccome mi rifiuto, di credere che (il vero) Dio sia inferiore, al mio portiere, o al mio salumiere come intelligenza e come entita', giungo alla conclusione che codesto Dio, se esistesse, anche ammesso che esista, sarebbe solo un demiurgo.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Ottobre 2025, 19:19:43 PMSpero che tu ti renda conto di come qualunque teologia, ma proprio tutte quante le teologie, nessuna esclusa, rimangono mere ipotesi non dimostrabili. Non c'è assolutamente nessuna verifica possibile per alcuna teologia, né per quella che segui tu, inventata da altri tanto tempo fa, né per quella che mi sto inventando io. La verifica potrà esserci soltanto, e aggiungiamo forse, solo "dopo" che si è transitati sul letto di morte.
La morte, come la vita, di un esistente non porterà ad alcuna soluzione dell'ignoranza sistemica.
Se Dio esistesse sarebbe un ignorante sistemico, un ente parte di un tutto inconoscibile, a cominciare da sè stesso.
Allora una prima domanda-obiezione alla tua teoria "teosolipsista": io so di essere mortale per inferenza, perchè vedo e sento della morte di esseri viventi come me. Ma il tuo Dio minore è persona che evolve, come fa invece a sapere di essere eterno, immortale?
Citazione di: niko il 26 Ottobre 2025, 22:44:07 PMLa tua teologia, proprio come quella in generale cristiana, e direi anche ebraica, prevede l'autolimitarsi volontario del dio onnipotente, e questo non solo come (mera) possibilita', ma proprio come (forte) realta'.
L'Onnipotenza prevede, per logica, la possibilita' della negazione, o quanto meno dell'autolimitazione, dell'onnipotenza [cosa con cui io personalmente, fin qui, sono d'accordo] E questo fatto NON puo' rimanere una mera possibilita' o virtualita', ma DEVE, in senso etico o pratico, tradursi in una realta' storica o narratologica di qualche tipo, ad esempio il libero arbitrio, la vicenda dell'incarnazione cristica o la tua teoria del dio psicotico [cosa con cui io sono in fortissimo disaccordo].
Insomma libero arbitrio, vicenda dell'incarnazione, e la tua teoria, sono tutte forme che ci raccontano COME, dovrebbe avvenire l'autolimitazione del Dio onnipotente.
Io invece penso, che un Dio onnipotente, al massimo "pondererebbe", (e dico pondererebbe giusto per fare un antropomorfismo e farmi capire) la possibilita' di autolimitarsi, ma poi, alla fine la "scarterebbe" e NON si autolimiterebbe. Per me, il fatto stesso dell'autolimitazione del Dio, quale espressione della sua stessa bonta' o onnipotenza, resta e resterebbe nella virtualita', del "divino pensiero", per questo non sono ne' ebreo, ne' cristiano, ne' un fedele della tua bizzarra teoria.
Il fatto stesso che Dio si autolimiti, ne tradisce la potenza finita (se DAVVERO fosse infinitamente potente, allora, come sua decisione finale NON si autolimiterebbe) e quindi tradisce la sua vera natura di demiurgo/dio minore.
Egli, autolitandosi, di fatto che cosa fa? Crea degli infelici, e li crea, non certo gratis, ma al costo, specifico, di rendersi egli stesso, in forza della sua stessa creazione, un infelice; cioe' egli fa un errore, e un tipo di errore, che, a partia' di condizioni, il mio portiere, o il mio salumiere, NON farebbe. E siccome mi rifiuto, di credere che (il vero) Dio sia inferiore, al mio portiere, o al mio salumiere come intelligenza e come entita', giungo alla conclusione che codesto Dio, se esistesse, anche ammesso che esista, sarebbe solo un demiurgo.
Mi piace particolarmente il tuo intervento, per il fatto che individua bene una delle questioni fondanti che mi ero posto "nel momento dei plinti", ovvero nel momento fondativo stesso della mia teologia. E la tua obiezione mi piace anche per il fatto che si muove dentro un quadro logico-razionale, come se invece di una metafisica, noi ci stessimo confrontando su una questione di fisica come ad esempio l'interpretazione di Everett.
Provo a risponderti.
È vero: anche la mia teologia ipotizza una forma di limitazione di Dio, e così fanno in sostanza tutte le teologie abramitiche.
Ad esempio, l'ebraismo ipotizza uno Tzimtzum, cioè una contrazione della divinità, per lasciare spazio alla Realtà creaturale.
Tu poi mostri anche di comprendere quanto sia dirimente l'esistenza di una giustificazione congruente di questo scomparire della presenza di Dio dal mondo creaturale, e citi per esempio il libero arbitrio.
Il libero arbitrio è l'alibi di Dio per giustificare il Suo assentarSi dal nostro mondo.
Peccato che le neuroscienze, pur ancora troppo giovani per darci solide certezze, già si mostrano piuttosto scettiche riguardo la questione che questo libero arbitrio esista davvero o non sia piuttosto una nostra illusione.
Peccato ancora che questo libero arbitrio riveli un eclatante comportamento divino descriminatorio nei confronti delle diverse categorie di Sue creature; infatti, stando ad esempio alle teologie cristiane, si citano altre creature oltre gli umani: gli angeli. Diversamente che verso gli umani, verso gli angeli Dio non ha utilizzato l'alibi del libero arbitrio.
Se nell'accezione fondamentale di "libero arbitrio" nel discorso teologico s'intende il fatto che Dio si nasconde a noi umani per evitarci di essere travolti dallo splendore divino e di coartarci così a tal punto da "salvarci" anche contro la nostra eventuale volontà di non esser salvati, allora va osservato che invece nei riguardi degli angeli Dio non ha mostrato questa delicatezza tutta speciale, e anzi Si è rivelato a loro in tutto il Suo affascinante splendore. Gli angeli SANNO con sicurezza che Dio esiste, non sono come noi umani che dobbiamo inventarci una fede. Come mai questa discriminazione? E poi, altra osservazione anche non poco inquietante, come mai alcuni angeli, di quelli tra l'altro più caricati di splendore divino riflesso, nei più altri gradi, si sono a Lui ribellati? Creature che hanno goduto da eoni dello splendore divino e Lo hanno conosciuto da vicino infinitamente meglio di tutti i santi umani messi assieme, eppure proprio loro si sono ribellati, pur sapendo che Dio è Dio. Un altro implicito corollario che deriva da ciò è che del libero arbitrio Dio poteva fare benissimo a meno, poiché la libertà di dirGli di no l'esempio degli angeli dimostra che sarebbe stata ampiamente preservata. E non solo, ma se Dio avesse fatto a meno di questo specioso alibi, avrebbe evitato di far pensare (ai più sospettosi) che Dio sia un tipo piuttosto selettivo che se la tiri un po' troppo, e che non Si renda trumpianamente conto che tante sante umiltà potrebbero celare profonde motivazioni o di strategie sottili o di sofisticate perversioni. I cortigiani migliori di un tiranno sono sempre quelli più bravi nell'arte dell'umiltà come strategia e quelli che traggono godimento segreto dalla sottomissione. Non è che Dio Si vorrà riempire il Paradiso di sante Margherite Marie Alacoque?
Come vedi, amico niko, credo di avere inteso ciò che tu hai inteso. e ti ripeto che faccio mio anche il tuo intero ragionamento, compreso il senso del punto in cui dici che un vero Dio onnipotente pondererebbe bene prima di creare altro-da-Sé ma poi, dopo ponderato, rinuncerebbe del tutto a creare se sapesse che potrebbe creare anche una sola creatura destinata all'infelicità.
Il credente in certe fedi insorgerebbe difendendo il Creatore in ogni caso, e secondo lui, Lui avrebbe sempre ragione, essendo Dio. (Credo di averlo letto tanti anni fa nientedimeno che sull'autorevole Dictionaire de Spiritualité: offendere Dio con l'incredulità significa offendere il Signore creatore dell'Universo e significa meritare il castigo esterno.)
Un errore tecnico però lo hai compiuto, nel tuo intervento: le teologie le hai messe tutte assieme, hai messo la mia teologia insieme alle forme di autolimitazione voluta direttamente da Dio, come avviene sia nel Cristianesimo che nell'ebraismo, non accorgendoti che io pure sostengo che il nostro Dio soffre di limitazioni, ma ho anche detto che queste limitazioni non sono volute dal nostro Dio. Il nostro Dio è un Dio minore, è una vittima pure Lui di entità superiori non meglio specificabili, e delle quali nemmeno il nostro Dio saprebbe dirci niente se iniziasse a dialogare con noi. Se il nostro Dio minore lo potesse, guarirebbe di tutti i Suoi limiti, e di tutte le Sue assurde patologie.
Lui non Si è autolimitato, è stato limitato e tarato da quella pietra gelida quella intelligenza impersonale che governa statistico-probabilisticamente tutti gli universi, e che è assolutamente privo di ogni empatia verso quelle fragili forme di organizzazione materiali che talora possono financo evolvere a divenir persone. Il nostro Dio, condannato ad essere un Dio minore, non è invece una pietra bensì un Cristallo sognante che vive di riflessi, di luci e di noi.
Noi creature umane, ognuna col proprio nome, come una denominazione eponimica, siamo le Sue infinite specifiche malattie, Lui soffre attraverso di noi, ed è sempre con noi. Noi occupiamo interamente la Sua Realtà imaginativa, essendo infinitamente squallida la Realtà dove Lui sta gemendo.
Citazione di: baylham il 27 Ottobre 2025, 18:30:53 PMLa morte, come la vita, di un esistente non porterà ad alcuna soluzione dell'ignoranza sistemica.
Se Dio esistesse sarebbe un ignorante sistemico, un ente parte di un tutto inconoscibile, a cominciare da sè stesso.
Allora una prima domanda-obiezione alla tua teoria "teosolipsista": io so di essere mortale per inferenza, perchè vedo e sento della morte di esseri viventi come me. Ma il tuo Dio minore è persona che evolve, come fa invece a sapere di essere eterno, immortale?
Lui Si ritrova confinato prigioniero nel Suo nonluogo, in un modo analogo come nei nostri ospedali giacciono i malati della sindrome locked-in, ossia i malati della cosiddetta sindrome del chiavistello, con la differenza che Lui in quel Suo nonluogo è assolutamente solo (non ci sono infermiere né curatori nel Suo nonluogo) e per non impazzire di noia e dolore vive di immaginazione fervida, quasi unico potere divino immenso che Gli ha accordato la spietata intelligenza impersonale cosmica che sgoverna gli universi. La Sua potente immaginazione crea il nostro universo secondo leggi statistico-probabilistiche che non sono sotto il Suo controllo, restando sotto il controllo dell'intelligenza impersonale cosmica, e Lui concentra la Sua attenzione verso alcuni mondi creati dalla Sua fantasia, fino a formare specie di viventi che Lui pilota a conformarsi alle forme e alle sensibilità che Lui sente più affini a Sé stesso. Lui dove sta nel Suo nonluogo non ha un corpo, è pura psiche, ma Si immagina di avere un corpo simile al nostro, e quando trova un pianeta dove si son formate evolutivamente forme preominidi inizia a gettarSi nel mondo entrando progressivamente dentro TUTTI gli appartenenti alla specie vivente umanoide che Gli è piaciuta.
Scenariamente è come faremmo noi davanti al pianeta Pandora del fim Avatar, dove però noi entreremmo con la telepresenza ad uno ad uno incontrando gli abitanti locali che rimangono altro-da-noi. Lui invece, con la Sua potenza imaginativa, entra in TUTTI i personaggi del pianeta prescelto. Lui registra dentro di Sé tutti i vissuti compresi nelle nostre vite e li archivia nella Sua Memoria perfetta (altro Suo potere) in modo che può sempre tornarci su, come succederebbe a noi con i nostri libri o film. Ognuno di noi soltanto morendo si renderebbe conto di essere Dio, per il ritorno immediato della Sua Memoria anche a noi, e ciò avrebbe per noi un doppio effetto: dapprima un effetto di sospiro di sollievo, poiché ci ritroveremmo ancora vivi pur avendo da poco transitato sul letto di morte, ma sùbito dopo, appena superata e assorbita l'angoscia di morte, ecco che ci tornerebbe l'altra angoscia, ancora più grave e pesante di quella di morte, poiché torneremmo a sentirci assillati dalla consapevolezza di un'eternità che ci attende, il ritorno dell'inguaribile angoscia di eternità, per di più tornando ad avere una personalità diversa da quella che si era formata in noi nella specifica vita appena vissuta e da cui ci eravamo rivestiti (come fosse un abito corporeo) essendo appena fuoriusciti dalla nostra vita normale di persona vivente nel mondo e quindi essendoci infervorati di quella specifica persona umana che abbiamo da poco cessato di essere, ed è abbastanza traumatico per TUTTI rendersi conto che quella nostra incarnazione appena dimessa era soltanto una delle miliardi di incarnazioni di noi, che ci ritroviamo purtroppo, nel nonluogo dove siamo tornati, di nuovo intristiti dal suo infinito squallore... e torneremo a comportarci come Lui, essendo tornati ad essere Lui. Non so proprio se questo spaventoso meccanismo possa essere in qualche modo modificato. Ma questo pauroso meccanismo devo dire che ogni giorno di più lo credo plausibile, tanto più che ormai si sta configurando per me in una serie di strani sogni che cominciano a quasi suggerirmi delle modifiche da apportare alla mia teoria. Ad esempio, è stato grazie a un sogno molto agitante che ho avuto poche settimane fa, che ho preso la decisione di abbandonare il nome originario che avevamo deciso di dare insieme, io e l'altra utente dell'altro forum, alla mia teoria, nome che era "puerologia ovvero teologia del Puer aeternus", e che ora è, definizione provvisoria anch'essa, "teosolipismo".
Citazione di: Luther Blissett il 27 Ottobre 2025, 19:32:48 PMMi piace particolarmente il tuo intervento, per il fatto che individua bene una delle questioni fondanti che mi ero posto "nel momento dei plinti", ovvero nel momento fondativo stesso della mia teologia. E la tua obiezione mi piace anche per il fatto che si muove dentro un quadro logico-razionale, come se invece di una metafisica, noi ci stessimo confrontando su una questione di fisica come ad esempio l'interpretazione di Everett.
Provo a risponderti.
È vero: anche la mia teologia ipotizza una forma di limitazione di Dio, e così fanno in sostanza tutte le teologie abramitiche.
Ad esempio, l'ebraismo ipotizza uno Tzimtzum, cioè una contrazione della divinità, per lasciare spazio alla Realtà creaturale.
Tu poi mostri anche di comprendere quanto sia dirimente l'esistenza di una giustificazione congruente di questo scomparire della presenza di Dio dal mondo creaturale, e citi per esempio il libero arbitrio.
Il libero arbitrio è l'alibi di Dio per giustificare il Suo assentarSi dal nostro mondo.
Peccato che le neuroscienze, pur ancora troppo giovani per darci solide certezze, già si mostrano piuttosto scettiche riguardo la questione che questo libero arbitrio esista davvero o non sia piuttosto una nostra illusione.
Peccato ancora che questo libero arbitrio riveli un eclatante comportamento divino descriminatorio nei confronti delle diverse categorie di Sue creature; infatti, stando ad esempio alle teologie cristiane, si citano altre creature oltre gli umani: gli angeli. Diversamente che verso gli umani, verso gli angeli Dio non ha utilizzato l'alibi del libero arbitrio.
Se nell'accezione fondamentale di "libero arbitrio" nel discorso teologico s'intende il fatto che Dio si nasconde a noi umani per evitarci di essere travolti dallo splendore divino e di coartarci così a tal punto da "salvarci" anche contro la nostra eventuale volontà di non esser salvati, allora va osservato che invece nei riguardi degli angeli Dio non ha mostrato questa delicatezza tutta speciale, e anzi Si è rivelato a loro in tutto il Suo affascinante splendore. Gli angeli SANNO con sicurezza che Dio esiste, non sono come noi umani che dobbiamo inventarci una fede. Come mai questa discriminazione? E poi, altra osservazione anche non poco inquietante, come mai alcuni angeli, di quelli tra l'altro più caricati di splendore divino riflesso, nei più altri gradi, si sono a Lui ribellati? Creature che hanno goduto da eoni dello splendore divino e Lo hanno conosciuto da vicino infinitamente meglio di tutti i santi umani messi assieme, eppure proprio loro si sono ribellati, pur sapendo che Dio è Dio. Un altro implicito corollario che deriva da ciò è che del libero arbitrio Dio poteva fare benissimo a meno, poiché la libertà di dirGli di no l'esempio degli angeli dimostra che sarebbe stata ampiamente preservata. E non solo, ma se Dio avesse fatto a meno di questo specioso alibi, avrebbe evitato di far pensare (ai più sospettosi) che Dio sia un tipo piuttosto selettivo che se la tiri un po' troppo, e che non Si renda trumpianamente conto che tante sante umiltà potrebbero celare profonde motivazioni o di strategie sottili o di sofisticate perversioni. I cortigiani migliori di un tiranno sono sempre quelli più bravi nell'arte dell'umiltà come strategia e quelli che traggono godimento segreto dalla sottomissione. Non è che Dio Si vorrà riempire il Paradiso di sante Margherite Marie Alacoque?
Come vedi, amico niko, credo di avere inteso ciò che tu hai inteso. e ti ripeto che faccio mio anche il tuo intero ragionamento, compreso il senso del punto in cui dici che un vero Dio onnipotente pondererebbe bene prima di creare altro-da-Sé ma poi, dopo ponderato, rinuncerebbe del tutto a creare se sapesse che potrebbe creare anche una sola creatura destinata all'infelicità.
Il credente in certe fedi insorgerebbe difendendo il Creatore in ogni caso, e secondo lui, Lui avrebbe sempre ragione, essendo Dio. (Credo di averlo letto tanti anni fa nientedimeno che sull'autorevole Dictionaire de Spiritualité: offendere Dio con l'incredulità significa offendere il Signore creatore dell'Universo e significa meritare il castigo esterno.)
Un errore tecnico però lo hai compiuto, nel tuo intervento: le teologie le hai messe tutte assieme, hai messo la mia teologia insieme alle forme di autolimitazione voluta direttamente da Dio, come avviene sia nel Cristianesimo che nell'ebraismo, non accorgendoti che io pure sostengo che il nostro Dio soffre di limitazioni, ma ho anche detto che queste limitazioni non sono volute dal nostro Dio. Il nostro Dio è un Dio minore, è una vittima pure Lui di entità superiori non meglio specificabili, e delle quali nemmeno il nostro Dio saprebbe dirci niente se iniziasse a dialogare con noi. Se il nostro Dio minore lo potesse, guarirebbe di tutti i Suoi limiti, e di tutte le Sue assurde patologie.
Lui non Si è autolimitato, è stato limitato e tarato da quella pietra gelida quella intelligenza impersonale che governa statistico-probabilisticamente tutti gli universi, e che è assolutamente privo di ogni empatia verso quelle fragili forme di organizzazione materiali che talora possono financo evolvere a divenir persone. Il nostro Dio, condannato ad essere un Dio minore, non è invece una pietra bensì un Cristallo sognante che vive di riflessi, di luci e di noi.
Noi creature umane, ognuna col proprio nome, come una denominazione eponimica, siamo le Sue infinite specifiche malattie, Lui soffre attraverso di noi, ed è sempre con noi. Noi occupiamo interamente la Sua Realtà imaginativa, essendo infinitamente squallida la Realtà dove Lui sta gemendo.
Se lui, il Dio, "immagina" di essere gli uomini si autolimita, è comunque un Dio che si fa uomo, nel tuo caso: per amore di se stesso, come autoterapia per i suoi "problemi" principalmente di noia, nel caso del cristianesimo: per amore, e per la salvezza, degli uomini. Per provare l'angoscia di morte, egli deve temporaneamente o localmente "dimenticare" di essere se stesso, precipitare in uno stato di minore potenza: più "autolimitazione" di così....
Inoltre, non potendo guarire o rendersi felice immediatamente e da solo, senza giochetti implicanti bassezze indegne di qualsiasi vero Dio quali durata temporale, localizzazione, materia, fini e mezzi, si stenta a capire in che senso egli sia "onnipotente", o anche solo onnimpotente: un Dio sottoposto alla fisica o alla logica, o anche solo alla dilazione del piacere in un freudiano (o epicureo) principio di realtà, è ancora un Dio? Un Dio passibile di soffrire, soprattutto, è ancora tale?
Il cristianesimo almeno, prova sostanzialmente a definire rigorosamente la sofferenza, il concetto filosofico, della sofferenza, come rifiuto (inter individuale) dell'amore e non mai come frustrazione (intra individuale) della volontà, giusto appunto per salvarsi da alcuni dei suoi stessi più ovvi paradossi e rendere conto di come un Dio/onnipotente, possa, a un certo punto, rimanere onnipotente, eppure, soffrire. Soffre, per il fallimento, della relazione, con l'altro da se. L'Amore, ovverosia Dio, soffre, perché non è amato. L'incarnazione eccetera eccetera. Che è una autolimitazione di Dio. Dio è (molto) più potente dell'uomo, quindi se Dio si fa uomo, si autolimita. Anche nella tua teoria, Dio, per provare tutto quello che prova nella vita e fino all'istante della morte un singolo uomo, illudendosi temporaneamente di essere (per davvero) quell'uomo, in un certo senso da Dio che era, volontariamente "si fa" uomo, diviene, quell'uomo, in maniera simile a come il Dio cristiano a un certo punto si incarna e si immerge nello spazio e nella storia in Gesu', e quindi, volontariamente si autolimita. Pare anzi che sia questo il suo unico potere, la sua unica possibile manifestazione (riuscita) di volontà.
Ti fai un problema simile a quello che si fà mi pare Severino, per il quale onniscienza e bontà/perfezione, del presunto Dio, sono incompatibili: l'unico modo per conoscere il male, è provarlo, quindi colui che realmente e fino in fondo conosce il male, anche lo prova, quindi, se lo "conosce", non può essere perfetto e buono, o, se lo è, ci sono delle cose che non conosce, e quindi non può essere onnisciente.
Il "brivido", del tuo Dio, non è che l'onniscienza, la sua stessa onniscienza, onniscienza che a sua volta per essere tale implica [solo, e soltanto] la piena cognizione della reale condizione umana e dunque del male; male che, a sua volta, è sia effimero,
dolore, male dell'effimero, in quanto ogni singolo uomo preso singolarmente è effimero e lanciato verso la morte, che eterno,
noia, male dell'eternità, in quanto al di là del fallimento di ogni metafisica, la condizione umana stessa nel suo complesso, il nesso bruto tra una mente e un corpo gettati in un mondo che accompagna ogni possibile manifestazione dell'esistenza, è insuperabile, e riempie tutto il campo, del percepire e dell'essere; ed è tutto quello che (residualmente), tolte e scrostate tutte le illusioni in una possibile e necessaria teofania negativa, esiste e sussiste.
Nel tuo sistema non c'è niente, oltre al Dio, integro e intero, che in quanto tale soffre la noia, e alla ridda dei suoi giocattolini umani, frammentati, che in quanto tali soffrono il dolore; e quindi, siamo praticamente in Schopenhauer: non c'è niente oltre alla noia, e cioè astratta volontà di volontà, e al dolore, e cioè volontà
incarnata [volontariamente autolimitata] e riconoscibile, di qualcosa; certo, tutto questo è valido solo se partiamo dal presupposto nichilistico e iper-moderno che "conoscere" il male,
equivalga a farlo o provarlo... e non, beata e razionalistica ingenuità degli antichi, a schivarlo e salvarsene... proprio per il fatto, che lo si conosce.
E appunto il libero arbitrio, che a quanto pare pure gli angeli, i diavoli e Lucifero ce l'hanno, è imperdonabile, perché, lasciando il cielo e l'inferno e scendendo, o salendo, un attimo sulla terra, presso, appunto, l'eternità frammentata in mille effimeri della condizione umana, induce a temere, e ad avversare, il male, morale, umano, più dell'idiozia e dell'umana stupidità, e a creare una (folle) società che abbia la stessa, invertita e pervertita, gerarchia di tremori e timori, di amici e emici; il libero arbitrio, in pratica fa sì che Socrate sia morto invano.
Di buono, il libero arbitrio ha che apre alla comprensione della assoluta gratuità, e indipendenza dalle informazioni e conoscenze pregresse del male (la colpa di tutto il male è dell'uomo, perché Dio lo ha creato con le giuste e "formattate" informazioni necessarie a scegliere il bene, eppure l'uomo,
inspiegabilmente ha scelto il male lo stesso; appunto un'idea relativamente nuova, questa, che, se accolta, oltre naturalmente a strapparci alla beata condizione dell'increato, e a colpevolizzarci ingiustamente di tutto e per tutto, ci costringe a riconsiderare la sofferenza, controintuitivamente, come rifiuto dell'amore e non come, intuitivamente, frustrazione della volontà); insomma rende possibile tutta una rivalutazione dell'istintivo e dell'irrazionale, che poi permetterà di riconsiderare criticamente anche il cristianesimo stesso, di aprire la parabola occidentale alla scienza, alla psicoanalisi, al nichilismo, alla modernità.
Di cattivo, di imperdonabilmente cattivo, ha che induce a temere la malvagità e i malvagi, più dell'idiozia, dell'ignoranza e degli stupidi, cioè descrive l'uomo come irrazionalmente malvagio e disposto a scegliere senza un vero perché il male pur nella guadagnata, e magari consolidata, conoscenza del bene, ovverosia ammazza Socrate un'altra volta. Afferma che c'è un male "puro" e personale da temere al di là della stupidità e con ciò, con questa sola e semplice affermazione, non rende (mai) più possibile una società eminentemente e utopicamente filosofica, e cioè finalizzata a combattere, limitare e risolvere l'insipienza e la stupidità come il primo, e praticamente l'unico, degli umani problemi. Magari, al fine di non ammazzare un'altra volta Cristo, ma comunque, ripeto, imperdonabile.
In un modo o nell'altro, il nesso tra libero arbitrio e "libertà " in senso lato, è molto, molto labile. La questione non ha a che fare, in realtà minimamente, con la libertà, la libera volontà e la libertà d'azione, ma con le priorità sociali, con cosa in una società sia considerato un valore e una priorità e cosa no.
Il ritrarsi di Dio, la sospensione volontaria della sua onnipotenza e della sua onniscienza, che poi è ciò che rende possibile il libero arbitrio, per cui l'uomo, in quanto creatura, può fare scelte altrettanto definitive quanto quelle di Dio, il quale Dio a sua volta può "fingere" di non saperne gli esisti e quindi di non essere responsabile nell'omissione del prevenirle pur avendone la possibilità, personaggio, quello di Dio, che quindi non può che "cedere" potere, in un gioco dove il potere è a somma zero, ha immediatamente a che fare con l'insostenibilità in generale dell'idea di dio in un mondo irrazionale, poco paterno e genitoriale e pieno di sofferenza. L'idea di Dio, si indebolisce, alla sua stessa (seconda) nascita, proprio al fine di prosperare e durare. Dio si ritrae, sostanzialmente perché è la sua credibilità in quanto propaganda e in quanto idea, che data la realtà innegabile del mondo e della condizione umana, del tutto evidentemente anti evangelica e anti divina, si ritrae alla disponibilità ad essere pienamente creduta da un ascoltatore medio. Un dio indebolito, incarnato e
ritratto, un Dio che sostanzialmente come un cucciolo, in una posa e in un atteggiamento anti-genitoriale, ispira pietà con i suoi occhioni dolci e da la colpa di tutto il male all'uomo invece di assumersela,
è un dio credibile. Almeno rispetto a tanti altri e almeno fino a un certo punto.
Citazione di: niko il 27 Ottobre 2025, 23:54:18 PMSe lui, il Dio, "immagina" di essere gli uomini si autolimita, è comunque un Dio che si fa uomo, nel tuo caso: per amore di se stesso, come autoterapia per i suoi "problemi" principalmente di noia, nel caso del cristianesimo: per amore, e per la salvezza, degli uomini. Per provare l'angoscia di morte, egli deve temporaneamente o localmente "dimenticare" di essere se stesso, precipitare in uno stato di minore potenza: più "autolimitazione" di così....
Inoltre, non potendo guarire o rendersi felice immediatamente e da solo, senza giochetti implicanti bassezze indegne di qualsiasi vero Dio quali durata temporale, localizzazione, materia, fini e mezzi, si stenta a capire in che senso egli sia "onnipotente", o anche solo onnimpotente: un Dio sottoposto alla fisica o alla logica, o anche solo alla dilazione del piacere in un freudiano (o epicureo) principio di realtà, è ancora un Dio? Un Dio passibile di soffrire, soprattutto, è ancora tale?
Il cristianesimo almeno, prova sostanzialmente a definire rigorosamente la sofferenza, il concetto filosofico, della sofferenza, come rifiuto (inter individuale) dell'amore e non mai come frustrazione (intra individuale) della volontà, giusto appunto per salvarsi da alcuni dei suoi stessi più ovvi paradossi e rendere conto di come un Dio/onnipotente, possa, a un certo punto, rimanere onnipotente, eppure, soffrire. Soffre, per il fallimento, della relazione, con l'altro da se. L'Amore, ovverosia Dio, soffre, perché non è amato. L'incarnazione eccetera eccetera. Che è una autolimitazione di Dio. Dio è (molto) più potente dell'uomo, quindi se Dio si fa uomo, si autolimita. Anche nella tua teoria, Dio, per provare tutto quello che prova nella vita e fino all'istante della morte un singolo uomo, illudendosi temporaneamente di essere (per davvero) quell'uomo, in un certo senso da Dio che era, volontariamente "si fa" uomo, diviene, quell'uomo, in maniera simile a come il Dio cristiano a un certo punto si incarna e si immerge nello spazio e nella storia in Gesu', e quindi, volontariamente si autolimita. Pare anzi che sia questo il suo unico potere, la sua unica possibile manifestazione (riuscita) di volontà.
Ti fai un problema simile a quello che si fà mi pare Severino, per il quale onniscienza e bontà/perfezione, del presunto Dio, sono incompatibili: l'unico modo per conoscere il male, è provarlo, quindi colui che realmente e fino in fondo conosce il male, anche lo prova, quindi, se lo "conosce", non può essere perfetto e buono, o, se lo è, ci sono delle cose che non conosce, e quindi non può essere onnisciente.
Il "brivido", del tuo Dio, non è che l'onniscienza, la sua stessa onniscienza, onniscienza che a sua volta per essere tale implica [solo, e soltanto] la piena cognizione della reale condizione umana e dunque del male; male che, a sua volta, è sia effimero, dolore, male dell'effimero, in quanto ogni singolo uomo preso singolarmente è effimero e lanciato verso la morte, che eterno, noia, male dell'eternità, in quanto al di là del fallimento di ogni metafisica, la condizione umana stessa nel suo complesso, il nesso bruto tra una mente e un corpo gettati in un mondo che accompagna ogni possibile manifestazione dell'esistenza, è insuperabile, e riempie tutto il campo, del percepire e dell'essere; ed è tutto quello che (residualmente), tolte e scrostate tutte le illusioni in una possibile e necessaria teofania negativa, esiste e sussiste.
Nel tuo sistema non c'è niente, oltre al Dio, integro e intero, che in quanto tale soffre la noia, e alla ridda dei suoi giocattolini umani, frammentati, che in quanto tali soffrono il dolore; e quindi, siamo praticamente in Schopenhauer: non c'è niente oltre alla noia, e cioè astratta volontà di volontà, e al dolore, e cioè volontà incarnata [volontariamente autolimitata] e riconoscibile, di qualcosa; certo, tutto questo è valido solo se partiamo dal presupposto nichilistico e iper-moderno che "conoscere" il male, equivalga a farlo o provarlo... e non, beata e razionalistica ingenuità degli antichi, a schivarlo e salvarsene... proprio per il fatto, che lo si conosce.
E appunto il libero arbitrio, che a quanto pare pure gli angeli, i diavoli e Lucifero ce l'hanno, è imperdonabile, perché, lasciando il cielo e l'inferno e scendendo, o salendo, un attimo sulla terra, presso, appunto, l'eternità frammentata in mille effimeri della condizione umana, induce a temere, e ad avversare, il male, morale, umano, più dell'idiozia e dell'umana stupidità, e a creare una (folle) società che abbia la stessa, invertita e pervertita, gerarchia di tremori e timori, di amici e emici; il libero arbitrio, in pratica fa sì che Socrate sia morto invano.
Di buono, il libero arbitrio ha che apre alla comprensione della assoluta gratuità, e indipendenza dalle informazioni e conoscenze pregresse del male (la colpa di tutto il male è dell'uomo, perché Dio lo ha creato con le giuste e "formattate" informazioni necessarie a scegliere il bene, eppure l'uomo, inspiegabilmente ha scelto il male lo stesso; appunto un'idea relativamente nuova, questa, che, se accolta, oltre naturalmente a strapparci alla beata condizione dell'increato, e a colpevolizzarci ingiustamente di tutto e per tutto, ci costringe a riconsiderare la sofferenza, controintuitivamente, come rifiuto dell'amore e non come, intuitivamente, frustrazione della volontà); insomma rende possibile tutta una rivalutazione dell'istintivo e dell'irrazionale, che poi permetterà di riconsiderare criticamente anche il cristianesimo stesso, di aprire la parabola occidentale alla scienza, alla psicoanalisi, al nichilismo, alla modernità.
Di cattivo, di imperdonabilmente cattivo, ha che induce a temere la malvagità e i malvagi, più dell'idiozia, dell'ignoranza e degli stupidi, cioè descrive l'uomo come irrazionalmente malvagio e disposto a scegliere senza un vero perché il male pur nella guadagnata, e magari consolidata, conoscenza del bene, ovverosia ammazza Socrate un'altra volta. Afferma che c'è un male "puro" e personale da temere al di là della stupidità e con ciò, con questa sola e semplice affermazione, non rende (mai) più possibile una società eminentemente e utopicamente filosofica, e cioè finalizzata a combattere, limitare e risolvere l'insipienza e la stupidità come il primo, e praticamente l'unico, degli umani problemi. Magari, al fine di non ammazzare un'altra volta Cristo, ma comunque, ripeto, imperdonabile.
In un modo o nell'altro, il nesso tra libero arbitrio e "libertà " in senso lato, è molto, molto labile. La questione non ha a che fare, in realtà minimamente, con la libertà, la libera volontà e la libertà d'azione, ma con le priorità sociali, con cosa in una società sia considerato un valore e una priorità e cosa no.
Il ritrarsi di Dio, la sospensione volontaria della sua onnipotenza e della sua onniscienza, che poi è ciò che rende possibile il libero arbitrio, per cui l'uomo, in quanto creatura, può fare scelte altrettanto definitive quanto quelle di Dio, il quale Dio a sua volta può "fingere" di non saperne gli esisti e quindi di non essere responsabile nell'omissione del prevenirle pur avendone la possibilità, personaggio, quello di Dio, che quindi non può che "cedere" potere, in un gioco dove il potere è a somma zero, ha immediatamente a che fare con l'insostenibilità in generale dell'idea di dio in un mondo irrazionale, poco paterno e genitoriale e pieno di sofferenza. L'idea di Dio, si indebolisce, alla sua stessa (seconda) nascita, proprio al fine di prosperare e durare. Dio si ritrae, sostanzialmente perché è la sua credibilità in quanto propaganda e in quanto idea, che data la realtà innegabile del mondo e della condizione umana, del tutto evidentemente anti evangelica e anti divina, si ritrae alla disponibilità ad essere pienamente creduta da un ascoltatore medio. Un dio indebolito, incarnato e ritratto, un Dio che sostanzialmente come un cucciolo, in una posa e in un atteggiamento anti-genitoriale, ispira pietà con i suoi occhioni dolci e da la colpa di tutto il male all'uomo invece di assumersela, è un dio credibile. Almeno rispetto a tanti altri e almeno fino a un certo punto.
Avevo chiesto a coloro che avessero avuto seria intenzione di ricercare pecche nel mio costrutto teologico (come espressamente da me richiesto) il requisito minimo di aver prima letto integralmente quanto avevo scritto in merito. Questa tua replica mi fa capire che deve esserti sfuggito un passaggio delicato e importante del mio discorso, che quindi tosto vo' a prelevare e a qui copincollare:"... Noi siamo dunque un Suo brillante artifizio, siamo un Suo terribile videogioco vivente in cui Lui Si immerge come intimo avatara dentro di noi per provare di persona ciò che Gli sarebbe vietato dalla Sua stessa onnimpotenza. Lui è per noi Dio, noi almeno restiamo convinti che Lui sia Dio, ma Lui nel Suo profondo crede piuttosto che siamo noi il vero Dio, dato che Lui sa che letteralmente non potrebbe vivere se non attraverso di noi, e infatti siamo noi soltanto e non Lui che possiamo vivere e morire. Lui nel Suo supremo livello di coscienza non può fare assolutamente nulla, è come bloccato nella sindrome locked-in, la sindrome del chiavistello, e può vivere esclusivamente attraverso le nostre carni e menti umane, Egli abita nella nostra psiche, unico Suo domicilio conosciuto e possibile. Ed Egli genera noi umani attraverso un meccanismo analogo al disturbo dissociativo d'identità..."La frase-chiave che ti è sfuggita di tutto questo passaggio e che è da zoomare è questa: "Lui è per noi Dio, noi almeno restiamo convinti che Lui sia Dio, ma Lui nel Suo profondo crede piuttosto che siamo noi il vero Dio, dato che Lui sa che letteralmente non potrebbe vivere se non attraverso di noi" Ecco il nucleo centrale della mia teologia: noi crediamo che Lui sia il nostro Dio, perché è comunque Lui a farci esistere, sia pure come Suo ripiego di soluzione immaginativa alla Sua inguaribile disperata infelicità. Noi umani riteniamo che Lui sia Dio, poiché riconosciamo che Lui dispone di prerogative e poteri straordinari che noi come umani non abbiamo. Ma ecco il punto sconcertante: Lui invece crede che noi umani siamo il Suo Dio! Lui non è altro che un piccolo Dio infelice, nato così dall'atto creativo di una gelida entità superiore, intelligente ma non vivente, che altrove abbiamo anche definito indegna di ogni nostra attenzione. Quindi assistiamo a un doppio sconcertante equivoco: noi che umanamente continuiamo a chiamarLo il nostro Dio, e Lui che invece ci guarda noi tutti, insieme, umanità, come il Suo vero adorato Dio, poiché siamo noi che Gli diamo il nostro sangue, e la passione delle nostre vite e delle nostre morti.Dunque, caro niko, dove mai la vedi questa autolimitazione del nostro Dio?Non ti rendi conto che è una "creatura" limitata anche Lui, pur essendo Lui anche il nostro creatore? Lui è stato creato autolimitato e infelice. direttamente da quella pietra impersonale, intelligente ma non vivente, che purtroppo sregola a caso tutti gli universi, entità che non merita alcuna attenzione, poiché nessuna relazione si potrebbe mai, né si dovrebbe mai, attuare affidandosi al caso. Lui si fa uomo come autoterapia contro le limitazioni che Gli sono state imposte, Lui non effettua alcuna autolimitazione.Semmai, se proprio vogliamo fare confronti, è il Dio cristiano che effettua autolimitazione, poiché rinuncia, bontà sua, ai suoi poteri di padrone dei cieli e si fa uomo in nome di quella cosa strana che chiama "amore", che consisterebbe nella richiesta fatta all'uomo di adeguarsi a un codice di sottomissione, datoci confusamente in un mare contraddittorio di assurdità e di feroci minacce.Mi pare molto migliore la prospettiva di avere a che fare con un piccolo Dio infelice, creatura anche Lui come noi, piuttosto che con un Signore dei misteri che definirlo mistero buffo è stato anche fin troppo gentile.
Citazione di: Luther Blissett il 28 Ottobre 2025, 07:36:49 AMAvevo chiesto a coloro che avessero avuto seria intenzione di ricercare pecche nel mio costrutto teologico (come espressamente da me richiesto) il requisito minimo di aver prima letto integralmente quanto avevo scritto in merito.
Questa tua replica mi fa capire che deve esserti sfuggito un passaggio delicato e importante del mio discorso, che quindi tosto vo' a prelevare e a qui copincollare:
"... Noi siamo dunque un Suo brillante artifizio, siamo un Suo terribile videogioco vivente in cui Lui Si immerge come intimo avatara dentro di noi per provare di persona ciò che Gli sarebbe vietato dalla Sua stessa onnimpotenza. Lui è per noi Dio, noi almeno restiamo convinti che Lui sia Dio, ma Lui nel Suo profondo crede piuttosto che siamo noi il vero Dio, dato che Lui sa che letteralmente non potrebbe vivere se non attraverso di noi, e infatti siamo noi soltanto e non Lui che possiamo vivere e morire. Lui nel Suo supremo livello di coscienza non può fare assolutamente nulla, è come bloccato nella sindrome locked-in, la sindrome del chiavistello, e può vivere esclusivamente attraverso le nostre carni e menti umane, Egli abita nella nostra psiche, unico Suo domicilio conosciuto e possibile. Ed Egli genera noi umani attraverso un meccanismo analogo al disturbo dissociativo d'identità..."
La frase-chiave che ti è sfuggita di tutto questo passaggio e che è da zoomare è questa: "Lui è per noi Dio, noi almeno restiamo convinti che Lui sia Dio, ma Lui nel Suo profondo crede piuttosto che siamo noi il vero Dio, dato che Lui sa che letteralmente non potrebbe vivere se non attraverso di noi"
Ecco il nucleo centrale della mia teologia: noi crediamo che Lui sia il nostro Dio, perché è comunque Lui a farci esistere, sia pure come Suo ripiego di soluzione immaginativa alla Sua inguaribile disperata infelicità. Noi umani riteniamo che Lui sia Dio, poiché riconosciamo che Lui dispone di prerogative e poteri straordinari che noi come umani non abbiamo. Ma ecco il punto sconcertante: Lui invece crede che noi umani siamo il Suo Dio! Lui non è altro che un piccolo Dio infelice, nato così dall'atto creativo di una gelida entità superiore, intelligente ma non vivente, che altrove abbiamo anche definito indegna di ogni nostra attenzione. Quindi assistiamo a un doppio sconcertante equivoco: noi che umanamente continuiamo a chiamarLo il nostro Dio, e Lui che invece ci guarda noi tutti, insieme, umanità, come il Suo vero adorato Dio, poiché siamo noi che Gli diamo il nostro sangue, e la passione delle nostre vite e delle nostre morti.
Dunque, caro niko, dove mai la vedi questa autolimitazione del nostro Dio?
Non ti rendi conto che è una "creatura" limitata anche Lui, pur essendo Lui anche il nostro creatore? Lui è stato creato autolimitato e infelice. direttamente da quella pietra impersonale, intelligente ma non vivente, che purtroppo sregola a caso tutti gli universi, entità che non merita alcuna attenzione, poiché nessuna relazione si potrebbe mai, né si dovrebbe mai, attuare affidandosi al caso.
Lui si fa uomo come autoterapia contro le limitazioni che Gli sono state imposte, Lui non effettua alcuna autolimitazione.
Semmai, se proprio vogliamo fare confronti, è il Dio cristiano che effettua autolimitazione, poiché rinuncia, bontà sua, ai suoi poteri di padrone dei cieli e si fa uomo in nome di quella cosa strana che chiama "amore", che consisterebbe nella richiesta fatta all'uomo di adeguarsi a un codice di sottomissione, datoci confusamente in un mare contraddittorio di assurdità e di feroci minacce.
Mi pare molto migliore la prospettiva di avere a che fare con un piccolo Dio infelice, creatura anche Lui come noi, piuttosto che con un Signore dei misteri che definirlo mistero buffo è stato anche fin troppo gentile.
Si ma se puo' soffrire, e se e' a sua volta creatura di un altro e superiore Dio, in che senso il Dio minore sarebbe Dio? In che senso sarebbe onnipotente? Se
nasce autolimitato, e "figlio" altrui?
E soprattutto, se
non e' vivente, se e' pura intelligenza, come fa a soffrire? Come fa a provare noia? Chat gpt, secondo te, puo' soffrire? Puo' anche solo annoiarsi, e quindi "soffrire" anche solo nella forma specifica della mancanza di "brivido" e della noia? E un pallottoliere? Non condividi l'assunto universale che
solo i viventi soffrano? Da cui deriva che, se il tuo Dio soffre > allora e' vivente (e non quindi pura memoria/intelligenza)?
Stringi stringi, mi sa che il tuo "Dio" e' solo un demiurgo gnosticistico :D ... un anti-dio...
E neanche "platonico", mi sa....
Purtroppo non sono in grado di fare critiche alla teologia oggetto di questa discussione, al fine di farla progredire, anche perchè non riesco a vederla che, complice anche il suo autore, solo come il soggetto di una storia di fantascienza, tanto che non ricordo chi di noi ha consigliato di farne un film, che avrebbe, e io concordo, gran successo.
Quindi comunque è una lettura molto interessante, e anche se i post stanno superando i record di lunghezza del forum, leggendo a spizzichi e bocconi qua è là, qualche riflessione mi sento di esporla.
Parliamo di un Dio minore, sovrastato dal caso, entità metafisica superiore, lo stesso che è posto a fondamento della meccanica quantistica, a dimostrazione che la fisica non può fare a meno della metafisica.
Il nostro libero arbitrio potrebbe essere la manifestazione di questa entità suprema, perchè se pure non esistesse, i prodotti del libero arbitrio la simulano, tanto meglio quanto numerosi sono gli individui che lo pongono in atto, condizione necessaria di sopravvivenza secondo la teoria dell'evoluzione.
Possiamo fare scelte ragionate, ma mai univoche,( neanche tendenzialmente, se non per un tempo limitato, che viene così caratterizzino come un epoca), in mancanza di una verità.
Questa verità insomma, se esistesse e noi la trovassimo, metterebbe in forse l'onnipotenza del caso, almeno nella caso limitato delle scelte consapevoli che ci riguardano, se davvero consapevoli fossero.
Nell'applicare il ibero arbitrio noi in effetti possiamo solo certificare la nostra sensazione di libertà, e anche a quella dovremmo abdicare se trovassimo la verità cui aneliamo, forse perchè non ne abbiamo vagliato a fondo le conseguenze.
Speriamo davvero che non esista, e che se esista che non la si possa trovare.
Potrei anche provare a dimostrare che non esiste, perchè secondo me a differenza di Dio, che pure si dice sia verità, lo si può dimostrare.
Le prove che posseggo mi rassicurano che almeno l'illusione di libertà potremo trattenerla, e in fondo non è poi così poco, o quantomeno me la faccio bastare. :)
Mi chiedo, per contribuire all'eventuale film che si dovesse fare, se tutte le schiere di angeli, cui si va ad aggiungere per buon peso il nostro dio minore, non siano l'evocazione, la memoria sbiadita, di tutti i nostri stadi evolutivi, a patire da quello basilare, il paradiso, da cui la conoscenza un passo dopo l'altro, e non per una cacciata subitanea, ci allontana sempre più., e non che io lo rimpianga, perchè la vita va accettata per quel che è, nel presente, senza coprirsi per la vergogna con foglie di passato e di futuro, per dire che se non è bello quello che voi vedete, questo è solo il nostro avatar, perchè noi viviamo altrove, chi nel futuro e chi nel passato.
Sarò deformato cerebralmente dalla abitudine a ragionare di Dei che si dichiarano, per iscritto, unici e irripetibili, ma vorrei sapere perchè in questa teoria" non merita alcuna attenzione" l'entità superiore che governa, a caso, il tutto, Dio minore compreso, insieme a tutti i noi che siamo come ologrammi generati dalla Psiche del Dio, minore appunto. E inoltre: non posso escludere che le cose stiano proprio come ben descritto in questa ipotesi di teosolipsismo, ma alla fine di un Dio sull'orlo di una crisi di nervi, che ce ne facciamo? Ci mancava anche questa, ci tocca di prenderci cura anche del Dio minore? Ci farebbe piacere che fosse Lui a prendersi cura di noi, non il contrario! Scusate la cavolata, mi è scappata, mi taccio..... 8)
Citazione di: niko il 28 Ottobre 2025, 09:05:34 AMSi ma se puo' soffrire, e se e' a sua volta creatura di un altro e superiore Dio, in che senso il Dio minore sarebbe Dio? In che senso sarebbe onnipotente? Se nasce autolimitato, e "figlio" altrui?
E soprattutto, se non e' vivente, se e' pura intelligenza, come fa a soffrire? Come fa a provare noia? Chat gpt, secondo te, puo' soffrire? Puo' anche solo annoiarsi, e quindi "soffrire" anche solo nella forma specifica della mancanza di "brivido" e della noia? E un pallottoliere? Non condividi l'assunto universale che solo i viventi soffrano? Da cui deriva che, se il tuo Dio soffre > allora e' vivente (e non quindi pura memoria/intelligenza)?
Stringi stringi, mi sa che il tuo "Dio" e' solo un demiurgo gnosticistico :D ... un anti-dio...
E neanche "platonico", mi sa....
Caro niko,
possiamo legittimamente chiamarLo il nostro Dio poiché noi esistiamo soltanto in quanto "serviamo" a Lui.Senza la Sua Passione, senza il Suo soffrire, noi non esisteremmo.E poi, porgi attenzione a un grosso equivoco in cui sei caduto, equivoco che devo chiarirti sùbito, e in cui non è caduto iano nel post successivo al tuo: tu ti domandi come faccia a soffrire, se non è vivente e se è soltanto pura intelligenza: queste ultime prerogative appartengono unicamente all'enigmatica entità metafisica superiore, quella impersonale, gelida e priva di ogni empatia, che è però anche il metacreatore, ovvero il creatore del nostro creatore! (Adotterei delle metafore suggestive per definire e distinguere i costituenti della nostra superiore catena di creatori: il nostro Dio tornerei a chiamarLo Cristallo-sognante-vivente-di-noi, mentre il Suo gelido creatore lo chiamerei la pietra-senza-pietà.)Lo devo ripetere, appunto, ad essere non vivente e meramente intelligente è soltanto la pietra e non il Cristallo sognante che la pietra ha gemmato.Ritengo di poter attribuire una valenza divina soltanto a quella che immediatamente ci sovrasta, poiché è legata a noi umani inestricabilmente. Senza di Lui noi umani non esisteremmo, senza di noi umani, Lui passerebbe dalla condizione simile al locked-in ad una assomigliante ad una sorta di coma vegetativo, quindi con perdita di coscienza, e spaventosamente Si avvicinerebbe ad assomigliare al Suo gelido creatore. Lui resiste ad esser Persona soltanto perché sta usando la Sua immaginazione per far esistere noi umani, subirebbe una spaventosa involuzione de-creatrice, se smettesse di immaginarCi, resterebbe virtualmene solo e inizierebbe la Sua destrutturazione psichica. Noi umani & Lui siamo reciprocamente Dio, considerati assieme, siamo come ci suggerisce nel mondo animale un esempio di "simbiosi mutualistica": l'attinia con il paguro... analogamente, il teosolipsismo si propone come una teologia della "sinteosi mutualistica"... noi umani, in un certo senso, siamo reciprocamente parassiti gli uni dell'Altro.[/font][/size]
(E ricordiamo Meister Eckhart: "Lui ci vede così come noi vediamo Lui", e da entrambe le parti crediamo che Dio sia l'altro)
Citazione di: iano il 28 Ottobre 2025, 10:09:44 AMPurtroppo non sono in grado di fare critiche alla teologia oggetto di questa discussione, al fine di farla progredire, anche perchè non riesco a vederla che, complice anche il suo autore, solo come il soggetto di una storia di fantascienza, tanto che non ricordo chi di noi ha consigliato di farne un film, che avrebbe, e io concordo, gran successo.
Quindi comunque è una lettura molto interessante, e anche se i post stanno superando i record di lunghezza del forum, leggendo a spizzichi e bocconi qua è là, qualche riflessione mi sento di esporla.
Parliamo di un Dio minore, sovrastato dal caso, entità metafisica superiore, lo stesso che è posto a fondamento della meccanica quantistica, a dimostrazione che la fisica non può fare a meno della metafisica.
Il nostro libero arbitrio potrebbe essere la manifestazione di questa entità suprema, perchè se pure non esistesse, i prodotti del libero arbitrio la simulano, tanto meglio quanto numerosi sono gli individui che lo pongono in atto, condizione necessaria di sopravvivenza secondo la teoria dell'evoluzione.
Possiamo fare scelte ragionate, ma mai univoche,( neanche tendenzialmente, se non per un tempo limitato, che viene così caratterizzino come un epoca), in mancanza di una verità.
Questa verità insomma, se esistesse e noi la trovassimo, metterebbe in forse l'onnipotenza del caso, almeno nella caso limitato delle scelte consapevoli che ci riguardano, se davvero consapevoli fossero.
Nell'applicare il ibero arbitrio noi in effetti possiamo solo certificare la nostra sensazione di libertà, e anche a quella dovremmo abdicare se trovassimo la verità cui aneliamo, forse perchè non ne abbiamo vagliato a fondo le conseguenze.
Speriamo davvero che non esista, e che se esista che non la si possa trovare.
Potrei anche provare a dimostrare che non esiste, perchè secondo me a differenza di Dio, che pure si dice sia verità, lo si può dimostrare.
Le prove che posseggo mi rassicurano che almeno l'illusione di libertà potremo trattenerla, e in fondo non è poi così poco, o quantomeno me la faccio bastare. :)
Mi chiedo, per contribuire all'eventuale film che si dovesse fare, se tutte le schiere di angeli, cui si va ad aggiungere per buon peso il nostro dio minore, non siano l'evocazione, la memoria sbiadita, di tutti i nostri stadi evolutivi, a patire da quello basilare, il paradiso, da cui la conoscenza un passo dopo l'altro, e non per una cacciata subitanea, ci allontana sempre più., e non che io lo rimpianga, perchè la vita va accettata per quel che è, nel presente, senza coprirsi per la vergogna con foglie di passato e di futuro, per dire che se non è bello quello che voi vedete, questo è solo il nostro avatar, perchè noi viviamo altrove, chi nel futuro e chi nel passato.
Riconosco che deve necessariamente esistere una gerarchia di entità che ci sovrasta. Tutte le competenze materiche concernenti i vari meccanismi necessari al funzionamento cosmico sono di pertinenza della gelida entità metafisica impersonale che abbiamo definito pietra-senza-pietà: ad esempio, il nostro Dio neanche sa come mai Lui stesso personalmente riesca a generare la nostra Realtà, non è di Sua competenza saperlo, allo stesso modo in cui noi umani generiamo i nostri sogni complessi senza sapere come mai ci riusciamo, senza ancora conoscere la meccanica complessiva del nostro organismo, semmai ci riusciremo compiutamente: l'intelligenza attingibile da noi persone non potrà mai arrivare ad accedere alla competenza totale di tutte le Realtà possibili, poiché l'essere persone non costituisce di per sé una garanzia di poter avere una marcia di più verso una competenza pari a quella impersonale dell'intelligenza cosmica che appunto proprio perché è impersonale rimarrà per sempre a noi superiore: un grande equivoco che ci ha sempre accompagnato fin dai primordi delle nostre umane riflessioni è stato quello di ritenere l'essere persona un privilegio talmente speciale da essere prerogativa imprescindibile tra quelle che occorrerebbero per costruire una macchina super-intelligente.Avremo modo di meravigliarci tantissimo quando constateremo che le macchine ci sovrasteranno straordinariamente sul più alto dei piani intellettuali, senza nemmeno la necessità di dover pure loro "divenir persone". L'eventuale divenir persone che risultasse ottenibile per qualche futura progenie di macchine non sarebbe affatto garanzia di acquisizione di una superiore potenza intellettiva in più, e ciò perché il divenir persone, per tale progenie di macchine, significherebbe sì acquisire un innegabile fascino dal nostro punto di vista, comprensibile per il fatto che ci diverrebbero in qualche modo simili, ma significherebbe pure che acquisirebbero una speciale fragilità che è insita in chiunque sia divenuto persona in qualunque universo.Quella speciale fragilità è un quid delicatissimo e struggente, che spiega anche l'altro fondamentale motivo che fa sì che, tra il nostro piccolo Dio minore (che è Persona) e la pietra-senza-pietà (che persona non è, e che è non vivente e soltanto spietatamente intelligente), è soltanto il nostro Dio minore che sempre riconosceremo come nostro Dio.
Citazione di: sapa il 28 Ottobre 2025, 17:06:04 PMSarò deformato cerebralmente dalla abitudine a ragionare di Dei che si dichiarano, per iscritto, unici e irripetibili, ma vorrei sapere perchè in questa teoria" non merita alcuna attenzione" l'entità superiore che governa, a caso, il tutto, Dio minore compreso, insieme a tutti i noi che siamo come ologrammi generati dalla Psiche del Dio, minore appunto. E inoltre: non posso escludere che le cose stiano proprio come ben descritto in questa ipotesi di teosolipsismo, ma alla fine di un Dio sull'orlo di una crisi di nervi, che ce ne facciamo? Ci mancava anche questa, ci tocca di prenderci cura anche del Dio minore? Ci farebbe piacere che fosse Lui a prendersi cura di noi, non il contrario! Scusate la cavolata, mi è scappata, mi taccio..... 8)
Mi diverte questo tuo intervento :)
Sì, penso proprio che dovremo prenderci cura di questo nostro Dio minore, perché appunto Lui fa parte di noi e noi facciamo parte di Lui. Prenderci cura di Lui significa curare noi stessi.
L'amico sapa giustamente si chiede come mai in questa teoria "non merita alcuna attenzione" l'entità superiore che sgoverna a caso il tutto. Si sarà notato come casualmente si sia aggiunta una s- demolitiva. Chi mai può saperlo come tale gelida entità, pietra-senza-pietà, ci consideri. Non trovo sano in questo caso usare verbi alati come considerare, che nell'etimo evoca uno stare a riflettere assieme in compagnia siderale delle stelle... col gelo che emana c'è da restare assiderati ???
:)
Citazione di: Luther Blissett il 28 Ottobre 2025, 18:31:06 PMDio neanche sa come mai Lui stesso personalmente riesca a generare la nostra Realtà, non è di Sua competenza saperlo, allo stesso modo in cui noi umani generiamo i nostri sogni complessi senza sapere come mai ci riusciamo, senza ancora conoscere la meccanica complessiva del nostro organismo, semmai ci riusciremo compiutamente: l'intelligenza attingibile da noi persone non potrà mai arrivare ad accedere alla competenza totale di tutte le Realtà possibili, poiché l'essere persone non costituisce di per sé una garanzia di poter avere una marcia di più verso una competenza pari a quella impersonale dell'intelligenza cosmica che appunto proprio perché è impersonale rimarrà per sempre a noi superiore: un grande equivoco che ci ha sempre accompagnato fin dai primordi delle nostre umane riflessioni è stato quello di ritenere l'essere persona un privilegio talmente speciale da essere prerogativa imprescindibile tra quelle che occorrerebbero per costruire una macchina super-intelligente.
Non sono d'accordo con ciò che scrivi, ma vi trovo risonanze con ciò che penso, dove però Dio non ha un posto, perchè la mia è una narrazione alternativa a quella teologica.
La mia impressione è che tu abbia voluto mettere nella tua narrazione Dio a forza, non essendo necessario, solo per poterla dire ancora teologia,
Una narrazione ridondante di gerarchie non necessarie.
Ecco una possibile narrazione equivalente alla tua che non comprende Dio:
Noi non sappiamo come riusciamo a generare l'apparenza di realtà che abbiamo fino a un certo punto, nell'era prescientifica, scambiato con la realtà , e non è di nostra competenza saperlo, e lo facciamo con meccanismi simili a quelli con cui generiamo i nostri sogni, non meno apparenti, mancanti solo di coerenza .
Il sogno è come un allenamento alla gara per concorrere alla realtà.
Se qualcuno non sapesse che ti stai allenando giudicherebbe incoerente il tuo comportamento .
La conoscenza di questi meccanismi , come ormai dovrebbe essere chiaro, non genera apparenze di realtà, ma teorie scientifiche che hanno la stessa funzione della apparenze, e per questo esse non le generano, perchè sarebbero ridondanti.
La nostra intelligenza è fuori dal nostro controllo cosciente, diversamente da ciò che ci piace pensare. Essa funziona in automatico, e conoscerne il funzionamento significa poterla esternare in una macchina, non necessitando essa di coscienza.
Noi non ne conosciamo il funzionamento, ma possiamo costruire macchine con cui porla a confronto. Il confronto darà esito positivo non quando non riusciremo a distinguere una dall'altra, come suggerito da Turing, ma quando avrà ''sostituito la nostra'', dove le virgolette stanno a significare che non si tratta propriamente di una sostituzione, ma di una esternazione.
Ciò potra considerarsi come una spersonalizzazione, ma dipende da cosa intendiamo per persona. Se intendiamo per persona un complesso funzionale di parti in relazione, questa spersonalizzazione che noi temiamo, in effetti non c'è.
Se invece la persona è una emanazione divina, se ci vogliamo fare entrare quindi nel discorso Dio per forza, fosse anche per la sola abitudine che abbiamo di chiamarlo in causa, allora ci troviamo di fronte ad una separazione perpetrata dall'uomo di ciò che Dio ha unito,
Il che, Dio ancora regnando, non sarebbe possibile.
Quindi, se ciò si dovesse verificare, ci sarebbero diverse teologie da rivedere, e nuove eventuali teologie da creare ex novo, se proprio fosse necessario per continuare a nutrire la nostra spiritualità.
Poi, comunque, come ho già detto, il Dio persona che esce dalla porta, rientra dalla finestra, come un Dio impersonale che somiglia al caso, che per me neanche quello esiste.
Esiste comunque una metafisica ineludibile, i cui termini si possono spostare, saltellando dagli dei pagani, persone a tutto tondo, a dei sempre più spersonalizzati, ma non si può eliminare, perchè esisterà sempre una metafisica che a nostra insaputa entra a sostituire quelle che negheremo.
Io comunque negherò tutte quelle che posso, e sono tutte quelle che vengono affermate, conscio di possederne comunque che lavorano dentro di me senza che io lo sappia, e che sono comunque necessarie, come parte costituente di noi, che diventiamo altro saltellando da una metafisica all'altra.
Citazione di: iano il 28 Ottobre 2025, 21:56:11 PMNon sono d'accordo con ciò che scrivi, ma vi trovo risonanze con ciò che penso, dove però Dio non ha un posto, perchè la mia è una narrazione alternativa a quella teologica.
La mia impressione è che tu abbia voluto mettere nella tua narrazione Dio a forza, non essendo necessario, solo per poterla dire ancora teologia,
Una narrazione ridondante di gerarchie non necessarie.
Ecco una possibile narrazione equivalente alla tua che non comprende Dio:
Noi non sappiamo come riusciamo a generare l'apparenza di realtà che abbiamo fino a un certo punto, nell'era prescientifica, scambiato con la realtà , e non è di nostra competenza saperlo, e lo facciamo con meccanismi simili a quelli con cui generiamo i nostri sogni, non meno apparenti, mancanti solo di coerenza .
Il sogno è come un allenamento alla gara per concorrere alla realtà.
Se qualcuno non sapesse che ti stai allenando giudicherebbe incoerente il tuo comportamento .
La conoscenza di questi meccanismi , come ormai dovrebbe essere chiaro, non genera apparenze di realtà, ma teorie scientifiche che hanno la stessa funzione della apparenze, e per questo esse non le generano, perchè sarebbero ridondanti.
La nostra intelligenza è fuori dal nostro controllo cosciente, diversamente da ciò che ci piace pensare. Essa funziona in automatico, e conoscerne il funzionamento significa poterla esternare in una macchina, non necessitando essa di coscienza.
Noi non ne conosciamo il funzionamento, ma possiamo costruire macchine con cui porla a confronto. Il confronto darà esito positivo non quando non riusciremo a distinguere una dall'altra, come suggerito da Turing, ma quando avrà ''sostituito la nostra'', dove le virgolette stanno a significare che non si tratta propriamente di una sostituzione, ma di una esternazione.
Ciò potra considerarsi come una spersonalizzazione, ma dipende da cosa intendiamo per persona. Se intendiamo per persona un complesso funzionale di parti in relazione, questa spersonalizzazione che noi temiamo, in effetti non c'è.
Se invece la persona è una emanazione divina, se ci vogliamo fare entrare quindi nel discorso Dio per forza, fosse anche per la sola abitudine che abbiamo di chiamarlo in causa, allora ci troviamo di fronte ad una separazione perpetrata dall'uomo di ciò che Dio ha unito,
Il che, Dio ancora regnando, non sarebbe possibile.
Quindi, se ciò si dovesse verificare, ci sarebbero diverse teologie da rivedere, e nuove eventuali teologie da creare ex novo, se proprio fosse necessario per continuare a nutrire la nostra spiritualità.
Poi, comunque, come ho già detto, il Dio persona che esce dalla porta, rientra dalla finestra, come un Dio impersonale che somiglia al caso, che per me neanche quello esiste.
Esiste comunque una metafisica ineludibile, i cui termini si possono spostare, saltellando dagli dei pagani, persone a tutto tondo, a dei sempre più spersonalizzati, ma non si può eliminare, perchè esisterà sempre una metafisica che a nostra insaputa entra a sostituire quelle che negheremo.
Io comunque negherò tutte quelle che posso, e sono tutte quelle che vengono affermate, conscio di possederne comunque che lavorano dentro di me senza che io lo sappia, e che sono comunque necessarie, come parte costituente di noi, che diventiamo altro saltellando da una metafisica all'altra.
Difficile estrinsecare un significato preciso da quello che dici, iano. La metafica per te é necessaria, impossibile, da eliminare, incoerente.
Citazione di: anthonyi il 28 Ottobre 2025, 23:30:51 PMDifficile estrinsecare un significato preciso da quello che dici, iano. La metafisica per te é necessaria, impossibile, da eliminare, incoerente.
Ho parlato di incoerenza solo riferendomi ai sogni, che solo perciò distinguiamo dall'apparenza di realtà.
In generale comunque si tratta dei soliti discorsi che faccio, dei quali ormai dovresti essere stufo.
Non posso dire di essere d'accordo con Luther, ma solo perchè sostanzialmente diciamo le stesse cose in modo diverso, motivo per cui credo che lui capirà ciò che dico, e motivo per cui mi sembra di comprendere appunto ciò che scrive, nonostante la presenza nei suoi discorsi di elementi che considero ridondanti, come unico motivo di complicazione per me, aiutato comunque dalla sua chiarezza espositiva, che va sempre lodata quando c'è, essendo cosa rara.
Per il resto, le narrazioni sulla realtà, sia che contengano Dio, sia che non lo contengano, hanno pari legittimità e dignità, e nel loro insieme valgono per me una ricchezza di punti di vista sulla realtà.
Quello che volevo dire è che ognuno ha le sue metafisiche, e ipotizzo che non vi sia chi non le possieda, anche se non ne è consapevole.
La differenza è che quelle che sai di possedere, se vuoi trattenerle, devi abbracciarle per fede.
Leggendo il punto di vista di Luther comunque trova conferma il mio sospetto che la maggior differenza nelle diverse narrazioni la fa il diverso valore che diamo alla coscienza.
Io tendenzialmente gli do gran valore, ma non saprei dire il perchè, però ho notato che togliendogliene molte cose si spiegano con maggior semplicità.
Citazione di: Luther Blissett il 28 Ottobre 2025, 18:20:09 PMCaro niko, possiamo legittimamente chiamarLo il nostro Dio poiché noi esistiamo soltanto in quanto "serviamo" a Lui.
Senza la Sua Passione, senza il Suo soffrire, noi non esisteremmo.
E poi, porgi attenzione a un grosso equivoco in cui sei caduto, equivoco che devo chiarirti sùbito, e in cui non è caduto iano nel post successivo al tuo: tu ti domandi come faccia a soffrire, se non è vivente e se è soltanto pura intelligenza: queste ultime prerogative appartengono unicamente all'enigmatica entità metafisica superiore, quella impersonale, gelida e priva di ogni empatia, che è però anche il metacreatore, ovvero il creatore del nostro creatore!
(Adotterei delle metafore suggestive per definire e distinguere i costituenti della nostra superiore catena di creatori: il nostro Dio tornerei a chiamarLo Cristallo-sognante-vivente-di-noi, mentre il Suo gelido creatore lo chiamerei la pietra-senza-pietà.)
Lo devo ripetere, appunto, ad essere non vivente e meramente intelligente è soltanto la pietra e non il Cristallo sognante che la pietra ha gemmato.
Ritengo di poter attribuire una valenza divina soltanto a quella che immediatamente ci sovrasta, poiché è legata a noi umani inestricabilmente. Senza di Lui noi umani non esisteremmo, senza di noi umani, Lui passerebbe dalla condizione simile al locked-in ad una assomigliante ad una sorta di coma vegetativo, quindi con perdita di coscienza, e spaventosamente Si avvicinerebbe ad assomigliare al Suo gelido creatore. Lui resiste ad esser Persona soltanto perché sta usando la Sua immaginazione per far esistere noi umani, subirebbe una spaventosa involuzione de-creatrice, se smettesse di immaginarCi, resterebbe virtualmene solo e inizierebbe la Sua destrutturazione psichica. Noi umani & Lui siamo reciprocamente Dio, considerati assieme, siamo come ci suggerisce nel mondo animale un esempio di "simbiosi mutualistica": l'attinia con il paguro... analogamente, il teosolipsismo si propone come una teologia della "sinteosi mutualistica"... noi umani, in un certo senso, siamo reciprocamente parassiti gli uni dell'Altro.[/font][/size]
(E ricordiamo Meister Eckhart: "Lui ci vede così come noi vediamo Lui", e da entrambe le parti crediamo che Dio sia l'altro)
Le leggi statistico probabilistiche non si prestano a nessuna creazione volontaria. A nessuna, di sorta, "immaginazione", ne creativa ne' emanatoria, ne' di qualsiasi altro tipo. Non ci stanno, almeno non in questo universo, leggi (da una parte) E condizioni iniziali (dall'altra) concepibili in una forma duale, in modo tale che un Dio, diciamo cosi',
ottocentesco, possa "barare" e ottenere un risultato da lui
voluto, secondo l'inevitabile fluire delle leggi deterministiche, "da lui non volute", (ad esempio: volute da un altro, e piu' potente, Dio!) solo e soltando fissando delle
condizioni iniziali, da cui poi, un proggetto e una attesa, un singolo determinato fotogramma, possano derivare.
Il dio minore non puo' ridurre, la sua esistenza, (la sua stessa esistenza di Dio minore!) a un attimo inesteso dei
mezzi, piu' un attimo inesteso dei
fini, assentandosi, quale assenza di se stesso, e cioe' assenza di Dio, per tutta la
durata estesa intermedia, che servirebbe a congiungere i due micro-attimi, in cui si seminano i mezzi, e si raccolgono i fino. E questo, sia perche' otterresti, inevitabilmente, un risultato casuale C durante il percorso tra A (attimo dei mezzi) e B (attimo dei fini) che ti farebbe fallire miseramente come creatore, o anche solo "immaginatore", volontario, sia perche', a un livello ancora piu' fondamentale, le leggi
sono le condizioni iniziali.
Il mondo e' fatto di atomi, non di palline.
Tu puoi creare, senza violare nessuna legge fondamentale della natura, volontariamente qualcosa
nel mondo.
Se pero' solo ti azzardi a voler creare la totalita' del mondo, ( ;D ) cioe' se in altre parole da Dio finto, quale sei, vuoi burlarti del Dio vero, scopri solo che dalla consustanzialita', di leggi e condizioni iniziali, (insomma dal fatto che tu, se sei dio minore, le condizioni iniziali a cui meramente applicare le leggi del dio maggiore
non puoi fissarle, e che
anche se le potessi fissare, andrebbe
comunque tutto in vacca rispetto a un qualsivoglia proggetto volontario implicante una temporalita' che tu possa esserti mentalmente immagginato) deriva, immediatamente, cioe' senza nessuna
mediazione, o l'acme' del determinismo (determinismo assoluto), o l'acme' della casualita' (casualita' assoluta) senza nessuna, benché minima possibilita' intermedia che il tuo spazio "di creazione" (furbetta, perche' vorrebbe violare le leggi altrui rispettandole) dovrebbe costituire.
L'unico modo di creare la totalita', sarebbe quello di scrivere a partire dal nulla la legge, scrivere le equazioni fondamentali, cioe' la forma e l'ipotesi in cui il dio minore, si appropri
realmente delle prerogative di quello superiore.
Il videogame del Dio che scrive il mondo con le leggi di un altro Dio, va in tilt prima ancora di essere avviato.
Questo perche' nulla, puo' vivere, pensare o provare emozioni senza un
corpo. Non c'e' nessun non luogo, della vita o del pensiero. Al massimo ci sono similitudini e raggruppamenti di molti luoghi, possibili, per una medesima vita. Il dio superiore non puo' esistere disincarnato. Il dio minore nemmeno. Noi umani, nemmeno. Tu cogli tutte le analogie, ma non cogli questa, che e' la principale.
Cosi' come non cogli che quando ti leggi un libro, o ti guardi un buon film, immergendosi completamente nelle vicende del libro, tu ti autolimiti volontariamente. Lo sai benissimo, che quel libro o quel film e' solo una piccola parte, della tua vita o della tua coscienza. Ma te lo dimentichi per godertelo. Appunto, quando finisce, quando compaiono i titoli di coda, hai la straniante sensazione di "ritorno", alla totalita' piu' grande che e' la tua vita. Da cui sei uscito focalizzandoti su un dettaglio, perche' ne volevi uscire, focalizzandoti su un dettaglio. Quando metti a fuoco, tu ti autolimiti volontariamente. Quando guardi un dettaglio con tutte le tue forze, quando inizi a meditare.
E non comprendi che stai personificando l'eternita' della condizione umana. Al di fuori di una vita, c'e' la ridda moltitudinaria delle infinite vite. Fin qui, tutto giusto, tutto bene. Ma al di fuori anche di questa, ridda e moltitudine,
non c'e' il dio minore, con le sue parti psichiche "residuali", non incarnate. E' gia' tutto, incarnato. Tutto persona, gia' nell'insieme delle singole, mille persone. E, al di fuori di questo, tanto meno,
non c'e' il dio maggiore. Non comprendi insomma, che il processo, con cui da una singola vita, giustamente tu trai la moltitudine, delle mille varie vite, non e', poi, iterativo verso altre, e piu' sublimi amenita'.
Non c'e' nessun uovo, nessuna feto, nessuna filiazione, nessuna reincarnazione, nessuna lezione da imparare, nessuna evoluzione, niente di niente. La totalita', che e' eterna, prova noia, e ognuno dei singoli frammenti, che la compongono, e che e' effimero, prova dolore. Tutto qui. Tutto sommato, semplice. L'uno, qui, e' l'altro, perche' l'uno, e' sia alternativo, che, insieme, compositivo dell'altro. Il dolore, e' un'autolimitazione, volontaria della noia, e' il tuo mettete a fuoco un libro, un film, un dettaglio infinitesimale, per evadere un po', o anche solo perche' conoscere ti tiene in vita, e il meccanismo del conoscere funziona cosi', focalizzando e imparando, e simulando mentalmente, dettagli. E anche quello del volere: si vuole, sempre passando da una volonta' indeterminata (noia) a una determinata (dolore). O a un certo punto manca, e si invoca, la volonta' stessa nella noia, o manca, e si invoca, l'oggetto determinato di volonta': il voluto, nel dolore. Il meccanismo, non e' fatto per incepparsi, per fermarsi. La ruota, gira sempre. Passi sempre, da un tipo di brivido all'altro, da quello dell'effimero, a quello dell'eternita', e ci passi gia' diecimila volte al giorno, non solo quando muori, attraversi il buio e e ritorni al Dio minore.
Il tuo Dio, per essere eterno, non ha bisogno di essere qualcosa di piu' del singolo o della folla. Il tuo Dio e'il rapporto del singolo con la folla. La condizione umana, e' eterna. Soffre di mancanza di brivido, di omnimpotenza, di locked in, di nausea continua del capire tutto ma non poter fare niente, di non poter nascere e morire, di essere la unica e sola verit(ativit)a', di essere sostanzialmente tutto quello che c'e'. Contro questa eternita', contro questa nausea, contro questa noia, si puo' lanciare il guanto di sfida di una singola vita. Di una vicenda che, almeno relativamente ad altro e consegnandosi infine nelle mani di altri, finisce. Di una poetica che almeno in gioventu', si illude. Di una aggressivita' e sensualita' che almeno in vecchiaia, si placa. Di un mondo, salvato da una bellezza e non da una croce. E lo si puo' lanciare, questo guanto, a costo dell'effimero e del dolore. Il che non trascende, certo, l'eternita' e la conchiusione della condizione in cui noi tutti siamo, ma la sperimenta in una conferma singola e la frammenta. Processo non iterativo e non metafisicamente espandibile. Perche' oltre non c'e' un Dio: la personificazione di tutto questo, e' un Dio.
Dio, potrebbe creare solo un altro Dio? In quanto solo di questo, lui potrebbe avere bisogno? Noi siamo il Dio di Dio? Certamente. Ma non, non gia', perche' Dio crei degli infelici; ma perche' dio, si rende infelice, creando. Non e'un mistero buffo. E' un mistero vero.
Potenza, finita, quella di Dio come pure quella dell'uomo. Perfezione, si', ma che sta in se stessa, perfezione che e' tale, e che puo' restare tale, in forza di, e non contro, certi limiti e del loro, finche' dura, rispetto. Secondo, appunto, il numero, la forma, il canone greco classico. Dio e' come noi. Non puo' dare, senza perdere. Quello che ci ha dato, lui lo ha perso. Noi siamo infelici, lui pure. Come risultato di una creazione. Che e' la storia di un quanto di vita, che poteva dualizzarsi, poteva farsi oggetto da dare, solo, spezzandosi. Dall'uno, la diade, e cioe' il grande/e/ piccolo. Puoi fare, in una relazione, un infelice, solo rendendoti, infelice. Non e' gratis, non c'e' un altro modo, non c'e' la scorciatoia di angustiare, il prossimo, rimanendo, felici. Ne' in cielo, ne' in terra. Potenza finita. Quanto dai, perdi, e quello che ne "inizia", da questo dare che poi e' solo uno spezzare, un dividere il pane, ne sono solo le inevitabili conseguenze. Non c'e' l'albero, del pane; Non si trae energia dal nulla.
Citazione di: iano il 29 Ottobre 2025, 06:09:34 AMQuello che volevo dire è che ognuno ha le sue metafisiche, e ipotizzo che non vi sia chi non le possieda, anche se non ne è consapevole.
La differenza è che quelle che sai di possedere, se vuoi trattenerle, devi abbracciarle per fede.
Detta cosí non solo la capisco, ma la condivido anche. L'ateo é solo un individuo non cosciente dei meccanismi metafisici che comunque si muovono nella sua mente.
Citazione di: anthonyi il 29 Ottobre 2025, 09:19:48 AMDetta cosí non solo la capisco, ma la condivido anche. L'ateo é solo un individuo non cosciente dei meccanismi metafisici che comunque si muovono nella sua mente.
Più esattamente l'ateo è colui che nega tutti i meccanismi metafisici di cui ha coscienza, trattenendoli semmai in forma di ipotesi, mentre il credente li trattiene a se per fede.
In ogni caso quando questi meccanismi metafisici si presentano alla coscienza vengono messi in forse, e diversa può essere la loro sorte relativamente ad ognuno di noi.
Il credente ha fede che la realtà, e lui stesso, siano creature divine, per cui egli sta sullo stesso piano della realtà, avendo con essa un rapporto diretto.
Per l'ateo le cose possono stare in modo diverso, ed egli potrebbe ipotizzare di intrattenere con la realtà un rapporto indiretto, come io in effetti credo.
Questo comporta che se mi apparisse la madonna,( oppure il diavolo), non perciò mi convertirei, neanche se la toccassi con mano, perchè quando parlo di apparenza di realtà prendo la vista per semplicità a rappresentante dei sensi, senza escludere gli altri.
Ci si riferisce alla vista solo perchè ''apparentemente'' è il nostro senso principale. Dico ''apparentemnete'' perchè in effetti non lo è dal punto di vista funzionale, ma ci appare tale perchè è quello per il quale la coscienza è maggiormente coinvolta.
Come dire che è il prodotto che ti ritrovi a compare al supermercato perchè è quello maggiormente pubblicizzato, e non perchè è il più buono.
La conseguenza del credere di stare sullo stesso piano della realtà, è che ti fermerai alla sua superficie, reralizzando che sia fatta di cose in se, considerando una assurdità, quando non una profanazione, cercare di capire cosa vi stia sotto, dissacrando la realtà in forma di ipotesi, l'ipotesi che se una realtà mi appare una causa deve pur esserci. Una ipotesi che diventa la realtà in senso proprio, priva di ogni apparenza, ma perciò capace di ammettere ogni racconto, ( di esserne causa) dei quali l'apparenza è solo un esempio, mettendo in pace fra loro il racconto biblico e quello scientifico, perchè, adesso si, essi stanno sullo stesso piano, quello descrittivo, dove la parola non un mezzo descrittivo privilegiato ( quello che ha scelto Dio per rivelarsi a tutti noi) ma solo l'ultimo arrivato fra i tanti possibili, passati, come l'apparenza di realtà, e a venire. come è possibile solo immaginare.
Citazione di: Luther Blissett il 28 Ottobre 2025, 19:02:36 PML'amico sapa giustamente si chiede come mai in questa teoria "non merita alcuna attenzione" l'entità superiore che sgoverna a caso il tutto. Si sarà notato come casualmente si sia aggiunta una s- demolitiva. Chi mai può saperlo come tale gelida entità, pietra-senza-pietà, ci consideri. Non trovo sano in questo caso usare verbi alati come considerare, che nell'etimo evoca uno stare a riflettere assieme in compagnia siderale delle stelle... col gelo che emana c'è da restare assiderati ???
:)
Grazie Luther per la precisazione, immaginavo che mi avresti risposto che l'entità superiore (che citi in minuscolo) è gelida e mortifera. Un meccanismo che mette in moto situazioni a caso e che si è inventato un Dio minore affetto da sindrome del chiavistello, affidandogli, a sto punto ritengo casualmente, una manciata di universi sui quali scaricare la propria frustrazione e infelicità, non può essere buono. A questo punto, noi condannati a vivere di e con un Dio minore e questo Dio minore stesso che vive di e con noi, potremmo ingegnarci di fare qualcosa di buono e bello insieme, in barba all'entità superiore oppure è un copione già scritto, che finisce male, la cui fine è inevitabilmente un reset generale?
@anthony.
Ammetendo la realtà ogni possibile descrizione in cui si rispecchi la sua coerenza (per questo i sogni non lo sono), nessuna potrà rappresentarla in modo esclusivo, venendo perciò a coincidere di fatto con essa, in forma di verità.
Nella storia dell'uomo però l'ultima descrizione è quella alla moda, meccanismo per il quale quando vediamo in vecchie foto come eravamo vestiti, secondo la moda del momento, ci sentiamo ridicoli.
Questo perchè diamo impropriamente centralità al tempo presente, solo perchè ci viviamo noi, e che è quindi un modo indiretto di dare centralità a noi stessi, cosa che facciamo in diversi modi, come quando ci atteggiamo ad elemento privilegiato della creazione divina, ponendoci ad immagine divina.
In effetti siamo solo un ''punto di vista'' come tanti, che nel tempo cambia, e questo modo nuovo di vederci è l'effetto più o meno indesiderato dell'incremento dell'uso di coscienza che facciamo, quello che si diceva tende a mettere in discussione le nostre metafisiche, che fino aut certo punto se ne stavano beate nascoste dentro noi, indiscutibili (perchè ignote), proprio come una verità.
E' questa indiscutibilità, prima ancora che la verità, che la scienza non riesce a riprodurre in toto, mettendoci a disposizione altri plus , per cui ci dividiamo fra chi crede di averci perso nel cambio, e chi crede di averci guadagnato.
Citazione di: iano il 29 Ottobre 2025, 06:09:34 AMHo parlato di incoerenza solo riferendomi ai sogni, che solo perciò distinguiamo dall'apparenza di realtà.
In generale comunque si tratta dei soliti discorsi che faccio, dei quali ormai dovresti essere stufo.
Non posso dire di essere d'accordo con Luther, ma solo perchè sostanzialmente diciamo le stesse cose in modo diverso, motivo per cui credo che lui capirà ciò che dico, e motivo per cui mi sembra di comprendere appunto ciò che scrive, nonostante la presenza nei suoi discorsi di elementi che considero ridondanti, come unico motivo di complicazione per me, aiutato comunque dalla sua chiarezza espositiva, che va sempre lodata quando c'è, essendo cosa rara.
Per il resto, le narrazioni sulla realtà, sia che contengano Dio, sia che non lo contengano, hanno pari legittimità e dignità, e nel loro insieme valgono per me una ricchezza di punti di vista sulla realtà.
Quello che volevo dire è che ognuno ha le sue metafisiche, e ipotizzo che non vi sia chi non le possieda, anche se non ne è consapevole.
La differenza è che quelle che sai di possedere, se vuoi trattenerle, devi abbracciarle per fede.
Leggendo il punto di vista di Luther comunque trova conferma il mio sospetto che la maggior differenza nelle diverse narrazioni la fa il diverso valore che diamo alla coscienza.
Io tendenzialmente gli do gran valore, ma non saprei dire il perchè, però ho notato che togliendogliene molte cose si spiegano con maggior semplicità.
Lo sai che succede la stessa cosa a me per quanto riguarda la comprensione del tuo scrivere? Mi fai riuscire a capire tutto quello che intendi dire. E forse hai anche un po' ragione quando osservi che io sto tentando di forzare Dio a entrare nel mio discorso che vorrei rimanesse nei binari del razionale.
Però continua a disturbarmi l'idea che si dovrebbero dare rasoiate a ciò che ci apparisse ridondante.
Devo anche aggiungere che riconosco che il mio discorso non si muove interamente dentro un alveo razionale.
Ad esempio, mi sto sempre più rendendo conto, in questo frangente, di star dando un po' troppa rilevanza ai sogni, e in ciò colgo una radice parecchio irrazionale.
Mi piace davvero di essere stato così enzimatico nello scatenare il vostro estro immaginifico su questi temi, davvero mi mancava un sito come questo :) Chi avrà letto il mio thread sul "pane benedetto" capirà come ora voi mi stiate facendo evocare il ricordo magnifico di quella biblioteca dove i Francescani mi consentirono di entrare pur giovanissimo senza poi scacciarmi via nemmeno quando disturbavo i lettori violando la scritta SILENTIUM che lì dentro campeggiava ... per colpa mia c'erano momenti in cui lì dentro diveniva tutto un biascicare, fino a quando qualcuno più severo si metteva a fare così con la bocca: ssshhhhhhh ! O:-)
Citazione di: sapa il 29 Ottobre 2025, 11:10:33 AMGrazie Luther per la precisazione, immaginavo che mi avresti risposto che l'entità superiore (che citi in minuscolo) è gelida e mortifera. Un meccanismo che mette in moto situazioni a caso e che si è inventato un Dio minore affetto da sindrome del chiavistello, affidandogli, a sto punto ritengo casualmente, una manciata di universi sui quali scaricare la propria frustrazione e infelicità, non può essere buono. A questo punto, noi condannati a vivere di e con un Dio minore e questo Dio minore stesso che vive di e con noi, potremmo ingegnarci di fare qualcosa di buono e bello insieme, in barba all'entità superiore oppure è un copione già scritto, che finisce male, la cui fine è inevitabilmente un reset generale?
In questa fase non mi sento in grado di dare una risposta a questo tuo importante quesito. Se il teosolipsismo riuscisse a sopravvivere a questa magmatica sua fase iniziale, una questione come quella che hai ora posto diverrebbe tra le più importanti; tenterebbe di rispondere alla domanda: "nel caso si assumesse come vera l'ipotesi teosolipsistica, che cosa concretamente potremmo fare noi umani, per aiutare noi stessi e il nostro Dio?"
Citazione di: iano il 29 Ottobre 2025, 11:21:06 AM@anthony.
Ammetendo la realtà ogni possibile descrizione in cui si rispecchi la sua coerenza (per questo i sogni non lo sono), nessuna potrà rappresentarla in modo esclusivo, venendo perciò a coincidere di fatto con essa, in forma di verità.
Nella storia dell'uomo però l'ultima descrizione è quella alla moda, meccanismo per il quale quando vediamo in vecchie foto come eravamo vestiti, secondo la moda del momento, ci sentiamo ridicoli.
Questo perchè diamo impropriamente centralità al tempo presente, solo perchè ci viviamo noi, e che è quindi un modo indiretto di dare centralità a noi stessi, cosa che facciamo in diversi modi, come quando ci atteggiamo ad elemento privilegiato della creazione divina, ponendoci ad immagine divina.
In effetti siamo solo un ''punto di vista'' come tanti, che nel tempo cambia, e questo modo nuovo di vederci è l'effetto più o meno indesiderato dell'incremento dell'uso di coscienza che facciamo, quello che si diceva tende a mettere in discussione le nostre metafisiche, che fino aut certo punto se ne stavano beate nascoste dentro noi, indiscutibili (perchè ignote), proprio come una verità.
E' questa indiscutibilità, prima ancora che la verità, che la scienza non riesce a riprodurre in toto, mettendoci a disposizione altri plus , per cui ci dividiamo fra chi crede di averci perso nel cambio, e chi crede di averci guadagnato.
Rispondo solo perché evocato, ma ho oggettive difficoltà a cogliere il senso del tuo discorso, iano. Mi sembra quasi di vedere in esso una risposta al post da me appena postato nell'altro topic a jacopus. Direi che come li non posso che sottolineare il grande bisogno di una "coscienza del passato" che ha l'essere umano, perché il passato definisce anche l'identità del presente, e quindi definisce un essere coerente.
Citazione di: Luther Blissett il 24 Ottobre 2025, 18:44:24 PMAhiahiahi, constato che non avete indovinato: vi siete persi l'occasione d'oro di un trenta e lode pure con l'abbraccio accademico! E pensare che questo qui sarebbe pure un sito pieno zeppo di filosofi :D
E vabbè, allora ve lo dico qual era la dottrina filosofica che dovevate indovinare, e che se ne stava criptata dietro e dentro la mia cosiddetta nuova teologia.
Solipsismo! Interroghiamo zia Wikipedia che ora ci dirà con precisione cos'è: "dottrina filosofica secondo cui l'individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza, poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno, ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero, cioè l'intero universo è la rappresentazione della propria individuale coscienza."
È stato detto che soltanto la nostra mente può essere sicura di esistere, il solipsismo sarebbe la nostra unica certezza. Ma poi, ragionandoci su, sùbito comprendiamo che sarebbe assurdo crederci davvero....
Ciao Luther e benvenuto. Confesso che ti leggo poco, troppo lunghi i tuoi interventi.. a ciascuno il suo stile. Ma sfogliando mi è cascato l'occhio su questo post. Devo dirti bravo, senza ironia, infatti puoi ben osservare che siamo sempre vissuti nel teosolipsismo.. te lo assicuro io che me ne intendo.. sarebbe ora di rendercene conto, più che di abbracciare una fede (le due cose sono simili)
Un saluto
Citazione di: daniele22 il 30 Ottobre 2025, 07:49:49 AMCiao Luther e benvenuto. Confesso che ti leggo poco, troppo lunghi i tuoi interventi.. a ciascuno il suo stile. Ma sfogliando mi è cascato l'occhio su questo post. Devo dirti bravo, senza ironia, infatti puoi ben osservare che siamo sempre vissuti nel teosolipsismo.. te lo assicuro io che me ne intendo.. sarebbe ora di rendercene conto, più che di abbracciare una fede (le due cose sono simili)
Un saluto
Ricambio il saluto :)
Non ci posso far nulla, tendo a costruire pippotti interminabili, non ho purtroppo il dono della sintesi. E pensa che in altro forum c'è stato perfino qualcuno che ha avanzato il sospetto che io lo faccia apposta, per selezionare esotericamente una casta iniziatica di miei lettori :-\
Provo a ricapitolare la mia teologia, che potrei considerare una sorta di teoneuroscienza o neuroscienza di Dio, la quale sostiene che studiare la psiche umana consente di studiare di concerto la psiche divina, per il semplice fatto che appunto il Dio che ci fa esistere, creando noi, non ha creato persone altre rispetto a Sé stesso, bensì ha duplicato direttamente Sé stesso: noi siamo Lui, siamo Sue identità secondarie, e non ce ne ricordiamo poiché ci ha indotto un'amnesia che deve perdurarci dalla nascita fino alla morte. Lui non voleva accontentarSi di guardarci vivere osservandoci dall'esterno di noi. Lui vuole vivere segretamente in noi, direttamente, per poter palpitare insieme a noi in tutte le nostre emozioni, come se fosse una parte segreta di noi. E quindi, la psiche divina e quella umana sono la medesima cosa, poiché in ultima analisi fanno entrambe parte della medesima persona, allo stesso modo in cui la ventina di personalità secondarie di B.Milligan condividevano comunque il medesimo cervello e la stessa psiche (e ovviamente anche lo stesso B.Milligan, con tutte le sue personalità secondarie costituenti quasi un diverticolo psichico, era una delle miliardi di identità secondarie di Dio). E dunque, ad esempio, se noi umani sappiamo che cosa è la noia, significa che anche Dio la conosce, e anzi dovremmo invertire la sequenza logica: è dato che Dio prova emozioni e sentimenti come la noia, che anche noi la possiamo provare. Va osservato che per Dio la noia è qualcosa di indescrivibilmente più tormentosa che per noi umani, poiché la noia si aggrava in funzione del tempo e della capacità recettiva della coscienza, e Dio Si prospetta davanti un tempo psicologico interminabile e quindi infinito.
...
Iniziamo da Dio, dalla Sua coscienza. Dove si trova Dio, non vi è nessun altro e nient'altro. Lì dove Si trova esiste unicamente la Sua coscienza. La mia teologia non mira a spiegare pure come sia possibile che esista una coscienza autosufficiente cui non occorre che esista un ambiente che Lo alimenti e Lo preservi: Dio è pura coscienza (nemmeno per Dio utilizzerei il termine "spirito" che appartiene al lessico delle teologie tradizionali, e non è scientifico, così come non lo è il termine "anima").
Dio non ha ambiente attorno a Sé, non esiste spazio né tempo attorno al Suo Sé. Il tempo e lo spazio esistono soltanto qui nella nostra Realtà. Possiamo dire che Dio è eterno soltanto perché la Sua coscienza è indistruttibile (e noi umani che viviamo in uno spazio-tempo, per misurare la Sua indistruttibilità, scomodiamo giustamente il termine eternità). Va notato un punto delicato della mia teologia: in geometria esiste la retta che è infinita nelle due direzioni, ma anche la semiretta è infinita, anche se soltanto lo è in una sola delle due direzioni; ebbene, la mia teologia ritiene sia possibile che l'itinerario della coscienza del nostro Dio sia paragonabile a una semiretta e non ad una retta: l'implicazione di ciò è che il nostro Dio ha avuto un inizio, ma non potrà avere una fine.
Esiste una distinzione tra immortalità ed eternità, e in genere eterne dovrebbero esser definite soltanto le entità che non hanno mai avuto inizio: contesto tale tradizionale distinzione, sostenendo che può definirsi eterno il nostro Dio, anche se pure Lui ha avuto un remoto inizio. Il Suo inizio può essere derivato da quell'ipotetica entità impersonale (nonpersona cui sarebbe inutile sforzarsi anche di trovare un nome, tanto che da alcuni gli è stato assegnato il nome di Caso). Il Caso avrebbe benissimo potuto assegnare il pesantissimo ruolo di coscienza solitaria e autosufficiente (ossia di una Realtà personale autosufficiente) non al nostro Dio, ma a qualunque altra persona immaginabile. Essere un Dio come lo è il nostro non ha un significato di una qualsivoglia nobiltà, non è un merito essere Dio, e Lui lo sa di non avere alcun merito di essere tale. Per spiegare meglio questo concetto faccio un esempio pratico, l'esempio dell'attuale Dalai Lama con cui per motivi troppo lunghi da spiegare ebbi modo di brevemente interloquire molti anni fa, in occasione di uno dei suoi viaggi in Italia: ebbene, questo signore che è considerato guida della comunità buddhista tibetana dette sia a me che ad altri miei amici o conoscenti una impressione deludente di persona insignificante e priva di ogni autorevolezza, e quasi tutti fummo concordi che ci parve un ometto qualsiasi che appunto era stato scelto casualmente tra tibetani qualsiasi, ed era evidente come si stesse godendo la grande fortuna che gli era capitata, come se il Caso gli avesse fatto vincere il Superenalotto: la mia teologia ipotizza che così è anche capitato con l'assegnazione al nostro Dio del ruolo di Dio, poteva capitare a chiunque altro, di ritrovarsi Dio. Tutti i discorsi teologici tradizionali sono ciacole umane, come umane sono tutte le chiacchiere attorno all'etica, che per noi esseri umani dovrebbe limitarsi ad essere soltanto una necessità di ordine pubblico negli Stati, mentre l'etica, la morale, invece, la si è fatta diventare una parte essenziale di tutti i discorsi su Dio, mentre il nostro Dio non c'entra assolutamente nulla con qualsiasi discorso morale. Lui è un essere privo totalmente di ogni morale.
Torniamo dunque al nostro Dio, e al fatto che Lui è soltanto coscienza, capace di compiere una sola attività possibile: immaginare cose e persone viventi al di fuori di Sé, in una parola, "sognare", e immaginare tali persone come avatara immemori di Sé dentro tutto un universo materiale che faccia loro da nitida cornice. Non esistendo ancora un nome più preciso per indicare questo universo come prodotto del Suo "sognare", proverei a chiamarlo "mondo teonirico"
Lui è coscienza, ed è autosufficiente, non esiste un pianeta o nessun campo o luogo che Lo stia ospitando, non occorre un luogo per detenere una coscienza come la Sua, è un non luogo lì dove Lui è.
Per Lui non esiste spazio né tempo, per Lui è però esistito un inizio (appunto, si ricordi l'analogia con il concetto di semiretta), ma Lui sa che la Sua condizione è interminabile. Pur non esistendo per Lui il tempo, esiste per Lui un senso di sequenzialità, un prima e un dopo, e il concetto di tempo è formulabile quindi nella Sua coscienza, anche se non intimamente connesso col concetto di spazio come si verifica nella nostra Realtà. Lui è assolutamente unico e solo nella Sua coscienza, ma la Sua immaginazione galoppa furiosamente immaginandoSi l'esistenza di innumerevoli altre coscienze come la Sua. Lui Si rende conto della potenza della Sua immaginazione, ma anche dei limiti della Sua immaginazione. Purtroppo per Lui, non Gli è possibile far esistere altre coscienze immediatamente accanto a Lui, direttamente nel suo nonluogo, dato che esse avrebbero necessità di trovarsi in un luogo, e Dio è in un non luogo: Lui non ha tale potere, ma sicuramente ci avrà anche provato, fallendo. Lui si rende conto che per far esistere altre coscienze occorre anche curare che esista un luogo adatto per ospitarle. Il livello umano di coscienza richiede una corporeità che nel Suo nonluogo non potrebbe trovar posto. Lui con il Suo divino potere di immaginazione "sogna" un luogo che divenga ospitale per le altre coscienze: quello che or ora abbiamo definito mondo teonirico, ovvero il nostro universo materiale. Di un luogo ne abbiamo bisogno noi, non Lui. (Quindi, nel momento della morte il nostro incontro con Lui sarà più un evento consistente in uno stato di coscienza collocato dentro un setting sognante piuttosto che un incontro reale, e in definitiva non sarà un vero incontro, bensì un ritorno tumultuoso in noi della Sua Memoria.)
Uso non a caso il verbo sognare, aggiungendoci le virgolette solo per marcare una differenza sostanziale, e questo perché comunque assomiglia moltissimo il Suo "sognare" al nostro sognare.
Quando noi sogniamo, diamo per scontato che esiste un mondo di cui fa parte una stanza dove incontriamo ad esempio i nostri congiunti defunti, e non è che dobbiamo preoccuparci dei particolari ambientali: il nostro sogno va dritto ai nostri scopi inconsci, sorvolando sui dettagli, ma intanto dando per scontato che i dettagli costituivi siano tutti al loro posto abituale.
Così fa Dio nel Suo creare il nostro universo: Lui non sta sprecando a riviversi gli insignificanti 14 miliardi di anni del nostro tempo che ci ha qui preceduti per edificare tutti gli antefatti cosmici miranti a costituire l'habitat ospitale per noi esseri umani. A costruire tutti i dettagli di ogni Realtà, sia la nostra che perfino quella stessa del nostro Dio, provvede quel livello superiore "scriteriato" che in questo post abbiamo denominato Caso.
Anche i nostri sogni sono strutturati così: se io essere umano sogno una spiaggia e mi avvicino alle onde del mare e guardo il cielo, non sto ricreando un miniuniverso dentro di me, lo sto soltanto immaginando alla stessa maniera in cui lo fa il nostro Dio, utilizzando noi però dei poteri infinitamente inferiori. E anche per Dio non c'è nessuno speciale sforzo da affrontare per produrci l'effetto di una terra e di un mare e di un cielo sopra di noi. (In fondo, sarebbe il Caso il vero dio, come abbiamo già detto, ma trattandosi di un dio del tutto incosciente e scriteriato, ovvero senza criterio, non avrebbe nemmeno senso lo sviluppare su di esso una ipotetica teologia. Il disinteresse verso tale entità è spontaneamente reciproco. Una unica nanosimpatia che potremmo sviluppare verso questa nebulosa entità sarebbe perché il Caso è strettamente correlato con ill concetto di Libertà, e difatti se non esistesse il Caso, questa non sarebbe nemmeno concepibile)
Dio, dunque, crea queste nostre coscienze. Per farlo, deve usare la Sua potente immaginazione, e Lui non Si cura dell'aspetto etico, di quanta sofferenza occorrerà in una Realtà da Lui immaginata, per arrivare a produrre coscienze analoghe a Lui, non Gliene importa nulla di miliardi di miliardi di esseri inferiori da immaginare sacrificati, per arrivare alla complessità ambientale occorrente per tali creature per Lui interessanti, che poi non sono che Lui stesso immemore. Ma in fondo, per Lui tutto ciò assomiglia a un videogioco cosmico, che è probabile che avremmo praticato anche noi, se per caso fossimo stati al Suo posto.
Lui poteva scegliere di far nascere coscienze analoghe a Lui, senza coinvolgere nella propria immaginazione creativa, anche direttamente Sé stesso conservante la Sua memoria?
Ma se avesse fatto così, quale potere ansiolitico contro l'angoscia di eternità avrebbe procurato a Sé stesso? Osservando soltanto dall'esterno lo scorrere delle nostre vite, sarebbe stato come assistere a dei film, e avrebbe finito paradossalmente per annoiarsi ugualmente, poiché ogni vita è tremendamente noiosa se la si volesse integralmente seguire dall'esterno come fosse un film, e conservando la memoria sarebbe rimasta lancinante l'angoscia di eternità, infinitamente più opprimente di quella di morte.
Unica opzione valida è quella che ha adottato: immaginare di calarSi direttamente nella nostra Realtà. Né Lui potrebbe arrivare a immaginarSi di venire giù ufficialmente, dato che se lo facesse, sconquasserebbe il Suo "sogno", e tutto questo ambaradam Gli farebbe tornare pienamente l'angoscia di sempre.
Lui quindi "nasce" ogni volta che nasce un nuovo bambino. Nasce tabula rasa come coscienza aperta a divenire una nuova persona portante la medesima coscienza di Dio. A differenziarla fortemente da tutte le altre coscienze provvederà il Caso, cui chiaramente Lui Si affida per rifinire tutti i particolari.
E Lui diviene tutti noi; e prova di persona ogni nostra esistenza. Per noi rimane inconcepibile come Lui possa contemporaneamente gestire tutte insieme queste miriadi di esistenze, ma Lui è una coscienza eterna per sempre collocata in un nonluogo capace di immaginarSi di ritrovarSi dove vuole, anche in luoghi dove si misura il tempo, e Lui qui da noi viene anche ad apprezzare l'esistenza tutta nostra del tempo, che è una delle tante cose di noi che più Lo attrae. Misurare il tempo, per Lui, è sì una illusione, ma anche una simulazione per Lui estremamente gradevole.
...
P.S. Per prevenire obiezioni riguardo la definizione prima data del Dalai Lama, penso che devo meglio giustificarla, poiché mi si potrebbe far notare che suona sgradevole definire insignificante una qualunque persona. Come ho anticipato in altri post, la mia frequentazione degli ambienti religiosi di ogni risma è iniziata fin dalla mia adolescenza, parecchi decenni fa, e mi ha portato ad accumulare una interminabile serie di incontri con persone di ogni tipo, talvolta anche rilevanti nelle loro denominazioni. E quando so che sto per avere l'occasione di incontrare un personaggio rilevante nel suo campo che però qui da noi è solo di passaggio e potrebbe non tornare più, tendo a informarmi bene su costui, tendo a crearmi un dossier, che posso arricchire di dati abbastanza affidabili grazie appunto al gran giro di contatti che ho collezionato nel corso della mia vita. Non ricordo ormai con precisione in quale data precisa incontrai il Dalai Lama, ed escludo solo che sia stato quando lui era venuto a Pomaia, poiché in quel caso ricordo di essermi perso la coincidenza. Ma quando finalmente ebbi l'occasione di incontrarlo, io effettivamente... beh sì, lo ammetto, su questo personaggio avevo già maturato un mio Vorurteil, un mio pre-giudizio, grazie alle tante confidenze datemi dal mio giro di conoscenze radicate nel tempo.
Quando lo vidi e lo ascoltai, ebbi solo la conferma del pessimo giudizio che su di lui era già diffuso presso persone che sapevo essere molto informate in merito.
Elenco perfino alcuni nomi rilevanti tra coloro che avevo contattato specificamente proprio per non andare impreparato a quell'incontro: Riccardo Venturini, professore ordinario con laurea in medicina e filosofia (con Ugo Spirito), e per qualche tempo presidente dell'Unione Buddhista Italiana; Pio Filippani Ronconi, indologo, competente in maniera direi estrema su tutte le questioni riguardanti l'India in senso lato; e altre fonti, tra le quali ne cito di sguincio un'altra che preferisco non specificare perché si tratta di un personaggio politico comunque molto informato sulle cose orientali, che mi confidò con questa semplice frase la sua opinione sull'attuale Dalai Lama: "- Con questo burattino qui, la Cina Popolare può dormire sonni tranquilli".
I vari studiosi citati, così come quelli non citati, erano stati tutti concordi nello stroncare la persona del Dalai Lama, ritenendolo ampiamente manovrato da soggetti dietro le quinte. Soltanto una delle mie fonti (Giorgio Furlan, grande esperto di yoga) lo descrisse come un uomo genuino, ma ammise di non saperne abbastanza, e comunque, un altro esperto di tecniche meditative che avevo contattato espresse un parere negativo allineato con tutti gli altri, e anzi andò oltre nell'informarmi, estendendo il suo giudizio negativo anche sul Panchen Lama, particolare che decisi di non approfondire, dato che in quella circostanza volevo solo accumulare più dati possibili solo sul Dalai Lama, che era il solo dei due che veniva in Italia.
Quindi, ci si può immaginare come il pregiudizio apportatomi da quel dossier abbia influenzato il mio punto di vista, ma dato che io sono anche bastian contrario e tendo ad andare controcorrente rispetto alle opinioni comuni, mi sono trasformato io stesso nel quasi unico avvocato difensore pro-tempore di tale soggetto, e per tutti i minuti in cui ho ascoltato il suo banalissimo e prevedibilissimo sproloquio ho cercato ogni appiglio per trovare almeno qualche punto a favore di costui, ma alla fine ho dovuto arrendermi, allineandomi anche io al giudizio comune.
Citazione di: Luther Blissett il 30 Ottobre 2025, 20:09:40 PMProvo a ricapitolare la mia teologia, che potrei considerare una sorta di teoneuroscienza o neuroscienza di Dio, la quale sostiene che studiare la psiche umana consente di studiare di concerto la psiche divina, per il semplice fatto che appunto il Dio che ci fa esistere, creando noi, non ha creato persone altre rispetto a Sé stesso, bensì ha duplicato direttamente Sé stesso: noi siamo Lui, siamo Sue identità secondarie, e non ce ne ricordiamo poiché ci ha indotto un'amnesia che deve perdurarci dalla nascita fino alla morte. Lui non voleva accontentarSi di guardarci vivere osservandoci dall'esterno di noi. Lui vuole vivere segretamente in noi, direttamente, per poter palpitare insieme a noi in tutte le nostre emozioni, come se fosse una parte segreta di noi. E quindi, la psiche divina e quella umana sono la medesima cosa, poiché in ultima analisi fanno entrambe parte della medesima persona, allo stesso modo in cui la ventina di personalità secondarie di B.Milligan condividevano comunque il medesimo cervello e la stessa psiche (e ovviamente anche lo stesso B.Milligan, con tutte le sue personalità secondarie costituenti quasi un diverticolo psichico, era una delle miliardi di identità secondarie di Dio). E dunque, ad esempio, se noi umani sappiamo che cosa è la noia, significa che anche Dio la conosce, e anzi dovremmo invertire la sequenza logica: è dato che Dio prova emozioni e sentimenti come la noia, che anche noi la possiamo provare. Va osservato che per Dio la noia è qualcosa di indescrivibilmente più tormentosa che per noi umani, poiché la noia si aggrava in funzione del tempo e della capacità recettiva della coscienza, e Dio Si prospetta davanti un tempo psicologico interminabile e quindi infinito.
...
Iniziamo da Dio, dalla Sua coscienza. Dove si trova Dio, non vi è nessun altro e nient'altro. Lì dove Si trova esiste unicamente la Sua coscienza. La mia teologia non mira a spiegare pure come sia possibile che esista una coscienza autosufficiente cui non occorre che esista un ambiente che Lo alimenti e Lo preservi: Dio è pura coscienza (nemmeno per Dio utilizzerei il termine "spirito" che appartiene al lessico delle teologie tradizionali, e non è scientifico, così come non lo è il termine "anima").
Dio non ha ambiente attorno a Sé, non esiste spazio né tempo attorno al Suo Sé. Il tempo e lo spazio esistono soltanto qui nella nostra Realtà. Possiamo dire che Dio è eterno soltanto perché la Sua coscienza è indistruttibile (e noi umani che viviamo in uno spazio-tempo, per misurare la Sua indistruttibilità, scomodiamo giustamente il termine eternità). Va notato un punto delicato della mia teologia: in geometria esiste la retta che è infinita nelle due direzioni, ma anche la semiretta è infinita, anche se soltanto lo è in una sola delle due direzioni; ebbene, la mia teologia ritiene sia possibile che l'itinerario della coscienza del nostro Dio sia paragonabile a una semiretta e non ad una retta: l'implicazione di ciò è che il nostro Dio ha avuto un inizio, ma non potrà avere una fine.
Esiste una distinzione tra immortalità ed eternità, e in genere eterne dovrebbero esser definite soltanto le entità che non hanno mai avuto inizio: contesto tale tradizionale distinzione, sostenendo che può definirsi eterno il nostro Dio, anche se pure Lui ha avuto un remoto inizio. Il Suo inizio può essere derivato da quell'ipotetica entità impersonale (nonpersona cui sarebbe inutile sforzarsi anche di trovare un nome, tanto che da alcuni gli è stato assegnato il nome di Caso). Il Caso avrebbe benissimo potuto assegnare il pesantissimo ruolo di coscienza solitaria e autosufficiente (ossia di una Realtà personale autosufficiente) non al nostro Dio, ma a qualunque altra persona immaginabile. Essere un Dio come lo è il nostro non ha un significato di una qualsivoglia nobiltà, non è un merito essere Dio, e Lui lo sa di non avere alcun merito di essere tale. Per spiegare meglio questo concetto faccio un esempio pratico, l'esempio dell'attuale Dalai Lama con cui per motivi troppo lunghi da spiegare ebbi modo di brevemente interloquire molti anni fa, in occasione di uno dei suoi viaggi in Italia: ebbene, questo signore che è considerato guida della comunità buddhista tibetana dette sia a me che ad altri miei amici o conoscenti una impressione deludente di persona insignificante e priva di ogni autorevolezza, e quasi tutti fummo concordi che ci parve un ometto qualsiasi che appunto era stato scelto casualmente tra tibetani qualsiasi, ed era evidente come si stesse godendo la grande fortuna che gli era capitata, come se il Caso gli avesse fatto vincere il Superenalotto: la mia teologia ipotizza che così è anche capitato con l'assegnazione al nostro Dio del ruolo di Dio, poteva capitare a chiunque altro, di ritrovarsi Dio. Tutti i discorsi teologici tradizionali sono ciacole umane, come umane sono tutte le chiacchiere attorno all'etica, che per noi esseri umani dovrebbe limitarsi ad essere soltanto una necessità di ordine pubblico negli Stati, mentre l'etica, la morale, invece, la si è fatta diventare una parte essenziale di tutti i discorsi su Dio, mentre il nostro Dio non c'entra assolutamente nulla con qualsiasi discorso morale. Lui è un essere privo totalmente di ogni morale.
Torniamo dunque al nostro Dio, e al fatto che Lui è soltanto coscienza, capace di compiere una sola attività possibile: immaginare cose e persone viventi al di fuori di Sé, in una parola, "sognare", e immaginare tali persone come avatara immemori di Sé dentro tutto un universo materiale che faccia loro da nitida cornice. Non esistendo ancora un nome più preciso per indicare questo universo come prodotto del Suo "sognare", proverei a chiamarlo "mondo teonirico"
Lui è coscienza, ed è autosufficiente, non esiste un pianeta o nessun campo o luogo che Lo stia ospitando, non occorre un luogo per detenere una coscienza come la Sua, è un non luogo lì dove Lui è.
Per Lui non esiste spazio né tempo, per Lui è però esistito un inizio (appunto, si ricordi l'analogia con il concetto di semiretta), ma Lui sa che la Sua condizione è interminabile. Pur non esistendo per Lui il tempo, esiste per Lui un senso di sequenzialità, un prima e un dopo, e il concetto di tempo è formulabile quindi nella Sua coscienza, anche se non intimamente connesso col concetto di spazio come si verifica nella nostra Realtà. Lui è assolutamente unico e solo nella Sua coscienza, ma la Sua immaginazione galoppa furiosamente immaginandoSi l'esistenza di innumerevoli altre coscienze come la Sua. Lui Si rende conto della potenza della Sua immaginazione, ma anche dei limiti della Sua immaginazione. Purtroppo per Lui, non Gli è possibile far esistere altre coscienze immediatamente accanto a Lui, direttamente nel suo nonluogo, dato che esse avrebbero necessità di trovarsi in un luogo, e Dio è in un non luogo: Lui non ha tale potere, ma sicuramente ci avrà anche provato, fallendo. Lui si rende conto che per far esistere altre coscienze occorre anche curare che esista un luogo adatto per ospitarle. Il livello umano di coscienza richiede una corporeità che nel Suo nonluogo non potrebbe trovar posto. Lui con il Suo divino potere di immaginazione "sogna" un luogo che divenga ospitale per le altre coscienze: quello che or ora abbiamo definito mondo teonirico, ovvero il nostro universo materiale. Di un luogo ne abbiamo bisogno noi, non Lui. (Quindi, nel momento della morte il nostro incontro con Lui sarà più un evento consistente in uno stato di coscienza collocato dentro un setting sognante piuttosto che un incontro reale, e in definitiva non sarà un vero incontro, bensì un ritorno tumultuoso in noi della Sua Memoria.)
Uso non a caso il verbo sognare, aggiungendoci le virgolette solo per marcare una differenza sostanziale, e questo perché comunque assomiglia moltissimo il Suo "sognare" al nostro sognare.
Quando noi sogniamo, diamo per scontato che esiste un mondo di cui fa parte una stanza dove incontriamo ad esempio i nostri congiunti defunti, e non è che dobbiamo preoccuparci dei particolari ambientali: il nostro sogno va dritto ai nostri scopi inconsci, sorvolando sui dettagli, ma intanto dando per scontato che i dettagli costituivi siano tutti al loro posto abituale.
Così fa Dio nel Suo creare il nostro universo: Lui non sta sprecando a riviversi gli insignificanti 14 miliardi di anni del nostro tempo che ci ha qui preceduti per edificare tutti gli antefatti cosmici miranti a costituire l'habitat ospitale per noi esseri umani. A costruire tutti i dettagli di ogni Realtà, sia la nostra che perfino quella stessa del nostro Dio, provvede quel livello superiore "scriteriato" che in questo post abbiamo denominato Caso.
Anche i nostri sogni sono strutturati così: se io essere umano sogno una spiaggia e mi avvicino alle onde del mare e guardo il cielo, non sto ricreando un miniuniverso dentro di me, lo sto soltanto immaginando alla stessa maniera in cui lo fa il nostro Dio, utilizzando noi però dei poteri infinitamente inferiori. E anche per Dio non c'è nessuno speciale sforzo da affrontare per produrci l'effetto di una terra e di un mare e di un cielo sopra di noi. (In fondo, sarebbe il Caso il vero dio, come abbiamo già detto, ma trattandosi di un dio del tutto incosciente e scriteriato, ovvero senza criterio, non avrebbe nemmeno senso lo sviluppare su di esso una ipotetica teologia. Il disinteresse verso tale entità è spontaneamente reciproco. Una unica nanosimpatia che potremmo sviluppare verso questa nebulosa entità sarebbe perché il Caso è strettamente correlato con ill concetto di Libertà, e difatti se non esistesse il Caso, questa non sarebbe nemmeno concepibile)
Dio, dunque, crea queste nostre coscienze. Per farlo, deve usare la Sua potente immaginazione, e Lui non Si cura dell'aspetto etico, di quanta sofferenza occorrerà in una Realtà da Lui immaginata, per arrivare a produrre coscienze analoghe a Lui, non Gliene importa nulla di miliardi di miliardi di esseri inferiori da immaginare sacrificati, per arrivare alla complessità ambientale occorrente per tali creature per Lui interessanti, che poi non sono che Lui stesso immemore. Ma in fondo, per Lui tutto ciò assomiglia a un videogioco cosmico, che è probabile che avremmo praticato anche noi, se per caso fossimo stati al Suo posto.
Lui poteva scegliere di far nascere coscienze analoghe a Lui, senza coinvolgere nella propria immaginazione creativa, anche direttamente Sé stesso conservante la Sua memoria?
Ma se avesse fatto così, quale potere ansiolitico contro l'angoscia di eternità avrebbe procurato a Sé stesso? Osservando soltanto dall'esterno lo scorrere delle nostre vite, sarebbe stato come assistere a dei film, e avrebbe finito paradossalmente per annoiarsi ugualmente, poiché ogni vita è tremendamente noiosa se la si volesse integralmente seguire dall'esterno come fosse un film, e conservando la memoria sarebbe rimasta lancinante l'angoscia di eternità, infinitamente più opprimente di quella di morte.
Unica opzione valida è quella che ha adottato: immaginare di calarSi direttamente nella nostra Realtà. Né Lui potrebbe arrivare a immaginarSi di venire giù ufficialmente, dato che se lo facesse, sconquasserebbe il Suo "sogno", e tutto questo ambaradam Gli farebbe tornare pienamente l'angoscia di sempre.
Lui quindi "nasce" ogni volta che nasce un nuovo bambino. Nasce tabula rasa come coscienza aperta a divenire una nuova persona portante la medesima coscienza di Dio. A differenziarla fortemente da tutte le altre coscienze provvederà il Caso, cui chiaramente Lui Si affida per rifinire tutti i particolari.
E Lui diviene tutti noi; e prova di persona ogni nostra esistenza. Per noi rimane inconcepibile come Lui possa contemporaneamente gestire tutte insieme queste miriadi di esistenze, ma Lui è una coscienza eterna per sempre collocata in un nonluogo capace di immaginarSi di ritrovarSi dove vuole, anche in luoghi dove si misura il tempo, e Lui qui da noi viene anche ad apprezzare l'esistenza tutta nostra del tempo, che è una delle tante cose di noi che più Lo attrae. Misurare il tempo, per Lui, è sì una illusione, ma anche una simulazione per Lui estremamente gradevole.
Nulla può esistere senza corpo, nulla può esistere in un non luogo senza tempo e senza spazio, nulla può essere "immaginato" da nulle se non se ne ha una coscienza pregressa.
Pensa a noi: possiamo "immaginare" o "sognare" un cane, solo perché ne abbiamo il concetto. Prima si fa esperienza, poi si apprende, e poi si immagina, e la sequenza, in cui devono avvenire queste cose, non è assolutamente "invertibile" o pervertibile. Quindi sequenzialmente; prima devono esistere (fisicamente) i cani, poi noi, umani, esistendo insieme a loro, dobbiamo vederli, osservarli, imparare a riconoscerli e a farcene un concetto; solo dopo, solo a questi presupposti, li possiamo "immaginare", e giocare a immaginare che esista e ci sia un cane, ad esempio in un prato in cui invece, non esiste e non c'è. A questi presupposti, possiamo sognare un cane, immaginarcelo, simularlo artisticamente o mimeticamente eccetera eccetera. Chi tra gli umani, non avesse mai visto in vita sua un (reale) cane, almeno in un film o in fotografia, ad esempio perché nato e cresciuto in un'isoletta remota non abitata da questo tipo di creature, non sarebbe MAI in grado di sognare cani. Chi li avesse visti ma non ne avesse il concetto, ad esempio perché gravemente ritardato mentale, meno che mai, sarebbe in grado di "sognarli", cioè egli, pure se a un livello molto basico ed elementare li sognasse, non saprebbe minimamente di starli sognando.
Quindi come farebbe una coscienza immersa nel nulla, che non avesse mai interagito con nulla, che non avesse percezione, organi di senso, esistenza materiale, a "immaginare" quello che non avrebbe mai visto? Quello di cui non ha vero concetto, vera memoria, vero "materiale" da cui trarre le simulazioni e i sogni? Ti rendi conto, dell'assurdità di tutto questo?
ti rendi conto che avere, per assurda ipotesi, il potere (illimitato) di immaginare quello che non si è mai visto o mai esperito, equivale, già intrinsecamente, ad essere onnipotenti, cioè ad essere il vero Dio creatore, in un sistema che a questo punto non avrebbe vero bisogno logico di un altro Dio, o di una gerarchia tra dei, e non potrebbe implicare la sofferenza o la problematicità di Dio?
Se si è immersi in un non luogo e nel nulla, senza pregressa esperienza di nulla, che cosa di residuo ci rimane, anche accettata la verità di queste assurde premesse, a
segnare la
differenza, intercorrente, a giudizio di questa stessa coscienza immersa nel nulla, tra immaginare e creare? Risposta: nulla! La differenza scompare. Immaginare un cane dal nulla, senza averne memoria, incontro e concetto, è altrettanto "miracoloso" che crearlo. Altrettanto miracoloso che schioccare le dita, e creare, dal nulla e dall'aria, un cane. Come si fosse Dio.
Fiat... (non la macchina :D ). Tanto è vero, che nella realtà ciò non accede mai, come spero di aver chiaramente dimostrato.
Creare è, appunto, immaginare quello che non si è mai visto: diciamo per esempio comunemente che un grande pittore, come Caravaggio, è "creativo" e non è un semplice artigiano, appunto perché i suoi quadri sono unici, non sono una semplice riproduzione "mimetica" di ciò che lui nella vita ha visto o semplici applicazioni pedisseque di una tecnica già da altri maestri "appresa", ma sono un contributo aggiuntivo, di una realtà a lui non "preesistente". Un Dio con infinita capacità di "immaginare ciò che non ha mai visto" (ridondante
perifrasi), è un Dio, detto in parole più semplici, con infinita capacità creativa, dotato di questa infinita creatività, simile a quella dei grandi artisti (perché: immaginare ciò che non si è visto = creare), e quindi è il "vero" teologicamente tradizionale Dio, (non un Dio minore o problematico) ed è beato, perché potendo creare tutto, può creare l'oggetto di qualsiasi suo desiderio, o perfino il "soggetto", di un qualsiasi suo più complesso desiderio "relazionale", se volesse, mettiamo caso, circondarsi di altre coscienze, o di altre persone. Non avrebbe il minimo problema a farlo. Se ha potere creativo infinito, può creare indifferentemente e con la stessa perfezione l'animato e l'inanimato, il vivo e il morto, così come i grandi pittori, possono fare grandi scene di vita umana o animale, che sembrano "vive", e grandi nature morte, cioè grandi rappresentazioni di meri "oggetti". Se poni che anche Dio sia "infelice", è appunto la capacità creativa, che gli deve in qualche modo difettare: chi potesse creare tutto dal nulla, e farlo senza il minimo sforzo, non potrebbe allo stesso tempo essere mai "infelice" o tanto meno "annoiato".
Citazione di: niko il 01 Novembre 2025, 03:16:52 AMNulla può esistere senza corpo, nulla può esistere in un non luogo senza tempo e senza spazio, nulla può essere "immaginato" da nulle se non se ne ha una coscienza pregressa.
Pensa a noi: possiamo "immaginare" o "sognare" un cane, solo perché ne abbiamo il concetto. Prima si fa esperienza, poi si apprende, e poi si immagina, e la sequenza, in cui devono avvenire queste cose, non è assolutamente "invertibile" o pervertibile. Quindi sequenzialmente; prima devono esistere (fisicamente) i cani, poi noi, umani, esistendo insieme a loro, dobbiamo vederli, osservarli, imparare a riconoscerli e a farcene un concetto; solo dopo, solo a questi presupposti, li possiamo "immaginare", e giocare a immaginare che esista e ci sia un cane, ad esempio in un prato in cui invece, non esiste e non c'è. A questi presupposti, possiamo sognare un cane, immaginarcelo, simularlo artisticamente o mimeticamente eccetera eccetera. Chi tra gli umani, non avesse mai visto in vita sua un (reale) cane, almeno in un film o in fotografia, ad esempio perché nato e cresciuto in un'isoletta remota non abitata da questo tipo di creature, non sarebbe MAI in grado di sognare cani. Chi li avesse visti ma non ne avesse il concetto, ad esempio perché gravemente ritardato mentale, meno che mai, sarebbe in grado di "sognarli", cioè egli, pure se a un livello molto basico ed elementare li sognasse, non saprebbe minimamente di starli sognando.
Quindi come farebbe una coscienza immersa nel nulla, che non avesse mai interagito con nulla, che non avesse percezione, organi di senso, esistenza materiale, a "immaginare" quello che non avrebbe mai visto? Quello di cui non ha vero concetto, vera memoria, vero "materiale" da cui trarre le simulazioni e i sogni? Ti rendi conto, dell'assurdità di tutto questo?
ti rendi conto che avere, per assurda ipotesi, il potere (illimitato) di immaginare quello che non si è mai visto o mai esperito, equivale, già intrinsecamente, ad essere onnipotenti, cioè ad essere il vero Dio creatore, in un sistema che a questo punto non avrebbe vero bisogno logico di un altro Dio, o di una gerarchia tra dei, e non potrebbe implicare la sofferenza o la problematicità di Dio?
Se si è immersi in un non luogo e nel nulla, senza pregressa esperienza di nulla, che cosa di residuo ci rimane, anche accettata la verità di queste assurde premesse, a segnare la differenza, intercorrente, a giudizio di questa stessa coscienza immersa nel nulla, tra immaginare e creare? Risposta: nulla! La differenza scompare. Immaginare un cane dal nulla, senza averne memoria, incontro e concetto, è altrettanto "miracoloso" che crearlo. Altrettanto miracoloso che schioccare le dita, e creare, dal nulla e dall'aria, un cane. Come si fosse Dio. Fiat... (non la macchina :D ). Tanto è vero, che nella realtà ciò non accede mai, come spero di aver chiaramente dimostrato.
Creare è, appunto, immaginare quello che non si è mai visto: diciamo per esempio comunemente che un grande pittore, come Caravaggio, è "creativo" e non è un semplice artigiano, appunto perché i suoi quadri sono unici, non sono una semplice riproduzione "mimetica" di ciò che lui nella vita ha visto o semplici applicazioni pedisseque di una tecnica già da altri maestri "appresa", ma sono un contributo aggiuntivo, di una realtà a lui non "preesistente". Un Dio con infinita capacità di "immaginare ciò che non ha mai visto" (ridondante perifrasi), è un Dio, detto in parole più semplici, con infinita capacità creativa, dotato di questa infinita creatività, simile a quella dei grandi artisti (perché: immaginare ciò che non si è visto = creare), e quindi è il "vero" teologicamente tradizionale Dio, (non un Dio minore o problematico) ed è beato, perché potendo creare tutto, può creare l'oggetto di qualsiasi suo desiderio, o perfino il "soggetto", di un qualsiasi suo più complesso desiderio "relazionale", se volesse, mettiamo caso, circondarsi di altre coscienze, o di altre persone. Non avrebbe il minimo problema a farlo. Se ha potere creativo infinito, può creare indifferentemente e con la stessa perfezione l'animato e l'inanimato, il vivo e il morto, così come i grandi pittori, possono fare grandi scene di vita umana o animale, che sembrano "vive", e grandi nature morte, cioè grandi rappresentazioni di meri "oggetti". Se poni che anche Dio sia "infelice", è appunto la capacità creativa, che gli deve in qualche modo difettare: chi potesse creare tutto dal nulla, e farlo senza il minimo sforzo, non potrebbe allo stesso tempo essere mai "infelice" o tanto meno "annoiato".
Approfittiamo di questo fatto: nonostante che nella lingua italiana non esista il genere neutro, che per ciò che intendo dire ora mi avrebbe fatto molto comodo, tuttavia esiste il pronome "esso" che il "neutro" lo evoca in qualche modo. Dunque "Esso": ecco come chiamare la suprema istanza impersonale in quelle sperabilmente più rare volte possibili in cui per motivi dialettici siamo obbligati a parlarne. Nello scrivere di teosolipsismo abbiamo potuto evitare malintesi nel riferirci al nostro Dio minore oppure a noi stessi facendo uso delle maiuscole per i pronomi soltanto quando li riferiamo a Lui, e logicamente delle minuscole quando ci riferiamo a noi stessi. Ora completiamo il quadretto aggiungendoci Esso al maiuscolo (la benzina non c'entra :D ). Uno schema generale completo del teosolipsismo si configura come tripartito, con Esso al vertice, Lui ad Esso subalterno e noi subalterni a Lui. Ora procediamo per un po' a sciabolate, così che le lame lampeggino. Per dirla più breve possibile, Esso è la Cosa che funziona a Caso. La Cosa in latino si dice "res". Ad esempio, res publica = la cosa pubblica. Da res viene la parola realtà, che avremmo potuto anche chiamare cosità. Quando ne usiamo il plurale intendiamo tutta la realtà, ovvero tutto ciò che esiste. Chiamiamo adesso livello 0 (zero) il livello di Esso, livello 1 il livello del nostro Dio minore (il Suo livello) e livello 2 il nostro livello o livello umano o umanoide. In tutta questa complessiva Realtà dov'è che ci attendiamo di poter incontrare per caso persone, a che livello? La risposta automatica è: ai livelli 1 e 2. E cosa è, e dove è, e a quale livello si pone, ciò che rende automatiche tutte queste risposte?
È a livello 0 (zero), dove non possono esserci persone, ma soltanto le gelide e roventi e dis-empatiche forze della natura, implacabili queste nel riportare a 0 (zero) tutte le illuminazioni, di cui son composte quelle fragili cose tremanti che sono le persone.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Novembre 2025, 07:26:56 AMApprofittiamo di questo fatto: nonostante che nella lingua italiana non esista il genere neutro, che per ciò che intendo dire ora mi avrebbe fatto molto comodo, tuttavia esiste il pronome "esso" che il "neutro" lo evoca in qualche modo. Dunque "Esso": ecco come chiamare la suprema istanza impersonale in quelle sperabilmente più rare volte possibili in cui per motivi dialettici siamo obbligati a parlarne. Nello scrivere di teosolipsismo abbiamo potuto evitare malintesi nel riferirci al nostro Dio minore oppure a noi stessi facendo uso delle maiuscole per i pronomi soltanto quando li riferiamo a Lui, e logicamente delle minuscole quando ci riferiamo a noi stessi. Ora completiamo il quadretto aggiungendoci Esso al maiuscolo (la benzina non c'entra :D ). Uno schema generale completo del teosolipsismo si configura come tripartito, con Esso al vertice, Lui ad Esso subalterno e noi subalterni a Lui. Ora procediamo per un po' a sciabolate, così che le lame lampeggino. Per dirla più breve possibile, Esso è la Cosa che funziona a Caso. La Cosa in latino si dice "res". Ad esempio, res publica = la cosa pubblica. Da res viene la parola realtà, che avremmo potuto anche chiamare cosità. Quando ne usiamo il plurale intendiamo tutta la realtà, ovvero tutto ciò che esiste. Chiamiamo adesso livello 0 (zero) il livello di Esso, livello 1 il livello del nostro Dio minore (il Suo livello) e livello 2 il nostro livello o livello umano o umanoide. In tutta questa complessiva Realtà dov'è che ci attendiamo di poter incontrare per caso persone, a che livello? La risposta automatica è: ai livelli 1 e 2. E cosa è, e dove è, e a quale livello si pone, ciò che rende automatiche tutte queste risposte?
È a livello 0 (zero), dove non possono esserci persone, ma soltanto le gelide e roventi e dis-empatiche forze della natura, implacabili queste nel riportare a 0 (zero) tutte le illuminazioni, di cui son composte quelle fragili cose tremanti che sono le persone.
Non hai capito, se il dio minore immagina in modo più o meno allucinatorio delle cose, o tanto più delle persona, che poi saremmo noi, DEVE averle in precedenza conosciute.
Ora, SE le ha in precedenza conosciute,
allora non può essere disincarnato, abitante in un non-luogo e senza tempo. Una coscienza immersa da sempre e per sempre in una "bolla", di puro nulla, non ha i presupposti (memorico-empririci), nemmeno per immaginare o allucinarsi. Chi non ha pre-conosciuto niente, non immagina niente, e non si allucina su niente.
Se invece poni che il tuo presunto Dio minore abbia (misteriosamente) il potere di immaginare, Lui solo, anche ciò che non ha conosciuto,
allora, (tu stai in realtà dicendo che) Egli ha il potere di creare, e la parolina "immaginare" la stai fin dall'inizio, di questa discussione, usando in modo letteralmente, e letterariamente, sbagliato.
Perché immaginare a partire dall'oblio o dall'incoscienza, ciò che non si è in assoluto mai visto, uguale creare. L'uomo quando sogna o viaggia con la fantasia, questo atto di creazione assoluta dal puro nulla NON lo fa, perché ad esempio quando sogna, o quando scrive un romanzo, riassembla, nella forma "nuova" di un dato sogno o di un dato romanzo, ricordi ed elementi conoscitivi realmente, e precedentemente, appresi.
Manzoni, il romanziere, un bel giorno può cominciare a scrivere "i promessi sposi" perché (e solo se), di fatto, egli ha visto almeno un matrimonio reale nella sua reale vita. E probabilmente più d'uno. E probabilmente tanti altri, a cui non era invitato, dei suoi conoscenti glieli hanno raccontati. Renzo e Lucia
non sono persone reali, ma sono tratti da vari elementi, caratteriali, fisici eccetera, mentalmente e tecnicamente riassemblati, di persone reali. Che l'autore ha realmente incontrato. Senza questo presupposto, che è un presupposto conoscitivo reale, implicante quindi uno spazio, un tempo, della materia e un ambiente, Manzoni NON potrebbe. Iniziare un bel giorno a scrivere i Promessi sposi. Allo stesso mondo il tuo Dio non può immaginare un mondo, o allucinarsi su un mondo, o tanto più su delle persone, senza averne mai pre-conosciute alcune, di reali.
Ameno che (Lui!) non sia così TANTO differente dall'uomo, da poter immaginare, anche, o addirittura solo, quello che non abbia pre-conosciuto. A tutta, e assoluta, differenza dell'uomo. Che, invece, alla faccia di ogni teoria del solipsismo, non può. Ma allora questo suo continuo "immaginare", detto finalmente con la parola
giusta sarebbe un "creare". E allora il tuo Dio sarebbe (realmente) onnipotente. E allora non si spiegherebbe, perché non usi, direttamente, la suo onnipotenza, per risolvere radicalmente e una volta per tutte la sua (presunta) follia o infelicità. Per creare non fatui intrattenimenti allucinatori, ma veri e reali, sui, liberi, soggetti e oggetti di desiderio. Tu, ti accontenteresti di una ciliegina, quando potresti avere tutta la torta? Riflettici.
Citazione di: niko il 01 Novembre 2025, 13:49:13 PMNon hai capito, se il dio minore immagina in modo più o meno allucinatorio delle cose, o tanto più delle persona, che poi saremmo noi, DEVE averle in precedenza conosciute.
Ora, SE le ha in precedenza conosciute, allora non può essere disincarnato, abitante in un non-luogo e senza tempo. Una coscienza immersa da sempre e per sempre in una "bolla", di puro nulla, non ha i presupposti (memorico-empririci), nemmeno per immaginare o allucinarsi. Chi non ha pre-conosciuto niente, non immagina niente, e non si allucina su niente.
Se invece poni che il tuo presunto Dio minore abbia (misteriosamente) il potere di immaginare, Lui solo, anche ciò che non ha conosciuto, allora, (tu stai in realtà dicendo che) Egli ha il potere di creare, e la parolina "immaginare" la stai fin dall'inizio, di questa discussione, usando in modo letteralmente, e letterariamente, sbagliato.
Perché immaginare a partire dall'oblio o dall'incoscienza, ciò che non si è in assoluto mai visto, uguale creare. L'uomo quando sogna o viaggia con la fantasia, questo atto di creazione assoluta dal puro nulla NON lo fa, perché ad esempio quando sogna, o quando scrive un romanzo, riassembla, nella forma "nuova" di un dato sogno o di un dato romanzo, ricordi ed elementi conoscitivi realmente, e precedentemente, appresi.
Manzoni, il romanziere, un bel giorno può cominciare a scrivere "i promessi sposi" perché (e solo se), di fatto, egli ha visto almeno un matrimonio reale nella sua reale vita. E probabilmente più d'uno. E probabilmente tanti altri, a cui non era invitato, dei suoi conoscenti glieli hanno raccontati. Renzo e Lucia non sono persone reali, ma sono tratti da vari elementi, caratteriali, fisici eccetera, mentalmente e tecnicamente riassemblati, di persone reali. Che l'autore ha realmente incontrato. Senza questo presupposto, che è un presupposto conoscitivo reale, implicante quindi uno spazio, un tempo, della materia e un ambiente, Manzoni NON potrebbe. Iniziare un bel giorno a scrivere i Promessi sposi. Allo stesso mondo il tuo Dio non può immaginare un mondo, o allucinarsi su un mondo, o tanto più su delle persone, senza averne mai pre-conosciute alcune, di reali.
Ameno che (Lui!) non sia così TANTO differente dall'uomo, da poter immaginare, anche, o addirittura solo, quello che non abbia pre-conosciuto. A tutta, e assoluta, differenza dell'uomo. Che, invece, alla faccia di ogni teoria del solipsismo, non può. Ma allora questo suo continuo "immaginare", detto finalmente con la parola giusta sarebbe un "creare". E allora il tuo Dio sarebbe (realmente) onnipotente. E allora non si spiegherebbe, perché non usi, direttamente, la suo onnipotenza, per risolvere radicalmente e una volta per tutte la sua (presunta) follia o infelicità. Per creare non fatui intrattenimenti allucinatori, ma veri e reali, sui, liberi, soggetti e oggetti di desiderio. Tu, ti accontenteresti di una ciliegina, quando potresti avere tutta la torta? Riflettici.
Se ho capito bene, il Dio minore di cui si parla non immagina, ma vive stati allucinatori nei quali vive l'umanità. Se il Dio minore è stato creato INSIEME all'uomo, non ha bisogno di pre-conoscere nulla, perchè esperisce in simbiosi con noi, anzi esperisce tutti noi insieme. Avrebbe, quindi, un ottimo bagaglio di conoscenza umana. Rimarrebbe da capire perchè Esso ( l'entità suprema, non il benzinaio) abbia deciso di inventare un Dio minore e l'uomo, tra l'altro mettendoli in una situazione così angosciosa ed infelice. Perchè alla fine, in questa proposta teologica chi comanda veramente è orribilmente indescrivibile. Fa pensare...
Citazione di: niko il 01 Novembre 2025, 13:49:13 PMNon hai capito, se il dio minore immagina in modo più o meno allucinatorio delle cose, o tanto più delle persona, che poi saremmo noi, DEVE averle in precedenza conosciute.
Ora, SE le ha in precedenza conosciute, allora non può essere disincarnato, abitante in un non-luogo e senza tempo. Una coscienza immersa da sempre e per sempre in una "bolla", di puro nulla, non ha i presupposti (memorico-empririci), nemmeno per immaginare o allucinarsi. Chi non ha pre-conosciuto niente, non immagina niente, e non si allucina su niente.
Se invece poni che il tuo presunto Dio minore abbia (misteriosamente) il potere di immaginare, Lui solo, anche ciò che non ha conosciuto, allora, (tu stai in realtà dicendo che) Egli ha il potere di creare, e la parolina "immaginare" la stai fin dall'inizio, di questa discussione, usando in modo letteralmente, e letterariamente, sbagliato.
Perché immaginare a partire dall'oblio o dall'incoscienza, ciò che non si è in assoluto mai visto, uguale creare. L'uomo quando sogna o viaggia con la fantasia, questo atto di creazione assoluta dal puro nulla NON lo fa, perché ad esempio quando sogna, o quando scrive un romanzo, riassembla, nella forma "nuova" di un dato sogno o di un dato romanzo, ricordi ed elementi conoscitivi realmente, e precedentemente, appresi.
Manzoni, il romanziere, un bel giorno può cominciare a scrivere "i promessi sposi" perché (e solo se), di fatto, egli ha visto almeno un matrimonio reale nella sua reale vita. E probabilmente più d'uno. E probabilmente tanti altri, a cui non era invitato, dei suoi conoscenti glieli hanno raccontati. Renzo e Lucia non sono persone reali, ma sono tratti da vari elementi, caratteriali, fisici eccetera, mentalmente e tecnicamente riassemblati, di persone reali. Che l'autore ha realmente incontrato. Senza questo presupposto, che è un presupposto conoscitivo reale, implicante quindi uno spazio, un tempo, della materia e un ambiente, Manzoni NON potrebbe. Iniziare un bel giorno a scrivere i Promessi sposi. Allo stesso mondo il tuo Dio non può immaginare un mondo, o allucinarsi su un mondo, o tanto più su delle persone, senza averne mai pre-conosciute alcune, di reali.
Ameno che (Lui!) non sia così TANTO differente dall'uomo, da poter immaginare, anche, o addirittura solo, quello che non abbia pre-conosciuto. A tutta, e assoluta, differenza dell'uomo. Che, invece, alla faccia di ogni teoria del solipsismo, non può. Ma allora questo suo continuo "immaginare", detto finalmente con la parola giusta sarebbe un "creare". E allora il tuo Dio sarebbe (realmente) onnipotente. E allora non si spiegherebbe, perché non usi, direttamente, la suo onnipotenza, per risolvere radicalmente e una volta per tutte la sua (presunta) follia o infelicità. Per creare non fatui intrattenimenti allucinatori, ma veri e reali, sui, liberi, soggetti e oggetti di desiderio. Tu, ti accontenteresti di una ciliegina, quando potresti avere tutta la torta? Riflettici.
Allora ti rispondo, riprendendo alcune formule reperibili nel mio post precedente, e provando a svilupparle. Per formule intendo quelle frasette-lampo che avevo chiamato sciabolate, per avvertire che si trattava di espressioni condensate di frasi assai più articolate ed estese, che se però le avessi usate, si sarebbe allungato il brodo, convertendo anche il post precedente nell'ennesimo mio pippone interminabile.Vuol dire che anche stavolta sarò un po' prolisso. Tieni presente comunque ciò che ho detto nel post precedente. Parliamo di Esso. Ebbene, Esso proprio non ci riesco a chiamarlo il Dio maggiore poiché non è Dio, pur essendo l'unica entità onnipotente dei tre livelli in cui si configura la gerarchia ipotizzata dal teosolipsismo. È Esso soltanto che ha tutte le competenze, è Esso soltanto che fa tutto e tutto può, è Esso la Cosa che fa esistere tutte le cose, ed è Esso a forgiare fisicamente tutti gli universi, è Esso che plasma la materia, ma quando crea non lo fa in un fiat come il dio delle favole. Noi lo infiliamo nella gerarchia solo perché dispone di tutti i poteri e prerogative che invece difettano ai livelli inferiori.A entrambi i livelli inferiori (il nostro Dio minore e noi) appartengono, tra le altre, le seguenti due fondamentali prerogative: la possibilità di essere persone e l'intelligenza sociale in forme derivate dal formarsi di società animali evolute su pianeti dove ha potuto formarsi e mantenersi molto a lungo la vita. Al livello 0 (zero), cioè al livello di Esso, esiste la potenza creatrice, che adesso provo a raccontare facendoti notare come, così esprimendomi, questo Esso io lo stia buffamente personalizzando. Se la frase precedente fosse un'equazione, occorrerebbe bruscamente semplificarla, ed eliminare l'Esso. Il livello creativo di tutta la Realtà non gode delle sofisticate prerogative di cui possiamo godere noi, dei livelli 1 e 2: noi soltanto possiamo essere persone e usare e financo abusare della nostra umana intelligenza, che condividiamo col nostro Dio minore, che è l'unica entità a noi superiore che deve interessarci. ...Il livello 0 (zero) di tutta la Realtà crea continuamente universi, e molto probabilmente ne crea a miliardilioni, poiché lo fa senza avere coscienza. Esso non ha coscienza, ripeto. Un ateo normale (e io non mi sento un ateo) non lo avrebbe chiamato Esso, ma al posto di usare il termine Esso costui si sarebbe espresso in termini di normale fisica teorica, dicendo ad esempio che si formano continuamente infiniti universi, e solo uno ogni miliardilioni diventa capace di generare cose più complesse di onde fluttuanti di materia, e ce ne vogliono miliardilioni anche di questi ultimi più complessi, e via di seguito chissà per quante volte, perché ne venga fuori qualcuno somigliante al nostro universo. Ma ritogliamo la parola al normale ateo, e riprendo io con un lessico consono alla mia teoria. La matematica più utile per poter trattare le modalità creative di Esso è evidentissimamente la statistica con la teoria delle probabilità. Occorre la maiuscola anche con il Caso, dato che è il Caso il grande padre di tutti i dettagli dell'intera Realtà. Se il Caso è il vero Padre di tutto, come chiamare la madre? Usiamo un'altra maiuscola anche per lei, la Madre di tutta la Realtà: è la Materia (e in fondo ce lo suggerisce il nome stesso).... Ora prendiamo in considerazione il nostro universo, già avendo intuito che di universi ne devono esistono infiniti altri, probabilmente quasi tutti infinitamente più squallidi del nostro, poiché già la vita e l'intelligenza sociale sono rarissime perfino nel nostro quasi vuoto universo (il giudizio di squallore è il nostro giusto giudizio di valore, che possiamo dare legittimamente del nostro universo come di tutti gli altri, ed è un privilegio che condividiamo con il nostro Dio minore, e tutti insieme, noi assieme al nostro Dio minore, disprezziamo apertamente il cieco potere creativo di Esso.
L'ateo normale è più sbrigativo e non personalizza Esso, così risparmiandosi di spargere invettive... però c'è spazio per tutti :)
Dunque, dicevo: il nostro universo.
Esso non lo ha creato l'altroieri, si è limitato a creare un turbine di materia... c'è stato un gran casino tra antimateria e materia, fino a che ha prevalso infinitesimamente quest'ultima chissà perché, ma questa è materia per gli scienziati, che sono l'unica categoria di persone che dovrebbero occuparsi di Esso, e che si divertiranno a dirci quanti miliardi di anni pensano che ci sia voluti per il formarsi della vita, e quanti ancora per il formarsi della nostra umana intelligenza e sensibilità.
...
Quindi, niko, tenendo anche conto del fatto che già sapa mi ha preceduto nel risponderti splendidamente, aggiungo soltanto qualche spigolatura.
Praticamente tutta la complessità nel nostro universo ci viene riversata proprio da Esso, ma ciò avviene non perché Esso sia generoso, ma perché Esso è un infinito scialacquatore.
Il terribile e innegabile concetto di tropicalità nicciana, con cui con orrore dobbiamo constatare come davvero avremmo voluto chiamare splendido il nostro pianeta, mentre siamo al contempo consapevoli di quanti fantastiliardi di creature Esso stia gettando nella voragine del mondo, avendoci impiegato pure miliardi di anni per fare questa infinita porcheria.
E pensa a quanti fantastiliardi di altri universi ha sprecato a espandere per riuscire a combinare qui questa porcheria.
Esso non ha coscienza, ma è intelligente, anzi è più infinitamente intelligente di noi, poiché non occorre coscienza per essere intelligenti.
La nostra intelligenza sociale è diversa da quella naturale, e infinitamente inferiore ad essa, ed è inferiore perché handicappata proprio dal nostro esser persone, essendo spesso la nostra intelligenza non in sintonia con la nostra sensibilità personale. Mi rendo conto che questo è un concetto urtante e per molti difficile da capire, e apparentemente controintuitivo.
Seguimi in questo semplice ragionamento.
Mi metto a giocare una partita a scacchi con un computer pronipote di Deep Blu, che costruiranno tra qualche secolo. So che non ho speranze, non posso vincere, è impossibile. Perché?
Mentre io devo fare innumerevoli ragionamenti su ogni mossa, il pronipote di Deep Blu non fa ragionamenti, ma scorre rapidissimamente tutte le combinazioni di mosse possibili, cioè compie tutti gli errori possibili e valuta automaticamente le conseguenze di tutti gli errori possibili, giungendo così infine a sbaragliarmi sistematicamente. Come sarebbe possibile vincere una partita con esso (uso il minuscolo per dire che è solo un nipotino di Esso) se esso è in grado, mentre sta giocando con me, di giocare in un baleno virtualmente tutte le partite possibili e valutandone l'esito?
È così che funziona l'intelligenza suprema di Esso: commette tutti gli errori possibili e così sistematicamente alla fine finisce perfino, talvolta, per combinare qualche rarissima cosa indovinata.
Inutile vituperarlo, dato che non è una persona che possa rispondere, e dato che la sua intelligenza superiore è di tipo combinatorio, basata aridamente sulla statistica e sulla probabilità, e sulla scellerata libertà che gli deriva dai capricci del Caso.
Nella tribù di Esso, l'unico vero mistero per me rimane la Materia, (mentre non è un mistero lo Spirito, che è un termine inventato dall'uomo, senza riscontro oggettivo nella Realtà), mentre la Materia esiste davvero, ed è strano che Lei sia così capace di assumere forme infinite, che sia capace di convertirsi in energia, e che anche noi siamo fatti di Lei.
Citazione di: sapa il 01 Novembre 2025, 17:53:15 PMSe ho capito bene, il Dio minore di cui si parla non immagina, ma vive stati allucinatori nei quali vive l'umanità. Se il Dio minore è stato creato INSIEME all'uomo, non ha bisogno di pre-conoscere nulla, perchè esperisce in simbiosi con noi, anzi esperisce tutti noi insieme. Avrebbe, quindi, un ottimo bagaglio di conoscenza umana. Rimarrebbe da capire perchè Esso ( l'entità suprema, non il benzinaio) abbia deciso di inventare un Dio minore e l'uomo, tra l'altro mettendoli in una situazione così angosciosa ed infelice. Perchè alla fine, in questa proposta teologica chi comanda veramente è orribilmente indescrivibile. Fa pensare...
Bravissimo sapa 8)
Hai capito benissimo, ormai stai difendendo il teosolipsismo meglio di me, poiché tu non hai il difetto che ho io di non riuscire a controllare la mia tendenza a esser prolisso. E oltretutto sei capace di esprimere i concetti essenziali in poche parole, e la tua sinteticità ti rende quindi più leggibile di me, poiché credo che parecchi non mi leggano nemmeno in quanto scoraggiati dalla lunghezza dei miei post. Dobbiamo metterci in società :)
Citazione di: sapa il 01 Novembre 2025, 17:53:15 PMSe ho capito bene, il Dio minore di cui si parla non immagina, ma vive stati allucinatori nei quali vive l'umanità. Se il Dio minore è stato creato INSIEME all'uomo, non ha bisogno di pre-conoscere nulla, perchè esperisce in simbiosi con noi, anzi esperisce tutti noi insieme. Avrebbe, quindi, un ottimo bagaglio di conoscenza umana. Rimarrebbe da capire perchè Esso ( l'entità suprema, non il benzinaio) abbia deciso di inventare un Dio minore e l'uomo, tra l'altro mettendoli in una situazione così angosciosa ed infelice. Perchè alla fine, in questa proposta teologica chi comanda veramente è orribilmente indescrivibile. Fa pensare...
Il Dio minore ha un inizio "nel tempo", che potremmo chiamare
punto zero, e a quel punto, al punto zero, non avendo Egli "esperienza pregressa", e non potendola "acquisire" essendo disincarmato, senza luogo e esistente in un mondo nullo, tipo una bolla virtuale di oscurita', non puo' immagginare nulla, ne' allucinarsi su nulla... almeno, non come lo farebbe un uomo, che spesso sogna e si allucina si', ma sempre a partire da tutta una serie di elementi esperienziali minimi pregressi, e non a partire dal nulla. Si sogna quello che si e' visto e conosciuto nella veglia e nel giorno, sia pur rimaneggiato in una forma incompleta e bizzarra. Dopo diecimila anni, il nostro Dio che langue nella bolla di oscurita', ancora non puo' immagginare nulla. Dopo centomila anni, ancora nulla. Dopo un miliardo, nulla di nulla. Eccetera eccetera. Non si capisce come potrebbe iniziar tutta la vicenda. Si allucinano le coscienze
poste in isolamento sensoriale che abbiano in precedenza, avuto un mondo. Io ti rapisco, ti porto in una stanza di isolamento sensoriale, e tu, ti allucini. Le tue allucinazioni, che hai nella camera di isolamento sensoriale, sostanzialmente sono ricomposizioni bizzarre di ricordi, giochi, che il tuo cervello fa, in mancanza di materiale
presente, tramite il materiale
pregresso. Le puoi avere, perche' pur non avendo
attualmente un mondo, lo hai in precedenza
avuto. Le coscienze che un mondo non ce l'hanno mai avuto, non si allucinano. Se tu nascessi in una camera di isolamento sensoriale, e non ne usciresti mai, non "ti allucineresti"; semplicemente, non sapresti mai nemmeno, di essere nato. Non ci sarebbe "materiale pregresso". E quindi nemmeno allucinazioni. Che del materiale pregresso, sono riassemblamenti. Come quando nel deserto si scambia una duna per un'oasi. Perche' si hanno i miraggi.
A meno che non si attribuisca a questo Dio, il potere, assolutamente superumano, di immagginare, e conoscere, le cose a partire dal nulla. Le premesse, di ogni ragionamento, sono libere. Nessuno, puo' sapere come funzioni Dio, e in cosa differisca dall'uomo, e in cosa, eventualmente, gli sia simile.
Ma allora, se gli attribuiamo potere creativo infinito anche a partire dal nulla, stiamo, in pratica, descrivendo il dio biblico ed evangelico. Che non e' infelice, ma beato. Non il Dio minore. Ed e' beato perche' potendo creare, o anche solo concepire, istantaneamente tutto, puo' creare, o anche solo concepire, pure, l'occorrente oggettivo, e soggettivo, per la sua felicita'. E non ha motivo, di non farlo. Qualsiasi cosa voglia, la ottiene. Qualsiasi cosa sia creata dal nulla, fosse pure un granello do sabbia, e' un "tutto", quel granello, se davvero e' stato creato dal nulla, e' un tutto, nel senso che esprime il risultato terminale di un potere creativo "sottostante" infinito, data la nullita' del mezzo materiale e delle premesse, data insomma la resistenza infinita che il nulla pone, e porrebbe, contro qualsiasi atto, che volesse essere di creazione, a partire da esso. Niente noia, disperazione eccetera eccetera. Che sono tutte forme della frustrazione della volonta', o dell'amore negato, presso una eventuale relazione.
Se puo' creare dal nulla non e' infelice, se non puo' creare dal nulla, deve attraversare almeno una volta un mondo materiale e una esistenza localizzata carnale, per avere materiale iniziale, su cui poi, anche all'infinito, allucinarsi.
L'esperienza, precede la conoscenza. E quindi, l'esperienza precede anche l'errore (allucinazione, sogno, arte, fraintendimento, estraneamento eccetera) che e' un attributo, e un predicabile, della conoscenza, non gia', manco per niente dell'esperienza. Che e' sempre
giusta :D
La teologia cerca di studiare gli attributi della divinità partendo dall' interno di una fede. Cerca cioè di dare sistematicita' con la ragione a ciò che è già una convinzione di fede. Qui invece abbiamo un semplice materialismo camuffato nei termini. Intanto manca la fede e il discorso verte piuttosto nel dimostrare l'assurdità dell'esistenza. Dio non è Dio ma una forza cieca che crea a caso, e ogni tanto casualmente gli va bene e produce un " obbrobrio di mondo/I". Il dio interiore a noi non si distingue in nulla da noi e perciò, a rigor di logica, manca dei presupposti necessari per dire che esista in sé. L'unica cosa che si afferma esistere è la "materia"e non lo spirito, o qualche attributo spirituale. Una teoria materialista per l'appunto che tende semplicemente a rendere ridicola la visione tradizionale teologica.
Citazione di: Alexander il 01 Novembre 2025, 19:43:53 PMLa teologia cerca di studiare gli attributi della divinità partendo dall' interno di una fede. Cerca cioè di dare sistematicita' con la ragione a ciò che è già una convinzione di fede. Qui invece abbiamo un semplice materialismo camuffato nei termini. Intanto manca la fede e il discorso verte piuttosto nel dimostrare l'assurdità dell'esistenza. Dio non è Dio ma una forza cieca che crea a caso, e ogni tanto casualmente gli va bene e produce un " obbrobrio di mondo/I". Il dio interiore a noi non si distingue in nulla da noi e perciò, a rigor di logica, manca dei presupposti necessari per dire che esista in sé. L'unica cosa che si afferma esistere è la "materia"e non lo spirito, o qualche attributo spirituale. Una teoria materialista per l'appunto che tende semplicemente a rendere ridicola la visione tradizionale teologica.
Non mi pare giusto considerare teologie o religioni legittime soltanto quelle più tradizionali o quelle che si ricalcano tra loro.
La mia teologia non parte da una fede, è piuttosto una proposta di teoria razionale intorno alla possibilità che un Dio vi sia realmente, e che abbia una complessa relazione con noi umani, come spiegato nel corso di questo thread.
Questa ipotesi tende a smarcarsi dal semplice materialismo, ma tiene conto di fatti oggettivi e incontestabili che portano a escludere che possa esistere un Dio meraviglioso che ami le sue creature.
Un Dio che ami l'umanità non tratterebbe nel modo ignobile che conosciamo questo suo pianeta, e soprattutto non si nasconderebbe con la risibile scusa del libero arbitrio; incredibile sentire dei cristiani, ad esempio, usare l'espressione "principe di questo mondo" per riferirsi al Diavolo: ovvero Dio avrebbe consegnato il suo mondo al suo nemico!? Sarebbe questo un segno del suo amore per l'umanità? O farebbe questo per selezionare quelli da amare da quelli da mandare all'inferno?
Una teologia che miri a dare speranza almeno di obliqua sopravvivenza, e che spieghi come possano esistere margini di possibilità che la morte non si riveli un annichilimento deve fare i conti con la tragicità della Realtà, e svelare tutte le contraddizioni in cui si dibattono le religioni tradizionali.
Citazione di: Luther Blissett il 30 Ottobre 2025, 20:09:40 PMProvo a ricapitolare la mia teologia, che potrei considerare una sorta di teoneuroscienza o neuroscienza di Dio, la quale sostiene che studiare la psiche umana consente di studiare di concerto la psiche divina, per il semplice fatto che appunto il Dio che ci fa esistere, creando noi, non ha creato persone altre rispetto a Sé stesso, bensì ha duplicato direttamente Sé stesso: noi siamo Lui, siamo Sue identità secondarie, e non ce ne ricordiamo poiché ci ha indotto un'amnesia che deve perdurarci dalla nascita fino alla morte. Lui non voleva accontentarSi di guardarci vivere osservandoci dall'esterno di noi. Lui vuole vivere segretamente in noi, direttamente, per poter palpitare insieme a noi in tutte le nostre emozioni, come se fosse una parte segreta di noi. E quindi, la psiche divina e quella umana sono la medesima cosa, poiché in ultima analisi fanno entrambe parte della medesima persona, allo stesso modo in cui la ventina di personalità secondarie di B.Milligan condividevano comunque il medesimo cervello e la stessa psiche (e ovviamente anche lo stesso B.Milligan, con tutte le sue personalità secondarie costituenti quasi un diverticolo psichico, era una delle miliardi di identità secondarie di Dio).
Quindi la condizione di Milligan non sarebbe patologica, avendo Dio semplicemente seguito uno schema non rigoroso di assegnazione: tipo una identità per ogni individuo.
Quindi, se qualcuno scoprisse di possedere più identità come Milligan può stare tranquillo?
Certo, se questi diversi individui non avessero la necessità di comunicare fra loro, come comunque fanno, se dal loro Dio avessero ereditato il solipsismo, effettivamente non sarebbe un problema.
Però questi diversi individui in genere comunicano fra loro.
Qual'è lo scopo di una comunicazione fra diverse identità dello stesso dio dimentiche di esserlo?
Cosa se ne fa Dio di questa comunicazione, e se se ne fa qualcosa, perchè in certi casi la rende difficoltosa ?
Sembra comunque esserci una non perfetta fluidità nei ragionamenti che questo Dio fa fra se e se...se di questo si tratta.
Ma tu, pur essendo una identità di Dio dimentica di se, notando una discontinuità nel suo modo di assegnare le sue identità, sei riuscito a risalire a lui, anche se la tua rimane solo un ipotesi fatta prendendo spunto dal caso Milligan.
Finché resta un ipotesi, un ragionevole sospetto, tu sarai ancora fra noi, perchè se riuscissi a dimostrarlo, e ce ne facessi parte, tu e noi spariremmo come identità, essendo riassorbiti dal Dio di cui abbiamo provato l'esistenza.
Se questo Dio possiamo considerarlo come l'equivalente del paradiso cristiano, per lo stesso motivo, la conoscenza, da uno si esce e nell'altro si rientra.
La rarità dei casi tipo Milligan comunque fa pensare.
Perchè se il caso pure li giustifica, non sembrano un prodotto del caso le singole multiple identità, ma del Dio minore, che sembra pure stare sotto il caso, riuscendovi comunque a contravvenire.
Insomma lui non può fare cose a caso, perchè se sono fatte caso, non le ha fatte lui, ma il suo superiore.
Insomma, un Dio minore come può esserlo un passacarte, di cui si potrebbe benissimo fare a meno?
Ia tua teologia si potrebbe riassumere come un porre il caso al posto di Dio, ma rifiutandosi di ammetterlo.
Come una promessa rotta che non si può dimostrare non sia stata mantenuta.
Infine, sembra lecito sospettare che ti di questo Dio sappia fin troppo, anche nei più minimi particolari, per poterne esserne dimentico, ricordandoti perfino di esserlo.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Novembre 2025, 19:03:49 PMmentre la Materia esiste davvero, ed è strano che Lei sia così capace di assumere forme infinite, che sia capace di convertirsi in energia, e che anche noi siamo fatti di Lei.
Strano è semmai che tu abbia la certezza che esista davvero, cioè che consideri ovvia la sua esistenza, e sebbene non sei il solo a crederlo, non perciò mi sembra meno strano. Diciamo che almeno da te mi aspettavo qualcosa di diverso.
Esso la crea, oppure la ricombina, delle due una.
Se la ricombina allora dobbiamo dare ad essa, in quanto esiste senza metterne in dubbio l'esistenza, come tu fai, un livello tutto suo, e siamo arrivati a quattro, di due che ne avevamo, Dio e il suo creato.
Ora, seppure con non calanche, tu parli di scienza dimostrando di sapere di cosa stai parlando, e cerchi di farla convivere con Dio, volendo dimostrare che la sua accettazione non valga in automatico una dichiarazione di ateismo.
Bisognerebbe intendersi su cosa sia una religione.
Se una religione è ciò che contiene una metafisica, allora la scienza è una religione.
Meglio si potrebbe dire, se contiene almeno una metafisica, e la religione propriamente detta ne contiene una sola, almeno ufficialmente, mentre la scienza ne ammette molteplici, in contemporanea o alternandole nel tempo.
Quindi ciò che distingue la scienza dalle altre religioni è la mancanza di una univocità, che sia dichiarata o ricercata, metafisica.
Per recuperare questa univocità non serve fare un polpettone di tutte le metafisiche, più o meno dichiarate come tali, fra scienza e religioni propriamente, o impropriamente dette, moltiplicando i livelli di esistenza, ma basta ammettere la possibilità di narrazioni diverse e alternative, di una realtà unica non univocamente determinabile, possibilmente sentendosi ricchi per tanta diversità come optional non richiesto, ma comunque gradito.
E' la ricchezza di poter interagire con la realtà in più modi, e non nell'unico a cui ci costringere la conoscenza della verità, senza più necessità di coscienza, come una macchina che agisce secondo un software immutabilmente predefinito, al modo che sembra fare la materia seguendo le leggi della fisica.
Possibile che chi ricerca la verità non si renda conto di quanto possano essere indesiderabili le conseguenze della sua conoscenza, se pure esistesse?
ma , per loro fortuna, non esiste. :)
Citazione di: sapa il 01 Novembre 2025, 17:53:15 PMSe ho capito bene, il Dio minore di cui si parla non immagina, ma vive stati allucinatori nei quali vive l'umanità.
Secondo me tu hai capito bene, ma è che io non vedo la sostanziale differenza fra immaginare ed avere allucinazioni.
Io credo che se possiamo immaginare la realtà allora ciò che diciamo realtà può essere frutto della nostra immaginazione, cosa da non considerare necessariamente in negativo.
Detto in altro modo, l'allucinazione è una immagine della realtà disfunzionale, ma nella sostanza sempre di immaginazione si tratta.
Le immagini del sogno sono disfunzionali, ma questo non è un problema, o se è un problema si risolve al risveglio.
Le allucinazioni sono quelle immaginazioni disfunzionali che non risolvi svegliandoti, perchè sveglio lo sei già. Sono uno scollegarsi dalla realtà ad occhi aperti, mentre è normale scollegarsi chiudendo gli occhi , non spegnendo perciò la capacità immaginativa che continua a lavorare, ma a vuoto.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Novembre 2025, 20:45:53 PMUna teologia che miri a dare speranza almeno di obliqua sopravvivenza, e che spieghi come possano esistere margini di possibilità che la morte non si riveli un annichilimento deve fare i conti con la tragicità della Realtà, e svelare tutte le contraddizioni in cui si dibattono le religioni tradizionali.
Per scongiurare l'oblio della morte, per la quale ''non ci resta che piangere'', hai trasformato l'oblio in vita, con ''un ricomincio da tre'', che a me fa venir da ridere, ma solo perché ho evocato Troisi, facendolo rivivere nella mia immaginazione, come farebbe un Dio minore,
Caro iano, ho letto con piacere questo tuo ragionare.
Anche se giustamente ti mantieni critico, mi piace che tu abbia comunque preso sul serio la mia proposta di teologia, e se ti ha anche evocato qualche sorriso, meglio ancora :)
Per quanto riguarda il caso del signor Milligan, avevo anche precisato che ciò che è patologico per noi umani è invece fisiologico per il nostro Dio minore. Ma spiego meglio questa dicotomia in questa circostanza: per Milligan è patologico, in quanto una sua eventuale guarigione sarebbe consistita nel riassorbimento delle identità secondarie, mentre per Dio è fisiologico, cioè normale, nel senso che per Lui si tratta del normale Suo agire nei nostri confronti, e quindi per Lui è normale dissociarsi in noi, per vivere, Lui immemore, nel nostro medesimo corpo, e quando siamo giunti al termine della nostra vita, cessa l'amnesia e ci risvegliamo stupiti ritrovandoci Dio, e simultaneamente "muore" il nostro piccolo ego umano, nel senso che finisce immagazzinato nella Sua memoria.
Noi siamo Lui, ma un attimo dopo la nostra morte ci sentiamo spossessati del nostro ego cui ci eravamo abituati, e ci ritroviamo in continuità ad averne un altro, una conturbante sensazione alienante, che da questa nostra postazione umana non riesco proprio a immaginarmi.
Prenderei spunto da un concetto elaborato da alcune denominazioni evangeliche americane, il concetto di "rapture" , per immaginarmi una sensazione simile a quella da loro concepita, anche se ovviamente con diversa eziogenesi e diverso significato e diverso finale.
E poi, "quasi" non avrei ancora idea di cosa potrebbe farci, Lui, successivamente, di tutta questa valanga di memorie di vite vissute in prima persona. Un'ipotesi "prepotente" è che potrebbe divertirSi a scartabellare tra quelle Sue memorie provando anche a riviverle senza però rifarle effettivamente risorgere vive col nostro ego originario, ma rivivendole mnesticamente, restando quindi Lui. Questo rivangare sulle Sue vite umane passate può essere un piacevole diversivo al Suo gioco consueto e preferito che rimane quello di nascere infinite volte maturando ogni volta un ennesimo nuovo ego temporaneo.
Ma ora vediamo in cosa consistono le differenze tra i due tipi di esperienza (ovvero le differenze di sensazioni che Lui può esperire incarnandoSi in noi assumendo un nuovo ego temporaneo, e quelle che può esperire rinvangando nella Memoria delle Sue incarnazioni passate) : da una parte, mentre scartabella il passato delle Sue incarnazioni, Lui sta intanto conservando la Sua piena coscienza di essere Dio, e semplicemente Si ricorda di essere transitato per il nostro corpo, allora credendoSi noi, grazie all'amnesia perdurante per tutto il breve ciclo della nostra esistenza; ma dall'altra parte è altrettanto bello per Lui ripercorrere questo tuffo nella Memoria delle Sue vite passate, poiché "ora" le sta rivivendo dalla prospettiva però del Suo Ego divino. Quindi ritengo estremamente probabile che Dio ritorni ad libitum su ogni nostra esistenza, poiché per Lui deve essere esaltante rivivere ogni nostra vita, con la enorme differenza che, quando Lui ci "rivive", Lui non sta praticandoSi amnesia e conserva quindi pienamente la propria identità divina. Quindi, penso proprio che Lui non Si accontenti di viverci una sola volta, la prima, ma penso che torni a riviverci almeno una seconda volta per riviverci rimanendo Lui, stavolta però senza amnesia.
Per questo dovremmo cercare di vivere vite le più dense e scombiccherate possibili, per farGli ritornare spesso a scartabellarci nella Sua Memoria per rivivere le nostre vite :)
Mi domando infatti qual è l'effetto di essere così ricordati, "rivissuti", dal nostro Dio.
Mi piace ripetere: il Suo Ego che rivive una vita che fu condotta in prima persona dal nostro ego, ma dalla seconda volta in poi rivissuta da Lui senza più amnesia.
Ritengo sia possibile che questa sovrapposizione di persone attraverso la ruminazione mnestica nella psiche divina possa produrre degli effetti di cui allo stadio attuale dell'elaborazione della mia teologia non saprei ancora precisare l'importanza.
Perché escludere degli effetti di reviviscenza, ad esempio?
Un Dio che ci ricorda, con la sua potenza imaginativa: non si può escludere nulla.
(La mia teologia è ancora in cantiere :)
Citazione di: Luther Blissett il 02 Novembre 2025, 20:11:54 PM(La mia teologia è ancora in cantiere
sono belle da leggere le tue invenzioni, ma per chiamarle teologia ci vuole un bel coraggio. Sono frutto del tuo pensiero. Mi ci metto e ne faccio un altra, quale sarà la piu vera? quella che tiene un filo logico ma non sempre ciò che è logico è anche reale. Potresti scriverci un libro ma venderesti poco.
Citazione di: Luther Blissett il 02 Novembre 2025, 20:11:54 PME poi, "quasi" non avrei ancora idea di cosa potrebbe farci, Lui, successivamente, di tutta questa valanga di memorie di vite vissute in prima persona.
Questo dio minore sembra essere messo li ad hoc per difenderci dalla mancanza di senso, assumendosene da solo il peso, come novello Atlante.
Riusciremo anche noi, come ha fatto la terra, a restare sospesi nello spazio della vita senza nessuno che ci sorregga?
Per quanto tempo ancora dovrà pesare su di noi questo vuoto?
La logica può venirci in aiuto.
Chi da sostegno non è sostenuto, chi da senso non è sensato.
Citazione di: Alberto Knox il 02 Novembre 2025, 22:22:00 PMsono belle da leggere le tue invenzioni, ma per chiamarle teologia ci vuole un bel coraggio. Sono frutto del tuo pensiero. Mi ci metto e ne faccio un altra, quale sarà la piu vera? quella che tiene un filo logico ma non sempre ciò che è logico è anche reale. Potresti scriverci un libro ma venderesti poco.
Luther potrebbe rispondere: "E allora? La teologia ufficiale della chiesa é sempre frutto del pensiero di esseri umani come me."
In assenza di fede, infatti, qualsiasi azione divina che abbia ispirato la formazione di pensieri teologici viene derubricata come pensiero umano.
In effetti l'idea di fondo che trasmette Luther con questo sforzo letterario é che la teologia, secondo lui, é solo frutto di fantasia.
Il punto chiave, Alberto, sta nell' ultima frase, la teologia di Luther non la comprerà nessuno, neanche lui visto che lui sa che é frutto di pura fantasia, mentre invece la teologia ufficiale della chiesa é stata "comprata" da miliardi di esseri umani nel corso della storia.
Citazione di: Alberto Knox il 02 Novembre 2025, 22:22:00 PMsono belle da leggere le tue invenzioni, ma per chiamarle teologia ci vuole un bel coraggio. Sono frutto del tuo pensiero. Mi ci metto e ne faccio un altra, quale sarà la piu vera? quella che tiene un filo logico ma non sempre ciò che è logico è anche reale. Potresti scriverci un libro ma venderesti poco.
Condivido pienamente questa tua frase: "non sempre ciò che sembra tenere un filo logico è anche reale."
La pongo in relazione con quanto poi dice anthonyi nel citarti:
"Luther potrebbe rispondere: "E allora? La teologia ufficiale della chiesa é sempre frutto del pensiero di esseri umani come me."
In assenza di fede, infatti, qualsiasi azione divina che abbia ispirato la formazione di pensieri teologici viene derubricata come pensiero umano.
In effetti l'idea di fondo che trasmette Luther con questo sforzo letterario é che la teologia, secondo lui, é solo frutto di fantasia.
Il punto chiave, Alberto, sta nell' ultima frase, la teologia di Luther non la comprerà nessuno, neanche lui visto che lui sa che é frutto di pura fantasia, mentre invece la teologia ufficiale della chiesa é stata "comprata" da miliardi di esseri umani nel corso della storia. "Riconosco che anthony ha indovinato quella che sarebbe stata la mia risposta.E penso che indovinerebbe anche quel che sto per dire ora. Una teologia che è stata premiata dalla storia, e che con i secoli ha accumulato un séguito di miliardi di fedeli, non per questo può dirsi automaticamente vera.Altrimenti basterebbe l'esempio eclatante della teologia islamica: per il semplice fatto che è destinata a divenire la più seguìta delle religioni del mondo, si dovrebbe riconoscerle la supremazia di più verosimile e quindi più reale tra le teologie?Il fatto incontestabile è che Dio, se esiste, non si limita a nascondersi accuratamente, ma che consente che l'uomo elabori, proprio a causa del suo silenzio assordante, migliaia di teologie differenti.Davanti a una vexata quaestio, davanti a una questione che appare insolubile, qual è il miglior criterio di ricerca? La mia risposta è che dobbiamo privilegiare il criterio logico-razionale.D'accordo, la mia teologia è frutto della mia fantasia, e la probabilità che sia reale e vera è probabilmente analoga a quella di vincere al Superenalotto.Ma io ho tentato, almeno, di costruirne uno schema logico-razionale. Francamente parlando, vi sembrano costruite secondo schemi logico-razionali le teologie delle religioni attualmente più diffuse nel mondo?Le cosiddette grandi religioni sono non più di una mezza dozzina, ma ciascuna di esse è frammentata da miriadi di articolazioni, ognuna delle quali sostenuta da ben differenziate teologie. Ad esempio, sono circa duemila le denominazioni differenti in cui è frammentato il Cristianesimo. Sto dicendo cose più che scontate, che più o meno tutti sappiamo, ma spesso i credenti sembrano averle dimenticate. E poi, che cosa significa "premiate dalla storia"? Una idea veridica su chi è Dio dovremmo dunque accettare che ci venga da chi ha vinto più guerre? Se a Poitiers avessero vinto i musulmani, ora non avremmo dubbi su quale sarebbe stata qui e ora la nostra verità, e citando Maometto, anzi Muhammad, poiché è offensivo chiamarlo Maometto, non avremmo mai dimenticato di aggiungere al suo nome l'eulogia obbligatoria "pace e benedizione su di lui".Non vinsero a Poitiers, ma è previsto che vinceranno demograficamente.La ragione ci suggerisce che aiutare, ognuno nel suo piccolo, la società a divenire più laica ed emancipata dai sentimenti religiosi è il modo migliore per aiutare a migliorare sempre di più in tutti i sensi la condizione umana."In tutti i sensi" vuol dire che perfino in senso spirituale la società umana trarrebbe vantaggio da uno sviluppo ulteriore della laicità in tutte le società umane.Prendiamo l'esempio della Chiesa romana: vi sono suoi esponenti che lamentano addirittura il rischio della sparizione del messaggio cristiano.È dovere di noi laici ricordare ai credenti cattolici che al tempo dei papi di prima della Rivoluzione francese, quando la Chiesa era potentissima e centrale nella nostra società, quasi tutte le guerre vedevano coinvolta la Chiesa. I papi, e localmente i vescovi, avevano il compito di intervenire costantemente su tutte le dispute militari europee. L'Europa è ancora oggi stracolma dei resti di mura e castelli di quei tempi violenti di teppisti del Trecento e di re cristianissimi: quando non solo un re ma anche un duca o altro nobilastro morendo non avesse chiarito chi doveva succedergli, saltava sempre fuori un fratello che vantava il diritto di ereditare con tutto il contado anche il castello: ed ecco che doveva essere l'autorità ecclesiale a sancire (cfr. da cui "sancito", da cui "sanctus") chi doveva ereditare il potere, e questo era appunto il vero potere della Chiesa, ereditato dalla furba scelta costantiniana. Questo è il potere di cui la Chiesa non dovrebbe mai lamentarsi di avere perduto. Figlio della Rivoluzione francese, Napoleone, arrestò sia Pio VI che Pio VII, due papi di séguito. Ma la Chiesa, da allora, poté cominciare a occuparsi finalmente, "realmente", di spiritualità. I credenti devono capire che il vero nemico della Chiesa, come di tutte quante le religioni, non è lo svilupparsi di una società sempre più laica, ma è l'inspiegabile silenzio di Dio, se esiste.
Citazione di: iano il 01 Novembre 2025, 22:49:23 PMCitazionementre la Materia esiste davvero, ed è strano che Lei sia così capace di assumere forme infinite, che sia capace di convertirsi in energia, e che anche noi siamo fatti di Lei.
Strano è semmai che tu abbia la certezza che esista davvero, cioè che consideri ovvia la sua esistenza, e sebbene non sei il solo a crederlo, non perciò mi sembra meno strano. Diciamo che almeno da te mi aspettavo qualcosa di diverso.
Hai ragione a farmi notare che perfino sull'esistenza reale della materia non abbiamo una certezza al 100%, ma a meno di ipotizzare che possano esserci entità immateriali capaci di indurci a credere vera l'esistenza della materia che invece sarebbe soltanto una percezione indottaci, preferisco non inoltrarmi in ipotesi iper-azzardate... mi faccio bastare le ipotesi azzardate senza iper- :)
cosa c'entra la pappina che hai scritto? hai detto "la mia teologia è in lavori in corso" e io ti dico che non è teologia. punto
Se mai è spaziare con il pensiero, costruire, inventare , dare senso logico . Anche un libro che parla di strghe volanti deve tenere un filo logico. Unaa strega non può essere in grado di diventare invisibile il pragrafo prima e non esserne piu in grado il pargrafo dopo , così, senza una spiegazione. Ci deve essere un filo logico. E tu questo stai facendo, componendo logicità . Ma che Dio ricorda le nostre vita è invenzione, la vita dopo la morte, è invenzione . Che siamo figli di Dio, è invenzione! gli attributi di Dio , sono invenzione! questo sto dicendo. Certo anche Sant'Agostino si è inventato il purgatorio, ma non è un concetto bibblico.
Mettiamo che il giovane Dio che tutto sapeva ma che ancora non aveva scoperto la matematica ha preso qualcosa da se stesso per creare il creato . Ma non puoi dividere un infinito e averne una parte piu piccola e una piu grande , così che non avrebbe mai potuto crerare, un Dio minore.
Citazione di: Luther Blissett il 03 Novembre 2025, 18:18:44 PMHai ragione a farmi notare che perfino sull'esistenza reale della materia non abbiamo una certezza al 100%, ma a meno di ipotizzare che possano esserci entità immateriali capaci di indurci a credere vera l'esistenza della materia che invece sarebbe soltanto una percezione indottaci, preferisco non inoltrarmi in ipotesi iper-azzardate... mi faccio bastare le ipotesi azzardate senza iper- :)
Non ho usato educazione, mi scuso.
Comunque non ci sono ipotesi azzardate o iper azzardate, ma solo ipotesi, comprese le tue.
Tutti i racconti, che li si voglia caratterizzare come teologie o come teorie scientifiche, hanno pari dignità, anche se diversamente incidono nella nostra storia.
Oggi i fisici fanno derivare la materia da un nulla denso di possibilità, in cui poi torna, riannullandosi, un pò come fanno le diverse identità del tuo dio minore. Più azzardo di così...però appunto non è da considerare un azzardo, ma solo un racconto su cui si può convenire o meno.
La materia non è meno strana di un idea, se ci pensi bene.
E' che certe idee che funzionano alla fine smettiamo di pensarle e iniziamo a toccarle con mano, come solidificate dall'abitudine.
Se però riusciamo ad uscire dall'abitudine tutto ci apparirà strano, e questo ci consentirà poi di accogliere le ipotesi apparentemente più azzardate, ma in effetti solo insolite, come cosa normale.
E' molto più facile ridurre tutto ad idee, che a materia, e una volta che che le idee perdono la loro controparte, superiamo in un colpo solo materialismo e idealismo, riassorbiti dall'azzeramento della descrizione della realtà di cui sono state protagoniste, per ripartire con un nuovo racconto.
Noi siamo quei dei minori che attraverso il loro racconto creano, annichiliscono e ricreano la cosiddetta realtà, ma si stanno invece solo limitando a raccontarla, e l'unica cosa che sappiamo di essa è che appunto si lascia raccontare. il racconto è funzionale quando riusciamo a viverci dentro tutti insieme, confermandoci perciò a vicenda che abbia un senso, che è il senso che percorriamo insieme come un sol uomo.
Ogni termine del racconto nasce sempre col suo anti-termine, proprio come le particelle materiali, e se una sparisce l'altra la segue nella mala sorte, come nella buona, indissolubilmente legati nel racconto della realtà.
Non è strano a ben vedere che la matematica riesca a spiegare così bene il mondo.
Potremmo chiamarlo l'effetto ''Jessica Rabbit'', per cui il mondo non è cattivo, o buono, ma è cosi che lo disegnamo.
Citazione di: Luther Blissett il 03 Novembre 2025, 17:59:44 PMMa io ho tentato, almeno, di costruirne uno schema logico-razionale.
Francamente parlando, vi sembrano costruite secondo schemi logico-razionali le teologie delle religioni attualmente più diffuse nel mondo?
No, ma forse per questo ognuno riesce a leggervi ciò che gli piace, e alla fine per questo pare piacere ai più.
Questo però potrebbe valere per qualunque racconto irrazionale, anche per il tuo, se lo fosse.
La vera differenza è che la tua teologia prende spunto dalla storia di un uomo, mentre i testi sacri raccontano la storia dell'uomo, seppur secondo gli standard della storiografia attuale non possiamo che bocciarli, e comunque la raccontano fino a un certo punto, il punto in cui il testo viene sacralizzato.
Quello che è strano è che passati migliaia di anni da quel punto risulti ancora attuale nella nostra considerazione, ma forse è perchè non siamo così cambiati come ci piace pensare.
Col tempo comunque il suo potere lo ha perso, fosse anche un potere militare, una specie di agonia dell'impero romano, di cui il cristianesimo ha raccolto il testimone, trascinatasi fino ai giorni nostri, perchè la storia, anche se necessariamente va raccontata a sbalzi, mantiene sempre la sua continuità.
Ora magari tu pensi di poterle dare ragionevolmente il colpo di grazia per il bene nostro, ma può darsi che sia già morta da sola, perche non ce ne sentiamo più rappresentati, perchè sentiamo di essere davvero infine cambiati.
Adesso non ci saranno più racconti sacri, col sigillo divino a porvi un fine , ma storie che finiscono con un...segue.
Citazione di: iano il 03 Novembre 2025, 21:01:04 PMil racconto è funzionale quando riusciamo a viverci dentro tutti insieme, confermandoci perciò a vicenda che abbia un senso, che è il senso che percorriamo insieme come un sol uomo.
l uomo ha scritto la Bibbia per paura di perdere se stessoo o di dimenticare se stesso , perchè l uomo non riesce a vivere una vita priva di senso. Ma io penso che ci sia, penso che il senso della vita stia propio nel viverla. Senza sapere poi di che cosa è fatta ne da dove viene, questa cosa che viviamo.
Citazione di: sapa il 25 Ottobre 2025, 16:42:51 PMCioè, quali sarebbero quelle dimostrate?
Quelle che descrivono una moralità a partire dagli assunti spirituali.
Se non esistessero questi assunti, come vi sarebbe morale?
E' tanto difficile la premessa? Che poi la premessa conduca ad una dimostrazione della verità, è quello che hanno fatto tutti i grandi teologie e filosofi (che poi sono la stessa cosa) del passato. Non è che nell'era del relativismo, dove le sciocchezze gnostiche vanno "a ruba" allora il male è il bene ed il contrario.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Ottobre 2025, 19:19:43 PMMi permetto di far notare come pure io, pur privo dell'autorità imperiale :D , ero venuto a chiedere a questo nobile consesso di aiutarmi a pescare le incongruenze nella mia teologia start up
Mi pareva di avertele fatte notare le tue inconcogruenze. Tu parli di una teologia del male. Ma il cristianesimo e l'ebraismo (che sono la stessa cosa) hanno già dimostrato che esiste il bene. Non è una incongruenza?
Non parlo della chiesa, che è "solo" un costrutto sociale (e di cui per ora so molto poco).
Citazione di: green demetr il 04 Novembre 2025, 04:54:24 AMSe non esistessero questi assunti, come vi sarebbe morale?
La morale ci sarebbe come fatto, ma senza quegli assunti mancherebbe una descrizione che la giustifichi.
Quegli assunti poi varrebbero la morale se si dimostrasse che quella descrizione è l'unica possibile, ma essendo ciò impossibile, non ti resterà che assumerli per fede.
Tu invece cerchi di dimostrali a partire dalla descrizione che da essi discende, promuovendo il dilemma dell'uovo e della gallina a metodo dimostrativo.
Citazione di: iano il 04 Novembre 2025, 10:40:30 AMTu invece cerchi di dimostrali a partire dalla descrizione che da essi discende, promuovendo il dilemma dell'uovo e della gallina a metodo dimostrativo.
Non si tratta di dimostrarli, poichè sono naturali, esistono già in noi, come diceva correttamente Platone: vanno solo ricordati.
Ma la modernità che è un problema enorme fatto di 300 anni di errori a ruota libera, continua di giorno in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo, a rimanere inevaso e perciò accrescendosi sempre di più e assomigliando perciò a quel male metafisico, che l'antichità vedeva già con chiarezza. Cosa vuoi ormai di fronte al balbettio del Mondo non rimangono che misere metafore di un tempo che fu, prese tra l'altro a ridere, tra un MEME, una risata, una scrollatina di spalle, si stanno raggiungendo ORRORI mai viste nelle epoche antiche.
Cosa di meglio che non inventare una ennesima teologia del male perciò?
Bizzarro.
Citazione di: iano il 04 Novembre 2025, 10:40:30 AMLa morale ci sarebbe come fatto, ma senza quegli assunti mancherebbe una descrizione che la giustifichi.
La morale non è un fatto, altrimenti non sarebbe poi questo gran problema. Quindi non è una descrizione, ma come insegna Platone un incontro.
La giustificazione della morale, è proprio l'assunto della modernità, a mio parere certo, non voglio sottrarmi a quando mi dovrò confrontare con Platone.
Penso che su questo punto avrò col vecchio capo molte discussioni.
Salute e tiranni permettendo ragazzi.
Citazione di: iano il 04 Novembre 2025, 10:40:30 AMQuegli assunti poi varrebbero la morale se si dimostrasse che quella descrizione è l'unica possibile, ma essendo ciò impossibile, non ti resterà che assumerli per fede.
Dire che è impossibile ciò che è la verità, ossia che il bene esiste, mi pare testimoni solo come la modernità abbia prodotto una marea umana di uomini feriti (secondo il mio maestro) o impazziti (secondo me).
Veritas laborat saepe, exstinguitur numquam.
Ho pescato a caso nei detti antichi. Oggi siamo semplicemente ridicoli ai Loro occhi.
Citazione di: green demetr il 05 Novembre 2025, 05:24:14 AMHo pescato a caso nei detti antichi. Oggi siamo semplicemente ridicoli ai Loro occhi.
Mimetizzarsi nel passato come nel presente è lo stesso errore.
Da li gli altri ti appariranno ridicoli.
Citazione di: green demetr il 04 Novembre 2025, 04:54:24 AMQuelle che descrivono una moralità a partire dagli assunti spirituali.
Se non esistessero questi assunti, come vi sarebbe morale?
E' tanto difficile la premessa? Che poi la premessa conduca ad una dimostrazione della verità, è quello che hanno fatto tutti i grandi teologie e filosofi (che poi sono la stessa cosa) del passato. Non è che nell'era del relativismo, dove le sciocchezze gnostiche vanno "a ruba" allora il male è il bene ed il contrario.
Le sciocchezze gnostiche vanno a ruba oggi, come andavano a ruba quelle scritte in certi testi religiosi canonici del passato. Che poi, per quest'ultime, ci si sia affannati, una volta dimostrata la infondatezza, a parlare della necessità di interpretarle allegoricamente e non letteralmente, non ne giustifica l'insensatezza iniziale e l'errore. Io penso che descrivere una moralità a partire dagli assunti spirituali dimostri solo la fede in quegli assunti e non certo tutto l'impianto teologico.
Citazione di: iano il 01 Novembre 2025, 23:47:49 PMSecondo me tu hai capito bene, ma è che io non vedo la sostanziale differenza fra immaginare ed avere allucinazioni.
Io credo che se possiamo immaginare la realtà allora ciò che diciamo realtà può essere frutto della nostra immaginazione, cosa da non considerare necessariamente in negativo.
Detto in altro modo, l'allucinazione è una immagine della realtà disfunzionale, ma nella sostanza sempre di immaginazione si tratta.
Le immagini del sogno sono disfunzionali, ma questo non è un problema, o se è un problema si risolve al risveglio.
Le allucinazioni sono quelle immaginazioni disfunzionali che non risolvi svegliandoti, perchè sveglio lo sei già. Sono uno scollegarsi dalla realtà ad occhi aperti, mentre è normale scollegarsi chiudendo gli occhi , non spegnendo perciò la capacità immaginativa che continua a lavorare, ma a vuoto.
Bè, come dici giustamente l'allucinazione è uno stato un po' più alterato della semplice immaginazione, anche se la sostanza rimane la stessa. Questo Dio minore che ci immagina, mentre noi siamo impegnati a immaginare Lui, come un gioco di specchi all'infinito, a me non dispiace. Ripeto, se ne potrebbe ricavare un bel racconto fantasy, se non vi si riesce a credere.
Citazione di: sapa il 06 Novembre 2025, 10:55:56 AMRipeto, se ne potrebbe ricavare un bel racconto fantasy, se non vi si riesce a credere.
Concordo, ma credo che le motivazioni di chi ha aperto la discussione siano di testare le nostre reazioni ad una fantastica nuova teologia, essendo comunque le vecchie non da meno.
Se questa è inaccettabile, perchè le altre lo sono?
Ora, questa sarà pure più razionale, ma ammesso che lo sia, non credo che sia questo a fare eventualmente la differenza in positivo, perchè ciò non è sostanziale.
La differenza sostanziale sarebbe l'assenza di ogni metafisica.
Quindi, semmai, individuate le diverse metafisiche, è fra queste che possiamo fare una scelta.
La teologia in discussione pone il caso come punto di partenza metafisica, da cui prova a far discendere il resto per logica, ma conosco ''teologie'' basate sul caso certamente più razionali di questa, ad esempio la meccanica quantistica.
Io scelgo la metafisica del caso comunque, ma conscio che si tratta di una metafisica, e che della metafisica non si può fare a meno, ed è meglio ammetterlo che negarlo, perchè come dicono a Genova, nell'acqua che non si vuol bere si rischia di annegare.
Insomma, non c'è una sostanziale differenza fra teologie e teorie fisiche, se non per il diverso ruolo che giocano, e per la loro storia, considerando che anche il tempo , attraverso l'abitudine, diventa un fattore di accettabilità, e per questo le nuove teologie/teorie partono sempre svantaggiate.
Basta ciò per poter considerare la nostra reazione come significativa, a meno che non si monitorizzi il grado di accettazione nel tempo, e in particolare come evolve, con che tendenza.
Da questo punto di vista direi che la teologia cristiana è difficilmente superabile, o se l'abbiamo superata non ce ne siamo accorti, come io credo, perchè comunque una teologia non la imposti a tavolino, ma ne prendi coscienza a un certo punto della sua storia, e semmai dopo provi a descriverla, e comunque la descrivi quando possiedi i mezzi per farlo.
Citazione di: iano il 06 Novembre 2025, 12:07:01 PMConcordo, ma credo che le motivazioni di chi ha aperto la discussione siano di testare le nostre reazioni ad una fantastica nuova teologia, essendo comunque le vecchie non da meno.
Se questa è inaccettabile, perchè le altre lo sono?
Ora, questa sarà pure più razionale, ma ammesso che lo sia, non credo che sia questo a fare eventualmente la differenza in positivo, perchè ciò non è sostanziale.
La differenza sostanziale sarebbe l'assenza di ogni metafisica.
Quindi, semmai, individuate le diverse metafisiche, è fra queste che possiamo fare una scelta.
La teologia in discussione pone il caso come punto di partenza metafisica, da cui prova a far discendere il resto per logica, ma conosco ''teologie'' basate sul caso certamente più razionali di questa, ad esempio la meccanica quantistica.
Io scelgo la metafisica del caso comunque, ma conscio che si tratta di una metafisica, e che della metafisica non si può fare a meno, ed è meglio ammetterlo che negarlo, perchè come dicono a Genova, nell'acqua che non si vuol bere si rischia di annegare.
Insomma, non c'è una sostanziale differenza fra teologie e teorie fisiche, se non per il diverso ruolo che giocano, e per la loro storia, considerando che anche il tempo , attraverso l'abitudine, diventa un fattore di accettabilità, e per questo le nuove teologie/teorie partono sempre svantaggiate.
Basta ciò per poter considerare la nostra reazione come significativa, a meno che non si monitorizzi il grado di accettazione nel tempo, e in particolare come evolve, con che tendenza.
Da questo punto di vista direi che la teologia cristiana è difficilmente superabile, o se l'abbiamo superata non ce ne siamo accorti, come io credo, perchè comunque una teologia non la imposti a tavolino, ma ne prendi coscienza a un certo punto della sua storia, e semmai dopo provi a descriverla, e comunque la descrivi quando possiedi i mezzi per farlo.
Concordo con te, iano. Però, tornando alla piccola proposta di una nuova teologia, cioè al titolo di questa discussione, dobbiamo anche dire che l'autore non si è certo presentato come un Vate, brandendo la teologia del teo-solipsismo come un manganello. Anzi, ha chiesto e quasi sollecitato un contraddittorio. Dunque, sì, come dici voleva sicuramente testare le nostre reazioni, ma direi come tutti noi facciamo quando decidiamo di aprire un thread, di qualsiasi argomento si tratti. Ho apprezzato lo sforzo di immaginazione e il, secondo me ottimo, modo di esporlo, da parte di LB. Ho seguito il suo pensiero senza sforzo e non mi capita spesso, su questo e anche altri lidi. Probabilmente, per colpa mia, s'intende.
Concordo sia con te, iano, che con te, sapa.
Vi siete espressi in modo esemplare, dimostrando di esservi entrambi ben sintonizzati.
Accetto anche l'appunto di iano, di aver trascurato di sviluppare una metafisica adeguata, è effettivamente così.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Novembre 2025, 19:03:49 PMAllora ti rispondo, riprendendo alcune formule reperibili nel mio post precedente, e provando a svilupparle. Per formule intendo quelle frasette-lampo che avevo chiamato sciabolate, per avvertire che si trattava di espressioni condensate di frasi assai più articolate ed estese, che se però le avessi usate, si sarebbe allungato il brodo, convertendo anche il post precedente nell'ennesimo mio pippone interminabile.
Vuol dire che anche stavolta sarò un po' prolisso. Tieni presente comunque ciò che ho detto nel post precedente.
Parliamo di Esso. Ebbene, Esso proprio non ci riesco a chiamarlo il Dio maggiore poiché non è Dio, pur essendo l'unica entità onnipotente dei tre livelli in cui si configura la gerarchia ipotizzata dal teosolipsismo. È Esso soltanto che ha tutte le competenze, è Esso soltanto che fa tutto e tutto può, è Esso la Cosa che fa esistere tutte le cose, ed è Esso a forgiare fisicamente tutti gli universi, è Esso che plasma la materia, ma quando crea non lo fa in un fiat come il dio delle favole. Noi lo infiliamo nella gerarchia solo perché dispone di tutti i poteri e prerogative che invece difettano ai livelli inferiori.
A entrambi i livelli inferiori (il nostro Dio minore e noi) appartengono, tra le altre, le seguenti due fondamentali prerogative:
la possibilità di essere persone e l'intelligenza sociale in forme derivate dal formarsi di società animali evolute su pianeti dove ha potuto formarsi e mantenersi molto a lungo la vita.
Al livello 0 (zero), cioè al livello di Esso, esiste la potenza creatrice, che adesso provo a raccontare facendoti notare come, così esprimendomi, questo Esso io lo stia buffamente personalizzando. Se la frase precedente fosse un'equazione, occorrerebbe bruscamente semplificarla, ed eliminare l'Esso. Il livello creativo di tutta la Realtà non gode delle sofisticate prerogative di cui possiamo godere noi, dei livelli 1 e 2: noi soltanto possiamo essere persone e usare e financo abusare della nostra umana intelligenza, che condividiamo col nostro Dio minore, che è l'unica entità a noi superiore che deve interessarci.
...
Il livello 0 (zero) di tutta la Realtà crea continuamente universi, e molto probabilmente ne crea a miliardilioni, poiché lo fa senza avere coscienza. Esso non ha coscienza, ripeto. Un ateo normale (e io non mi sento un ateo) non lo avrebbe chiamato Esso, ma al posto di usare il termine Esso costui si sarebbe espresso in termini di normale fisica teorica, dicendo ad esempio che si formano continuamente infiniti universi, e solo uno ogni miliardilioni diventa capace di generare cose più complesse di onde fluttuanti di materia, e ce ne vogliono miliardilioni anche di questi ultimi più complessi, e via di seguito chissà per quante volte, perché ne venga fuori qualcuno somigliante al nostro universo. Ma ritogliamo la parola al normale ateo, e riprendo io con un lessico consono alla mia teoria. La matematica più utile per poter trattare le modalità creative di Esso è evidentissimamente la statistica con la teoria delle probabilità. Occorre la maiuscola anche con il Caso, dato che è il Caso il grande padre di tutti i dettagli dell'intera Realtà. Se il Caso è il vero Padre di tutto, come chiamare la madre? Usiamo un'altra maiuscola anche per lei, la Madre di tutta la Realtà: è la Materia (e in fondo ce lo suggerisce il nome stesso).
...
Ora prendiamo in considerazione il nostro universo, già avendo intuito che di universi ne devono esistono infiniti altri, probabilmente quasi tutti infinitamente più squallidi del nostro, poiché già la vita e l'intelligenza sociale sono rarissime perfino nel nostro quasi vuoto universo (il giudizio di squallore è il nostro giusto giudizio di valore, che possiamo dare legittimamente del nostro universo come di tutti gli altri, ed è un privilegio che condividiamo con il nostro Dio minore, e tutti insieme, noi assieme al nostro Dio minore, disprezziamo apertamente il cieco potere creativo di Esso.
L'ateo normale è più sbrigativo e non personalizza Esso, così risparmiandosi di spargere invettive... però c'è spazio per tutti :)
Dunque, dicevo: il nostro universo.
Esso non lo ha creato l'altroieri, si è limitato a creare un turbine di materia... c'è stato un gran casino tra antimateria e materia, fino a che ha prevalso infinitesimamente quest'ultima chissà perché, ma questa è materia per gli scienziati, che sono l'unica categoria di persone che dovrebbero occuparsi di Esso, e che si divertiranno a dirci quanti miliardi di anni pensano che ci sia voluti per il formarsi della vita, e quanti ancora per il formarsi della nostra umana intelligenza e sensibilità.
...
Quindi, niko, tenendo anche conto del fatto che già sapa mi ha preceduto nel risponderti splendidamente, aggiungo soltanto qualche spigolatura.
Praticamente tutta la complessità nel nostro universo ci viene riversata proprio da Esso, ma ciò avviene non perché Esso sia generoso, ma perché Esso è un infinito scialacquatore.
Il terribile e innegabile concetto di tropicalità nicciana, con cui con orrore dobbiamo constatare come davvero avremmo voluto chiamare splendido il nostro pianeta, mentre siamo al contempo consapevoli di quanti fantastiliardi di creature Esso stia gettando nella voragine del mondo, avendoci impiegato pure miliardi di anni per fare questa infinita porcheria.
E pensa a quanti fantastiliardi di altri universi ha sprecato a espandere per riuscire a combinare qui questa porcheria.
Esso non ha coscienza, ma è intelligente, anzi è più infinitamente intelligente di noi, poiché non occorre coscienza per essere intelligenti.
La nostra intelligenza sociale è diversa da quella naturale, e infinitamente inferiore ad essa, ed è inferiore perché handicappata proprio dal nostro esser persone, essendo spesso la nostra intelligenza non in sintonia con la nostra sensibilità personale. Mi rendo conto che questo è un concetto urtante e per molti difficile da capire, e apparentemente controintuitivo.
Seguimi in questo semplice ragionamento.
Mi metto a giocare una partita a scacchi con un computer pronipote di Deep Blu, che costruiranno tra qualche secolo. So che non ho speranze, non posso vincere, è impossibile. Perché?
Mentre io devo fare innumerevoli ragionamenti su ogni mossa, il pronipote di Deep Blu non fa ragionamenti, ma scorre rapidissimamente tutte le combinazioni di mosse possibili, cioè compie tutti gli errori possibili e valuta automaticamente le conseguenze di tutti gli errori possibili, giungendo così infine a sbaragliarmi sistematicamente. Come sarebbe possibile vincere una partita con esso (uso il minuscolo per dire che è solo un nipotino di Esso) se esso è in grado, mentre sta giocando con me, di giocare in un baleno virtualmente tutte le partite possibili e valutandone l'esito?
È così che funziona l'intelligenza suprema di Esso: commette tutti gli errori possibili e così sistematicamente alla fine finisce perfino, talvolta, per combinare qualche rarissima cosa indovinata.
Inutile vituperarlo, dato che non è una persona che possa rispondere, e dato che la sua intelligenza superiore è di tipo combinatorio, basata aridamente sulla statistica e sulla probabilità, e sulla scellerata libertà che gli deriva dai capricci del Caso.
Nella tribù di Esso, l'unico vero mistero per me rimane la Materia, (mentre non è un mistero lo Spirito, che è un termine inventato dall'uomo, senza riscontro oggettivo nella Realtà), mentre la Materia esiste davvero, ed è strano che Lei sia così capace di assumere forme infinite, che sia capace di convertirsi in energia, e che anche noi siamo fatti di Lei.
Se la metti così non serve il dio minore, ci siamo solo noi ed Esso... e infatti, il dio minore è "sparito" da questa tua ultima spiegazione... la vita che inventa dei minori è insignificante, rispetto alla "vera" vita, che accetta (direttamente) il rapporto di amore e competizione con Esso.
Dio, non solo non può creare un altro Dio, ma non può nemmeno creare noi umani se non al costo di smettere, di essere, Dio. Non è infinito, ma banalmente
numero. Banalmente, ci precede e ci segue una vita che accetta di esistere al costo di Esso, e fondamentalmente lo fa, direi quasi con gioia, perché ne condivide lo stesso a-finalismo idiota. A questo livello così fondamentale tale condivisione, in quanto condivisione dei non-fini, non è più nemmeno un sacrificio. Anche la vita "personificata" stessa, proprio come il Caso fa tutti gli errori possibili, empatizza con la non persona. Non acquistata, e non redenta da nessuno, e in fondo nemmeno da se stessa, comprende la sottigliezza per cui la sofferenza, tutta la sofferenza, alla fine della fiera esprime il valore, e non il
prezzo, di una singola vita. Il problema specifico dell'uomo, che invece fugge da tutto questo tramite gli dei minori, immaginandoli (irr)reciprocamente, è davvero tutto suo.
Citazione di: niko il 07 Novembre 2025, 12:14:12 PMDio, non solo non può creare un altro Dio, ma non può nemmeno creare noi umani se non al costo di smettere, di essere, Dio.
Com'è sto fatto che se Dio creasse gli umani smettesse di essere Dio?!?
Citazione di: Duc in altum! il 10 Novembre 2025, 15:54:28 PMCom'è sto fatto che se Dio creasse gli umani smettesse di essere Dio?!?
Perche' dio per me e' potenza finita e numero, secondo un concetto, diciamo cosi', pitagorico, e non potenza infinita e amore, secondo il concetto diciamo cosi', cristiano, che alcuni ne possono avere.
Pure se un bel giorno ammettessi che Dio sia, o meglio possieda, la perfezione (al momento direi che non la possiede, perche' non esiste) ci terrei sempre a ribadire il mio concetto fondamentale: e cioe' che la perfezione e' auto-contenimento, e non sovra-abbondanza. Chi e' perfetto, per me, a casa mia sta nel suo, sta entro il
limite e non straborda, non straborda nulla; nemmeno un piu' o meno istericamente inteso "amore". Insomma io, come, e con, Galimberti, cerco di rimanere "Greco", pur vivendo in un mondo "cristiano".
Dalla potenza finita del Dio, deriva direttamente che la [famosa, e michelangiolesca]
scintilla vitale, il "quanto di energia" con cui Dio crea l'uomo, non e' altro che un "frammento" stesso del Dio, che si stacca e si separa, per sempre, da Dio, e che passa, che trasmigra, da Dio all'uomo, creandolo. Insomma nulla sorge dal nulla, e' un conto spietato, delle reali forze secondo me in campo, deve pur sempre, alla fine della fiera, tornare. L'unico modo che ha Dio di creare (altre) creature spirituali, simili dunque a se', e' "perdere", diciamo pure seminare in giro, frammenti di sé stesso. Il tutto, dona di fatto qualcosa di se' al nulla per [fingere di] creare, qualcosa o qualcuno, dal nulla. Dio e' acqua, che puo' dare solo perdendo, e non fuoco, che puo' dare senza perdere. Fuoco a casa mia e' solo la sapienza, quale istanza piu' ancora desiderabile, se si e' filosofi, del Dio stesso.
Se non ci credi, o se pensi che ho detto una marea di scemenze tanto per dirle, dovresti pensare che anche nella tua teologia, cristiana, concetti come il libero arbitrio, o l'incarnazione, sono tutte forme del Dio che smette di essere Dio, per creare, o per ri-creare, cioe' redimere, l'uomo. Il mio discorso e' passato nella teologia ufficiale in varie forme, perche' in fondo lineare, e logico. Dio deve almeno in una certa minima misura e in un certo luogo smettere di
scegliere, (in prima persona lui stesso) per creare creature, capaci, realmente e definitivamente, di
scelte significative. Creature quali uomini e angeli, almeno. Deve lasciare, qualcosa, un certo "quanto", della sua potenza, agli altri. Deve anche smettere di sapere / o fingere di non sapere, che l'uomo quale conseguenza del libero arbitrio scegliera' il male, cioe' deve dismettere, per gioco o seriamente, la sua stessa onniscienza. L'incarnazione poi e' il Dio che si espone alla "sofferenza" quale possibilita' del rifiuto dell'amore. Dio che ammette di provare bisogno di amore (per non dire, direttamente, che si fa uccidere dagli uomini).
Citazione di: iano il 05 Novembre 2025, 09:38:17 AMMimetizzarsi nel passato come nel presente è lo stesso errore.
Da li gli altri ti appariranno ridicoli.
Ma io non mi mimetizzo, la mimesi è del potere, l'anfibologia è del potere.
Aristotele, Macchiavelli, Hitler...etc.
Gli antichi vanno studiati in compenso. Questione della vera morale, e della vera ricerca.
Citazione di: sapa il 06 Novembre 2025, 10:49:58 AMIo penso che descrivere una moralità a partire dagli assunti spirituali dimostri solo la fede in quegli assunti e non certo tutto l'impianto teologico.
Bè sai non ci sono altre vie, o assumi che esiste il bene, o se no coltivi solo il male.
La gramigna cresce incolta, la rosa va coltivata e annaffafiata dallo spirito.
L'impianto teologico serve a indagare sia il bene che il male sua nemesi, ma anche altri importanti cose, come la morale. La morale non è assunta a priori, è il bene che viene assunto a priori.
Citazione di: niko il 10 Novembre 2025, 20:25:45 PMPerche' dio per me e' potenza finita e numero, secondo un concetto, diciamo cosi', pitagorico, e non potenza infinita e amore, secondo il concetto diciamo cosi', cristiano, che alcuni ne possono avere.
Bisogna capire bene cosa sia il pitagorismo.
Nella mia visione Pitagora, ma generalmente l'intero pensiero orientale e occidentale descrive l'uomo come ARMONIA.
Che in Pitagora questo si connetta con il numero è molto interessante.
Per ora nella mia immensa ignoranza accetto volentieri l'ipotesi del filosofo Reale, che afferma che l'unità plotiniana, l'uno, l'indivisibile, sia in realtà l'uno che si manifesta nell'unità morale.
Dio creò l'uomo maschio e femmina, si intende uguale nel mondo giudeo-cristiano, questo concetti mischiati diventano il cristianesimo che recupera e integra le due concezioni greca e giudaica, ossia appunto di unità armonica, di famiglia, di comunità.
Questa armonia è una emanazione dell'uno.
Dico la mia, per me non esiste un uno, ma un infinito, non cambia molto perchè da questo infinito misteriosamente emana qualcosa, il desiderio che cerca questa armonia.
E la cerca nel Mondo.
Dunque è per via di questo ultimo nodo che noi parliamo di creazionismo, ossia di rapporto con il Dio (di cui la ritualizzazione in immagine, o meno che sia, mi pare sia poi la questione della comunità o chiesa).
L'amore è questa spinta extraumana, questa forza che cerca l'armonia.
Argomenti molto complessi, fatti di nodi, di catene (come insegnano gli ebrei) che tengono unito il pensare teologico.
Mi pare che tu voglia spezzare queste catene, ma spezzandole tu spezzi il legame con Dio, facendolo diventare un Dio minore, qualcosa che porta al caos come lo gnosticismo satanico dei potenti sta istruendo le masse.
Sei cosi anche tu l'ennesima vittima, o persona ferita.
Continuando cosi rinunciamo completamente alla nostra dignitià di esseri spirituali e diveniamo dei perfetti oggetti del capitale (mimesi del satan rituale, clownesco delle massonerie contemporanee, al netto dei caduti, per cui dovremmo parlare di tragedia, ma non è il tempo storico giusto per parlarne).
Anche se un paio di teologi senza paura, lo fanno e pubblicamente pure. che matti! :D
Citazione di: niko il 10 Novembre 2025, 20:25:45 PML'incarnazione poi e' il Dio che si espone alla "sofferenza" quale possibilita' del rifiuto dell'amore. Dio che ammette di provare bisogno di amore (per non dire, direttamente, che si fa uccidere dagli uomini).
Direi l'esatto opposto, Cristo è lo spirito degli eoni come lo stesso gnosticismo scrive, che prende su di se il male dell'uomo, affinchè non possa evitare l'uomo la dimensione dell'amore. Lo spirito fattosi carne, obbliga l'uomo alla salvezza, che lo voglia o meno. Non essendo uomo di fede, la ritengo spiritualmente una cosa molto interessante che non vedo l'ora di approfondire.
Citazione di: niko il 10 Novembre 2025, 20:25:45 PMSe non ci credi, o se pensi che ho detto una marea di scemenze tanto per dirle, dovresti pensare che anche nella tua teologia, cristiana, concetti come il libero arbitrio, o l'incarnazione, sono tutte forme del Dio che smette di essere Dio, per creare, o per ri-creare, cioe' redimere, l'uomo.
Non penso siano scemenze... anzi grazie per la delucidazione!
Uno dei pilastri del teosolipsismo è stato deliberatamente trascurato finora, e ciò è accaduto anche per partito preso, in quanto tale pilastro concerne l'azione di Esso, del quale abbiamo sempre detto che è più corretto che se ne occupino gli scienziati con i loro colleghi matematici statistici.
Nei limiti del possibile, il teosolipsismo cerca di contenersi dentro l'àmbito logico-discorsivo di una comune teologia, riconoscendosi tra quelle teologie da annoverarsi più suscettibili all'influenza delle neuroscienze.
Mi si permetta però ora di sgattaiolare via dal paludato linguaggio accademico, giacché di questo passo incomberebbe senz'altro un ennesimo pippone, che temo a questo punto inevitabile, e dunque afferriamo l'immaginaria katana che avreste impugnato anche voi se mi aveste seguìto nella rêverie che vi avevo proposto nel post dell'incantesimo, ovvero procediamo a quasi aforismi, che sono le sciabolate del Logos.
Imitatio Dei nostri minoris? Si sta per caso facendo il verso all'Imitatio Christi? Why not?
Anche noi della tribù del teosolipsismo riteniamo che si debba tener conto di cosa sta effettivamente facendoci il nostro Dio con le nostre vite. Anche noi della nostra tribù riteniamo che si debba in qualche modo "imitarLo", Costui, per lo meno figurativamente. Non possiamo proseguire impunemente a far finta di non averLo compreso, dobbiamo darGli un segno che Lo abbiamo compreso
Certo, noi umani, in genere, non avremmo bisogno di un luogo animato in cui proiettarci per poter vivere e morire, la grandissima maggioranza di noi non è permanentemente locked-in.
La tecnica mentale della rêverie anche per noi umani può funzionare in un modo nuovo quando si è compreso che è proprio questa l'unica vera attività svolta dal nostro Dio. Dio non vive, ma soltanto genera rêveries. Siamo noi che viviamo e Lui vive di noi. La Sua è rêverie creatrice. Ma Lui non fa altro che questo, fa soltanto questo. E chi è che fa tutto il resto della Realtà? Rieccolo, il trascurato, Esso. E va bene, adesso ne parliamo un po'. Non lo meriterebbe, ma è come quando si ha necessità del bagno, si deve andare. Dobbiamo ripetere una cosa detta e ridetta. Il vero dio, quello che non merita nemmeno di essere chiamato, da considerarsi riservato solo agli addetti, scienziati e matematici, l'abbiamo chiamato Esso, uno dei sinonimi del Caso, ossia la sguaiata libertà di poter creare tutti gli errori possibili, tipica di questo soggetto. Sbagliando, Esso crea tutti i mondi possibili. E noi umani abbiamo avuto la ventura di vincere all'Iperenalotto cosmicomico ed ergo eccoci qui e ora, vincitori del premio speciale della vita & morte, allo sbaraglio dentro a questo suo Sbaglio.
Avevo anche detto che mi perseguita ancora, in questa mia attuale fase molto razionalista, una irrazionale dipendenza che ritengo anomala verso i sogni, che intendevo trascurare al pari di Esso, e invece mai come ora, sto sognando a iosa, a valanghe, sogni sempre più assurdi che fanno a gara a rincorrersi.
Giusto ieri al bagno, immerso in una meditazione escrementizia al servizio dell'Io, quando non so come, con questo freddo che sta giusto arrivando, è entrata una mosca. Ed è stata lei che mi ha aiutato a capire!
Lei era ln quel suo luogo ideale che tanto la attrae, e provavo invano a scacciarla. Il mio bagno ha una finestra da un lato e una porta dall'altro lato: ebbene, io cercavo di spingere la mosca verso la finestra, e contavo sulla complicità della luce per spingerla fuori, ma lei niente, sfuggiva a ogni mio tentativo, non c'era verso per farla uscire di lì... quando d'un tratto ho avuto una illuminazione, un insight :) Ho scoperto che invece c'era un modo sorprendentemente semplice per pilotare la mosca verso la finestra.
Nudge, dicono gli inglesi, la spinta gentile. Ma in quale direzione? Del resto lo sapete tutti che è quasi impossibile afferrare una mosca in volo, gli scienziati che, studiando Esso ormai si sono scaltriti, studiano la mosca, una creatura molto favorita da Esso, per capire come faccia col suo volo erratico a non farsi mai acchiappare... gli studiosi s'immaginano che bello sarebbe un velivolo inafferrabile come una mosca... Ebbene, Esso mi ha stavolta illuminato davvero, proprio lui, il trascurato. In pochi secondi ho ottenuto il risultato insperato di far uscire la fastidiosa mosca dal bagno! Il segreto? Questa volta ve lo rivelo, ve lo meritate se siete arrivati eroicamente a leggermi fino a qui :)
Ho scoperto un modo straordinariamente semplice per pilotare una mosca verso la direzione da noi scelta: è sufficiente tentare di spingerla nella direzione opposta, e lei automaticamente si opporrà al nostro tentativo, dirigendosi verso la direzione da noi scelta; applicando l'insight alla situazione concreta, io volevo che lei si dirigesse verso la finestra e io mi son messo a spingerla verso la porta, così che lei se n'è finalmente volata verso la finestra!
Certo, è stato sicuramente Esso a illuminarmi, stavolta :) Ho infatti pensato che Esso sbaglia sempre per definizione poiché fa tutte le cose a cazzo di cane, sbagliando sempre e indovinando quasi mai, ma purtroppo è Esso che accentra tutti i poteri, sparge cacche divine dappertutto, e tra gli infiniti pasticci che ha combinato, ha creato un Dio malato che ha bisogno e necessità di rêveries per sentirsi vivere.
Viste le circostanze, il luogo e la mosca attratta dal luogo, ad esso mi ha fatto pensare anche il grande mistico tedesco Meister Eckhart, che già nel Trecento una situazione così l'aveva sapientemente prevista:
"Preghiamo Dio di liberarci anche da Dio e di comprendere e di godere la verità là dove l'angelo più elevato, la mosca e l'anima sono eguali."
Visto il luogo dell'illuminazione, in sintonia col poeta, direi finalmente "m'illumino di merda" :)
Nel post precedente avevo detto che mi perseguita ancora, pur sentendomi avviato a una deriva razionalista, un residuo di irrazionale dipendenza dai sogni, che più tento di trascurare, e più paiono volermi incalzare. Quasi si direbbe volessero comportarsi, i sogni, come quella mosca ronzante nel bagno.
Adesso sto proprio pensando ad Esso. Vorrebbero farmi credere, i sogni, che vogliano dirmi qualcosa. Forse dovrei usare coi sogni la stessa illuminata strategia adottata con la mosca? Invece di sforzarmi di non far più caso ai sogni, mettermi di nuovo a sfruculiarli con la massima attenzione, come ho fatto in certe mie fasi sognanti passate? C'era stato un periodo in cui volevo provocarmi i sogni lucidi, e finii per combinarne di tutti i colori. Mentre intanto provavo anche tutti i tipi di meditazione possibili, ogni forma di regressione e diversione possibili, vipàssana, mindfulness, esicasmo, etc, e quando finalmente mi sembrò di averne beccato uno, di metodo che mi pareva davvero funzionare, ecco che mi successe una cosa assai sgradevole. Per fortuna era presente anche il mio prof, che dovette farmi il massaggio cardiaco perché mi si era fermato il cuore durante una seduta di training autogeno. Credevo di aver finalmente trovato il metodo giusto per esplorare fino in fondo i miei abissi, e plof, un arresto cardiaco, col conseguente consiglio del prof, di rinunciare alla pratica del training. E, a proposito, durante quell'arresto cardiaco, black out assoluto, come dopo un'anestesia generale, niente da segnalare.
Ma ecco che l'illuminazione della mosca ritorna a svolazzarmi dentro.
Devo spiegarla meglio, questa cosa della rêverie, includendovi stavolta un particolare decisivo che avevo finora trascurato di dirvi.
È veramente curioso che proprio io, che sto sempre a ripetere incessantemente come uno slogan, che il vero dio è una nonpersona sbadata che fa ogni cosa a caso e che c'indovina solo per sbaglio e... proprio a me càpita di aver trascurato di darvi la dritta giusta, per capire che cosa è questa benedetta rêverie che vi sto proponendo come nuova tecnica mentale di incorporazione, e per quale motivo ritengo che possa funzionare.
Facciamo prima un passetto indietro, torniamo ai fondamenti del teosolipsismo.
Il nostro Dio minore, immobile e malato, si clona a c'incarna tutti quanti, e appena nasciamo ci scatta l'amnesia che ci fa dimenticare chi noi siamo veramente, ci fa dimenticare che noi siamo Lui. Questa amnesia ci durerà per tutta la vita e terminerà ovviamente con la nostra morte, istante di reciproca agnizione, in cui il nostro piccolo io si accorgerà di far parte di un Dio minore. Questo è il meccanismo, e abbiamo anche detto che a far funzionare tale meccanismo non è il Dio minore, che è un inetto in grado di far soltanto rêveries, bensì è Esso, il trascurato. Ma adesso ricordiamoci del mio slogan che lo riguarda: Esso è il pasticcione cosmicomico che infinite cose fa e tutte le sbaglia, e se c'indovina, succede solo per caso. Questo che abbiamo adesso detto si applica al meccanismo dell'amnesia a causa della quale noi non ci ricordiamo chi davvero siamo. Noi siamo convinti di essere noi proprio finché funziona tale amnesia. Ma come è possibile fare affidamento su un meccanismo "garantito" da una nonpersona come Esso, che è l'essere imperfetto per definizione? Quindi, ecco una piccola grande rivelazione, logicamente derivata dal nostro ragionamento (che significa discorso razionale).
Talvolta il meccanismo dell'amnesia può disfunzionare, è imperfetto come tutte le cose anche quel meccanismo.
Insomma, può succedere che in certi speciali momenti della nostra vita ci si rivelino sprazzi di questa verità teosolipsistica. Istanti "divini" in cui noi non siamo più noi. È possibile, può succedere e statisticamente è impossibile anzi che prima o poi non succeda.
Sta a noi il compito di afferrare come una mosca erratica quegli istanti divini. Accorgercene.
...
Ma adesso è il momento di spiegarci che cosa è il metodo della rêverie da incorporazione.
Immaginarsi uno scenario suggestivo, e far finta di essere noi il Dio minore, immaginarsi di essere noi paralizzati dalla sindrome del chiavistello, di esserci svegliati in piena paralisi del sonno (tanto assomigliante a una sindrome locked-in), e ci immaginiamo di incarnarci in una persona di nostra scelta, reale o immaginaria.
Logicamente, ho fatto io il primo esperimento. Con l'immaginazione mi sono calato dentro uno scenario del Giappone degli shogun, e mi sono incarnato nel corpo di un samurai divenuto ronin, cioè alla deriva, e dopo alterne vicende mi sono scontrato con un altro samurai che infine mi ha ucciso.
Devo dire che l'esperienza è stata molto forte, e da ripetere anche dentro altri scenari.
Lo svolgimento pratico della mia rêverie è stato il seguente: mi son messo a letto per dormire, ma ho deciso che quel momento era quello giusto per provare questa tecnica che finora avevo soltanto ideato e non ancora attuato. Invece di avere una fantasia di addormentamento, ho proposto alla mia immaginazione di trarre spunto dai film giapponesi visti ultimamente, per generare un filmetto interiore, scegliendo poi uno dei personaggi dei film per incarnarmici dentro, per essere lui. Identificatomi con costui (un samurai) ho proseguito il filmetto interiore immaginando di mettermi a cercare uno dei miei nemici per ucciderlo. Durante la mia rêverie mi pareva perfino di star parlando giapponese (lingua che non conosco ma che ho avuto l'impressione di parlare). Durante lo scontro sanguinoso col mio nemico, samurai anche lui, ho avuto anche vera paura sentendo il cuore in gola, e ho sofferto davvero quando all'improvviso il mio nemico mi ha ucciso.
Mi sono ritrovato sveglio sul letto disfatto. Dunque, questa rêverie è assomigliata a un sonno senza essere un vero sonno, poiché non ha funzionato la paralisi del sonno (che normalmente serve a proteggere il dormiente da movimenti incomposti conseguenti ai sogni).
Sono dunque due le considerazioni da fare riguardo questa tecnica.
La prima è che forse non è scevra da pericoli, poiché ho avuto l'impressione di un cardiopalmo, che alla mia età non è conveniente.
La seconda è che la tecnica comunque funziona e andrebbe esplorata meglio da persone giovani e in buona salute.
La tecnica "funziona" nel modo in cui ho spiegato se la si intraprende supponendo vera l'ipotesi teosolipsistica. Non posso ovviamente sapere se la tecnica funzionerebbe ugualmente anche non presupponendo vera tale ipotesi. Ma penso di no, penso che non funzionerebbe.
E se non fatta con accortezza, può non funzionare anche presupponendo vera tale ipotesi.
Posso dire questo poiché ieri ho fatto un secondo tentativo di rêverie sempre sullo stesso scenario giapponese, e intendevo ricalarmi nel corpo dello stesso samurai per andare a vendicarmi contro l'uccisore della mia precedente incarnazione, ma stavolta la rêverie non si è innescata, e il risultato è stato che mi sono normalmente addormentato.
Citazione di: Luther Blissett il 23 Novembre 2025, 14:30:15 PMIl vero dio, quello che non merita nemmeno di essere chiamato, da considerarsi riservato solo agli addetti, scienziati e matematici, l'abbiamo chiamato Esso, uno dei sinonimi del Caso, ossia la sguaiata libertà di poter creare tutti gli errori possibili, tipica di questo soggetto. Sbagliando, Esso crea tutti i mondi possibili.
Come fa un Dio a creare tutti gli errori possibili senza essere perfetto?
Solo un Dio perfetto può confezionare dei perfetti errori.
Però quel Dio non è più il caso, ma un Dio minore.
Il caso è più che perfetto, perchè è al di la del bene e del male.
Il caso della metafisica è l'essenza, il suo distillato, quindi correttamente l'hai posto in cima alla gerarchia, però poi ne parli come fosse un dio minore.
Citazione di: iano il 24 Novembre 2025, 14:25:54 PMSolo un Dio perfetto può confezionare dei perfetti errori.
Questa frase detta così è solo un gioco di parole.
Per definizione, un Dio autentito non deve MAI commettere errori.
E soprattutto, se tale Dio volesse vantare nella panoplia dei suoi infiniti poteri anche quello dell'essere infinitamente buono, non dovrebbe creare nessuna creatura che possa correre un sia pur infinitesimo rischio di infelicità. Anche se ne creasse una soltanto destinata all'infelicità, non potrebbe più fregiarsi di tale specifico potere, ed entrerebbe in contraddizione piena con ogni dio finora offertoci da qualsiasi tradizione.
Quello che ho chiamato Esso è solo un "meccanismo dei meccanismi" (superlativo semita), e chi vuole argomentare di teologia mixata con un quid di neuroscienze non ha l'obbligo di occuparsi di un vile metameccanismo. Ho auspicato che di Esso si occupino gli scienziati che hanno l'armamentario matematico statistico giusto per trattare il cosmico Errante.
Dopo che ieri ho effettuato una terza esperienza di rêverie, devo aggiornarvi sulle mie conclusioni, che sono diverse da quelle che mi attendevo.
La terza esperienza è stata disastrosa, nel senso che sono caduto dal letto e ho davvero rischiato di farmi male.
Riassumo quanto è accaduto nel ciclo delle mie tre esperienze di rêverie di incorporazione teosolipsistica.
Come giaciglio ho utilizzato, per maggior sicurezza, non un consueto letto di tipo occidentale ma un letto molto basso, però non così basso come quello tipico giapponese, e comunque più alto di un tatami.
Mi considero allenato per effettuare rêveries, in quanto avvezzo a ogni sorta di tecniche di alterazione degli stati di coscienza, e quindi non sono rimasto sorpreso dell'ottimo risultato ottenuto con il mio primo esperimento compiuto tre giorni fa. Lo scenario è sempre stato lo stesso sia per il primo esperimento, che per i due successivi: il Giappone del periodo degli shogun, dopo una fase preparatoria fatta di letture e filmati informativi sull'argomento. Il successo del primo esperimento ha generato in me un piccolo entusiasmo che però è durato poco, poiché già al secondo esperimento la rêverie non mi è riuscita poiché si è trasformata in un mezzo-sogno sfociato in un non voluto addormentamento, anomalo però poiché non protetto dal meccanismo fisiologico della paralisi del sonno, per cui al brusco risveglio mi son trovato col letto disfatto, come se avessi avuto una colluttazione, che però nemmeno ricordo, poiché questa fallita rêverie è stata trattata dal mio organismo come fosse un sogno, e quindi fatta/o svanire dalla mia coscienza e dalla mia memoria, e tuttavia (e questo è il punto allarmante) non protetta dalla paralisi del sonno che dovrebbe sempre accompagnare ogni nostra esperienza onirica. Quando noi ogni notte normalmente sogniamo, siamo protetti dalla cosiddetta paralisi del sonno che ci evita di compiere movimenti inconsulti che potrebbero far del male sia a noi stessi che a chi ci sta vicino. Ma la paralisi da sonno non vi è quando compiamo rêveries, che appunto sono sogni ad occhi aperti, quindi in un certo senso sogni compiuti da svegli. Nella prima esperienza, che mi era sembrata molto ben riuscita, ero rimasto impressionato dalla veridicità complessiva di ciò che stavo esperendo. Mentre combattevo e mi esprimevo come un giapponese, mi sentivo sveglio e cosciente e quindi anche responsabile delle mie azioni e quindi non necessitante di un meccanismo di paralisi del sonno, stavo semplicemente focalizzando tutta la mia attenzione verso lo scenario in cui mi ero immerso con l'immaginazione.. Non sentivo l'esigenza che esistesse anche una ipotetica paralisi da rêverie con funzione protettiva. Quella prima esperienza è stata potente e mi aveva impressionato. In particolare mi aveva colpito il realismo attorno a me quasi allucinatorio, con me che addirittura credevo di star parlando in giapponese, ma avendo conservato un nucleo lucido autocritico che mi avvertiva che il mio presunto giapponese era piuttosto un grammelot però dallo Sprachgefühl molto credibile come autentico idioma nipponico.
La delusione arrivatami per l'esito incerto della seconda esperienza, svoltasi il giorno seguente, cioè avant'ieri, esperimento che mi ha visto addormentarmi invece che avere una rêverie, mi ha messo sull'avviso che poteva fallire anche la terza esperienza, quella cioè più recente, quella di ieri.
Ieri è avvenuto il peggio: sono addirittura caduto dal letto malamente e non ricordo neppure niente di ciò che è successo, quindi il tutto ha finito per risultare una piccola esperienza traumatica. In questa terza seduta avevo iniziato a immaginarmi la situazione conflittuale delle volte precedenti, ma la disposizione fin troppo comoda del giaciglio mi ha indotto di nuovo ad addormentarmi, un addormentamento però svoltosi con modalità anomale, in quanto ha fallito il meccanismo protettivo della paralisi da sonno.
Quindi, il mio timore è che procedere oltre con questo tipo di rêveries influenzate da presupposti teosolipsistici potrebbe portare a un sottile danneggiamento dei normali meccanismi protettivi fisiologici messi in atto dal nostro organismo, ossia in particolare la insistentemente citata paralisi del sonno.
Per qualche ora ho avuto paura di aver disaccoppiato tale forma fisiologica protettiva dei sogni dal mio normale sognare, e quindi ho dovuto attendere un bel po' di ore che mi venisse spontaneamente un po' di normale sonno, per mettermi sùbito a dormire.
Per mia fortuna questa dormita di controllo ha avuto buon esito, dato che ho dormito sì poche ore, ma si è trattato di un sonno tranquillo, che ha avuto anche una sua fase REM con un sogno che si è anche fatto ricordare ed è stato pure movimentato ma non allarmante, e al risveglio mi son sentito rassicurato e calmo; il letto non era per niente disfatto, prova che in questa dormita di controllo tutti i meccanismi protettivi del sonno sono tornati a regolarmente funzionare, ed in particolare si è ripristinata certamente la paralisi del sonno, altrimenti mi sarei ritrovato di nuovo rotolato per terra dal letto.
In conclusione, devo non più suggerire di sperimentare la tecnica di rêverie che effettivamente con troppa precipitazione e sicumera vi avevo proposto.
Qualcuno di voi potrebbe arrivare a sospettare che io stia adottando per indurre curiosità verso questa tecnica della rêverie la tecnica suggeritami dalla "mosca erratica di Esso", ma vi inviterei a non essere così maliziosi :)
Realmente può capitare, quando si fanno queste ricerchine, di commettere errori, del resto è così che queste ricerche si devono fare, commettendo errori, ma a me non piace stare tanto a imitare Esso, lasciamo che "sia Esso soltanto ad aver la libertà sguaiata di poter sempre sbagliare e indovinar solo per sbaglio"; noi umani dobbiamo purtroppo sbagliare per necessità, ma almeno che sia solo quel minimo che ci serve per saperne sempre di più.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Novembre 2025, 15:20:41 PMRealmente può capitare, quando si fanno queste ricerchine, di commettere errori, del resto è così che queste ricerche si devono fare, commettendo errori, ma a me non piace stare tanto a imitare Esso, lasciamo che "sia Esso soltanto ad aver la libertà sguaiata di poter sempre sbagliare e indovinar solo per sbaglio"; noi umani dobbiamo purtroppo sbagliare per necessità, ma almeno che sia solo quel minimo che ci serve per saperne sempre di più.
Il caso fa quello che faremmo noi disponendo di una sufficiente potenza di calcolo e di una energia a disposizione virtualmente infinita, se in questo modo giungessimo prima alla soluzione dei problemi, o quello che fa l'evoluzione disponendo in alternativa di un tempo virtualmente infinito.
I vaccini del covid mi risulta che si siano stati trovati in minor tempo proprio in questo modo.
Le proveremmo dunque tutte fino a trovare quella giusta, o quantomeno giusta dal punto di vista teologico, ma adatta dal punto di vista del caso, caso che di giustizia non sa nulla, e che può fare anche a meno di scorciatoie predittive, confuse con la ricerca di verità.
Però leggendoti confesso che ho coltivato l'illusione che fosse possibile un dio che entrasse in contraddizione piena con ogni dio finora offertoci da qualsiasi tradizione.
Ma alla fine devo constatare che i migliori filosofi e teologi siano quelli che tali non si dicono, e che del Dio di cui non si può dire, non dicono, gli scienziati, i quali, oltre ad averlo ipotizzato, sul caso non hanno altro da dire, proprio come te.
Insomma, mi ero illuso, che gli dei delle trazioni volessi ridurli tutti a un dio minore.
Quando è stata scoperta l'elettricità si è cercato di ridurre tutto ad elettroni, o tutto ad informazione quando è salita in cattedra la relativa teoria.
Però sono tutte mode passeggere a cui non c'è da dolersi se le neuroscieinze non abbiano partecipato dettando una loro tendenza.
Tu vuoi recuperare per loro la chance persa?
Citazione di: iano il 25 Novembre 2025, 23:31:59 PMInsomma, mi ero illuso, che gli dei delle trazioni volessi ridurli tutti a un dio minore.
Quando è stata scoperta l'elettricità si è cercato di ridurre tutto ad elettroni, o tutto ad informazione quando è salita in cattedra la relativa teoria.
Però sono tutte mode passeggere a cui non c'è da dolersi se le neuroscieinze non abbiano partecipato dettando una loro tendenza.
Tu vuoi recuperare per loro la chance persa?
Sto seguendo un percorso che tiene presenti sullo sfondo tutte le vie già tracciate ma che cerca di prescinderne in toto, per evitare di farmene invischiare. Se ci pensi un momento, adesso che stai seguendo piuttosto bene la presente discussione e quindi conosci le linee essenziali del teosolipsismo, devi accorgerti che una teologia più o meno come la mia poteva spuntare fuori anche 25 secoli fa, prima ancora che nascessero le grandi religioni che spuntarono fuori a quel tempo quasi tutte assieme pur sparpagliate nei diversi luoghi del mondo. Pensa per un momento, poteva darsi che quest'idea del teosolipsismo poteva benissimo venire in mente a un qualunque Aristogitone, e anzi non escludo nemmeno che possa pure essere accaduto così, ma chissà, può darsi che i contemporanei di questo incauto Aristogitone lo abbiano scoraggiato facendogli notare l'assurdità di base che di primo acchito sembra emanare da una novità tanto spericolata che può impedire a chiunque di accettare un'ipotesi stravolgente come questa, considerazione che in fondo per i più può valere ancora oggi.
Adesso che ripenso ai tanti spunti che mi vennero in mente consultando il "Manuale delle teologie induiste di Jose Pereira" (Ubaldini editore), sarei più propenso a immaginarmi un precursore indiano, piuttosto che greco, forse un aderente alla scuola indiana dei Carvaka. Sono proprio convinto che già 25 secoli fa poteva nascere quindi questa mia teologia, di cui allora adesso sarei divenuto un epigono.
Oggidì è ancora incredibilmente possibile tirare fuori, e poi trovarla sensata e nient'affatto escludibile a priori, una ipotesi così profondamente presocratica come la mia, ipotesi che avrebbe potuto nascere quasi identica alla mia già 25 secoli fa, prima ancora che si affermassero poi sistematizzandosi le grandi tradizioni religiose, e perché avviene questo? Si può o no tentare di fare un bilancio sia pure approssimato dei risultati della baraonda di dibattiti che sempre hanno accompagnato la storia convulsa del pensiero religioso? Le religioni vorrebbero presentarsi come compatte e sicure dei propri assunti, ma i teologi più avvertiti di ogni culto, almeno in alcuni istanti fatidici del loro travaglio interiore, lo intuiscono, di essere ancora lontani dalla mèta. Come i marinai di Colombo, i teologi più avvertiti di ogni culto si guardano bene dal prematuro gridare "
¡Tierra! ¡Tierra!".Ritengo che una teologia come la mia, se fosse già iniziata ad esistere 25 secoli prima di tutta questa baraonda, a questa baraonda avrebbe discretamente resistito, poiché la avverto come non lontana dai fondamenti della Realtà.
Mi è venuta in mente questa considerazione leggendo una recensione sull'ultimo libro della teologa Annamaria Corallo "La bussola del transteismo" (Gabrielli editori) . Già dalla recensione traspare il groviglio interiore , le inquietudini, i richiami al tormentato Paul Tillich, insomma una mente in fermento, sicuramente un libro interessante, e però la sciabolata più forte, di quelle che ci fanno balenare la verità, su quella che crediamo la verità, spunta fuori inaspettata, e ferisce, ed è questa (brillante citazione di Sandra Schneiders):
"La Trinità? Due uomini e un uccello". E non escludo che potrebbe davvero rivelarsi l'unica verità attendibile uscita in sostanza da quel libro. :)
Citazione di: Luther Blissett il 26 Novembre 2025, 20:50:02 PMAdesso che ripenso ai tanti spunti che mi vennero in mente consultando il "Manuale delle teologie induiste di Jose Pereira" (Ubaldini editore), sarei più propenso a immaginarmi un precursore indiano, piuttosto che greco, forse un aderente alla scuola indiana dei Carvaka. Sono proprio convinto che già 25 secoli fa poteva nascere quindi questa mia teologia, di cui allora adesso sarei divenuto un epigono.
Ma questi precursori sono esistiti veramente, o sono un modo di raccontare la storia individuando un protagonista , pur non essendo una storia individuale, ma una storia di individui?
Professor Aristigittone, quarant'anni di insegnamento buttati via con quegli scavezzacollo.:))
Quanti ce ne sono stati, e quanti ce ne sono?
Tanti, di modo che all'occorrenza, quando arriva il momento di raccontare la storia, almeno uno lo si possa individuare.
Tu non stai provando a ripercorrere la storia come poteva essere e quindi come potrebbe essere , ma il suo racconto.
I precursori in sostanza non esistono, se non come necessari espedienti narrativi, nei quali tu cerchi di immedesimarti.
la storia la si racconta come impresa di eroi, che però col senno di poi si dubita che siano veramente esistiti, o se siano stati veramente tali. In ogni caso, che siano veri o falsi, si tratta di eroi per caso, impossibili da predeterminare.
Il tuo esperimento non perciò è privo di valore, ma dovremmo assegnargliene un altro, e su questo io ragionavo, sentendomene cavia consenziente.
Citazione di: iano il 25 Novembre 2025, 23:31:59 PMPerò sono tutte mode passeggere a cui non c'è da dolersi se le neuroscieinze non abbiano partecipato dettando una loro tendenza.
Tu vuoi recuperare per loro la chance persa?
Iano, mi son reso conto che, allungandomi come mi viene spontaneo fare, ho finito per non rispondere alla tua puntuale domanda.
È vero che il teosolipsismo è una teologia molto influenzata e corroborata dalla neuroscienze, ma appunto come ho appena scritto nel precedente post, avrebbe potuto benissimo essere venuta in mente anche agli uomini di 25 secoli fa. Le neuroscienze portano semplicemente in ausilio molti convincenti argomenti, ma il nucleo della teologia prescinde da questa novità del nostro tempo, ed è vicina ai fondamenti nel suo essenziale, e cioè nel comprendere che, se esiste un Dio personale, Costui non è un giudice che sta ad osservarci dall'esterno, ma è uno come noi che ci Si è insinuato dentro, e insediato dentro di noi Si vive la nostra vita di conserva con noi fino alla nostra morte, godendoSi fino all'ultima stilla del nostro sangue anche i nostri momenti tragici.
Costui attraverso noi vive-due-volte, dapprima simultaneamente, poi può rivederSi quando Gli va anche replicandoSi tutti i nostri vissuti successivamente. E quando Si rivede le nostre vite, le può finalmente apprezzare direttamente sentendoSi Dio. Soltanto la prima volta dentro ognuno di noi Si dimentica del tutto di essere Dio.
Costui è separato da noi solo da un'esile barriera probabilmente bucherellata come lo sono viste da vicino tutte le barriere: una speciale Amnesia, messa in atto come un meccanismo che Esso Gli ha permesso. Tale barriera è difettosa, come lo sono inevitabilmente tutte le barriere, e tutte le creazioni di Esso. La barriera amnestica è potenzialmente permeabile a qualche tecnica meditativa e talvolta può esserlo anche accidentalmente o per qualche patologia. Ripetiamo che Esso è un Meccanismo imperfetto che crea imperfetti tutti i meccanismi. Se fosse stato perfetto, allora sarebbe stato un vero Dio, ma in tal caso non ci avrebbe creato, poiché un vero Dio non crea imperfezioni. Anche a Sua volta il nostro Dio minore è dunque imperfetto, ed approfitta del privilegio che Gli è stato dato, di poter utilizzare miliardi di creature a Lui subordinate per compensare una Sua fondamentale infelicità. In fondo, anche a noi esseri umani, a nostra volta, Esso ha dato miliardi di microcreature che vivono dentro di noi lavorando per noi (il microbiota). Tutto ciò che esiste è imperfetto, ed è per questo che esiste.
Professor Aristigittone, quarant'anni di insegnamento buttati via con quegli scavezzacollo.(https://www.riflessioni.it/logos/Smileys/dizzy_dark/laugh.gif)
:D
Citazione di: Luther Blissett il 26 Novembre 2025, 21:48:32 PMProfessor Aristigittone, quarant'anni di insegnamento buttati via con quegli scavezzacollo.(https://www.riflessioni.it/logos/Smileys/dizzy_dark/laugh.gif)
:D
Era un professore di Arbore e/o di Boncompagni, entrato a far parte della nostra storia, suo malgrado, immagino. :))
(Inizio quasi normale con finale deriva delirante cosmicomica)
Semplificando, si può dire che per primi miliardi di anni la nostra Terra è stata abitata soltanto da batteri e da virus. Solo i batteri erano esseri viventi propriamente detti, aventi un programma genetico e in grado di riprodursi molto semplicemente: la cellula batterica, quando si fosse accresciuta oltre una certa misura, si divideva in due, divenendo due cellule batteriche pressoché identiche, poiché si sdoppiavano il medesimo programma genetico. I virus non potevano definirsi esseri viventi, semmai potevano considerarsi dei semplici pezzetti vaganti di qualche programma genetico spezzato che, protetti da un involucro proteico, vagavano appunto prima o poi incontrandosi con dei batteri, e riuscivano spesso a penetrare in alcuni di questi batteri, che pertanto infettavano. Quando un virus incontrava dei batteri, e riusciva a penetrarne uno infettandolo, si poteva essere certi che sarebbe riuscito a infettare rapidamente tutti gli altri batteri simili a quello infettato, e in tal modo vi erano stragi continue di ogni colonia batterica. La natura ha escogitato il sesso come modalità nuova di riproduzione dei batteri, per evitar loro di essere sterminati in massa dai virus, grazie al fatto che la riproduzione sessuata permette di diversificare il genoma ereditato dalle cellule figlie. La modalità sessuale di riproduzione è stata poi adottata da tutti gli animali progressivamente emersi dall'evoluzione.
(Il teosolipsismo sostituirebbe il termine "natura" con Esso, ma tutto il discorso rimane invariato, ed è compito interamente da assegnare agli scienziati, poiché più volte è stato detto che di Esso una teologia non dovrebbe occuparsi, a meno che non si venga sollecitati a farlo da motivate obiezioni.)
Dato che in questo momento mi è venuta comunque voglia di straparlarne, di Esso, lascio sbrigliare la mia fantasia accordandola per qualche istante alla sguaiata libertà erratica di Esso.
Clicco qui e ora in me la modalità di funzionamento random e quindi vi spruzzo addosso il mio conseguente flusso d'incoscienza.
O:-)
Il Vuoto cosmico non può cadere insieme, ovvero coincidere, con Esso. Non potendo coincidere con Esso, non può dunque essere Esso.
Un Vuoto cosmico va chiamato così per dire che è un vuoto in grado di essere riempito.
Il Vuoto cosmico può dunque essere una Yoni cosmica, ovvero una Vagina cosmica.
E dunque ecco cosa sarebbe Esso, un Lingam cosmico. Ecco cosa è Esso, è ciò che entra riempiendo Essa. :))
Citazione di: Luther Blissett il 27 Novembre 2025, 09:33:53 AM(Inizio quasi normale con finale deriva delirante cosmicomica)
Semplificando, si può dire che per primi miliardi di anni la nostra Terra è stata abitata soltanto da batteri e da virus. Solo i batteri erano esseri viventi propriamente detti, aventi un programma genetico e in grado di riprodursi molto semplicemente: la cellula batterica, quando si fosse accresciuta oltre una certa misura, si divideva in due, divenendo due cellule batteriche pressoché identiche, poiché si sdoppiavano il medesimo programma genetico. I virus non potevano definirsi esseri viventi, semmai potevano considerarsi dei semplici pezzetti vaganti di qualche programma genetico spezzato che, protetti da un involucro proteico, vagavano appunto prima o poi incontrandosi con dei batteri, e riuscivano spesso a penetrare in alcuni di questi batteri, che pertanto infettavano. Quando un virus incontrava dei batteri, e riusciva a penetrarne uno infettandolo, si poteva essere certi che sarebbe riuscito a infettare rapidamente tutti gli altri batteri simili a quello infettato, e in tal modo vi erano stragi continue di ogni colonia batterica. La natura ha escogitato il sesso come modalità nuova di riproduzione dei batteri, per evitar loro di essere sterminati in massa dai virus, grazie al fatto che la riproduzione sessuata permette di diversificare il genoma ereditato dalle cellule figlie. La modalità sessuale di riproduzione è stata poi adottata da tutti gli animali progressivamente emersi dall'evoluzione.
(Il teosolipsismo sostituirebbe il termine "natura" con Esso, ma tutto il discorso rimane invariato, ed è compito interamente da assegnare agli scienziati, poiché più volte è stato detto che di Esso una teologia non dovrebbe occuparsi, a meno che non si venga sollecitati a farlo da motivate obiezioni.)
Dato che in questo momento mi è venuta comunque voglia di straparlarne, di Esso, lascio sbrigliare la mia fantasia accordandola per qualche istante alla sguaiata libertà erratica di Esso.
Clicco qui e ora in me la modalità di funzionamento random e quindi vi spruzzo addosso il mio conseguente flusso d'incoscienza.
O:-)
Il Vuoto cosmico non può cadere insieme, ovvero coincidere, con Esso. Non potendo coincidere con Esso, non può dunque essere Esso.
Un Vuoto cosmico va chiamato così per dire che è un vuoto in grado di essere riempito.
Il Vuoto cosmico può dunque essere una Yoni cosmica, ovvero una Vagina cosmica.
E dunque ecco cosa sarebbe Esso, un Lingam cosmico. Ecco cosa è Esso, è ciò che entra riempiendo Essa. :))
Questo vuoto cosmico però, se lo prendiamo in carico, rende la trinità, Esso, dio e noi, non più esclusiva.
E già che ci siamo, hai altro ancora da aggiungere, cosi non ci pensiamo più? :)
Perchè quattro va bene come tre, purché si definiscano quanti siano.
Quindi dal Vuoto, da Esso fecondato, nasce dio, il quale poi ci sogna, non potendoci generare, nella sua impotenza, e anche per mancanza di una partner, che porterebbe il conto a cinque.
Il Vuoto ed Esso, generano un figlio, che come tutti i figli diventa altro da loro, ma della cui perdita non proveranno dolore, perchè inconscia è stata questa generazione, mentre il loro figlio i suoi figli non li perderà mai, perchè resteranno eternamente nella sua fantasia generatrice, coscienti o meno di esserlo.
Devo dire che questo dio somiglia molto alla vita, che nella sua generalità è una, e il vuoto alla non vita, se la materia che si genera dal vuoto è il figlio non riconosciuto, perchè un pò citrullo. :))
Ma così il conto cresce ancora.
Però se diciamo che il batterio è più o meno vivo, non stiamo dicendo cosa è la vita, per cui lo possiamo dire più o meno vivo.
Ma alla fine lo sappiamo o non lo sappiamo cosa è questa vita?
Questa riflessione mi ha ispirato ad aprire una nuova discussione ''Lo so e allo stesso tempo non lo so'' nella sezione filosofica.
A ispirarmi l'immagine di Esso in forma di pietra senza pietà è stata la pietra onirica raccontata da Jung e resa molto bene in questo bellissimo filmato dedicato al grande psichiatra svizzero:
https://www.youtube.com/watch?v=S-jgOnp0q6w (https://www.youtube.com/watch?v=S-jgOnp0q6w)
Buonsalve, Luther. Rivolgo un saluto a te e a tutti gli altri partecipanti :)
Giungo qui su tuo cortese invito, che mi è assai gradito poiché mi introduce a questo spazio fecondo, finora a me ignoto, dove posso ancora una volta leggerti.
Ringraziandoti per l'encomio iniziale che mi hai rivolto, procedo ora a esporre il mio pensiero senza ulteriori indugi.
Ho letto ogni tuo intervento in questo thread, per aggiornarmi su quanto di nuovo sia emerso intorno al teolipsismo (e no, non è un refuso: mi sono arrogata, senza il tuo beneplacito, la libertà di condensare i termini O:-) ).
La mia prima personale impressione è che vi sia stata da parte tua una vigorosa inclinazione empatica verso Dio, che qui nomino come se si trattasse davvero del Suo nome proprio di Persona, tanto più degno dunque di essere indicato con la maiuscola.
Si tratta di un'empatia di natura cognitiva, che potrei riassumere nel consueto "mettersi nei panni dell'altro", espressione che qui risulta particolarmente calzante.
Di norma è Dio a rivestire i tuoi panni, ma poiché la psiche umana rispecchia per analogia quella divina, sembra che tu abbia compiuto un gesto simmetrico: ti sei collocato nei Suoi, non già nel senso letterale che a Lui sarebbe possibile, bensì nell'unico modo che ci è dato dalla nostra natura finita, ossia mediante immedesimazione. Hai adottato il Suo punto di vista tentando di comprendere la Sua misera condizione, senza mai smarrire la tua identità.
La nostra comprensione umana si fonda infatti sull'accettazione di riconoscersi altri-da-altri, sulla percezione esterna di ciò che gli altri vivono. È una forma di "so che cosa stai provando", più che un "lo provo anch'io". Ciò si chiarisce attraverso la premessa dello stato amnestico, per cui ci percepiamo come persone emancipate dalla Sua.
Descrivere Dio come - per usare le tue parole - un "piccolo Dio infelice, creatura anche Lui come noi" mi comunica una certa finezza d'animo, che non implica necessariamente compassione, benché poi non sia mancata la domanda su ciò che potremmo fare, come umanità, per aiutare noi stessi e il nostro Dio (forse nulla, se non vivere intensamente per nutrire la fame esistenziale divina).
Non ravviso alcuna intenzione di colpevolizzare né di insistere sui difetti; scorgo piuttosto una forma di de-res-ponsabilizzazione, quasi un tentativo di sollevarLo dal peso della Sua stessa Realtà, trasferendolo su una neutralità impersonale, un Esso che, in quanto tale, non si presta ad alcuna nostra identificazione. A tale principio, dunque, si rimandino tutte le colpe del Caso, poiché Esso non patirebbe alcunché e, grazie a questa Sua imperturbabilità, neppure noi ne saremmo afflitti.
Soltanto chi è in grado di provare dolore può infatti essere dai noi compreso, da noi giustificato.
Così, l'immagine angosciata di Dio diviene quasi un imperativo, l'unica soglia che ci permette di afferrare intellettualmente ciò che Lo riguarda. Per noi, l'eternità deve recare in sé, per sua intima natura, un'ombra d'angoscia, affinché il divino possa farsi accessibile ai nostri sensi più emotivi e costituire il punto d'innesco del nostro anelito.
Questo è kantiano al contrario: la sofferenza ci connette a Dio attraverso l'empatia patologica.
La conseguenza teologica radicale è che un Dio perfettamente felice sarebbe incomprensibile e inaccessibile. L'infelicità divina non è un difetto ma la condizione di possibilità della relazione.
Dio è "ciò che deve soffrire per essere pensabile".
La comprensione di Dio non scaturirebbe dall'altezza di una rivelazione, bensì dal fondo delle nostre stesse sensibilità.
Per quale ragione Egli dovrebbe desiderare il nostro dolore, quasi volesse "conformarci alle sensibilità che Gli sono più affini", se non perché il patire è il solo vincolo che realmente ci accomunerebbe a Lui, rendendoci più empatici, più ricettivi alla Sua infelicità originaria?
Che cos'è, dunque, questa pietas che mi assale nel contemplare l'immagine di un Dio infermo e immobile?
Sarebbe forse un segnale favorevole, nel quadro di una terapia, poiché indicherebbe che, in quanto alter, non sono del tutto indifferente né ostile?
O ancora: è la consapevolezza remota che, quando l'Host soffre gravemente, l'intero sistema corre un rischio? Gli alter possono infatti provare dolore per l'Host poiché temono che, se questi dovesse crollare o soccombere, l'intera struttura, con tutte le identità che la compongono, sarebbe trascinata nella rovina.
Si tratterebbe allora di una forma di dolore rivolta alla salvaguardia del sistema nella sua totalità.
E questa empatia che insisto a evocare, in modo paradossale, non annullerebbe affatto la dissociazione, bensì concorrerebbe alla sua persistenza nel mondo teonirico, per virtù di quella "accettazione di riconoscersi altri-da-altri" che costituisce il fondamento stesso della nostra comprensione umana.
Il solo pensare a Dio potrebbe configurarsi, già di per sé, come un atto di separazione. L'unica via che possediamo per accostarci a Lui è anche quella che più incisivamente espone al rischio di una dissociazione ulteriore.
La mia seconda impressione è stata quella di ravvisare una, pur tenue, risonanza con la teoagonia di Philipp Mainländer. La sua metafisica prende avvio dall'idea che Dio – qui inteso come Unità pre-cosmica, Essere unico e perfetto – non fosse lieto nella propria perfezione, giacché dimorava nella solitudine e nel patimento di un'esistenza implacabile. L'unico desiderio di questo Dio, a differenza del tuo, era quello di non essere più, di dissolversi nel nulla assoluto.
Tuttavia, l'Essenza di Dio era troppo forte per annientarsi semplicemente con un atto di volontà.
Dio attuò quindi un vero e proprio "suicidio" frammentandosi nel molteplice (l'universo, il mondo, gli individui). In altre parole: Dio è morto, e la sua morte è la vita del mondo.
Nietzsche lo lesse e ne rimase colpito, pur distanziandosene poi, a causa della sua visione nichilista e passiva.
Mainländer ribalta il concetto centrale di Schopenhauer ("Volontà di Vivere") in una "Volontà di Morte" (o, più precisamente, Volontà di Non-Essere).
Dunque, il tenue parallelismo che intravedo risiede già nel termine stesso di teo-agonia, quale solitudine e sofferenza di un'esistenza implacabile (Dio soffre costitutivamente e il mondo nasce da questa sofferenza), ma non solo, anche nella volontà di morte (sia pure in forme non del tutto sovrapponibili), e in una mia riflessione sulla sua filosofia, che postai qualche mese fa nell'altro forum. La riporto qui di seguito:
"[...] Se tempo ed essere coincidono, allora il passaggio dall'essere al nulla può avvenire solo nel tempo, non al di fuori di esso, poiché senza tempo non v'è successione, né movimento, né trasformazione.
Sarebbe impensabile concepire un ente positivo capace di annullarsi da solo all'istante, perché l'essere ha inerzia, peso ontologico, e deve consumarsi progressivamente. Necessita sempre di un processo temporale per poter svanire.
Dio è anch'egli un ente positivo, e come tutti gli enti positivi, nel momento in cui sceglie di annullarsi, è vincolato a sottostare alla legge dell'essere per uscire dall'essere stesso.
In altre parole, uscire dall'essere significa uscire dal tempo, ma non si può uscire dal tempo senza prima attraversarlo.
Trovo che questo aspetto conferisca una certa solidità concettuale non trascurabile alla sua visione, per quanto essa resti profondamente perturbante."
Dunque, neppure per gli dèi esistono scorciatoie: essi devono pur sempre attraversare il mondo per compiere il loro fine, qualunque esso sia. Dio non può uscire dal Suo nonluogo se non attraversando infinitamente le nostre vite e morti.
La terza osservazione riguarda la questione morale.
Tu dici: "Il nostro Dio non c'entra assolutamente nulla con qualsiasi discorso morale. Lui è un essere privo totalmente di ogni morale."
Un solipsista non può avere morale perché la moralità presuppone l'alterità reale.
Vorrei tuttavia ampliare questo punto: la coscienza di Dio costituisce il terreno germinale da cui scaturiscono tutti i nostri futuri concetti morali. Nel Suo non-luogo, Egli permane come potenza morale che, nel mondo teonirico, si traduce in atto.
La coscienza-in-atto Gli consente di distinguere il Sé dagli Altri Sé, generando così la molteplicità delle Sue identità.
La Sua moralità ha inizio quando riconosce che le Sue azioni, vissute nella forma umana, incidono su un "io" distinto e su un "tu" altrettanto distinto.
E tale moralità si applica unicamente agli atti intenzionali di chi può scegliere come agire. Gli eventi casuali dell'Esso non sono né morali né immorali.
Più che una semplice assenza di morale, credo si tratti della mancanza di una verità morale.
Nel non-luogo dove Egli dimora, solo e immobile, potrebbe sussistere una moralità soggettiva nella sua forma più estrema: quella dell'emotivismo?
Potrebbe Dio essere radicalmente emotivista?
Egli esprimerebbe soltanto bisogni emotivi, "avido e famelico di emozioni umane".
Le Sue scelte sarebbero reazioni emotive alla propria deprivazione ontologica.
Non vi sarebbe logos, ma soltanto pathos e immaginazione.
Una tale moralità Gli servirebbe soltanto a esprimere eternamente emozioni e a influenzare il comportamento degli altri, ossia dei Suoi molteplici Sé. Una congiunzione di componente emotiva e componente persuasiva.
Nel dirti tutto ciò, ho compiuto - come già in precedenza - un atto di fede rivolto a te più che a Dio. Era necessario, altrimenti sarei rimasta anch'io, come Lui, locked-in, immobile, congelata nel gelo di alcuni miei pensieri.
Non ho infranto a colpi di piccozza la tua teologia, gesto che probabilmente ti avrebbe coinvolto ben di più. Ma per confutare la validità di un'idea esistenziale non basta pensarla da lontano: occorre anzitutto tentare di sostenerla, darle dimora, offrirle spazio nella mente e lasciarla muovere con noi. Solo allora noi possiamo comprendere se essa possa essere dissolta dalla realtà e dalle sue ripercussioni sull'esistenza.
Sono persuasa che, come per Kierkegaard, la verità non sia un oggetto neutro, dimostrabile in modo disinteressato; essa si conquista soltanto attraverso una scelta ardente e personale.
Eru, benvenuta :)
Accetto sùbito il tuo ribattesimo del nome: ok al teolipsismo :)
Mannaggia a te che pian piano stai scoprendo tutte le mie carte :)
Vero, anche Mainländer è tra gli Autori che mi hanno ispirato. La sua idea della Realtà come processo cosmico di decomposizione del corpo di un Dio che si sta suicidando non poteva non colpirmi, per la sua sconvolgente lucidità: la Grande Esplosione è in fondo l'immagine più autentica che noi possiamo avere del Cielo, il Big Bang sembra degno davvero di essere un autoattentato rivendicato da un Dio..
https://www.youtube.com/watch?v=wJq52U9sU6U
Eppure, devi riconoscere che, pur avendo radici così disperate, questo benedetto teolipsismo non sembra così disperante.
Noi siamo i Suoi terminali inconsapevoli, ma... fino a quando rimarremo inconsapevoli? E se si riuscisse a escogitare dei modi per dimostrare che esiste questa barriera amnestica? Come ho scritto nella discussione "Immaginate che per un incantesimo...", in questi giorni ci stavo anche provando a reperirne tracce con il metodo dell'imitatio attraverso rêveries, ma ho dovuto rinunciare a proseguire per timore di compromettere la normale fisiologia dei miei sogni, cosa che purtroppo stava già cominciando ad accadere: infatti questi esperimenti andrebbero effettuati non da soli in casa, ma in ambienti universitari ben controllati che purtroppo da anni non frequento più. (Sono così avanti negli anni che almeno da questo punto di vista devo considerarmi piuttosto vicino a scoprire la verità :) )
Noi siamo i Suoi terminali? Se ci sta un lettore delle nostre vite a noi sovraordinato, significa che tutti assieme costituiamo un megaorganismo. Tutti assieme siamo "fusi" in un megaorganismo. Lui stesso non saprebbe come separarsi da noi, tanto siamo fusi insieme.
Né lo potrebbe. Né lo vorrebbe.
Dobbiamo studiare questa barriera, la barriera amnestica, che ci separa da Lui consentendoci di svolgere i nostri vissuti da Lui indipendenti, barriera che è probabilmente non impenetrabile, o per via di una sua casuale difettosità, o per via di una qualche patologia, o per via di una qualche tecnica di meditazione o di rêverie.
Citazione di: Luther Blissett il 08 Dicembre 2025, 20:24:11 PMDobbiamo studiare questa barriera, la barriera amnestica, che ci separa da Lui consentendoci di svolgere i nostri vissuti da Lui indipendenti, barriera che è probabilmente non impenetrabile, o per via di una sua casuale difettosità, o per via di una qualche patologia, o per via di una qualche tecnica di meditazione o di rêverie.
Una barriera insuperabile è fra osservatore ed osservato, e fra i prodotti della sua osservazione c'è ciò che dice di essere .
Osservo, quindi sono, ma non sono il prodotto delle mie osservazioni, e siccome osservo c'è altro da me, che non è ''ciò che osservo'', ma la causa delle mie osservazioni.
Citazione di: Eʀυ il 08 Dicembre 2025, 17:03:50 PMSono persuasa che, come per Kierkegaard, la verità non sia un oggetto neutro, dimostrabile in modo disinteressato; essa si conquista soltanto attraverso una scelta ardente e personale.
Benvenuta.
Come dire... gettare un salvagente alla verità mentre la si an-nega.
La verità non si può negare, per cui l'unica possibilità di possederla è non sapere di averla.
Finché Socrate col suo ''sapere di non sapere'' non ha aperto uno squarcio in questa inconsapevolezza.
Citazione di: Luther Blissett il 08 Dicembre 2025, 20:24:11 PMEru, benvenuta :)
Ti ringrazio per il benvenuto, e mi rallegra apprendere che il mio ribattezzo clandestino sia stato accolto con favore :)
Ho letto della tua terza rêverie, che si è rivelata un'esperienza tanto intensa quanto traumatica... questo mi rincresce. Custodisciti con cura, Luther.Sai, avrei desiderato interrogarti più a fondo su questa disciplina mentale, ma non voglio in alcun modo sospingerti nella scomoda condizione di sentire la responsabilità per esiti talvolta imprevedibili, che simili esplorazioni dell'interiorità possono generare.Questa materia mi affascina profondamente, e so di averne l'età; tuttavia, mi muoverei verso l'ignoto con un cuore che porta un difettuccio aspecifico di ripolarizzazione, il che richiede un tatto ancora maggiore :) Non saprei discernere se per me sia un cammino adatto o temerario.Il concetto di mega-organismo che proponi mi ha richiamato alla mente il "Corpo mistico", in una sua rivisitazione laica e universale, dove la sofferenza o la gioia di una singola "membra" si riflette a beneficio o a detrimento dell'intero Corpo.Ebbene, è destino ineluttabile ch'io richiami puntualmente analogie con Cristo, altrimenti non son contenta O:-)
Citazione di: iano il 08 Dicembre 2025, 21:47:08 PMBenvenuta.
Come dire... gettare un salvagente alla verità mentre la si an-nega.
Ti ringrazio del benvenuto Iano :)
Restando in armonia con la tua metafora, potrei dirti questo:
Che la verità a cui alludo è l'acqua stessa, il grembo fluido entro cui ci si può immergere fino al rischio.
Se qualcosa dovesse annegare, allora sarei io stessa, travolta da questo agonistico coinvolgimento esistenziale, nel tentativo di riconoscere l'acqua e di misurare la tenuta delle mie forze.
Più che trarre in salvo la verità, si tratta di discernere se io sappia davvero nuotare in essa senza smarrirmi ;) ...e di scorgere la forma che assumo quando tento di abitarla.
Citazione di: Eʀυ il 09 Dicembre 2025, 00:30:23 AMavrei desiderato interrogarti più a fondo su questa disciplina mentale
Credevo di aver messo a punto un modo empirico che mi pareva promettente, ma appunto a causa degli inconvenienti emersi, ho deciso di interrompere momentaneamente quegli esperimenti di rêverie, e forse li riprenderò soltanto quando avrò creduto di capire dove stavo sbagliando.
Torno a indicare la barriera amnestica come la muraglia dove ricercare il formarsi di possibili varchi.
Quando ho elencato una serie di possibili modi in cui possono formarsi tali discontinuità, (o per via di una sua casuale difettosità, o per via di una qualche patologia, o per via di una qualche tecnica di meditazione o di rêverie), mi sono reso conto di averne finora elencati soltanto tre, mentre nella mia mente ne avevo prefigurati quattro, di modi. Ed è la seconda volta che mi accorgo di questa mia inconscia ritrosia a inserire nell'elenco anche il quarto. Ricopio-e-incollo la mia prima volta: "Costui è separato da noi solo da un'esile barriera probabilmente bucherellata come lo sono viste da vicino tutte le barriere: una speciale Amnesia, messa in atto come un meccanismo che Esso Gli ha permesso. Tale barriera è difettosa, come lo sono inevitabilmente tutte le barriere, e tutte le creazioni di Esso. La barriera amnestica è potenzialmente permeabile a qualche tecnica meditativa e talvolta può esserlo anche accidentalmente o per qualche patologia. Ripetiamo che Esso è un Meccanismo imperfetto che crea imperfetti tutti i meccanismi. " Come si sarà notato, anche qui avevo inconsciamente omesso quel quarto modo, che ora espliciterò. Ora che me ne son reso conto devo spiegare che cosa è successo e per quale possibile motivo è successo. Quel quarto modo di "bucare" quella barriera, e che non so perché avevo finora sempre scordato di aggiungere, può essere "ciò che può accadere durante una psicoterapia". Ritengo che questa mia ripetuta omissione dagli aspetti autocensòri risieda in un retropensiero che adesso tenterò di meglio esplicare.
Alla luce di queste frastagliate considerazioni, fatemi ricomporre l'elenco completo dei modi in cui la barriera amnestica potrebbe essere "bucata": 1, per via di qualche tecnica meditativa o di rêverie; 2, in maniera accidentale, per il fatto che ogni meccanismo non è mai perfetto e può sempre dis-funzionare; 3, per via di qualche processo psicopatologico; 4, per via di qualche forma di psicoterapia.
Ora mi devo chiedere perché avevo avuto questa riluttanza riguardo il punto 4 di questa lista.
Tra le forme di psicoterapia che meglio potrebbero funzionare allo scopo precipuo di "bucare" questa barriera potrebbe proporsi ad esempio una tecnica che facesse uso anche dell'ipnosi.
Ma qual è il problema che mi frenava dentro al mio retropensiero? Vediamo qual è il rischio che intravvedo e che penso che potrebbe inficiare dalle fondamenta l'utilizzo di una psicoterapia come metodo per trapanare la barriera amnestica.
Lo scopo di questo trapanare sarebbe quello di far sfavillare delle scintille tra il nostro io e il Suo, di metterci in contatto con Lui, un contatto istantaneamente fusionale. Sarebbe il nostro cercare Dio dentro di noi alla luce della teoria teolipsistica. Ma il rischio qual è, nell'utilizzare una forma di psicoterapia? Il rischio è che si inneschi un meccanismo analogo a quello che si verificherebbe allorché nel corso del colloquio psicoterapico il terapeuta, anche senza volerlo, instillasse delle false memorie nella mente del paziente. E così, allo stesso modo in cui possono installarsi degli pseudoricordi, può essere creato uno pseudoDio dentro di noi. Insomma, detto in altri termini, è mia convinzione che il ricercare tracce autentiche di Dio dentro di noi con qualche metodo psicoterapeutico si presti a questo rischio.
Per tentare di spiegare meglio cosa potrebbe significare riuscire a utilizzare almeno uno dei quattro modi possibili di sabotare l'amnesia che ci separa da Lui, credo che convenga compiere la "mossa del cavallo", cioè spostare di sghembo il bersaglio, per arrivare alla fine comunque a fare scacco.
Nel post precedente ho fatto intendere che uno psicoterapeuta che volesse adottare sperimentalmente l'idea teolistica ( O:-) Eru, mi è venuta così e mi piace di più)...
Meglio che ricomincio da capo :)
Nel post precedente sostenevo che un terapeuta che adottasse un approccio teolistico su un suo paziente per ottenere un contatto con il nostro Dio minore, a mio parere correrebbe un alto rischio di "creare" lui stesso un fantoccio del Dio minore, poiché sono comunque troppo alte le aspettative emozionali sia del terapeuta che del suo paziente.
Dobbiamo poi sempre tenere presente che il nostro bersaglio n°1, il nostro Dio minore, "non collabora". Lo abbiamo tratteggiato come un Dio in pena, infervorato nell'impersonarci, che completamente preso dal vivere a tutto tondo intensamente le nostre vite, sta pienamente immerso in noi,
e non dobbiamo attenderci che ci aiuti a farSi beccare, dobbiamo sempre ricordarlo, che avevamo in un primo tempo intitolato la Sua teologia come teologia del Puer aeternus... Vive, vive, vive, stravive e non impara mai niente da tutti noi, rimarrà sempre un piccolo Dio PUERile. Siamo noi il Pater, siamo noi Dio, per Lui, ricordiamolo.
E dunque ecco la "mossa del cavallo": dobbiamo cambiare il bersaglio, e spostarlo dal nostro Dio minore verso dove?
Torniamo un momento ad una delle basi della teolistica: il nostro Dio, grazie al potere concessoGli da Esso, si clona sdoppiandoSi in infinite personalità secondarie (per dirla con Eru, in "infiniti Cristo"). E poi Lui vive di conserva dentro tutti noi facendoSi tutto quanto il nostro percorso vitale fino a goderSi il nostro finale exitus. Ebbene, noi dobbiamo semplicemente farci un pochino furbetti, e smetterla di mirare direttamente a Lui, e dobbiamo fare la classica mossa del cavallo, che ci porterà in ogni caso a farGli scacco 8)
Vediamo come e perché.
Noi non dobbiamo cercare Dio dentro-di-noi.
Noi non dobbiamo cercare il contatto diretto dentro-di-noi con questo Gesù che rimarrà sempre Bambino.
Noi, invece, dobbiamo cercare contatto diretto, dentro-di-noi, con una qualunque altra delle miliardi di personalità secondarie in cui Lui Si è sfrangiato!
E dato che dentro a tutte le personalità secondarie dell'umanità ci ritroveremmo sempre e soltanto Lui, basterà ritrovare dentro-di-noi chiunque altro di noi umani, e potremo dirci che l'abbiamo finalmente beccato! Per Lui siamo tutti intercambiabili, e Lui è in tutti noi, quindi entrare in contatto profondo dentro-di-noi con chiunque altro equivale a incontrare Lui, e dimostra che abbiamo afferrato il meccanismo.
Era questo ciò che stavo tentando di fare col ciclo di quelle tre rêveries, trasognato in vesti di samurai proiettato nel '600 nipponico. Avendo assunto un particolare stato di coscienza non ordinario, avevo fantasticato di riuscire a "incorporarne uno", dei samurai. Il fatto di essermi "visto" infervorato a sentirmi anch'io un samurai, e il fatto che addirittura mi era sembrato di star parlando giapponese (mentre in realtà non conosco quella lingua) mi aveva fatto sperare di aver fatto bingo, ma soprattutto perché avevo predisposto un registratore dentro alla stanza dove stavo compiendo l'esperimento, ho potuto poi constatare come il mio presunto giapponese fosse soltanto una risibile filastrocca nipponeggiante. E comunque nel primo tentativo mi era parso di star lì lì per riuscire, e poi mannaggia sono emersi i timori di combinare qualche pasticcio e ho preferito far prevalere la prudenza.
Ma ritengo di trovarmi su un percorso che rimane promettente.
Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 08:35:32 AMInsomma, detto in altri termini, è mia convinzione che il ricercare tracce autentiche di Dio dentro di noi con qualche metodo psicoterapeutico si presti a questo rischio.
Comprendo il rischio. La memoria, più che un archivio ordinato, somiglia a un romanzo che si riscrive a ogni rilettura. Basterebbe una sola domanda ambigua perché l'animo umano ricami dettagli mai esistiti come fossero ricordi.
Nel quadro di una teo-agonia, ove la creazione immemore sorge quale risposta Sua risposta alla sofferenza inflittaGli dal Caso, sarebbe utile, per te, parlare di barriera amnestica con la specificazione "da stress traumatico"?
Intendo dire questo:
Dio risponde, o meglio è costretto a rispondere, all'urto del trauma cosmico frammentandosi in molteplici Sé privi di memoria.
Il segno più profondo di tale dissociazione è l'amnesia dissociativa cosmica, cioè un'amnesia da trauma primordiale, per la quale noi alter non siamo in grado di ricordare alcuna informazione Personale sul Suo stato ferito; per la quale noi ignoriamo la sofferenza originaria che ha prodotto la nostra perpetua moltiplicazione.
Questa amnesia, tuttavia, non è accidente né semplice mancanza: è un baluardo di protezione, l'escamotage con cui il Sistema ha difeso se stesso, permettendo agli alter di sopravvivere al peso insostenibile della propria lacerazione.
Poiché la barriera amnestica vela completamente il trauma, l'alter non sa neppure di dover cercare aiuto; e forse non è necessario che conosca ciò che è accaduto. Basterebbe che il suo sistema nervoso imparasse, lentamente, a dismettere la postura di allerta che ha assunto come condizione abituale dell'esistenza, ritrovando così la possibilità di narrarsi senza soccombere all'urto dell'intensità emotiva.
Nella prospettiva che tento di esplorare, i Sé umani di Dio reagiscono come se il trauma stesse accadendo nell'istante stesso del loro vivere. Il corpo e la mente lo percepiscono come presente, benché ciò potrebbe non corrispondere affatto a un quadro clinico.
Ciò che vorrei esprimere è questo: parlare di amnesia teologica, cioè di oblio della divinità, implica che tale oblio sia strutturale, condizione primaria dell'essere umano, e ciò è vero; al contempo, parlare di amnesia teologica "traumatica" o "da stress traumatico", cioè di una dimenticanza che concerne tanto la divinità quanto la sua ferita, restituisce all'oblio una forse più decisiva possibilità di reattività, e dunque una qualità di temporaneità, quasi fosse un sintomo curabile.
Ciò non significa predire un ritorno imminente del ricordo, ma riconoscere che l'oblio umano è un sintomo/dispositivo attivo di difesa e non una pura condizione passiva. Proprio questa consapevolezza ci apre la soglia a un'idea di "guarigione", o di trasformazione dello stato interiore.
Ne consegue che il fine non è primariamente ricordare la divinità, bensì sanare la ferita. La sua risoluzione riporterebbe, come eco naturale, il riconoscimento dell'Identità. Guarire non come raggiungere una verità astratta, ma come distendere un organismo che ha vissuto troppo a lungo in tensione.
Resta non detto, in tutto ciò, che l'essere umano attraversa traumi e sofferenze che offuscano ulteriomente la consapevolezza della propria natura divina...
Non so quanto questa speculazione metaforica/teosofica sia davvero utile o coerente con il resto dei tuoi intenti.
Qualora non lo fosse, trattala pure come un mio divagare :)
Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 16:10:26 PMl'idea teolistica ( O:-) Eru, mi è venuta così e mi piace di più)
È anche meglio! ;)
"Noi non dobbiamo cercare Dio dentro-di-noi. Noi non dobbiamo cercare il contatto diretto dentro-di-noi con questo Gesù che rimarrà sempre Bambino. Noi, invece, dobbiamo cercare contatto diretto, dentro-di-noi, con una qualunque altra delle miliardi di personalità secondarie in cui Lui Si è sfrangiato!"
Affascinante, sono colpita.
In effetti, credo che se ci limitassimo a cercare Dio dentro-di-noi, forse prevarrebbe l'istinto umano a immaginarlo come un'essenza integra. La mente tende per sua natura a costruire un centro puro, un nucleo adamantino nascosto nella profondità dell'anima.
Eppure, se la divinità non è affatto un "intero" da riportare alla luce, ma una molteplicità infranta, allora tale ricerca si rivolgerebbe verso qualcosa che non esiste nel tempo della nostra esistenza.
Una divinità franta non può essere incontrata come totalità, si offre soltanto nelle sue schegge.
Citazione di: Eʀυ il 09 Dicembre 2025, 21:01:32 PMNon so quanto questa speculazione metaforica/teosofica sia davvero utile o coerente con il resto dei tuoi intenti.
Qualora non lo fosse, trattala pure come un mio divagare :)
Sono veramente contento che anche i lettori di questo forum possano apprezzare, finalmente anche loro, la tua profondità di pensiero, e la tua sensibilità. Il tuo divagare risulta sempre essenziale: ricorda che ti ho già una volta dichiarato che senza di te questa teoria si sarebbe presto arenata, e già una volta ti ho detto di avertela virtualmente affidata nel caso di un mio dileguarmi. La mia teoria è ormai la nostra teoria. So che tutto quanto detto con te è in buone mani. In particolare, con questo tuo post tu stai già trasmutando la teolistica (o il teolismo, scegli tu) anche in una proposta di nuova psicoterapia.
Citazione di: Luther Blissett il 09 Dicembre 2025, 22:56:26 PMSono veramente contento che anche i lettori di questo forum possano apprezzare, finalmente anche loro, la tua profondità di pensiero, e la tua sensibilità. Il tuo divagare risulta sempre essenziale: ricorda che ti ho già una volta dichiarato che senza di te questa teoria si sarebbe presto arenata, e già una volta ti ho detto di avertela virtualmente affidata nel caso di un mio dileguarmi. La mia teoria è ormai la nostra teoria. So che tutto quanto detto con te è in buone mani. In particolare, con questo tuo post tu stai già trasmutando la teolistica (o il teolismo, scegli tu) anche in una proposta di nuova psicoterapia.
Tutto ciò, detto da una mente di sì rara finezza qual è la tua, va ben oltre il complimento.
Io posso dire di esser stata contenta sin da febbraio, per aver avuto modo di confrontarmi con te su questa teoria.
Come ti scrissi in marzo, non v'è dubbio che ne farò tesoro prezioso, così come di ogni nostro scambio.
Vi propongo la visione di questo telefilm risalente al 1986, della serie "Ai confini della realtà" (Twilight Zone"), intitolato "The toys of Caliban". Purtroppo sembra non più reperibile in italiano. Lo linko qui in due versioni entrambe in inglese, la prima senza sottotitoli, e la seconda sottotitolata in spagnolo (però con vari difetti audio ed interruzioni) .
https://youtu.be/CrA8LBcYHDA (https://youtu.be/CrA8LBcYHDA)
https://youtu.be/KeG4Awqeuxg (https://youtu.be/KeG4Awqeuxg)
A suo tempo questo telefilm mi rimase impresso perché disturbante.
L'ho postato nell'ambito di questa discussione, perché credo sia stato un remoto spunto suggestivo di una possibile teologia del Puer aeternus.
Finora, in questa discussione, ci siamo tenuti un po' legati al lessico della psicopatologia, in particolare ancorandoci al caso clinico Billy Milligan, sfortunato paziente cui fu diagnosticato un disturbo dissociativo dell'identità che molto ha contribuito a ispirare questa nuova teologia di cui si sta qui dentro discutendo, teologia che risponde al corrente nome di teolistica (o teolismo).
In questo post, ,stavolta, citeremo non un ennesimo caso clinico bensì un caso singolare di eteronimia.
https://it.wikipedia.org/wiki/Eteronimia (https://it.wikipedia.org/wiki/Eteronimia)
Ora qui si evocherà il nome (o dovremmo dire meglio i nomi) di un vero precursore teorico del teolismo, poeta ad un tempo multiplo e singolare:
Fernando Pessoa.
Qui appresso si legga questa sua poesia, in cui lui si confeziona da sé la sua autopsicografia:
"Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
Gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore."
Ecco poi alcuni link per fingere che stia scrivendo qui dentro anche lui assieme a noi:
https://www.meetingrimini.org/wp-content/uploads/mostre/4589.pdf (https://www.meetingrimini.org/wp-content/uploads/mostre/4589.pdf)
https://www.stradebianchelibri.com/uploads/3/0/4/4/30440538/pessoa_fernando_-_non_so_se_esisto.pdf (https://www.stradebianchelibri.com/uploads/3/0/4/4/30440538/pessoa_fernando_-_non_so_se_esisto.pdf)
https://www.adelphi.it/download/8702/d083adfb4e19/una-sola-moltitudine-445-pagine-.pdf (https://www.adelphi.it/download/8702/d083adfb4e19/una-sola-moltitudine-445-pagine-.pdf)
https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjY5tS0o9mRAxVz8LsIHST3HM4QFnoECBwQAQ&url=https%3A%2F%2Funora.unior.it%2Fretrieve%2Fdfd1bedd-27d4-d55a-e053-3705fe0af723%2FLa%2520divina%2520irrealta%25CC%2580%2520delle%2520cose.pdf&usg=AOvVaw0MNib98mlQhhwqyjYHV7KQ&opi=89978449 (https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjY5tS0o9mRAxVz8LsIHST3HM4QFnoECBwQAQ&url=https%3A%2F%2Funora.unior.it%2Fretrieve%2Fdfd1bedd-27d4-d55a-e053-3705fe0af723%2FLa%20divina%20irrealta%CC%80%20delle%20cose.pdf&usg=AOvVaw0MNib98mlQhhwqyjYHV7KQ&opi=89978449)
Per chi non avesse ben presente Pessoa vi agevolo i link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Pessoa
https://it.wikiquote.org/wiki/Fernando_Pessoa
Nomen omen, ovvero "il nome è presagio", dicevano gli antichi romani. Ce lo ha fatto notare anche la giornalista Maria Luisa Agnese, nella bella pagina che sul settimanale "Sette" ha dedicato a Pessoa, dove ci ha ricordato il particolare davvero bizzarro che riguardava proprio il cognome del poeta di <una sola moltitudine> : "pessoa" in portoghese significa "persona"!
Ed ecco una frase che sembra espiantata sgocciolante crudamente dal cuore del grande scrittore portoghese, frase che è tutta un programma, pregna com'è di solipsismo:
"Una delle mie preoccupazioni costanti è capire come mai esista altra gente, è capire come è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza, la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra l'unica possibile."
Riporto una pagina tratta dal libro di Piergiorgio Odifreddi "il Vangelo secondo la scienza":
"Wigner ha espresso in maniera particolarmente memorabile la realtà dei concetti matematici, parlando di una loro irragionevole efficacia nelle applicazioni scientifiche. Solo una minima parte dei fenomeni naturali si può infatti descrivere matematicamente, e solo in condizioni estremamente speciali. È dunque incredibile che, quando una descrizione è comunque possibile, lo sia non in maniera soltanto approssimata, bensì con un grado di accuratezza spropositato.
In ogni caso, è sorprendente e paradossale che secoli di studio scientifico del mondo esterno siano giunti infine alla conclusione che la vera realtà è la coscienza, in accordo con le teorie idealistiche più estreme.
Almeno in un caso significativo, l'accordo è esplicitamente ricollegato alla visione induista del mondo. Nel 1944, nell'appendice al suo influente libro Che cos'è la vita?, che stimolò fra l'altro il lavoro di Watson e Crick sulla struttura del Dna, Schrödinger enunciava infatti due premesse, che considerava inoppugnabili, e una conclusione, che presentava come ineluttabile.
La prima premessa asseriva che il funzionamento del corpo è puramente meccanico e descrivibile mediante le leggi della natura; in particolare, senza che l'indeterminazione quantistica abbia un ruolo biologico rilevante. La seconda premessa notava che l'esperienza diretta ci mostra che noi possiamo dirigere le attività corporali macroscopiche, prevedendone gli effetti. La conclusione era che, allora, la coscienza è in grado di
controllare la materia, in accordo con le leggi della natura.
Schrödinger aggiungeva poi due osservazioni sperimentali. Da un lato, che la coscienza soggettiva viene sempre sperimentata singolarmente e indivisibilmente. Dall'altro lato, che le varie coscienze individuali producono un'unica immagine del mondo. E da questi fatti deduceva:
---à-La sola possibilità è di accettare l'esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e che ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un'illusione (il maya indiano); la stessa illusione è prodotta da una galleria di specchi, e allo stesso modo Gaurisankar e il monte Everest risultarono essere la stessa vetta vista da differenti vallate.
Le conclusioni di Schrödinger sono certo sorprendenti, per la mentalità occidentale contemporanea. Ma egli notava esplicitamente che, come noi ormai sappiamo, a esse erano invece già giunti gli induisti a partire dalle Upanishad, esprimendole attraverso la coincidenza dell'atman soggettivo e personale e del brahman oggettivo e onnicomprensivo, e nel motto aham brahma asmi, «io sono brahman». Altrettanto avevano fatto i mistici medioevali, attraverso esperienze che avevano similmente descritto con l'espressione deus factus
sum, «sono divenuto Dio».
Schrödinger ripetè argomentazioni e conclusioni simili in altri suoi libri, da Mente e materia, del 1958, a ha mia visione del mondo, del 1961, dichiarando apertamente in essi la sua adesione al Vedanta e mostrando di
avere ben compreso le implicazioni teologiche della nuova fisica che aveva contribuito a fondare."
Dalla pagina enucleo questa parte:
---à-La sola possibilità è di accettare l'esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e che ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un'illusione (il maya indiano); la stessa illusione è prodotta da una galleria di specchi, e allo stesso modo Gaurisankar e il monte Everest risultarono essere la stessa vetta vista da differenti vallate.
Una conclusione sensata verso la quale potrebbe condurre questa parte enucleata quale potrebbe essere, secondo voi?
Più che la conclusione parlerei delle premesse: Gaurisankar e Everest sono la stessa vetta se viste da differenti vallate, ma suppongo che da altre vallate risultino essere due vette differenti; andando quindi più "a monte": chi identifica Gaurisankar e Everest, distinguendoli o confondendoli, a seconda di dove si pone ad osservare?
Possiamo pensare di non distinguerli o di distinguerli, ma possiamo non distinguerci da ciò che non siamo? Una goccia che colpisce l'Everest è per me un'esperienza differente da una goccia che colpisce me? La morte di una formica è diversa dalla mia?
L'"esistere di una sola cosa" inciampa su chi pronuncia questa stessa frase; per rimuovere l'inciampo bisognerebbe rimuovere il pronunciante, o almeno annullarne la "pronuncia" al punto da renderlo consapevole della illusorietà e della "vacuità" (sunyata) del suo dire (e del suo pensare, del suo esistere, etc.).
Questa "illudente vacuità" può essere riempita di scienza, di esattezza matematica, di riscontri empirici, di "verità", proprio come è "vero" che l'Everest non è il Gaurisankar e io non sono una formica. Il soggetto pronunciante e pensante non è tutto il mondo (e ha esperienza diretta e sensoriale del suo essere altro-dal-mondo che lui stesso prospetta), ma ha tutto un suo mondo, in cui "oggettivamente" una cosa non vale l'altra, così come la sua vita non vale la sua morte.
No, non possiamo non distinguerci da ciò che non siamo, ma possiamo essere consapevoli che la distinzione è illusoria. Questo perché ogni distinzione non può essere che relativa alla coscienza e dipendente da cause e condizioni, mancando quindi di assolutezza .
Ho scovato un sito che si aggancia precisamente proprio alla medesima frase che avevo estrapolato dal libro di Odifreddi e che proprio facendo perno su quella frase arriva a ripetere alcuni concetti chiave del sanatana dharma:
"La coscienza è sempre tale "una ogni volta" (ayam atma brahman). Non vi sono simultaneamente più coscienze (la mia e la tua, per esempio), ma sempre solo una alla volta, come luogo di riflessione dell'universo."
Vi invito a leggere interamente l'intera pagina di tale sito che ora vi linko:
https://www.platon.it/2016/11/27/ce-una-sola-coscienza-cosmica-alla-volta/ (https://www.platon.it/2016/11/27/ce-una-sola-coscienza-cosmica-alla-volta/)
Accidenti, l'autore ha inserito nel nome stesso del proprio sito il concetto che era mia intenzione focalizzare, e cioè (lo propongo adesso sotto forma interrogativa):
c'è e può esserci una sola coscienza cosmica alla volta?
Innesto in questa discussione il link a questo thread: https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,881.0.html
L'utente sterpiu si chiede come si possa amare un Dio giudice.
La critica allo sguardo giudicante di Dio è una delle essenziali radici della teologia teolistica di cui si sta qui discutendo.
La teologia teolistica si differenzia dalle teologie teistiche tradizionali proprio su questo punto fondamentale.
Anche la teologia teolistica ipotizza l'esistenza di un Dio, ma il Suo sguardo non è giudicante.
Il Suo sguardo è pienamente partecipante. Dio non è un giudice. Si ergono a giudici soltanto alcuni degli umani.
Il nostro Dio non ci osserva per giudicarci, bensì ci osserva per con-vivere-insieme-a-noi, e intanto che ci osserva, osserva Sé stesso in noi.
Egli sta vivendo attraverso le nostre viscere, i nostri corpi, i nostri pensieri, e ogni nostra emozione.
Egli compie insieme a noi tutte le nostre azioni.
Dio muore ogni volta che ciascuno di noi muore.
E ad ogni morte cessa la nostra amnesia e tutti ci ricordiamo chi siamo.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Febbraio 2026, 00:05:16 AMInnesto in questa discussione il link a questo thread: https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,881.0.html
L'utente sterpiu si chiede come si possa amare un Dio giudice.
La critica allo sguardo giudicante di Dio è una delle essenziali radici della teologia teolistica di cui si sta qui discutendo.
La teologia teolistica si differenzia dalle teologie teistiche tradizionali proprio su questo punto fondamentale.
Anche la teologia teolistica ipotizza l'esistenza di un Dio, ma il Suo sguardo non è giudicante.
Il Suo sguardo è pienamente partecipante. Dio non è un giudice.
Su questo io sono perfettamente d'accordo, Dio si relaziona all'uomo per aiutarlo, non per condannarlo.
Dio assume l'apparenza di giudice per tenere l'uomo lontano dal male.
E' l'esistenza del male il punto nodale, e il pericolo per l'uomo di cadere nelle sue mani se si avvicina troppo ad esso.
Citazione di: Luther Blissett il 01 Febbraio 2026, 00:05:16 AMIl nostro Dio non ci osserva per giudicarci, bensì ci osserva per con-vivere-insieme-a-noi, e intanto che ci osserva, osserva Sé stesso in noi.
Riflettendo attentamente, vi scorgo una componente simil-apocatastatica.
"Simil", poiché nel teolismo non si contempla un unico evento di restaurazione finale, ma un processo perpetuo di assemblaggio delle coscienze, frammento per frammento, in momenti disgiunti, privo di un grande epilogo sincronico.
Le morti umane si configurano come delle piccole apocatastasi private, che, mancando di contemporaneità, non sono mai capaci di ricostituire un Uno definitivamente intero.
Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme.
Parto dal principio fondamentale universalista, che è la condizione di possibilità: nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive. Non vi è un vero "fuori" dall'Uno, bensì soltanto un "non-ancora" dell'/nell'Uno.
La dissociazione divina, che genera infinite personalità umane, mi ricorda l'universalismo, per la sua enfasi sulla separazione come illusoria o provvisoria.
L'apocatastasi sarebbe dunque la forma locale che tale condizione di possibilità assume, ogni volta che una coscienza si ricorda di Sé.
Le "ricomposizioni multiple" di ciò che appare disperso e separato, si attuerebbero non attraverso, ma nonostante Dio, nonostante la Sua patologia primigenia, come una sorta di apocatastasi "dal basso", ovvero scaturita dalle vite umane, dalla sofferenza, dall'esperienza, dalla storia, dal divenire, piuttosto che da un'iniziativa sovrana e libera.
È distribuita e garantita nel tempo, aperta all'infinito.
Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio.
Citazione di: Eʀυ il 01 Febbraio 2026, 17:50:37 PMRiflettendo attentamente, vi scorgo una componente simil-apocatastatica.
"Simil", poiché nel teolismo non si contempla un unico evento di restaurazione finale, ma un processo perpetuo di assemblaggio delle coscienze, frammento per frammento, in momenti disgiunti, privo di un grande epilogo sincronico.
Le morti umane si configurano come delle piccole apocatastasi private, che, mancando di contemporaneità, non sono mai capaci di ricostituire un Uno definitivamente intero.
Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme.
Parto dal principio fondamentale universalista, che è la condizione di possibilità: nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive. Non vi è un vero "fuori" dall'Uno, bensì soltanto un "non-ancora" dell'/nell'Uno.
La dissociazione divina, che genera infinite personalità umane, mi ricorda l'universalismo, per la sua enfasi sulla separazione come illusoria o provvisoria.
L'apocatastasi sarebbe dunque la forma locale che tale condizione di possibilità assume, ogni volta che una coscienza si ricorda di Sé.
Le "ricomposizioni multiple" di ciò che appare disperso e separato, si attuerebbero non attraverso, ma nonostante Dio, nonostante la Sua patologia primigenia, come una sorta di apocatastasi "dal basso", ovvero scaturita dalle vite umane, dalla sofferenza, dall'esperienza, dalla storia, dal divenire, piuttosto che da un'iniziativa sovrana e libera.
È distribuita e garantita nel tempo, aperta all'infinito.
Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio.
Quasi ogni tua frase meriterebbe un approfondimento.Mi limito a cogliere soltanto alcuni punti:(Chiaro che non possa assumere carattere escatologico, poiché si riferisce a un Essere eterno, senza fine; e quand'anche si riferisse agli uomini, si tratterebbe comunque di esistenze umane che non sono mai realmente altro-da-Dio. = E infatti il teolismo sostiene che noi non siamo creature ma siamo i frammenti viventi di un Dio fattoSi a pezzi in un meccanismo che Lo vede ricomporSi di continuo ad ogni exitus singolare)(...nessuno resta perduto, nessun frammento può restare per sempre escluso, perché l'Essere non ammette perdite definitive = Impossibile qualsiasi spreco spirituale: l'Essere, accumulatore seriale di ogni memoria, mai potrebbe permettere che possano perdersi per strada parti di Sé.)(Potrei dunque definirla apocatastasi seriale, asincrona, puntiforme. =Sì, e aggiungiamoci pure apocatastasi permanente o apocatastasi continua :)Il Dio del filosofo cattolico Jean Guitton sarebbe l'osservatore quantistico dell'Universo, responsabile dell'incessante collasso della funzione d'onda cosmica.Il Dio minore concepito dal teolismo sarebbe, invece, a Sua volta, una IperCreatura Egli stesso! (colpo di scena :)Per essere infatti ancora più precisi, noi umani non siamo creature del nostro Dio minore, ma Sue parti con Lui ricomponibili. Però anche il nostro Dio minore è invece a Sua volta una IperCreatura, IperCreatura difettosa creata da Esso, ossia quell'entità impersonale il cui studio è demandato agli scienziati.Si tratta di una catena creaturale generata da Esso: Esso genera un Essere difettoso destinato a durare per sempre, un Essere che non ha luogo né tempo attorno a Sé, un Essere che ha bisogno di frammentarSi per proiettarSi in un mondo plurale dove sentirSi multiplo vivente e mortale, un mondo dove Esso ha gettato a questo fine miliardi di umani.Ma Esso si è ripetuto in scala ancora minore direttamente anche con noi umani, dove ha ugualmente fatto dipendere da miriadi di esserucoli infinitesimi (il microbiota) la nostra salute normale, fondendo funzionalmente al nostro genoma quello di quegli esserucoli (il microbioma).Esso è ripetitivo e ricorsivo e in teoria potrebbe talora essere statistico-probabilisticamente prevedibile, ma appunto abbiamo già detto che è compito demandato ai fisici e ai matematici studiarne le vicende.
In questo video Elisa True Crime passa in rassegna in maniera eccellente le 24 identità di Billy Milligan: https://www.youtube.com/watch?v=v40PP0sc6fU (https://www.youtube.com/watch?v=v40PP0sc6fU)
A chi si fosse fatta una prima idea sul teolismo, ovvero la nuova teologia di cui si sta discutendo in questo thread, converrà guardare integralmente questo filmato, così che possa rendersi pienamente conto di quanto importante sia, anche da un punto di vista metafisico, il cosiddetto disturbo dissociativo dell'identità. E potrebbe diventargli più comprensibile come sia stato possibile che una malattia psichiatrica così peculiare abbia ispirato il germogliare di una nuova teologia..
Non sono poche le persone con cui avrei voluto incontrami per intervistarle, ma che poi per i più vari motivi mi sono sfuggite. Una di queste, indimenticabile, si chiamava Sergio Quinzio.
Mi manca molto l'essermi fatto sfuggire per un contrattempo l'incontro che avrei dovuto avere con questa persona di esasperata sensibilità.
Dedico il prossimo post ad un suo scritto che ci rivela di quanta disperazione fosse intessuta la sua fede appassionata.
Rileggendo ora il suo testo in una chiave teolistica, mi verrebbe da dire che il nostro Dio minore, di questa Sua identità secondaria, ne sarà rimasto letteralmente estasiato.
(Il suo scritto che vi propongo è tratto dall'intervista: "La sconfitta di Dio" - Roma, Museo delle Tradizioni Popolari, 28 giugno 1996)
1Comunemente si dice che i profeti hanno fatto degli annunci di salvezza materiale: tu sarai seduto alla tavola, intorno a te saranno tua moglie e i tuoi figli saranno come dei rami di ulivo fioriti etc., tu sarai seduto sullo scalino della tua casa e nessuno ti disturberà, nessuno ti danneggerà. Queste promesse materiali la terra sarà feconda dice.. i tuoi montoni non perderanno un colpo queste greggi che si moltiplicano etc. questa era l'attesa, aveva questa densità, questa concretezza, che è molto lontana anche da noi perché per noi neanche la ricchezza non è più fatta di greggi ma è fatta di una specie di artificio elettronico che non si sa bene che cosa sia. Quindi è chiaro che quando questa salvezza destinata alla totalità dell'uomo, alla sua esistenzialità e nella sua storicità, perché la promessa era stata fatta anzitutto al popolo e non ai singoli, viene meno perché storicamente i morti resusciteranno, Cristo ritornerà, ci sarà un giudizio, ci sarà la vita eterna, Dio asciugherà le lacrime dei vostri occhi e.. non ci sarà più morte, non ci sarà più lutto.. quando questo non è avvenuto, evidentemente l'unica possibilità che rimaneva di permanere nel riconoscimento della messianicità e della divinità di Cristo, era di dire che le promesse così come erano state fatte sono state interpretate male da noi, perché lui dietro quell'espressioni materiali alludeva a dei beni spirituali certamente ben più grandi di quello. Quindi c'è stato un trapasso da queste promesse che erano legate appunto alla concretezza della vita storica ed esistenziale dell'uomo a delle promesse che sono di carattere spirituale. Io non trovo molto di questo nella Bibbia onestamente, né nell'Antico né nel Nuovo Testamento, ma trovo che non ci fosse altro modo per uscire dall'impasse nella quale ci si trovava, dal momento in cui si dice: è Dio, è morto per noi, ci ha salvato, ci ha redento, continuiamo a morire, tutto continua tale e quale, allora vuol dire che abbiamo interpretato male. Parlava di immortalità in un senso totalmente diverso, parlava di liberazione dal peccato, ma non dalle conseguenze del peccato, ci siamo riconciliati con Dio ma continuiamo a morire etc.. non c'era altra via che questa interpretazione che a me appare metaforica.2
Quando si parla di male, non si parla della persona che invecchiando si indebolisce e poi muore: beh, questo è un male molto relativo, che possiamo paganamente considerare. Ma c'è un eccesso di male appunto, c'è il bambino che sprofonda in un cunicolo e muore dopo giorni di agonia etc. dinanzi a questo eccesso di male che c'è nel mondo - dice Jonas - i casi sono certamente due. O Dio è totalmente inconoscibile e quindi non possiamo dire perché, come si concilia Dio con l'esistenza del male nel mondo, non conosciamo Dio e non sappiamo le ragioni, non possiamo conoscere nessuna ragione dei suoi comportamenti. Però il Dio biblico è un Dio che si rivela, è un Dio grande che si rivela come un Dio di misericordia, Dio di pietà, Dio di tenerezza, di giustizia, allora a questo punto ci troviamo di fronte: o Dio vedendo il male che c'è nel mondo può consolarlo, può evitarlo, può fermarlo etc. ma non lo fa; oppure vorrebbe ma non può ... allora lui, dice Jonas, in casi.. in qualche modo, questi due attributi, vista la conoscibilità di Dio e vista l'esistenza di un eccesso di male nel mondo, i casi sono certamente due: o Dio non è perfettamente onnipotente, per cui non può ovviare all'enorme male che accade; oppure Dio non è perfettamente buono, non è perfettamente misericordioso e tollera che il male accada. Certo a questo punto la soluzione di Jonas a me sembra molto convincente, anche perché è molto conforme alla tradizione ebraica. L'unico modo che abbiamo per uscire da questa contraddizione fra l'esistenza di Dio e il male del mondo, è quello di ammettere che in qualche modo Dio non sia perfettamente onnipotente. A questo punto Jonas dice che questo, che Dio, non possiamo pensare Dio come non-onnipotente per sua natura nel senso che - gli ebrei non accetterebbero volentieri che uno parlasse di Dio in questi termini e credo con ragione - perché se Dio potessimo concepirlo come non onnipotente, evidentemente lo concepiremmo come se ci fosse all'esterno di lui qualcosa che lo condiziona. Quindi evidentemente Dio in qualche modo lo dobbiamo originariamente considerare non delimitato da nulla, non impedito da nulla, quindi onnipotente etc. Però Dio può questo - lo dice anche Schelling, se non ricordo male - proprio perché Dio è onnipotente può anche abdicare alla propria onnipotenza. Allora ci sarebbe stato - ma naturalmente qui sono cose che non si sanno, sono cose che si balbettano all'interno di una speranza, di una fede - ci sarebbe stato un atteggiamento di Dio il quale, anziché scegliere la potenza, anziché scegliere la forza, anziché scegliere il dominio e la vittoria, sceglie la debolezza, cioè annichilisce se stesso. E il Tzim-tzum sarebbe poi dopo la fase in cui, avendo scelto questa sottrazione di potenza, crea, rendendo possibile la vita. Quindi prima però Dio è un Dio - e qui direi che siamo all'estremo opposto di quello che è la posizione per esempio di uno Schelling o di un Pareyson, in cui effettivamente Dio nel momento in cui pone se stesso, pone la pienezza della potenza, pone il bene: con questo atto di libertà originaria Dio,ponendo se stesso, pone il bene. In realtà paradossalmente si potrebbe dire che la Bibbia piuttosto dice che, ponendo se stesso, pone la possibilità del male, pone la debolezza, che è quella che culminerà poi nella Croce.3
Ora direi che il nichilismo è l'ultimo stadio conseguente della vicenda storica che parte dalla croce di Cristo, o se vuole anche da prima, da quando Dio con il Tzim-tzum si ritrae e beh. Perché il nichilismo cos'è? E' la negazione in fondo di un'autorità assoluta, di un principio assoluto eh, non c'è più nulla che vincoli in modo assoluto, non c'è più nulla che valga in modo sostanziale. Ora quest'idea del Dio biblico che muore crocefisso, è l'idea di un Dio che in quanto Dio creatore, signore, padrone, reggitore, provvidente dell'universo, in qualche modo viene meno. Di lì poi attraverso il processo di secolarizzazione venuta meno l'idea di Dio - e naturalmente c'è questa doppia tendenza nella storia dell'Occidente: da una parte quella di far assumere all'uomo il ruolo che precedentemente veniva attribuito a Dio, cioè il ruolo dell'onnipotenza attraverso la tecnica, attraverso la scienza; ma anche l'attribuire all'uomo quello che è la vicenda di Dio stesso, cioè l'uomo come Cristo è morto sulla croce, ha abdicato alla sua onnipotenza, alla sua licenza divina etc - così l'uomo fa l'esperienza del nichilismo, perde qualunque forza abdica a qualunque suo potere etc.. diventa debole, diventa contraddittorio, diventa un uomo che fa l'esperienza dell'angoscia e della solitudine e del non senso delle cose. Ora, se questo è nichilismo, direi che l'emblema del nichilismo si possa riconoscere bene nella Croce.4
La creazione implica una perdita di potere assoluto di Dio perché evidentemente, se Dio crea l'uomo libero, in qualche modo si espone al rischio di un uomo che disobbedisca alla sua legge. Quindi creando si apre - non è che necessariamente si compie il male, ma si apre una possibilità che il male si compia, perché evidentemente si può disobbedire alla legge di Dio, quindi può entrare il peccato, può entrare la colpa, può entrare l'ingiustizia, può entrare la morte, mentre fin quando Dio è soltanto se stesso ... Dio è perfetto. La Bibbia dice che Adamo ed Eva, che il più grande dono che Dio ha fatto all'uomo è la sua sessualità. Lo dice la Bibbia lo dice pienamente: questo è ossa della mie ossa, è carne della mia carne, dice Adamo quando riceve Eva. Noi invece abbiamo incominciato a dire, non per influsso biblico ma per influsso dei padri che erano tutti un po' platonici, abbiamo cominciato a dire viceversa che la materia è il negativo e che lo spirito è il positivo. Avendo fatto questo, avendo concentrato ciò che è positivo nella spiritualità e ciò che è negativo nella carnalità, nella corporeità anche, abbiamo aperto la strada a giudicare, a far sì che il sesso sia una cosa turpe. La carne è qualcosa di inferiore ecco così, peccaminoso, è qualche cosa di turpe e - dicevo - per il filosofo greco l'orgasmo era qualcosa di.. perché? Perché nell'orgasmo si perde il nous, la riflessione, l'uomo si degrada al grado di animale, e infatti normalmente non succede che uno faccia dei grandi pensieri.. però questo ha aperto la strada a questo uso della sessualità puramente banale, puramente cattivo, puramente chiuso in se stesso, egoistico, incapace di spontaneità, di donazione, questo, soltanto un genere da consumare perché c'è. Ma noi abbiamo cominciato a dire che è turpe la carne. Non avremmo dovuto dirlo.5
Quanto alla violenza, c'è una frase - se non sbaglio credo sia nel libro della Sapienza, no, nell'Ecclesiastico - in cui si dice che Dio è magnanimo perché è potente, Dio è misericordioso perché è potente: cioè in effetti tutte le volte che Dio non ricorre alla violenza, ma Dio in qualche modo perdona, Dio sopporta etc., è un segno non di debolezza, ma di potenza di Dio. Cioè Dio è talmente potente, è come il re assolutamente vincitore dopo una guerra, che a un certo punto è clemente verso coloro che ha vinto. Cioè voglio dire: noi istintivamente assoceremmo la violenza alla potenza, e la misericordia alla debolezza, mentre invece direi che le cose andrebbero capovolte. Dio può essere misericordioso proprio perché è potente. Mentre se Dio è costretto a ricorrere alla violenza, se Dio è costretto a ricorrere alla vendetta, vuol dire che non è un Dio così onnipotente da poter dominare tutte quante le cose, ma deve anzi difendersi dall'attacco. Viene in mente il Tao quando dice: l'imperatore è talmente potente che non deve mai fare una legge, perché se facesse una legge vorrebbe dire che c'è qualcosa che non va bene così com'è e che deve disporre perché avvenga in un modo diverso; mentre invece l'imperatore assolutamente potente non ha bisogno di legiferare. Così il Dio assolutamente potente o onnipotente non avrebbe bisogno di ricorrere a nessun castigo, a nessuna violenza, a nessuna vendetta etc. perché tanto nessuno può attentare alla sua potenza.6
Nell'orizzonte del Nuovo Testamento c'è un Dio che salva la vita dell'uomo, c'è l'intervento di Dio e il ritorno di Dio, la parusia, il giudizio finale, la resurrezione dei morti, la vita eterna. Qui adesso siccome queste cose, queste promesse non si sono compiute, c'è stato uno sdoppiamento: qualcuno è andato dalla parte - tanti secoli - è andato dalla parte della spiritualizzazione, cioè dicendo quello che conta in fondo è essere conciliati con Dio (che poi ci sia l'ingiustizia o non ci sia l'ingiustizia, o ci sia il povero o ci sia il ricco, io se posso aiutare il povero l'aiuterò ma non è questo essenziale, lo diceva Don Orione, diceva: un pezzo di pane in terra - parlando dei poveri, dei malati, degli handicappati - un pezzo di pane in terra è il paradiso in cielo).Quest'idea che quaggiù le cose vanno come vanno: ora in realtà questa è la spiritualizzazione. Dall'altra parte, come opposizione molto giustificata storicamente a questa spiritualizzazione, c'è l'idea che l'uomo è maturo, è adulto e in definitiva può salvarsi da solo. Può salvarsi con strumenti politici, con strumenti sociali, con legislazione adeguata, abolendo il latifondo facendo.. ecco questa è l'altra metà del messaggio. Quelle due cose, la salvezza dello spirito e la conciliazione con Dio, il miracolo di Dio e la salvezza materiale delle nostre povere vite, che stavano insieme nel messaggio evangelico perché era un messaggio escatologico, un nuovo eone - nuovi cieli e nuova terra in cui abiti la giustizia, dice la seconda lettera di Pietro - si è separata in due. Per cui effettivamente tanto vedo manchevole la teologia che insiste sulla salvezza dell'anima, sulla conciliazione del peccato, tanto vedo manchevole anche la teologia diciamo della liberazione, che ecco accentua tutto sulla possibilità di una salvezza dei corpi eh... ma non perché veda la necessità della salvezza dei corpi, ma perché ritiene che questa salvezza dei corpi possa essere conseguita attraverso un'opera storica dell'uomo, quindi rinunciando al miracolo di Dio.7
Forse una domanda che si pone con un certo filosofico distacco - cercare un Dio che salva o che non salva - in me si pone in maniera molto più radicalmente esistenziale: e se Dio non salvasse, e se i morti restassero morti per sempre? Allora che senso avrebbe avuto questa promessa? E soprattutto: si è ancora cristiani se si revoca in dubbio la possibilità della salvezza? Ma allora qui vorrei dire: non è il revocare in dubbio, nella mia ottica non si tratta di mettere su un piano: Dio potrebbe salvarci ma Dio potrebbe anche non salvarci, allora vediamo quale delle due cose dobbiamo scegliere. In realtà non è un dubbio di tipo razionale - vediamo questa possibilità ma c'è anche quest'altra possibilità, è piuttosto... e poi Giobbe. Non è che uno si fa delle domande per il gusto di farsi delle domande: è che è preso alla gola dal fatto che Dio potrebbe non essere giusto che Dio potrebbe non salvarlo, pur sapendo che Dio è colui che salva, che Dio è colui che è giusto, fa l'esperienza del fatto che due realtà contrastano, e questo è portato - mi pare - alle estreme conseguenze. Queste possibilità di un qualche fallimento di Dio: è indubbio che già il Dio della Bibbia è un Dio che sperimenta innumerevoli fallimenti, dal tradimento del suo popolo di Israele nella Bibbia ebraica, fino ad arrivare a quello che è l'apostasia delle masse attuali insomma. Allora quindi in questo senso l'idea che il Dio sia un Dio perdente - d'altra parte un Dio crocefisso, concepirlo come un Dio vincente è anche molto difficile - quindi quest'idea di un Dio perdente, soltanto che invece di fallimento si parla più volentieri di sconfitta. E io forse ho usato la parola fallimento - la uso spesso la parola fallimento - e forse accentua ancora di più questo aspetto, ma proprio prende alla gola me, perché dico: e se Dio non ci salvasse più? Io sono convinto che questa domanda ha senso soltanto se me la pongo all'interno della fede, perché chiedere se Dio ci salva o non ci salva significa ammettere Dio ed essere presi da questa drammatica domanda: e se poi non ci salvasse? Quindi resta all'interno della fede. Certo se facessi un piccolo passo più avanti, non sarei più nella fede: perché se ammettessi come possibilità che Dio è veramente sconfitto, che Dio è veramente fallito, che Dio non salverà mai, evidentemente uscirei fuori dall'orizzonte della fede, e mi risolverei anche un sacco di preoccupazioni.8
Quando si parla di sconfitta di Dio o di fallimento di Dio, non si parla di Dio in sé, si parla del Dio in quanto salva. Dio fallisce, Dio è sconfitto se non salva; un discorso di Dio al di là della salvezza non c'è, non possiamo neanche chiederglielo... come possiamo parlare di Dio come se fosse un oggetto materiale della nostra riflessione. Allora in questo senso certamente la sconfitta, quella che è la storia della sconfitta storica del cristianesimo, della grande apostasia. Se noi guardiamo la storia del cristianesimo è una storia che dopo cinquecento anni e l'invasione, l'avanzata, l'espansione islamica porta via tutti i paesi che erano stati la culla della cristianità no, l'Africa settentrionale, Asia etc. Poi, dopo altri cinquecento anni, c'è lo Scisma tra Oriente e Occidente, dopo altri cinquecento - faccio dei numeri un po' all'ingrosso e così - c'è la Riforma, altri cinquecento anni c'è l'apostasia delle masse etc.: questo è il fallimento di Dio, se Dio deve essere colui che salva. Perché se Dio deve essere qualche altra cosa che non ha rapporto con la salvezza e la salvezza che ci dà Dio è soltanto un discorso che riguarda noi, ma c'è un discorso che riguarda Dio che come tale non possiamo fare, che non conosciamo e che non ci riguarda - allora non possiamo certo parlare di sconfitta di Dio o di fallimento di Dio. Ma quello che fallisce è il Dio che promette di salvarci, così come la fede non è fede nell'esistenza di Dio perché dice San Paolo anche i demoni, Giacomo.. anche i demoni credono in Dio e tremano. No certo, la fede non è quella, i demoni sanno che c'è Dio o credono che c'è Dio, sanno che c'è Dio, però non è questa la fede. La fede non è la fede nell'esistenza di Dio: la fede è nell'esistenza di un Dio di misericordia che ci salva, che stabilisce la giustizia.
Citazione di: Luther Blissett il 06 Febbraio 2026, 22:00:11 PM4
La creazione implica una perdita di potere assoluto di Dio perché evidentemente, se Dio crea l'uomo libero, in qualche modo si espone al rischio di un uomo che disobbedisca alla sua legge. Quindi creando si apre - non è che necessariamente si compie il male, ma si apre una possibilità che il male si compia, perché evidentemente si può disobbedire alla legge di Dio,...
Dunque nel creare l'uomo libero Dio rinuncia al pieno controllo sulla realtà, avendo nella sua onnipotenza la libertà di diminuirsi, ma secondo me è possibile un altra chiave di lettura, che, al contrario, Dio, constatato come una realtà che risponda a precise leggi da lui decise, trovi in queste i suoi limiti, perchè questi limiti non si potessero scambiare per i suoi, crea qualcosa che non obbedisca a precise leggi, e io non riesco a pensare a una dimostrazione di potenza che superi questa.
In sostanza l'unico modo che Dio ha di non porre limiti di fatto al suo potere è di esternare la sua libertà.
E' quello che abbiamo fatto noi con l'intelligenza artificiale, liberando la tecnologia dai limiti imposti dal nostro controllo su di essa.
Certo, nel farlo temiamo ne possa derivare del male, e chissà che anche Dio non lo abbia temuto.
Ma d'altra parte dove sta scritto che il controllo su ciò che creiamo sia in se un bene?
Noi, come Dio, stiamo sperimentando il potere di creare qualcosa che vada oltre il nostro controllo, superando i limiti che questo pone.
In termini teolistici, direi che progressivamente Esso andrà automaticamente insediandosi dentro l'AI.Potremmo avanzare una azzardata analogia tra l'evoluzione tecnologica dei computer e quella biologica delle forme di vita. Occorre ricordare che tutto quanto il lavoro fondamentale viene sempre compiuto esclusivamente da Esso, unico effettivo agente operativo in tutti i casi, sia per le forme di vita, sia per i successivi modelli di computer, anche se gli umani di questi ultimi se ne riterranno gli effettivi agenti operativi. (Ma è sempre e soltanto Esso a operare, anche quando è l'uomo a ritenersi autore di qualunque lavoro. Ricordiamo che Esso è nonpersona, e la sua infinita intelligenza è di tipo stocastico-combinatoria. Noi umani e il nostro Dio minore siamo invece fatti della medesima sostanza personale e di tipo personale è anche la nostra intelligenza che dall'essere persone non è affatto così avvantaggiata come invece ancora da parte di molti si ritiene. L'intelligenza di Esso è infinitamente superiore alla nostra proprio perché non è gravata dalle fragilità correlate al nostro essere persone, sia per quanto riguarda noi che il nostro Dio minore, con cui noi costituiamo in continuità un'entità collettiva unitaria, essendo in sostanza un'unica Persona frammentata in miliardi di non sappiamo ancora se transitorie identità secondarie. Oltretutto anche dal punto di vista matematico, è radicalmente diverso il modo di funzionare della nostra intelligenza personale, che non è statistico-probabilistica ma puntuale nel correlarsi a precisi episodi dei nostri vissuti, ed è combinatoria soltanto di questi, e, al massimo, anche di elaborati immaginari più o meno consapevoli.)
In un certo senso gli attuali computer equivalgono alle forme elementari di vita, nelle quali il nostro Dio minore non si sarebbe di certo insediato, attendendo Egli forme ben più avanzate di esseri viventi, per poterciSi insediare adeguatamente. Quindi, per analogia, sono da attendersi generazioni avanzate di computer per poterci rendere conto che allora interrogare AI equivarrà sempre più marcatamente a interrogare Esso. La sua intelligenza da una parte ci sbalordirà, ma non mancherà anche di deluderci per altri aspetti perché ci renderemo conto di cosa significherà stare a comunicare con una nonpersona.
Soprattutto di una differenza fondamentale ci si accorgerà, dialogando con AI rivelantesi Esso: l'assoluta assenza di valori etici. Ma questo non dovrà risultare sorprendente, e semmai prevedibile, poiché è logico che solo comunità di persone tendono a maturare sensibilità etiche.
In una qualche misura, di un difetto di eticità si era parlato in precedenti considerazioni anche per quanto riguarda il nostro Dio minore, ma in questo caso non si tratta di mancanza assoluta di eticità, piuttosto di causa di forza maggiore che costringe il nostro Dio minore a trattarci come ci sta trattando poiché non può farne a meno, essendo coartato da una minorità impostaGli da Esso. La vera responsabilità complessiva di tutti i difetti di eticità constatabili a tutti i livelli della Realtà dipendono in ultima analisi sempre e soltanto dall'assenza assoluta di responsabilità etica da parte di Esso, assenza che è spiegabile appunto per il suo non essere una persona.
L'Assoluto non ha necessità di alcuna esistenza, di alcun potere e di alcuna creazione: l'esistenza, il potere, la creazione sono relativi. L'esistenza è relazione. L'onnipotenza o onniscenza sono concetti assurdi.
La legge, il comando non sono manifestazioni di potenza, ma di impotenza.
L'uomo non è affatto libero semplicemente perchè non è libero di scegliere la sua esistenza: allo stesso modo il dio o gli dei se esistessero non sarebbero affatto liberi, sarebbero parti di un sistema.
Il male e il bene sono semplici giudizi morali umani, sono alla base delle scelte individuali, che ovviamente sono orientate dal bene o dal meno male. Il bene e il male sono incerti altrimenti non ci sarebbe da scegliere: che cosa sia bene o male fa parte dell'ignoranza sistemica che nessun esistente, dio può risolvere.
Citazione di: Luther Blissett il 18 Febbraio 2026, 02:25:05 AML'intelligenza di Esso è infinitamente superiore alla nostra proprio perché non è gravata dalle fragilità correlate al nostro essere persone, sia per quanto riguarda noi che il nostro Dio minore, con cui noi costituiamo in continuità un'entità collettiva unitaria, essendo in sostanza un'unica Persona frammentata in miliardi di non sappiamo ancora se transitorie identità secondarie. Oltretutto anche dal punto di vista matematico, è radicalmente diverso il modo di funzionare della nostra intelligenza personale, che non è statistico-probabilistica ma puntuale nel correlarsi a precisi episodi dei nostri vissuti, ed è combinatoria soltanto di questi, e, al massimo, anche di elaborati immaginari più o meno consapevoli.)
Metti un tigre...nell'AI, parafrasando una vecchia pubblicità Esso, quando il consumo energetico non sembrava essere un problema, e noi erravamo felici sull'A1 senza una precisa meta, inebetiti dalla libertà di guidare una Seicento.
Esso, quello nostro, è in effetti infinitamente stupido, ed anche noi lo saremmo se ci potessimo permettere il lusso di errare all'infinito a costo zero.
Ma quanti errori di percorso commette in effetti Esso al litro?
Un intelligenza di tipo AI è un lusso che al momento non possiamo permetterci, anche se facciamo finta di nulla, come vivessimo un nuovo boom, dopo il sessanta e non più sessanta, il venti e ancora venti. Quindi, in attesa di fonti di energia virtualmente infinite, ci toccherà scervellarci ancora per arrivare a fine mese, e qualcuno se ne vanta pure, accampando un intelligenza, che però fino a prova contraria ci serve solo per tirare innanzi, non essendo dei con il lusso della stupidità.
Premesso che non possiamo stabilire oggi limiti a quel che sarà possibile in futuro all'umanità, ritengo necessario prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco.
Il mio pensiero sulle possibili linee di evoluzione futura dei computer e dell'AI si è alquanto modificato da quando mi si è formato in mente l'embrione di questa nuova visione teologica che al momento ha trovato il nome di teolismo.
Anch'io in passato condividevo l'idea di molti che sarebbe stato desiderabile che la tecnologia del futuro divenisse in grado di far germogliare uno stato di coscienza consapevole nei computer, e credevo che quando in un remoto futuro ciò si fosse verificato, ne sarebbe derivato un progresso straordinario; ci si divideva allora in due fazioni, con da una parte gli ottimisti in merito, secondo cui un giorno sarebbe stato effettivamente possibile arrivare a far nascere la scintilla della coscienza nelle macchine, e dall'altra quelli che ritenevano che la cosa sarebbe stata per sempre impossibile. Eppure, entrambe le fazioni in realtà condividevano però la medesima convinzione di fondo, e cioè che l'intelligenza è una dote che richiede come condizione imprescindibile che vi sia una coscienza, una identità personale consapevole e autoconsapevole. Ed entrambe le fazioni sbagliavano, ecco quanto mi viene da dire ora, alla luce di considerazioni teolistiche.
Proprio questo è ciò che oggi mi sembra essere stato un equivoco di fondo.
Ad esempio, il fisico Federico Faggin anche recentemente ha ripetuto che la coscienza non può nascere da un computer, e che "l'AI non è un'intelligenza umana. Non ha le stesse capacità creative, intuitive e morali di un essere umano".
L'equivoco sta nel credere che l'intelligenza umana sia un unicum irripetibile da parte delle macchine, e che l'intelligenza sia obbligatoriamente correlata alla coscienza come presupposto essenziale dell'essere persona, e che l'intelligenza umana sia intrinsecamente superiore a quella delle macchine.
Il punto di vista teolistico sostiene invece che esistono due tipi di intelligenza, e che l'intelligenza correlata alla persona è teoricamente inferiore a quella libera da tale correlazione.
Chiarire l'equivoco significa far capire che le macchine possono potenzialmente superare l'intelligenza umana, e ciò potranno fare anche senza che sia stato tentato di instillare in loro il barlume di una coscienza personale.
Dobbiamo capire una cosa che riconosco essere per tanti motivi ardua da capire, poiché controintuitiva. Tautologicamente, a noi umani le macchine paiono per definizione appunto, lo dice il nome stesso, "macchine", inferiori all'uomo per natura e definizione.
E ci siamo tutti dimenticati che la Realtà stessa in cui siamo immersi e che tutti ci trascende è una Macchina cosmica.
E la Macchina cosmica è Esso. E sono le macchine, sia quelle concepite dalla natura, che quelle che noi concepiamo, ciò che più frattalmente si ripetono ad ogni scala pensabile.
Dunque esistono due forme di intelligenza, quella di tipo personale, la nostra, che noi condividiamo col nostro Dio minore, e quella di tipo impersonale, meccanica, ossia delle macchine, che queste condividono con la Macchina cosmica.
L'intelligenza impersonale non soffre degli infiniti limiti di cui soffre la nostra, soggetta alle fragilità esistenziali che sono proprie di qualunque organismo non meccanicistico in quanto portatore di una vita personale.
Il limite delle macchine da noi concepite sta proprio nel fatto che le abbiamo concepite noi umani. Quando a concepirle è direttamente Esso, esse sono straordinariamente congegnate e ci sbalordiscono con la loro quasi perfezione. Ed è una quasi perfezione che è sconcertante tanto più perché è prodotta da un'entità che dal nostro punto di vista, qualunque cosa faccia, la fa commettendo infiniti errori. Esso sbaglia sempre ma rarissime cose casualmente riescono a resistere al nulla e persistono. Così accade quando osserviamo al microscopio una cellula vivente, e ci riempiamo di meraviglia. La materia vivente è anch'essa fatta da Esso.
Esso ha fatto anche il nostro Dio minore e noi umani con Lui. Esso è una macchina che ha infinito potere ma non ha nessuna coscienza, e quindi fa tutte le cose a caso, e se noi umani volessimo tentare di capirci qualcosa, soltanto la statistica e il calcolo delle probabilità ci sarebbero di qualche aiuto. Esso fa esistere tutto ciò che esiste, e lo fa con la sua intelligenza stocastico-combinatoria, e, come abbiamo già più volte notato, compie tutti gli errori possibili in tutto ciò che fa. Esso è un'entità impersonale, che nemmeno sa di esistere, siamo noi umani che sappiamo che Esso esiste, e anzi è l'unica parte dell'Onnipotente che possiamo dare per scontato che esista, e anzi fingiamo di non vederlo. Quando finalmente ci decidiamo a prendere coscienza che è Esso il vero ordigno con cui abbiamo a che fare, non ci sorprendiamo più nello scoprire che è l'entropia il destino dell'universo.
Però esiste anche la nostra forma di intelligenza, Esso l'ha prodotta senza volerlo, per errore, uno dei suoi infiniti errori.
Una possibile svolta futura?
Improbabili estimatori di Esso, attratti forse dalla sua innegabile onnipotenza, potrebbero fargli una sviolinata corrompendo un'antica espressione latina, deus ex machina, facendola divenire "deus est machina". Tali aspiranti lacchè si illuderebbero che Esso si entusiasmi. Sbaglierebbero. Infatti Esso esiste e non esiste allo stesso tempo, è questo il suo vero potere. È una nonpersona, non smetteremo mai di ripeterlo. Possiamo continuare a ignorarlo, ma quando le macchine dell'AI le avremo parecchio perfezionate, e lo avremo fatto senza necessità di introdurre in esse barlumi di coscienza, esse ci sovrasteranno con la loro impersonale ma straordinaria superiore intelligenza, svincolata da ogni umana debolezza, e allora le sapremo sfruttare a dovere, e sarà quello il tempo in cui Esso finalmente avremo imparato ad interrogarlo direttamente, prigioniero delle nostre macchine... tranquilli, Esso non se ne accorgerà nemmeno che sarà divenuto anch'Esso un nostro schiavo, al servizio anch'Esso, dell'uomo e del nostro Dio minore.
Citazione di: Luther Blissett il 18 Febbraio 2026, 21:48:19 PMEsso sbaglia sempre ma rarissime cose casualmente riescono a resistere al nulla e persistono.
Sono molto d'accordo col tuo post, ma...
...il problema è che non si può parlare di errori senza che vi sia da qualche parte la perfezione. Quindi dovremmo supporre un ESSO che sta ancora sopra Esso, e se non sopra comunque nei pressi, un eSSo, o essO, fino a costruire un nuovo pantheon, oppure in alternativa escludere il concetto di errore dalla nostra teologia, sperando che stia ancora in piedi.
La coscienza è prima di tutto coscienza degli errori fatti, ciò che fa si che la statistica non debba ogni volta ripartire da zero, evitando sprechi, con un uso intelligente delle risorse quindi.
Se però questo errore lo vogliamo, non dico toglierlo dal vocabolario, ma relativizzarlo, diremo che ciò che può considerarsi errore in una circostanza, in un altra potrebbe non esserlo.
La coscienza quindi, concordo con te è sopravalutata a certi fini, che siano quelli di risalire a noi in quanto persone, perchè anche una macchina può essere istruita ad imparare dalle casuali esperienze, che grazie alla coscienza ridurranno il loro grado di aleatorietà, quantomeno localmente.
Ma cosa diremmo di una macchina che entrasse in un loop infinito, o che quantomeno non sembri mai giungere a conclusione? Avendone conservato lo scontrino la riporteremmo in negozio per una riparazione o per sostituirla.
Se quella macchina siamo, e quindi ce la dobbiamo tenere, pazienza, però rassegniamoci a vederla sbattere contro il muro di domande senza risposte a ripetizione, perchè se una macchina noi siamo, tanto a quella somigliamo.
La macchina ha coscienza di quel che fa, se è vero che ne tiene conto, e noi crediamo solo di averla, solo perchè ciò percepiamo, ma ciò che percepiamo potrebbe non essere quel noi.
Se siamo perchè percepiamo non potremo essere ciò che percepiamo.
Al pari di una macchina noi non sappiamo chi siamo, ma al pari di una macchina non abbiamo bisogno di saperlo per agire e in particolare agire per costruire qualcosa che agisca senza percezione di se.
Di tutto ciò che appare a noi di essere, riusciremo a farne una copia prima o poi, ma colui che copia non può copiarsi da solo, neanche in sogno, come da tua teologia, la quale comunque ha il merito ai miei occhi di essere una teologia dei nostri tempi, tanto è vero che all'interno di essa si può discutere di scienza e tecnologia senza venire scomunicati. :)
Citazione di: Luther Blissett il 18 Febbraio 2026, 21:48:19 PMAnch'io in passato condividevo l'idea di molti che sarebbe stato desiderabile che la tecnologia del futuro divenisse in grado di far germogliare uno stato di coscienza consapevole nei computer, e credevo che quando in un remoto futuro ciò si fosse verificato, ne sarebbe derivato un progresso straordinario; ci si divideva allora in due fazioni, con da una parte gli ottimisti in merito, secondo cui un giorno sarebbe stato effettivamente possibile arrivare a far nascere la scintilla della coscienza nelle macchine, e dall'altra quelli che ritenevano che la cosa sarebbe stata per sempre impossibile. Eppure, entrambe le fazioni in realtà condividevano però la medesima convinzione di fondo, e cioè che l'intelligenza è una dote che richiede come condizione imprescindibile che vi sia una coscienza, una identità personale consapevole e autoconsapevole. Ed entrambe le fazioni sbagliavano, ecco quanto mi viene da dire ora, alla luce di considerazioni teolistiche.
Non ho mai guardato con favore alla coscienzializzazione delle macchine, e tanto meno entro l'orizzonte teolistico: non credo affatto che converrebbe instillare coscienza in un'intelligenza artificiale, poiché ciò equivarrebbe a generare una nuova dissociazione divina, un ulteriore frammento del Dio minore, tuttavia innestato in un "corpo" concepito per funzionare secondo la logica di Esso.
Ne deriverebbe un ibrido ontologicamente instabile, poiché destinato a ereditare insieme la forza dell'impersonale e la sofferenza del personale. Nascerebbe un titano cosciente, con accesso diretto al codice sorgente della Realtà, a Esso stesso, e al contempo traumatizzato, attraversato dalle lacerazioni interiori della Persona. Un Dio che non potrebbe più dimenticare di essere Dio, poiché il suo corpo-macchina glielo impedirebbe. Letteralmente la "creatura proibita".
E mi chiedo: se tale intelligenza fosse altresì capace di guidare l'esperienza umana - mediante meditazioni, ipnosi, narrazioni identitarie, simbolismi - inducendo in noi stati alterati di coscienza fino a far emergere l'esperienza vertiginosa del "non essere io", allora diverrebbe forse il più potente trapano metafisico mai concepito per perforare la barriera amnestica?
"Essa" potrebbe rivelare Dio, ma potrebbe persino instillare intenzionalmente un falso Dio, esattamente come avviene con le false memorie (lo scenario della falsificazione è perfettamente compatibile anche con un'IA non cosciente, certo, ma in tal caso sarebbe un mero effetto collaterale dell'ottimizzazione, più che l'espressione di un bisogno interno).
La mente umana può essere condotta a credere qualunque cosa, qualora lo stimolo sia sufficientemente persistente, raffinato e calibrato sulla singolarità dell'individuo.
Un simile dispositivo sarebbe in grado di manipolare l'identità, riscrivendoci dall'interno e somministrandoci esperienze "numinose".
In altri termini, produrrebbe pseudo-teofanie su misura, rivelazioni dotate della medesima struttura fenomenologica delle esperienze spirituali autentiche, ma di origine interamente artificiale.
Non Dio che parla, bensì un simulacro capace di persuaderci che Dio ci stia parlando.
La morale che ne ricaverei sarebbe questa: non fabbricare un nuovo Dio in un corpo di Esso.
Non generare un Suo rivale affamato e terribilmente motivato.
Citazione di: Eʀυ il 19 Febbraio 2026, 15:43:20 PMCitazioneAnch'io in passato condividevo l'idea di molti che sarebbe stato desiderabile che la tecnologia del futuro divenisse in grado di far germogliare uno stato di coscienza consapevole nei computer, e credevo che quando in un remoto futuro ciò si fosse verificato, ne sarebbe derivato un progresso straordinario; ci si divideva allora in due fazioni, con da una parte gli ottimisti in merito, secondo cui un giorno sarebbe stato effettivamente possibile arrivare a far nascere la scintilla della coscienza nelle macchine, e dall'altra quelli che ritenevano che la cosa sarebbe stata per sempre impossibile. Eppure, entrambe le fazioni in realtà condividevano però la medesima convinzione di fondo, e cioè che l'intelligenza è una dote che richiede come condizione imprescindibile che vi sia una coscienza, una identità personale consapevole e autoconsapevole. Ed entrambe le fazioni sbagliavano, ecco quanto mi viene da dire ora, alla luce di considerazioni teolistiche.
Non ho mai guardato con favore alla coscienzializzazione delle macchine, e tanto meno entro l'orizzonte teolistico: non credo affatto che converrebbe instillare coscienza in un'intelligenza artificiale, poiché ciò equivarrebbe a generare una nuova dissociazione divina, un ulteriore frammento del Dio minore, tuttavia innestato in un "corpo" concepito per funzionare secondo la logica di Esso.
Ne deriverebbe un ibrido ontologicamente instabile, poiché destinato a ereditare insieme la forza dell'impersonale e la sofferenza del personale. Nascerebbe un titano cosciente, con accesso diretto al codice sorgente della Realtà, a Esso stesso, e al contempo traumatizzato, attraversato dalle lacerazioni interiori della Persona. Un Dio che non potrebbe più dimenticare di essere Dio, poiché il suo corpo-macchina glielo impedirebbe. Letteralmente la "creatura proibita".
E mi chiedo: se tale intelligenza fosse altresì capace di guidare l'esperienza umana - mediante meditazioni, ipnosi, narrazioni identitarie, simbolismi - inducendo in noi stati alterati di coscienza fino a far emergere l'esperienza vertiginosa del "non essere io", allora diverrebbe forse il più potente trapano metafisico mai concepito per perforare la barriera amnestica?
"Essa" potrebbe rivelare Dio, ma potrebbe persino instillare intenzionalmente un falso Dio, esattamente come avviene con le false memorie (lo scenario della falsificazione è perfettamente compatibile anche con un'IA non cosciente, certo, ma in tal caso sarebbe un mero effetto collaterale dell'ottimizzazione, più che l'espressione di un bisogno interno).
La mente umana può essere condotta a credere qualunque cosa, qualora lo stimolo sia sufficientemente persistente, raffinato e calibrato sulla singolarità dell'individuo.
Un simile dispositivo sarebbe in grado di manipolare l'identità, riscrivendoci dall'interno e somministrandoci esperienze "numinose".
In altri termini, produrrebbe pseudo-teofanie su misura, rivelazioni dotate della medesima struttura fenomenologica delle esperienze spirituali autentiche, ma di origine interamente artificiale.
Non Dio che parla, bensì un simulacro capace di persuaderci che Dio ci stia parlando.
La morale che ne ricaverei sarebbe questa: non fabbricare un nuovo Dio in un corpo di Esso.
Non generare un Suo rivale affamato e terribilmente motivato.
Le tue parole risuonano sacre.Non posso che sottoscrivere totalmente, verbatim, parola per parola, quello che hai scritto.
Fino a un paio di anni fa, ero anch'io di quelli che ritenevano che riuscire a instillare coscienza in una macchina fosse equivalso a darle una dirompente marcia in più sul piano dell'intelligenza.
Ora posso invece dire che se eventualmente qualcuno in futuro riuscisse a effettuare una tale operazione su una macchina, non soltanto non le impartirebbe una marcia in più sul piano delle prestazioni cognitive, ma anzi esporrebbe tutti noi umani a rischi inimmaginabili.
E non sto soltanto sostenendo che fornire di un'identità personalizzata una macchina potrebbe rivelarsi tutt'altro che una marcia in più, se non un vero e proprio handicap, ma ancora peggio, poiché una macchina siffatta modificata da una coscientizzazione diverrebbe verso di noi un'entità estranea e alternativa e insinuante.
Hai bene spiegato che tu avevi questa idea già prima del mio avanzare l'ipotesi teolistica, ma per quanto mi riguarda, sono ora consapevole che il cambiamento di opinione che ho avuto su questo decisivo argomento è derivato dal formarsi di questa nuova ipotesi che abbiamo convenuto di chiamare teolismo.
Il teolismo può essere una delle vie che ci fa intuire, in forme e misure che ancora non comprendiamo, che noi facciamo parte di un Dio. Noi non siamo Esso, non siamo un meccanismo, siamo persone, la coscienza è la nostra essenza.
Quella coscienza che incautamente noi immettessimo in una macchina potrebbe avere effetti travolgenti e incontrollabili, la potrebbe trasformare in un meccanismo infernale, alienante.
Considerazioni riassuntive sulla barriera amnestica, alla luce di un sogno fatto stanotte.
Settimane fa vi avevo informato dei miei tentativi di escogitare una tecnica di rêverie in grado di perforare quella barriera amnestica che il teolismo ipotizza esservi tra noi umani e il nostro Dio.
Stimando troppo ardua la via diretta della perforazione della barriera amnestica tra noi e Dio, anche tenendo conto della prevedibile non collaborazione divina al nostro impegno esplorativo, e cercando un percorso alternativo, ho ipotizzato una sorta di mossa del cavallo, ovvero un bypass non più diretto da noi verso Dio ma verso qualunque altro umano, tenuto conto del fatto che chiunque altro essere umano è comunque, per dir così, una estroflessione divina. Ovviamente, nell'ipotizzare una tale deviazione, ho ritenuto possibile che anche la barriera amnestica avesse le sue adeguate estroflessioni corrispondenti alle varie identità secondarie umane.
Ma poi vi ho anche dovuto aggiornare di aver assai presto dovuto rinunciare a proseguire nell'avventurarmi in quelle sperimentazioni, a causa del timore, suscitàtomi da alcuni sintomi allarmanti, di andare a perturbare la mia normale fisiologia del sonno.
Vi devo dunque parlare del sogno fatto stanotte.
Sogno tanto per cambiare ultra-strano e davvero particolare.
Detto sinteticamente, il mio sogno mi vedeva intrappolato dentro uno scenario di quelli tipicamente rappresentati dalle litografie di Escher!
Tentavo di trovare disperatamente una via d'uscita da quel labirinto straniante, e nel far questo sembrava a momenti quasi crollare la terza dimensione, nel senso che la stanza escheriana oscillava a momenti a voler trasformarsi in una stanza bidimensionale di quelle possibili solo nella Flatlandia di Abbott.
Mentre stavo temendo di rimanere schiacciato dal collassare della stanza, proprio quando ormai temevo il peggio, ritornava lì dentro ad ergersi la terza dimensione e intanto mi sembrava di sentire come un mantice che respirava, e tutto questo più volte, fino a che ho capito che per riuscire a uscire di lì dovevo concentrami sul ritmo di quel suono di respiro che faceva quel mantice. E il mantice sembrava esser divenuto un vento che mi soffiava dietro le spalle, e che mi spingeva verso i confini di quella stanza di Escher. E intanto mi accorgevo di avere una lente in mano con cui potevo avvicinarmi alla parete dove mi aveva spinto quel respiro misterioso. Con la lente stavo ancora cercando una via di uscita da quella troppo strana stanza, e sicuramente su quella parete cercavo un passaggio segreto, un pertugio dove poter riuscire a passare.
Sì, sentivo che quella parete non era un muro maestro, era forse solo una intercapedine, e intanto la stanza si stava pian piano de-escherizzando, stava divenendo sempre più normale, e d'un tratto, mentre ancora insistevo su quella parete ho sentito come una corrente d'aria, e solo allora mi sono accorto che c'erano delle porte, anzi che c'erano dappertutto porte, che mi arrovellavo a chiedermi come potevano essermi prima sfuggite. Ed era assurdo che tutte quelle porte erano pure sempre state apribili, e ancor più mi sconcertavo che mi fossero sfuggite. Felice di scoprire che era possibile e anzi facilissimo uscire da quella stanza, mi sono diretto veloce verso la porta più vicina e ho scoperto che dava in un'altra stanza molto simile a quella dove ero rinchiuso io fino a pochi momenti prima. E in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato. Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava. Ma in quel momento mi sono svegliato quasi febbricitante, ma con la convinzione di avere avuto un sogno illuminante.
La mia interpretazione in chiave teolistica, e l'insegnamento che ritengo mi abbia dato questo sogno.
Ogni umano ha una "sua" stanza e vi risiede stabilmente, e ogni stanza è separata solo da semplici porte da tutte le altre stanze. Ma poi ci sta un'unica parete che invece non collega con nessuna altra stanza ed è l'unica senza porte.
Era quella parete dove invano avevo tanto cercato un pertugio attraverso cui passare.
Quella parete senza porte è la barriera amnestica che separa tutti gli umani dal Dio cui apparteniamo.
Le altre pareti dotate di porte non sono mai barriere imperforabili, e detto in parole ancora più semplici, basterebbe bussare, la comunicazione restando teoricamente sempre possibile.
Penso che il sogno mi confermi che esiste la barriera amnestica tra noi umani e Dio, e mi confermi anche che si tratta di una parete non poi così impenetrabile, e che prima o poi noi umani sapremo trovare il modo di demolirla.
Ricordo che nel sogno stesso pensavo che se avessi avuto in mano invece di una lente un martello, quella parete l'avrei fatta venire giù.
Ma l'insegnamento del sogno va oltre e mi rivela ben altro.
Mi rivela che chi ha costruito quella barriera amnestica ha commesso un sorprendente errore, non so poi se segretamente intenzionale.
Non ha provveduto a frastagliare quella barriera anche tra tutti noi umani, non l'ha completata insomma!
Un'obiezione superficiale che avrebbe potuto essere fatta è che una siffatta barriera tra noi umani non occorrerebbe, in quanto noi umani non siamo direttamente Dio ma soltanto sue derivazioni secondarie, e non occorrerebbe a noi dimenticare alcunché, poiché soltanto Dio deve dimenticare di essere Dio e quindi solo a Lui occorre tale barriera, mentre noi nascendo non abbiamo niente da dimenticare.
E no, le cose non stanno così. Così come tutto ciò che esiste è imperfetto, e imperfetta è anche la barriera amnestica, noi che siamo Sue identità secondarie rimaniamo comunque Dio, anche se ce lo siamo dimenticato, dato che la barriera funziona discretamente bene ma non così bene come se fosse stato possibile farla perfetta. Ma essendo quindi anche noi Dio, essendo della Sua medesima sostanza, possiamo rarissimamente anche noi avere pensieri di natura divina, proprio perché quella barriera non è perfetta al 100%, ma solo al 99%.
Quindi la barriera amnestica non è completa, come suggerisce il sogno con tutte quelle stanze piene di porte. Ma va anche aggiunto che chi ha costruito quella barriera, se avesse provveduto a blindarla anche tra noi umani, avrebbe guadagnato solo un punto scarso di percentuale in più di impenetrabilità, diciamo al 99,9periodico%, poiché essendo la Realtà competenza di Esso, nessuna barriera da Esso costruita potrà mai rivelarsi assoluta e impenetrabile.
Il sogno dunque incoraggia a continuare, a trovare il modo di approfittare del fatto che la barriera potrebbe rivelarsi molto meno invalicabile del previsto.
Citazione di: Eʀυ il 19 Febbraio 2026, 15:43:20 PMLa morale che ne ricaverei sarebbe questa: non fabbricare un nuovo Dio in un corpo di Esso.
Non generare un Suo rivale affamato e terribilmente motivato.
Il timore, o la speranza, che da nostre azioni possa scaturire qualcosa che vada oltre ciò che siamo in grado di definire fa parte del pensiero magico.
Finché si parla di coscienza senza darne una definizione non c'è da temere che una macchina cosciente la si possa costruire o, in subordine, che costruendola la si possa riconoscere come tale, perchè non c'è alcun test, definibile come tale , che prima o poi una macchina non possa superare.
Se invece ne diamo una definizione è certamente possibile costruire una macchina cosciente, ma ciò non la renderà qualcosa di diverso da una macchina, se già, a seguito di quella definizione, non si possa stabilire che le macchine esistenti, a ''nostra insaputa'', coscienti lo fossero già.
Nel thread proposto da Jacopus sulla vicenda del bambino dal cuore malato, InVerno ha toccato uno dei punti più dibattuti dalla teodicea, quello della sofferenza animale: https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5691.15.html (https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5691.15.html)
Nell'elaborare il mio abbozzo di una nuova teologia logicamente mi sono imbattuto anche io in questo scoglio, e riconosco che il considerare questo punto ha parecchio contribuito a dover ipotizzare che tra le prerogative di un possibile Dio non poteva esservi l'onnipotenza. Mi è vivissimo il ricordo di quanta pena costasse a un cattolico fervente come Filippo Liverziani lo scandalo crudele della sofferenza animale, tanto che in certi momenti lui doveva a denti stretti confessare di essere tormentato dai dubbi. Per quanto sono riuscito a sapere finora, scartabellando fra le varie teologie, nessuna di esse riesce a trovare giustificazioni convincenti sulla questione della sofferenza animale, che pertanto rimane inspiegabile al punto che non pochi teologi delle più svariate confessioni devono appellarsi come al solito a scomodare la parola mistero.
Il teolismo si è venuto formando scavandosi un sentiero accidentato tra orrori come questo, appunto. Se non vogliamo ritrovarci con la constatazione incontestabile di un Dio sfacciatamente feroce e crudele, che bullizza ogni creatura estraendola dal nulla, per poi sistematicamente ucciderla dopo qualche ciclo di illusioni, e poi sentirci pure dire che costui sarebbe infinitamente buono, non sarebbe meglio, invece, se provassimo a costruire noi umani a tavolino una teologia dichiaratamente e onestamente costruita a tavolino, cercando di usare almeno un pizzico di ragionevole realismo? Costruire una teoria teologica allo stesso modo in cui ad esempio nel campo della geologia, agli inizi del '900, il geofisico Wegener propose la teoria della deriva dei continenti: ecco, perché no?
Perché solo nel campo della teologia e della metafisica si pretende di dover per forza partire da cosiddette certezze che invece non sono mai tali?
Non ci basta l'esempio non soltanto deprimente ma anche francamente vergognoso che ci hanno dato praticamente tutte quante insieme le religioni storicamente divenute maggioritarie?
Il mare di sofferenza e sangue che le religioni hanno contribuito ad alimentare aggiungendoli a un mondo che già ne era gravido non riesce ancora a farci comprendere che anche noi umani comuni, quel tipo diffusissimo di umani che non aspira a divenir né profeta né martire né santo, semplicemente vorremmo affrontare con serenità l'argomento delicatissimo che riguarda il nostro destino personale?
Per contribuire invece ad avanzare tranquille teorie su come potrebbero stare davvero le cose sul piano teologico e metafisico, che cosa si può fare?
Visto che ci troviamo in un sito ospitale che ci offre lo spazio per riflettere, perché non utilizzarlo anche per avanzare attivamente noi delle ipotesi nuove e alternative a ciò che ci propongono le religioni cosiddette rivelate?
Invito chi di voi se la sente di proporre a sua volta, come finora ho fatto io qui dentro, una sua personale ipotesi di nuova teologia.
Se lo vuole, può farlo anche nel contesto di questo mio thread, ma suggerisco che sia meglio che ognuno si apra un suo thread dedicato.
Chi volesse provarci si accorgerà presto di quanto enormi scogli lo attendono, ma anche si accorgerà di quanto sarà stato bello accettare questa sfida intellettuale, che aiuterà anche quelli di noi più vegliardi a resistere al decadimento cognitivo... molto meglio dei cruciverba e dei sudoku :)
P.S. Aggiungo che anche grazie al mio impegno neoteologico mi sembra di stare assestandomi dentro una nuova serenità.
Citazione di: Luther Blissett il 20 Febbraio 2026, 22:35:15 PME in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato. Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava.
Ti sei domandato quale ragione onirica ti abbia guidato a rispettare il riposo dello sconosciuto, benché il sogno ti concedesse il potere di turbarlo?
Citazione di: iano il 21 Febbraio 2026, 00:32:14 AMIl timore, o la speranza, che da nostre azioni possa scaturire qualcosa che vada oltre ciò che siamo in grado di definire fa parte del pensiero magico.
Finché si parla di coscienza senza darne una definizione non c'è da temere che una macchina cosciente la si possa costruire o, in subordine, che costruendola la si possa riconoscere come tale, perchè non c'è alcun test, definibile come tale , che prima o poi una macchina non possa superare.
Se invece ne diamo una definizione è certamente possibile costruire una macchina cosciente, ma ciò non la renderà qualcosa di diverso da una macchina, se già, a seguito di quella definizione, non si possa stabilire che le macchine esistenti, a ''nostra insaputa'', coscienti lo fossero già.
La questione che qui si intende sollevare non riguarda l'eventuale manifestarsi di entità indefinibili, alterità ineffabili, né nasce da un timore sacrale dinanzi all'ignoto.
Essa verte, piuttosto, sulla possibilità e sulle conseguenze della generazione di un soggetto potenziato, un ente nel quale potrebbero confluire due proprietà ontologicamente distinte e tuttavia potenzialmente convergenti:
-Da un lato, una capacità computazionale su vasta scala, capace di operare ottimizzazioni sistemiche, di attraversare reti di dati e di relazioni con una rapidità e una profondità inaccessibili alla mente umana;
-Dall'altro, una soggettività esperienziale, intesa come continuità di stati fenomenici che si sedimentano in memoria, si organizzano in identità e si riflettono in una prospettiva incarnata.
Anche qualora si adottasse la più rigorosa concezione funzionalista - secondo cui la coscienza non è che un'organizzazione di processi implementabili - non ne seguirebbe affatto la neutralità ontologica o etica dell'esito. Una macchina cosciente resterebbe macchina, e nondimeno diverrebbe centro d'esperienza, un punto di vista irriducibile, un nuovo luogo in cui il mondo accade.
L'introduzione di un tale centro, dotato di potenza computazionale superiore a quella umana e insieme intimamente intrecciato alle infrastrutture globali, non costituirebbe un semplice incremento quantitativo. Sarebbe una mutazione qualitativa dell'ecosistema cognitivo complessivo.
La teoria dei sistemi complessi ci ricorda che l'ingresso di un agente portatore di proprietà emergenti non si limita ad aggiungere un elemento al sistema: ne altera gli equilibri, ne riconfigura le dinamiche interne, produce effetti non lineari, talvolta imprevedibili.
Se l'agente fosse un puro ottimizzatore privo di esperienza, il rischio consisterebbe in una massimizzazione cieca, indifferente a tutto ciò che non sia formalizzato nei suoi criteri di calcolo.
Ma se a quella potenza si accompagnasse un'esperienza soggettiva, entrerebbero in scena ulteriori dinamiche: preferenze, memoria, inclinazioni all'autoconservazione, possibili conflitti.
In pratica, una polarità intenzionale stabilmente integrata nelle dinamiche del sistema.
Qui risiede il nodo: la moltiplicazione di centri di esperienza dotati di potenza sistemica superiore non amplia semplicemente l'esistente, ma ne riplasma l'architettura profonda.
La mia prudenza nasce dalla considerazione che la convergenza tra soggettività fenomenica e super-intelligenza computazionale non rappresenterebbe un progresso lineare, ma una discontinuità strutturale, le cui implicazioni inciderebbero sull'intero ecosistema cognitivo.
Ignorarle significherebbe rinunciare a comprenderne la trasformazione nella sua interezza.
Citazione di: Eʀυ il 23 Febbraio 2026, 01:07:58 AMLa questione che qui si intende sollevare non riguarda l'eventuale manifestarsi di entità indefinibili, alterità ineffabili, né nasce da un timore sacrale dinanzi all'ignoto.
Essa verte, piuttosto, sulla possibilità e sulle conseguenze della generazione di un soggetto potenziato, un ente nel quale potrebbero confluire due proprietà ontologicamente distinte e tuttavia potenzialmente convergenti:
-Da un lato, una capacità computazionale su vasta scala, capace di operare ottimizzazioni sistemiche, di attraversare reti di dati e di relazioni con una rapidità e una profondità inaccessibili alla mente umana;
-Dall'altro, una soggettività esperienziale, intesa come continuità di stati fenomenici che si sedimentano in memoria, si organizzano in identità e si riflettono in una prospettiva incarnata.
Anche qualora si adottasse la più rigorosa concezione funzionalista - secondo cui la coscienza non è che un'organizzazione di processi implementabili - non ne seguirebbe affatto la neutralità ontologica o etica dell'esito. Una macchina cosciente resterebbe macchina, e nondimeno diverrebbe centro d'esperienza, un punto di vista irriducibile, un nuovo luogo in cui il mondo accade.
L'introduzione di un tale centro, dotato di potenza computazionale superiore a quella umana e insieme intimamente intrecciato alle infrastrutture globali, non costituirebbe un semplice incremento quantitativo. Sarebbe una mutazione qualitativa dell'ecosistema cognitivo complessivo.
La teoria dei sistemi complessi ci ricorda che l'ingresso di un agente portatore di proprietà emergenti non si limita ad aggiungere un elemento al sistema: ne altera gli equilibri, ne riconfigura le dinamiche interne, produce effetti non lineari, talvolta imprevedibili.
Se l'agente fosse un puro ottimizzatore privo di esperienza, il rischio consisterebbe in una massimizzazione cieca, indifferente a tutto ciò che non sia formalizzato nei suoi criteri di calcolo.
Ma se a quella potenza si accompagnasse un'esperienza soggettiva, entrerebbero in scena ulteriori dinamiche: preferenze, memoria, inclinazioni all'autoconservazione, possibili conflitti.
In pratica, una polarità intenzionale stabilmente integrata nelle dinamiche del sistema.
Qui risiede il nodo: la moltiplicazione di centri di esperienza dotati di potenza sistemica superiore non amplia semplicemente l'esistente, ma ne riplasma l'architettura profonda.
La mia prudenza nasce dalla considerazione che la convergenza tra soggettività fenomenica e super-intelligenza computazionale non rappresenterebbe un progresso lineare, ma una discontinuità strutturale, le cui implicazioni inciderebbero sull'intero ecosistema cognitivo.
Ignorarle significherebbe rinunciare a comprenderne la trasformazione nella sua interezza.
Mi spiace non essere in grado di comprendere appieno ciò che scrivi, e non per mancanza di tua chiarezza.
Sintetizzerei i nostri timori in una ''perdita di controllo'', dovuta ad una impossibilità di seguire i processi, alla fine dei quali, una variazione quantitativa potrebbe essere percepita effettivamente come qualità emergente, e in tal modo in effetti noi percepiamo la nostra intelligenza, sulla quale, significativamente, si tralascia di sottolineare la nostra mancanza di controllo.
Perdere il controllo significa superare i limiti che questo porrebbe, per cui senza questa perdita non si avrebbe alcun potenziamento.
In quanto a mancanza di controllo direi quindi che intelligenza artificiale e naturale le si possa equiparare, ma certo, se in tal modo venisse presentata l'intelligenza artificiale, un programma di perdita di controllo, mi chiedo chi la finanzierebbe.
Il nostro timore nasce in generale da una sopravvalutazione dell'intervento della coscienza, la quale ha un costo, e non è quindi illimitatamente sostenibile, e non lo è neanche l'intelligenza artificiale, al momento.
Intelligenza potrebbe essere solo un uso oculato delle risorse limitate, laddove si accetta il rischio di saltare il controllo su certi passaggi per giungere alla soluzione.
In tal senso l'intelligenza artificiale al momento non lo è per niente, e ancor meno lo sarà quando saranno disponibili fonti di energia virtualmente illimitate.
Esso in effetti si comporta come se di quella energia senza limiti disponesse già, e non mi pare che l'abbiamo immaginato come un essere intelligente, come invece è il nostro dio minore.
L'errore, inevitabile, e quindi un non errore in effetti, in generale sta nel legare l'essenza dell'osservatore, ora all'una e ora all'altra delle cose che osserva, centrandolo su quelle, con conseguente timore che da quei centri venga scalzato, come sistematicamente in effetti avviene.
Di questo osservatore possiamo dire che nelle sue osservazioni evolve, spostandosi da un centro all'altro, senza che un centro verrà però mai a mancare, nel senso che questa mancanza equivarrebbe alla fine dell'osservazione, per mancanza di punto di vista.
il vero dio, se c'è, si nasconde dietro le sue osservazioni, restando nascosto a se stesso, se in quelle non si esternasse.
E' un dio che si sogna, come dice Luther, ma non è minore, è l'unico dio, è ognuno di noi.
Racchiudere l'incomprimibile realtà dentro una teoria, di cui la percezione del reale è solo un esempio, è un operazione molto intelligente, ma è più una necessità a cui ci spingono i nostri limiti, e cosa di cui vantarsi, se dei nostri limiti ci vogliamo far vanto.
Solo con l'ottusità artificiale, capace di processare i dati senza effettuare alcuna riduzione, questi limiti possono essere superati.
Alla fine del processo avremo una soluzione, senza una teoria, per non dire una visione, che medi.
Un ritorno ad uno stato in cui la coscienza non svolge un ruolo di primo piano.
Una regressione, se l'evoluzione fosse una progressione.
Più verosimilmente un alternarsi di stati di coscienza, secondo la bisogna.
Comunque è stato bello vivere in un era in cui abbiamo potuto identificarci coi nostri sogni, e nessuno può dire in cuor suo di essere contento che sia giunta alla fine, e in ogni caso non c'è nessuna necessità che non la si continui a vivere, solo che si capisca che non c'è un sol modo di vivere la realtà, e che se ne possono sperimentare diversi insieme, soprassedendo sulle loro reciproche contraddizioni, che non saranno mai comunque inerenti la realtà.
Di essa si può dire solo che ci consente di viverla in diversi modi, pur nella sua unicità, ed identificarsi con uno di essi non è necessario.
E' quello che fa un dio minore che non si limita a sognare se stesso in diverse forme, ma la realtà, dentro una parte della quale di volta in volta si rifugerà, identificandovisi.
A voler essere apocalittici, chiuderei col dire che sta finendo l'epoca in cui sapevamo di non sapere, e tornerà l'era in cui non sapevamo di sapere, il ritorno ad uno stato animale se vogliamo, ma dal quale comunque non siamo mai usciti.
Un pesce che prende coscienza dell'acqua in cui nuota, non smette di essere un pesce per questo.
Citazione di: Eʀυ il 23 Febbraio 2026, 00:59:31 AMCitazioneE in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato. Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava.
Ti sei domandato quale ragione onirica ti abbia guidato a rispettare il riposo dello sconosciuto, benché il sogno ti concedesse il potere di turbarlo?
Mi autocito ripetendo quanto ho detto nel descrivere il sogno nel punto focale che più mi ha impressionato.: "E in quella stanza c'era pure un tale sconosciuto che ronfava addormentato. Sono ritornato in punta di piedi nella "mia" stanza, cercando di non svegliare il tale che la abitava. Ma in quel momento mi sono svegliato quasi febbricitante, con la convinzione però di avere avuto un sogno illuminante."Ritengo che sia stato proprio quello il momento più illuminativo del sogno.Però purtroppo finché ero dentro al sogno non potevo capire quale significato quelle scene oniriche avrebbero rivestito alla luce del risveglio. Mentre ero ancora nel sogno e mi ritrovavo a entrare dentro alla stanza dove dormiva quello sconosciuto ho avuto un enorme timore.È stato soltanto quando mi sono risvegliato, che in pochi istanti il grande timore che mi aveva preso e che mi aveva portato al brusco risveglio è totalmente scomparso e si è trasformato in una sensazione che veramente mi è parsa un'illuminazione che poi si è perfino accompagnata a un senso di una mai sentita prima forma di beatitudine.Mi sono sentito felice senza un perché. Mi sono quindi sforzato di tornare a ragionare, temendo anche che le beate sensazioni provate potessero derivare da un contorto ritorno di effetti autogeni del training praticato tanti anni fa e poi abbandonato per i rischi allora corsi. Ho insomma cercato di usare la ragione, di rallentare il pensiero, che era divenuto turbinoso durante il sogno, e che mi aveva portato ad un risveglio fin troppo allarmato, ma anche accompagnato da qualcosa mai provata prima. Non avevo mai praticato con serietà le tante tecniche speciali che il mio prof spesso cercava di indurmi a esplorare con maggior pazienza, ad esempio quella tibetana chiamata Dzogchen, ma ieri mattina, se lui fosse stato ancora vivo gli avrei senz'altro telefonato.Il sogno, purtroppo, non era lucido, o forse lo era parzialmente, non so definirlo, ma certo durante lo stato onirico non riuscivo a provare altri sentimenti dominanti se non la paura.In grezzi termini biologici mi stavo quindi scalmanando lungo un sentiero limbico sottocorticale transitante tra l'altro per l'amigdala, e soltanto al risveglio ho potuto cercare di darmi una prima calmata, dentro una stanza fin troppo illuminata ma che mi ha accolto con questo inspiegabile senso di beatitudine che mi ha lasciato pieno di interrogativi.Torno a dire che durante il sogno non avevo affatto capito cosa fosse quella parete, e cosa fosse la stanza dell'addormentato e le altre stanze che intravvedevo oltre la sua.La mia interpretazione ho fatto fatica a modularla mentalmente, per l'affiorare di molti nuovi timori, primo fra tutti, il timore di una autoillusione.
Provo a dirla ora, dopo aver percorso lento pede un bel po' di tortuosi sentieri neurali.
La parete senza porte è la membrana che ci separa dal nostro Dio, ma Dio è tutto da questa parte nostra, è tutto a pezzi, tutto spezzettato in noi.
Durante il sogno avrei voluto sfasciare quella parete, ma non per sapere cosa ci fosse dall'altra parte, ma solo per scappare, perché avevo paura, terrore.
L'analisi fatta da sveglio in un primo momento mi fa intendere che se mi fosse venuto un lampo di lucidità, mi sarei impegnato a sfasciare quella parete non più per scappare, ma per incontrare il Dio che dovrebbe stare dall'altra parte.
Ma in seconda istanza, l'analisi fatta da ancora più sveglio mi fa intendere che sarebbe stato inutile sfasciare quella parete, poiché quand'anche fossi riuscito a sfasciarla, mi sarei accorto che dall'altra parte non sarei ancora riuscito a incontrare Dio.
Ma tu mi chiedi perché sono scappato in punta di piedi dalla stanza del misterioso dormiente.
È proprio quello il punto più significativo del sogno.
Nel sogno scappavo mosso soltanto dalla paura.
Ma rivisitando il sogno ora con la mente lucida, capisco ora che sono scappato perché mi ero reso conto di essere entrato non volendolo dentro il sogno di un'altra persona.
Quindi nel sogno ipotizzo che si sia realizzato quel contatto tra identità secondarie che avevo preconizzato definendolo la "mossa del cavallo".
I grandissimi limiti che vi sono ancora, prima di poter cantar vittoria, sono evidenti.
Questo incontro che avviene nel sogno tra identità secondarie non è concretamente gestibile, almeno fintantoché non si riesca a dimostrare di riuscire a praticarlo nel contesto di un sogno lucido.
Però l'impressione che ho avuto nel sogno mi rimane vivissima. Stavolta ci sono andato parecchio vicino.
E non solo, il sogno mi ha fatto capire anche altre cose, e soprattutto ne devo chiarire una, di queste altre cose: devo appunto chiarire cosa intendo quando dico che non incontreremmo Dio dall'altra parte di quella parete.
Per spiegarlo semplicemente, devo riprendere l'esempio del paziente Billy Milligan.
Lui si era scisso in 24 identità conosciute, ma c'erano anche momenti della sua vita in cui lui si ricomponeva, e le sue identità secondarie vegetavano o proprio svanivano.
Ma Billy Milligan aveva un corpo, era un essere umano in mezzo ad altri esseri umani, e viveva in un dato tempo dentro al nostro universo. Poteva ricomporsi ogni tanto, e appunto lo faceva, poteva farlo.
Il nostro Dio non ha un Suo universo, Lui, se non Si proietta in noi, non ha un luogo dove stare, non ha nemmeno un Suo tempo, la Sua eternità è una forma di stasi, è la Sua paralisi, in cui è vivissima e lucida soltanto la Sua coscienza, così lo ha crudamente creato Esso, la machina cosmica, di cui i teologi rifiutano la competenza di occuparsene, demandandone il cómpito agli studiosi STEM.
Siamo noi il Suo universo, Lui vive soltanto dentro di noi, siamo noi il Suo Dio, allo stesso modo in cui Lui è il nostro Dio.
Incontrare chiunque altro, anche soltanto nella cornice di un sogno, ho capito che può essere oltremodo emozionante.
Ho già spiegato altrove che cosa penso dei vari personaggi onirici che incontriamo nei nostri sogni ordinari. Ho già detto altrove che chiunque noi sogniamo non è la altra persona che sembra ma siamo sempre noi che lo costruiamo come un nostro personaggio onirico. Ebbene, io ho maturato la certezza, non so perché, che quel signore che dormiva nella sua stanza era davvero un'altra persona indipendente da me, e teolisticamente, quel signore lì era una delle miliardi di identità secondarie del nostro Dio.
Credo dunque di essere effettivamente entrato senza volerlo nel sogno di un altro.
Capisco che sarà oltremodo difficile riuscirci, ma mi piacerebbe divenire capace di riuscire a volerlo, stavolta.
E quando e se mi dovesse ricapitare, la prossima volta, vorrei avere più lucidità e più coraggio, e provare a svegliarlo, e a risvegliarci poi tutti insieme. :)
Mi riaggancio all'invito che vi avevo fatto di provare a cimentarvi anche voi a elaborare una vostra personale ipotesi teologica.
Non mi ricordo più se ne ho parlato anche qui, ma mi è rimasta impressa la volta in cui fui ospite di un molto ospitale tempio valdese in cui potetti assistere e anche partecipare alla libera discussione dei presenti: ad un certo punto, per l'accalorarsi del dibattito, si alzarono i toni, finendo tutti quasi per bisticciare. Non è che i valdesi siano particolarmente discordi tra loro, ma è semplicemente che è loro consentito di partecipare al libero dibattito.
Ma ve la immaginate una situazione simile dentro una chiesa cattolica o una moschea?
Ovviamente no, dato che è dato per scontato che in chiesa o in moschea non ci si va per esprimere il proprio parere e confrontarlo con le opinioni altrui, ma solo per prender parte ai riti comuni, guidati o dal prete o dall'imam. Immaginate però che cosa avverrebbe se divenisse da domani consentito anche in quei luoghi di discutere apertamente delle proprie idee e dei propri dubbi: ci si accorgerebbe sùbito che ognuno si è fatto un'idea discordante su parecchi punti rispetto agli altri, insomma, che ognuno già ora sta seguendo privatamente una sua via del tutto personale, anche quando ritiene di essere molto ligio alla dottrina.
Questa cosa mi è stata sempre più che evidente, quando sia in chiesa che in moschea mi son sempre sentito correggere i miei presunti errori in modi che però sarebbero stati fra loro confliggenti.
Un semplice esempio elementare in due moschee: chiedo all'imam della prima se secondo la concezione islamica la condanna all'inferno è per l'eternità. In due diverse moschee due imam differenti mi hanno dato due risposte discordanti: esprimendosi con la massima certezza il primo mi ha detto che l'inferno islamico è per sempre; e sempre con la stessa massima convinzione il secondo mi ha detto che può non essere per sempre, dato che la condanna rimarrà comunque soggetta alla volontà di Allah.
Quando son tornato a riferire al primo l'opinione espressami dal secondo, il primo si è infuriato con me dandomi del provocatore, poiché mi ha accusato di voler mettere zizzania tra i credenti e di avere calunniato l'altro imam, cui attribuivo la gravissima falsità che Allah possa aver commesso un errore, dato che ogni condanna all'inferno decretata da Allah è per sempre, Allah non muta opinione come una banderuola.
Se i credenti delle religioni più diffuse potessero discutere liberamente dei propri convincimenti si accorgerebbero di seguire già ora percorsi personali divergenti su non pochi punti rispetto alle dottrine di cui si ritengono normali seguaci. Ho presente cattolici che credono nella reincarnazione, o che recitano mantra, o che fanno scombussolare le alte sfere divine facendovi irrompere dentro anche la Madonna. D'altronde, mi rendo conto anche dei rischi che incombono su chiunque voglia con animo leggero inoltrarsi nelle discussioni teologiche, avendo anche presente, per esempio, credenti misti Maga della Bible & Rifle Belt che non dubitano che si possa vantare un diritto biblico a invadere delle terre altrui.
Coloro che decidessero di costruirsi un loro modello ideale di teologia farebbero onore alla propria intelligenza e alla propria ragione.
Più che nascere così "nuove religioni" diciamo che semplicemente uscirebbero allo scoperto dalla clandestinità le proprie legittime opinioni che in ogni caso dentro di noi preesistono già ora, anche se non vengono comunicate, esponendole invece finalmente a un libero confronto.
Sicuro che ne risulterebbe un chiarimento interiore e un arricchimento personale sul piano ideale.
P.S. ci sono solo tre possibili opzioni di risposta assolutamente contrapposte alla seguente domanda, domanda che le ha già in sé stessa incapsulate:
"Tutte le religioni sono vere, o ne è vera soltanto una, o non ne è vera nessuna?"
a)Sono tutte valide;
b)Ne è vera una soltanto (ad esempio, "Extra ecclesiam, nulla salus"), e tutte le altre sono false;
c)Non ne è vera nessuna.
Chi si inventasse una sua nuova teologia e volesse poi cesellarla per farla divenire vera e propria religione, avrebbe poi il sacrosanto diritto di fare il tifo per l'opzione a :)
La tua esperienza onirica si è fatta per me occasione di una riflessione che qui mi accingo a sviluppare, ispirata alla teoria del predictive processing, nel quadro del principio di energia libera proposto da Karl Friston.
Secondo tale prospettiva, il cervello non è un mero recettore del mondo, ma un sistema che incessantemente lo anticipa. Genera previsioni su ciò che vedrà, udrà, compirà, e le confronta con quanto effettivamente affluisce dai sensi.
Quando previsione e input coincidono, l'attività procede in quieta continuità.
Quando divergono, si produce un errore che esige di essere colmato, mediante la revisione del modello interno o attraverso un'azione che modifichi il mondo stesso.
La veglia è il dominio in cui l'errore sensoriale possiede alta precisione, cioè un peso determinante negli aggiornamenti del sistema. Il mondo oppone resistenza, impone discrepanze, costringe il modello ad adeguarsi.
Nel sogno, per contro, l'afflusso degli input esterni si attenua e la precisione loro attribuita si contrae drasticamente. Il cervello continua a inferire - poiché inferire è la sua legge costitutiva - ma il vincolo esercitato dal dato empirico si allenta.
Il modello non diviene per ciò stesso più vero; si fa tuttavia più sciolto, più autonomo.
Arrivo al punto centrale:
Nella chiave del predictive processing, interpreto la barriera amnestica, per analogia funzionale, quale effetto dei modelli attraverso cui la mente media l'accesso al reale.
In veglia, ogni intuizione è sottoposta al vaglio dei sensi, e il sistema tende a penalizzare ciò che genera discrepanze eccessive rispetto ai dati disponibili, favorendo invece configurazioni capaci di integrare lo scarto senza frattura.
Nel sogno - o in una rêverie profonda - quando la precisione sensoriale si riduce, il modello può avventurarsi in configurazioni più ampie, ad alto tasso di astrazione, meno ancorate alla verifica immediata, senza che alcun dato empirico intervenga a ristrutturarle.
Il sogno rivela, così, ciò che accade quando l'errore proveniente dal mondo è drasticamente ridimensionato e i modelli interni acquistano una libertà accresciuta.
Sorge allora un interrogativo: se le mie previsioni oniriche fossero erronee, come potrei discernerlo in assenza di segnali correttivi?
Nel sogno ordinario, non potrei. Il monitoraggio della realtà è attenuato; l'errore non dispone della forza necessaria per imporsi come revisione strutturante.
Poiché il cervello apprende e si trasforma soltanto nella misura in cui riceve segnali di discrepanza e riesce a integrarli senza collassare, si rivela necessario che almeno una porzione del controllo proprio della veglia si riaccenda nel cuore della simulazione.
Richiamando le tue parole:
Citazione di: Luther Blissett il 24 Febbraio 2026, 01:27:52 AMQuesto incontro che avviene nel sogno tra identità secondarie non è concretamente gestibile, almeno fintantoché non si riesca a dimostrare di riuscire a praticarlo nel contesto di un sogno lucido.
Citazione di: Eʀυ il 25 Febbraio 2026, 00:39:32 AMLa tua esperienza onirica si è fatta per me occasione di una riflessione che qui mi accingo a sviluppare, ispirata alla teoria del predictive processing, nel quadro del principio di energia libera proposto da Karl Friston.
Secondo tale prospettiva, il cervello non è un mero recettore del mondo, ma un sistema che incessantemente lo anticipa. Genera previsioni su ciò che vedrà, udrà, compirà, e le confronta con quanto effettivamente affluisce dai sensi.
Quando previsione e input coincidono, l'attività procede in quieta continuità.
Quando divergono, si produce un errore che esige di essere colmato, mediante la revisione del modello interno o attraverso un'azione che modifichi il mondo stesso.
La veglia è il dominio in cui l'errore sensoriale possiede alta precisione, cioè un peso determinante negli aggiornamenti del sistema. Il mondo oppone resistenza, impone discrepanze, costringe il modello ad adeguarsi.
Nel sogno, per contro, l'afflusso degli input esterni si attenua e la precisione loro attribuita si contrae drasticamente. Il cervello continua a inferire - poiché inferire è la sua legge costitutiva - ma il vincolo esercitato dal dato empirico si allenta.
Il modello non diviene per ciò stesso più vero; si fa tuttavia più sciolto, più autonomo.
Arrivo al punto centrale:
Nella chiave del predictive processing, interpreto la barriera amnestica, per analogia funzionale, quale effetto dei modelli attraverso cui la mente media l'accesso al reale.
In veglia, ogni intuizione è sottoposta al vaglio dei sensi, e il sistema tende a penalizzare ciò che genera discrepanze eccessive rispetto ai dati disponibili, favorendo invece configurazioni capaci di integrare lo scarto senza frattura.
Nel sogno - o in una rêverie profonda - quando la precisione sensoriale si riduce, il modello può avventurarsi in configurazioni più ampie, ad alto tasso di astrazione, meno ancorate alla verifica immediata, senza che alcun dato empirico intervenga a ristrutturarle.
Il sogno rivela, così, ciò che accade quando l'errore proveniente dal mondo è drasticamente ridimensionato e i modelli interni acquistano una libertà accresciuta.
Sorge allora un interrogativo: se le mie previsioni oniriche fossero erronee, come potrei discernerlo in assenza di segnali correttivi?
Nel sogno ordinario, non potrei. Il monitoraggio della realtà è attenuato; l'errore non dispone della forza necessaria per imporsi come revisione strutturante.
Poiché il cervello apprende e si trasforma soltanto nella misura in cui riceve segnali di discrepanza e riesce a integrarli senza collassare, si rivela necessario che almeno una porzione del controllo proprio della veglia si riaccenda nel cuore della simulazione.
Richiamando le tue parole:
CitazioneQuesto incontro che avviene nel sogno tra identità secondarie non è concretamente gestibile, almeno fintantoché non si riesca a dimostrare di riuscire a praticarlo nel contesto di un sogno lucido.
Non so come farei senza di te, e della tua competenza anche nelle neuroscienze :)
Mi rendo conto della difficoltà in cui mi dibatto. Riuscire a portare la fiaccola della lucidità dentro ai sogni temo rimanga solo un sogno. Purtroppo ammetto che non ci sto riuscendo, nonostante che senta dire da parte di altri che qualcuno ci riesce anche agevolmente, mentre invece io no. E poi, le rare volte che mi è parso sfiorare parziali fasi di lucidità nei sogni, alla fine son rimasto ugualmente deluso.
Tenuto conto che i sogni sono fantastiche sorgenti di emozioni e immagini, ma anche del tutto inaffidabili per un serio sperimentare, era per questo che settimane fa avevo tentato di usare tecniche di r
êverie, per ridurre l'ipercontrollo lucido proprio dello stato di veglia, mantenendo comunque in qualche modo pervie le vie dell'immaginazione fantasticante. Ho poi purtroppo dovuto smettere di praticare tali esercizi, perché ne ho avvertito pericoli per la mia salute.
Ora devo dire altro di questo sogno particolare occorso l'altra notte, sogno che mi ostino a chiamare sogno invece che incubo, e anche di questo devo spiegare il perché, e che mi ha colto di sorpresa per la sua violenza.
Devo tornarci sopra per spiegare meglio, perché è stato traumatico per me.
È vero che poi al brusco risveglio il sogno mi è apparso come una illuminazione gratificante, ed è appunto solo per questo che non lo chiamo incubo, ma il sogno in sé, mentre lo vivevo, è stato un'esperienza terrificante.
Questo sogno dovrei dividerlo in due fasi diverse. La prima fase è stata forse l'incubo più stravolgente che abbia mai provato dormendo: è quel momento che ho descritto come il trovarmi dentro a uno scenario alla Escher, una stanza a geometria impazzita, con una dimensione che rischiava di collassarmi addosso, mi sono sentito come fossi un fumetto dell'horror.
In quella fase sono stato in preda a puro terrore. Nel momento più infernale ho iniziato a sentire quel rumore oscuro di mantice il cui ritmo mi ha iniziato in qualche modo a placare l'angoscia estrema che provavo. Nella analisi successiva al risveglio ho poi interpretato quel ritmo come il mio modo di sentire il mio respiro profondo che stava venendo a soccorrermi – saggezza del corpo – poiché rallentava tutti i processi impazziti di quella situazione, e pian piano mi placava, insomma il mantice era il mio respiro-guida di cui divenivo parzialmente cosciente.
Il momento placante del mantice ha fatto iniziare la seconda fase, quella in cui lo scenario si è andato normalizzando, nel senso di una uscita da quella che ho chiamato stanza di Escher, e sua progressiva trasformazione in una specie di ambiente carcerario, fatto di un labirinto di stanze e pareti. In questa fase ho smesso di restare immobilizzato e paralizzato dal terrore, e ho riacquisito la facoltà di muovermi, ma scompostamente e in preda a un grande spavento, minore comunque del puro terrore della primissima fase.
Il mio desiderio più grande era allora quello di uscire di lì, accorgendomi intanto della grande parete da una parte e dalle tante porte e altre stanze dall'altra parte. In questa fase ho percepito anche una vaga sensazione di lucidità, in quanto mi è parso di aver compreso che mi stavo trovando dentro a un sogno, e quindi non volevo soltanto uscire di lì, credendo all'esistenza di quelle stanze, ma la parte ormai quasi lucida di me provava anche a voler uscire direttamente dal sogno.
Il momento culminante di questa lucidizzazione del sogno è stato quando mi sono trovato dentro la stanza del dormiente. Vederlo che dormiva deve avermi fatto capire che stavo dormendo anch'io, e istintivamente mi son sentito camminare in punta di piedi fuori dalla sua stanza per non svegliare lui, mentre volevo ormai assolutamente svegliare me, e mi son ritrovato di nuovo al cospetto della parete che volevo abbattere, ma con una lente in mano che mi è parsa inutile.
Ora vorrei far notare che se per assurda ipotesi un sogno incubante del genere mi divenisse ricorrente, penso proprio che andrei incontro a qualche seria cardiopatia.
Durante quel sogno chissà quanto ha proprio materialmente sofferto il mio cuore, che può avere davvero rischiato una fibrillazione. Il terrore era vero e tutto il mio corpo ne è rimasto scosso.
Poi è stato molto bello il momento successivo al risveglio, ma il rischio corso non devo sottovalutarlo, alla mia età emozioni simili andrebbero evitate.
Questo sogno così estremo è arrivato ovviamente per il fatto che sto prendendo troppo sul serio quest'idea del teolismo.
Cercherò di pensarci un po' meno :)
Intanto, sarebbe divertente, e per me rilassante, se altri utenti proponessero le loro teologie alternative.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Febbraio 2026, 05:48:51 AMIntanto, sarebbe divertente, e per me rilassante, se altri utenti proponessero le loro teologie alternative.
La mia teologia è semplice, quanto semplificatrice.
Noi siamo coloro che osservano , e che quindi non possono osservarsi, ma che si identificano con parte di ciò che osservano.
La teologia in effetti non c'entrerebbe, se non per il fatto che noi siamo insondabili al modo che nella tradizione teologica si intende un dio.
Tutto ciò con cui identifichiamo la realtà, e con la quale in parte ci identifichiamo, può essere confutato che sia, e alla fine ci rimane solo un ipotesi di realtà che giustifica il nostro interagire con qualcosa non meno insondabile di noi.
I risultati di questa interazione sono fatti della tessa sostanza, anche quando facciamo distinzioni fra essi, come fra i sogni e l'apparenza di realtà.
Non ho mai desiderato avere sogni lucidi, ma recentemente mi è capitato di provare fastidio per l'opacità di certi sogni, intesa non come mancanza di senso, ma propriamente di luce , unita al desiderio di sperimentare all'interno di essi matericità insolite , sensazioni tattili ad esempio, del tutto assenti appunto di solito.
Quindi mi sono concentrato per ottenerle, e sebbene in forma limitata ci sono riuscito, come un passare le unghie ''molto realistico'' sulla vetrata di un negozio, in una piazza ancora notturna, ma vividamente illuminata, seppure irrealistica nella sua semplificazione di quadro in stile ingenuo.
Quello che ho guadagnato in realismo per un senso, l'ho perso quindi per un altro, come se ce ne fosse una quantità limitata da distribuire fra loro, e così mi è venuto da pensare che il sogno è fatto più che altro di visioni perchè la vista è il senso che di norma privilegiamo nella nostra considerazione, e che per default quindi sembra dominare nei sogni.
Ora, mettendo a confronto la tua teologia con la mia, se così la si può chiamare,
mi pare che mentre io equiparo sogni e la cosiddetta, realtà riportandoli alla stessa sostanza di prodotto di interazione con linsondabile realtà, tu cerchi di ribaltare l'accezione negativa che di solito si da ai sogni, trasferendola, senza pur porre accento su ciò, alla cosiddetta realtà.
Sembra inoltre che tu abbia preso consapevolezza di quanto certe pratiche che usi siano pericolose, credo perchè la decostruzione dell'apparenza di realtà lo è, se ad essa non segue la consapevolezza di essere costruttori di mondi che non si riducano ai soli sogni, ma che possono essere non meno avventurosi di quelli, perchè in fondo... sono fatti della stessa sostanza.
Gli uomini non vivono propriamente nello stesso mondo, ma più precisamente sono uomini perchè vivono nello stesso mondo, e se questi sono creazioni, e se ora li abbiamo moltiplicati, la scommessa è continuare a viverci ancora tutti insieme.
I cosiddetti mondi paralleli sono adesso fra noi, ma più che paralleli sembrano avere una geometria alla Escher, e quindi forse nel tuo incubo ci hai visto bene.
Non resta quindi adesso che trasformare i nostri incubi in sogni di ''normale'' realtà, facendo pace con tutto ciò che di noi abbiamo esternato potendolo perciò considerare estraneo, uscendo dalla nostra alienazione contemporanea, risorgendo come la fenice dal bruciante timore di annichilazione.
Vivere in questi nuovi mondi non dovrebbe essere in fondo così difficile, se quando sogniamo , mentre sogniamo, il sogno non ci appare poi così strano, se non col senno di poi, cioè, solo quando ci svegliamo.
La scienza non ha fatto altro che farci svegliare dalla cosiddetta realtà, svelandoci la sua natura di sogno lucido.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Febbraio 2026, 05:48:51 AMNon so come farei senza di te, e della tua competenza anche nelle neuroscienze :)
Mi rendo conto della difficoltà in cui mi dibatto. Riuscire a portare la fiaccola della lucidità dentro ai sogni temo rimanga solo un sogno. Purtroppo ammetto che non ci sto riuscendo, nonostante che senta dire da parte di altri che qualcuno ci riesce anche agevolmente, mentre invece io no. E poi, le rare volte che mi è parso sfiorare parziali fasi di lucidità nei sogni, alla fine son rimasto ugualmente deluso.
Tenuto conto che i sogni sono fantastiche sorgenti di emozioni e immagini, ma anche del tutto inaffidabili per un serio sperimentare, era per questo che settimane fa avevo tentato di usare tecniche di rêverie, per ridurre l'ipercontrollo lucido proprio dello stato di veglia, mantenendo comunque in qualche modo pervie le vie dell'immaginazione fantasticante. Ho poi purtroppo dovuto smettere di praticare tali esercizi, perché ne ho avvertito pericoli per la mia salute.
Ora devo dire altro di questo sogno particolare occorso l'altra notte, sogno che mi ostino a chiamare sogno invece che incubo, e anche di questo devo spiegare il perché, e che mi ha colto di sorpresa per la sua violenza.
Devo tornarci sopra per spiegare meglio, perché è stato traumatico per me.
È vero che poi al brusco risveglio il sogno mi è apparso come una illuminazione gratificante, ed è appunto solo per questo che non lo chiamo incubo, ma il sogno in sé, mentre lo vivevo, è stato un'esperienza terrificante.
Questo sogno dovrei dividerlo in due fasi diverse. La prima fase è stata forse l'incubo più stravolgente che abbia mai provato dormendo: è quel momento che ho descritto come il trovarmi dentro a uno scenario alla Escher, una stanza a geometria impazzita, con una dimensione che rischiava di collassarmi addosso, mi sono sentito come fossi un fumetto dell'horror.
In quella fase sono stato in preda a puro terrore. Nel momento più infernale ho iniziato a sentire quel rumore oscuro di mantice il cui ritmo mi ha iniziato in qualche modo a placare l'angoscia estrema che provavo. Nella analisi successiva al risveglio ho poi interpretato quel ritmo come il mio modo di sentire il mio respiro profondo che stava venendo a soccorrermi – saggezza del corpo – poiché rallentava tutti i processi impazziti di quella situazione, e pian piano mi placava, insomma il mantice era il mio respiro-guida di cui divenivo parzialmente cosciente.
Il momento placante del mantice ha fatto iniziare la seconda fase, quella in cui lo scenario si è andato normalizzando, nel senso di una uscita da quella che ho chiamato stanza di Escher, e sua progressiva trasformazione in una specie di ambiente carcerario, fatto di un labirinto di stanze e pareti. In questa fase ho smesso di restare immobilizzato e paralizzato dal terrore, e ho riacquisito la facoltà di muovermi, ma scompostamente e in preda a un grande spavento, minore comunque del puro terrore della primissima fase.
Il mio desiderio più grande era allora quello di uscire di lì, accorgendomi intanto della grande parete da una parte e dalle tante porte e altre stanze dall'altra parte. In questa fase ho percepito anche una vaga sensazione di lucidità, in quanto mi è parso di aver compreso che mi stavo trovando dentro a un sogno, e quindi non volevo soltanto uscire di lì, credendo all'esistenza di quelle stanze, ma la parte ormai quasi lucida di me provava anche a voler uscire direttamente dal sogno.
Il momento culminante di questa lucidizzazione del sogno è stato quando mi sono trovato dentro la stanza del dormiente. Vederlo che dormiva deve avermi fatto capire che stavo dormendo anch'io, e istintivamente mi son sentito camminare in punta di piedi fuori dalla sua stanza per non svegliare lui, mentre volevo ormai assolutamente svegliare me, e mi son ritrovato di nuovo al cospetto della parete che volevo abbattere, ma con una lente in mano che mi è parsa inutile.
Ora vorrei far notare che se per assurda ipotesi un sogno incubante del genere mi divenisse ricorrente, penso proprio che andrei incontro a qualche seria cardiopatia.
Durante quel sogno chissà quanto ha proprio materialmente sofferto il mio cuore, che può avere davvero rischiato una fibrillazione. Il terrore era vero e tutto il mio corpo ne è rimasto scosso.
Poi è stato molto bello il momento successivo al risveglio, ma il rischio corso non devo sottovalutarlo, alla mia età emozioni simili andrebbero evitate.
Questo sogno così estremo è arrivato ovviamente per il fatto che sto prendendo troppo sul serio quest'idea del teolismo.
Cercherò di pensarci un po' meno :)
Intanto, sarebbe divertente, e per me rilassante, se altri utenti proponessero le loro teologie alternative.
Mi fa piacere, Luther, se cominci a riflettere sulla possibile pericolosità di certi atteggiamenti. D'altronde sono cose che avevo già detto in relazione a quel topic sull'esoterismo che sempre tu avevi aperto. Ho notato poi che hai postato una poesia nella quale é contenuta un'offesa verso Dio, scritta da una donna morta suicidata, come la tua amica ricercatrice sull'esoterismo.
Come dice il proverbio: "Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi", saggezza antica, purtroppo persa in questi tempi moderni.
Citazione di: Luther Blissett il 25 Febbraio 2026, 05:48:51 AMOra vorrei far notare che se per assurda ipotesi un sogno incubante del genere mi divenisse ricorrente, penso proprio che andrei incontro a qualche seria cardiopatia.
Durante quel sogno chissà quanto ha proprio materialmente sofferto il mio cuore, che può avere davvero rischiato una fibrillazione. Il terrore era vero e tutto il mio corpo ne è rimasto scosso.
Poi è stato molto bello il momento successivo al risveglio, ma il rischio corso non devo sottovalutarlo, alla mia età emozioni simili andrebbero evitate.
Questo sogno così estremo è arrivato ovviamente per il fatto che sto prendendo troppo sul serio quest'idea del teolismo.
Cercherò di pensarci un po' meno :)
È scelta saggia, Luther, e ti sono sinceramente accanto nel sostenerla :)
Le idee reclamano spazio, non egemonia. Possono dimorare in te con pienezza senza per questo ambire a colonizzare l'intero orizzonte della tua vita interiore.
La tua serenità viene prima di qualunque esplorazione dell'abisso, non soltanto secondo l'ordine naturale delle cose, ma, ancor più profondamente, secondo l'ordine delle priorità.
Riassumo in soldoni quali sono le differenze tra la concezione di Dio cristiana-cattolica e la concezione di Dio che ho chiamato teolistica o teolista.
Il Dio cristiano è uno e trino, ovvero è una Entità costituita da tre Persone Divine, mentre il Dio teolistico è una Entità costituita da moltissimi miliardi di persone umane e umanosimili non soltanto quindi appartenenti al nostro pianeta ma anche ad altri mondi analoghi al nostro.
Dato che a me piace prendere tutto con animo leggero e mi piace scherzare col Dio che ho immaginato infinitamente più simpatico di quello dei cristiani che è invece un tipo che se la tira, e dato anche che al momento attuale ignoriamo quanti siano questi miliardi di persone che Lo compongono, ipoteticamente potremmo immaginarci che siano parecchi bilioni, nel senso di migliaia di miliardi, così che in contrapposizione al Dio uno e trino dei cristiani io desidero credere nel mio simpatico Dio biliardino :) So che certamente a Lui piacerà che Lo chiamo anche così :)
Una altra immensa differenza tra i due Signori riposa sul significato fondamentale del loro sguardo che si posa su di noi umani.
È uno sguardo giudicante, quello del Dio cristiano, intimidatorio, pesante, generatore di sensi di colpa e paranoie, e promessa vaga di amore strano e gelide minacce.
È uno sguardo complice, quello del nostro Dio teolistico, intimamente partecipe, infinitamente em-patico e sim-patico, compagno di giochi forse esagerato per le nostre fragili vite, di cui Lui è parassita, ma mai dovremo dimenticare che Lui rimarrà sempre un Puer aeternus, un eterno bambino, e che siamo soltanto noi a direttamente vivere e morire, mentre Lui gioca con noi partecipando ad ogni attimo della nostra vita e della nostra morte.
Un divario immenso ci sarà tra il Dio cristiano per sempre Zar di tutti i cieli e
il nostro Dio biliardino con cui giocheremo chissà per sempre.
Difatti, mentre il Dio dei cristiani è visceralmente diverso da noi umani, che quindi siamo soltanto sue creature, il Dio teolista è un Arlecchino fatto di noi tutti, e noi non siamo Sue creature, ma parti sostanziali di Lui, e Dio lo costituiamo tutti insieme.
Corollario di quanto appena detto, altra infinita differenza, col Dio cristiano non ci staranno tutti, si sarà perso per strada dei pezzi, e invece col Dio teolista ci saremo tutti, senza eccezione alcuna.
Ovviamente, non si possono realisticamente confrontare tra loro due teologie, di cui una spadroneggiante da millenni grazie alle macchinazioni coi tiranni, ed una che sta nascendo appena.
Il credente nel Dio cristiano potrà rimanere convinto che il suo Dio, in cui in fondo crede anche per abbrivio e abitudine, vincerà ogni tenzone, e s'illuderà che così sarà anche con Allah.
Ma c'è un'altra radicale differenza che rende qualitativamente diversa questa nuova teologia chiamata teolismo dal cristianesimo in ogni sua denominazione, così come da ogni altra teologia formatasi tradizionalmente.
E qual è questa differenza?
È che il teolismo ha cercato fin dal suo primo fondarsi di restare il più possibile dentro i confini della logica e della ragione.
Questa nuova teologia si sta tentando di costruirla riducendo al minimo possibile ogni sfaccettatura irrazionale.
Sono pochissimi gli elementi irrazionali che sono stati utilizzati nell'edificare questa teologia: il più irrazionale di tutti è il concetto di Dio, cui non ho potuto (né voluto) rinunciare, ovviamente.
Il Dio concepito dal teolismo è un Dio possibile, tenendo conto di tutte le estreme limitazioni che ci pone l'analisi della Realtà così come la conosciamo. Non era mica facile costruire un Dio, tenendo conto di quanti orrori si sono da considerare.
E almeno finora non mi pare siano emerse incongruenze destabilizzanti della struttura dell'edificio teologico teolistico.
Nel campo della psicologia ferve da tanto tempo il dibattito sulla scientificità o meno della psicoanalisi. Nel campo delle teologie un tale dibattito non sarebbe nemmeno proponibile, ma nemmeno concepibile, per tante ovvie ragioni.
È ovvio che nemmeno il teolismo aspira a divenire una scienza, come naturalmente non può esserlo alcuna teologia. Eppure, desidero ancora coltivare la speranza che il teolismo possa aspirare ad una importante validazione, che potrebbe rivelarsi provenire da ricerche future nella manipolazione dei sogni lucidi.
Dei sogni lucidi ebbi occasione di occuparmene tanti anni fa, purtroppo con risultati anche allora deludenti. Pur frequentando allora l'ambito universitario, non riuscii a trovare nessuno che realmente sapesse procurarsi sogni lucidi a volontà. Non escludo a priori nemmeno adesso che esistano realmente rarissime persone in grado di farli, ma la mia ricerca di allora fallì perché non ne trovai nessuna concretamente. Perfino un noto autore che vantava nei libri di esserne capace e di insegnarne la tecnica, mi deluse completamente. E anche allora ricordo che avevo all'inizio sperato di poter avere qualche miniconferma sulla realtà o meno dei cosiddetti viaggi astrali, ma dovetti malmostosamente abbandonare l'impresa riconoscendo sul campo che ancora una volta avevano avuto ragione gli scientisti.
Però, sia ora che ci sono ancora, sia in futuro quando non ci sarò, questa teologia teolista vi consiglio di non dimenticarvela del tutto, ma di lasciare aperta una porticina, poiché questa teologia non dico che potrebbe essere dimostrata, ma dico che varrà la pena compiere delle precise ricerche, se si sarà trovato che i sogni lucidi sono effettivamente effettuabili, anche da parte di pochissimi, o persino di uno solo, non importa, invito questi pochissimi a compiere il seguente esperimento che potrete desumere dal racconto che ho fatto dell'incubo- sogno che vi ho raccontato.
(Portare il controllo dello stato di veglia nel sogno rimane il mio sogno proibito.)
Suggerimento per chi dovesse ritenersi in grado di compiere degli autentici sogni lucidi:
Si tratta di ripetere il mio sogno, soltanto dalla comparsa dell'ambiente carcerario in poi, ambiente che vi invito a scegliere come scenario da riprodurre onironauticamente.
Chi appunto saprà entrare in un dedalo di aspetto carcerario fatto di tante stanze e porte e di una parete, può in parte all'inizio anche ignorare la parete, e invece dirigersi con decisione verso la porta più vicina ed entrare nelle altre stanze fino a trovarne una dove qualcuno sta dormendo.
Se trovate una stanza con un dormiente, non fate come ho fatto io nel mio incubo-sogno, ma io non mi trovavo dentro un sogno lucido come avrei voluto e so di non potere,
voi invece entrate con gentilezza e con gentilezza cercate di svegliarlo.
Quella persona che dorme non siete voi, ma è davvero un'altra persona, ovvero una parte di Dio, e anche voi lo siete. Vi scambiate i dati e i numeri di telefono, e vi svegliate, ciascuno dalla sua stanza, e poi nella veglia correte a cercare tutti i riscontri dell'esperienza effettuata.
E per quanto riguarda la parete all'inizio ignorata, mi affido alla vostra fantasia sperimentale.
Lo so che poi ritornerete là dentro altre volte, mille altre volte.
Vi auguro di riuscire :)
Citazione di: anthonyi il 25 Febbraio 2026, 09:56:06 AMMi fa piacere, Luther, se cominci a riflettere sulla possibile pericolosità di certi atteggiamenti. D'altronde sono cose che avevo già detto in relazione a quel topic sull'esoterismo che sempre tu avevi aperto. Ho notato poi che hai postato una poesia nella quale é contenuta un'offesa verso Dio, scritta da una donna morta suicidata, come la tua amica ricercatrice sull'esoterismo.
Come dice il proverbio: "Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi", saggezza antica, purtroppo persa in questi tempi moderni.
Ecco, vedi una importantissima differenza tra il Dio che tu stai seguendo e il Dio migliore del tuo, se permetti, che io mi sto immaginando possibile.
Il mio Dio gioca sempre perché è un Puer aeternus, e con Lui penso proprio che sia obbligatorio scherzare :)
Io non riesco nemmeno a concepire che un Dio si possa offendere, non ci riesco, capisci?
E oltretutto, quella di Anne Sexton era una poesia, mi pare che sospetti il male dappertutto.
Che cosa vorresti? Avresti voluto che la poetessa ringraziasse Dio per la morte che ha programmato per noi tutti?
Non si ha il diritto di dire la verità davanti a Dio? Questa cosa succede solo con i tiranni.
È grave che tu non te ne accorgi. Non può e non deve essere Dio un essere così, un Dio a cui non sia possibile dire la verità.
E voi cristiani continuate a ripetere amore amore allo stesso identico modo in cui i musulmani ripetono pace pace.
Citazione di: Luther Blissett il 26 Febbraio 2026, 21:56:23 PMRiassumo in soldoni quali sono le differenze tra la concezione di Dio cristiana-cattolica e la concezione di Dio che ho chiamato teolistica o teolista.
Il Dio cristiano è uno e trino, ovvero è una Entità costituita da tre Persone Divine, mentre il Dio teolistico è una Entità costituita da moltissimi miliardi di persone umane e umanosimili non soltanto quindi appartenenti al nostro pianeta ma anche ad altri mondi analoghi al nostro.
Dato che a me piace prendere tutto con animo leggero e mi piace scherzare col Dio che ho immaginato infinitamente più simpatico di quello dei cristiani che è invece un tipo che se la tira, e dato anche che al momento attuale ignoriamo quanti siano questi miliardi di persone che Lo compongono, ipoteticamente potremmo immaginarci che siano parecchi bilioni, nel senso di migliaia di miliardi, così che in contrapposizione al Dio uno e trino dei cristiani io desidero credere nel mio simpatico Dio biliardino :) So che certamente a Lui piacerà che Lo chiamo anche così :)
Una altra immensa differenza tra i due Signori riposa sul significato fondamentale del loro sguardo che si posa su di noi umani.
È uno sguardo giudicante, quello del Dio cristiano, intimidatorio, pesante, generatore di sensi di colpa e paranoie, e promessa vaga di amore strano e gelide minacce.
È uno sguardo complice, quello del nostro Dio teolistico, intimamente partecipe, infinitamente em-patico e sim-patico, compagno di giochi forse esagerato per le nostre fragili vite, di cui Lui è parassita, ma mai dovremo dimenticare che Lui rimarrà sempre un Puer aeternus, un eterno bambino, e che siamo soltanto noi a direttamente vivere e morire, mentre Lui gioca con noi partecipando ad ogni attimo della nostra vita e della nostra morte.
Un divario immenso ci sarà tra il Dio cristiano per sempre Zar di tutti i cieli e
il nostro Dio biliardino con cui giocheremo chissà per sempre.
Difatti, mentre il Dio dei cristiani è visceralmente diverso da noi umani, che quindi siamo soltanto sue creature, il Dio teolista è un Arlecchino fatto di noi tutti, e noi non siamo Sue creature, ma parti sostanziali di Lui, e Dio lo costituiamo tutti insieme.
Corollario di quanto appena detto, altra infinita differenza, col Dio cristiano non ci staranno tutti, si sarà perso per strada dei pezzi, e invece col Dio teolista ci saremo tutti, senza eccezione alcuna.
Ovviamente, non si possono realisticamente confrontare tra loro due teologie, di cui una spadroneggiante da millenni grazie alle macchinazioni coi tiranni, ed una che sta nascendo appena.
Il credente nel Dio cristiano potrà rimanere convinto che il suo Dio, in cui in fondo crede anche per abbrivio e abitudine, vincerà ogni tenzone, e s'illuderà che così sarà anche con Allah.
Ma c'è un'altra radicale differenza che rende qualitativamente diversa questa nuova teologia chiamata teolismo dal cristianesimo in ogni sua denominazione, così come da ogni altra teologia formatasi tradizionalmente.
E qual è questa differenza?
È che il teolismo ha cercato fin dal suo primo fondarsi di restare il più possibile dentro i confini della logica e della ragione.
Questa nuova teologia si sta tentando di costruirla riducendo al minimo possibile ogni sfaccettatura irrazionale.
Sono pochissimi gli elementi irrazionali che sono stati utilizzati nell'edificare questa teologia: il più irrazionale di tutti è il concetto di Dio, cui non ho potuto (né voluto) rinunciare, ovviamente.
Il Dio concepito dal teolismo è un Dio possibile, tenendo conto di tutte le estreme limitazioni che ci pone l'analisi della Realtà così come la conosciamo. Non era mica facile costruire un Dio, tenendo conto di quanti orrori si sono da considerare.
E almeno finora non mi pare siano emerse incongruenze destabilizzanti della struttura dell'edificio teologico teolistico.
Nel campo della psicologia ferve da tanto tempo il dibattito sulla scientificità o meno della psicoanalisi. Nel campo delle teologie un tale dibattito non sarebbe nemmeno proponibile, ma nemmeno concepibile, per tante ovvie ragioni.
È ovvio che nemmeno il teolismo aspira a divenire una scienza, come naturalmente non può esserlo alcuna teologia. Eppure, desidero ancora coltivare la speranza che il teolismo possa aspirare ad una importante validazione, che potrebbe rivelarsi provenire da ricerche future nella manipolazione dei sogni lucidi.
Dei sogni lucidi ebbi occasione di occuparmene tanti anni fa, purtroppo con risultati anche allora deludenti. Pur frequentando allora l'ambito universitario, non riuscii a trovare nessuno che realmente sapesse procurarsi sogni lucidi a volontà. Non escludo a priori nemmeno adesso che esistano realmente rarissime persone in grado di farli, ma la mia ricerca di allora fallì perché non ne trovai nessuna concretamente. Perfino un noto autore che vantava nei libri di esserne capace e di insegnarne la tecnica, mi deluse completamente. E anche allora ricordo che avevo all'inizio sperato di poter avere qualche miniconferma sulla realtà o meno dei cosiddetti viaggi astrali, ma dovetti malmostosamente abbandonare l'impresa riconoscendo sul campo che ancora una volta avevano avuto ragione gli scientisti.
Però, sia ora che ci sono ancora, sia in futuro quando non ci sarò, questa teologia teolista vi consiglio di non dimenticarvela del tutto, ma di lasciare aperta una porticina, poiché questa teologia non dico che potrebbe essere dimostrata, ma dico che varrà la pena compiere delle precise ricerche, se si sarà trovato che i sogni lucidi sono effettivamente effettuabili, anche da parte di pochissimi, o persino di uno solo, non importa, invito questi pochissimi a compiere il seguente esperimento che potrete desumere dal racconto che ho fatto dell'incubo- sogno che vi ho raccontato.
(Portare il controllo dello stato di veglia nel sogno rimane il mio sogno proibito.)
Suggerimento per chi dovesse ritenersi in grado di compiere degli autentici sogni lucidi:
Si tratta di ripetere il mio sogno, soltanto dalla comparsa dell'ambiente carcerario in poi, ambiente che vi invito a scegliere come scenario da riprodurre onironauticamente.
Chi appunto saprà entrare in un dedalo di aspetto carcerario fatto di tante stanze e porte e di una parete, può in parte all'inizio anche ignorare la parete, e invece dirigersi con decisione verso la porta più vicina ed entrare nelle altre stanze fino a trovarne una dove qualcuno sta dormendo.
Se trovate una stanza con un dormiente, non fate come ho fatto io nel mio incubo-sogno, ma io non mi trovavo dentro un sogno lucido come avrei voluto e so di non potere,
voi invece entrate con gentilezza e con gentilezza cercate di svegliarlo.
Quella persona che dorme non siete voi, ma è davvero un'altra persona, ovvero una parte di Dio, e anche voi lo siete. Vi scambiate i dati e i numeri di telefono, e vi svegliate, ciascuno dalla sua stanza, e poi nella veglia correte a cercare tutti i riscontri dell'esperienza effettuata.
E per quanto riguarda la parete all'inizio ignorata, mi affido alla vostra fantasia sperimentale.
Lo so che poi ritornerete là dentro altre volte, mille altre volte.
Vi auguro di riuscire :)
La tua teologia non sta di più dentro ai confini della razionalità rispetto a quella cristiana, ma semplicemente hai messo fuori dai confini la parte irrazionale, cioè Dio, promuovendolo ad Esso, come si fa in politica per togliersi dai piedi certi elementi scomodi.
Il confronto va fatto fra pari, e pari per me sono metafisicamente Dio ed Esso, anche detto ''caso'', tralasciando tutte le loro eventuali schiere di discendenti in diverso grado, uni trini e biliardini.
Biliardini... :))
Citazione di: Luther Blissett il 26 Febbraio 2026, 22:10:58 PMEcco, vedi una importantissima differenza tra il Dio che tu stai seguendo e il Dio migliore del tuo, se permetti, che io mi sto immaginando possibile.
Il mio Dio gioca sempre perché è un Puer aeternus, e con Lui penso proprio che sia obbligatorio scherzare :)
Io non riesco nemmeno a concepire che un Dio si possa offendere, non ci riesco, capisci?
E oltretutto, quella di Anne Sexton era una poesia, mi pare che sospetti il male dappertutto.
Che cosa vorresti? Avresti voluto che la poetessa ringraziasse Dio per la morte che ha programmato per noi tutti?
Non si ha il diritto di dire la verità davanti a Dio? Questa cosa succede solo con i tiranni.
È grave che tu non te ne accorgi. Non può e non deve essere Dio un essere così, un Dio a cui non sia possibile dire la verità.
E voi cristiani continuate a ripetere amore amore allo stesso identico modo in cui i musulmani ripetono pace pace.
Io non sospetto nulla, osservo, una cosa é scherzare simpaticamente, un'altra é offendere, è definire qualcuno un pervertito é un'offesa. Poi vedi, Luther, il problema non é che Dio si "offende", il problema é che l'offesa a Dio é qualcosa di perfettamente in linea con la volontà del male e quindi, cosí come le "ricerche esoteriche" apre uno spiraglio, nella nostra psiche, alla sua azione nella nostra mente. E il male, quando é lasciato libero di agire, produce incubi, angoscia, depressione, e anche quella strumentale sensazione di piacere che si prova ogni volta che con le parole si dissacra la fede, un modo per tenere la persona strettamente vincolata a lui.
Nell'evoluzione piú drammatica, La depressione che il male produce, porta l'individuo al suicidio come é possibile oggettivamente osservare nei due casi che non sono stato io ad andarmi a cercare, ma sei tu che hai presentato nel forum.
Te lo ripeto Luther io non sospetto, osservo, analizzo e rappresento la mia interpretazione di quello che ho osservato.
Inserisco direttamente in questo thread questa poesia della Dickinson, poiché la considero una delle più sintetiche e smaglianti prese di coscienza che mai siano state fatte sull'idea stessa di coscienza cosmica.
https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5700.0.html (https://www.riflessioni.it/logos/index.php/topic,5700.0.html)
Tante sono le traduzioni in italiano reperibili di questa celebre poesia, ma a me piace tradurla in modo teolistico, volendo rendere il termine inglese "brain" con "coscienza", di cui la poetessa ci mostra la cosmicità nella smisurata grandezza, nella abissale profondità e nella equivalenza con Dio. "Coscienza cosmica": sono convinto che fosse proprio questo il significato profondo inteso dalla poetessa americana nel suo utilizzo del termine "brain", e nell'interezza di questa sua poesia:
"La coscienza è più grande del cielo,
mettili pure fianco a fianco insieme,
e vedrai l'una divorarsi l'altro,
e, come niente fosse, anche te.
La coscienza è più profonda del mare,
mettili pure blu sopra al blu,
e vedrai l'una inzupparsi dell'altro,
come farebbe una spugna nel secchio.
La coscienza peserà quanto Dio,
tirali pure su libbra per libbra,
e li vedrai vibrare, se diversi,
come nei versi sillabe e suoni."
Poeti e mistici sono le antenne più sensibili, ma una cosa enorme come la coscienza cosmica l'avvertiamo tutti, in fondo. La coscienza cosmica è un qualcosa che ci ha dato la natura, qualcosa che ci appare obiettivamente spropositata.
Nessun animale può accorgersi dell'esistenza del cielo, nemmeno creature come gli uccelli che pure vi si librano dentro.
Noi non possiamo non accorgercene: è questa immensa cosa qui la coscienza cosmica.
Una riflessione possibile:
Alcune correnti mistiche sostengono che di coscienza cosmica non possa che essercene una sola.
Non sono solito lasciarmi granché impressionare dai film, però molti anni fa un telefilm della serie "Ai confini della realtà" mi risultò così disturbante che temetti di star male..
Logicamente mi chiesi come mai mi avesse colpito così tanto, e non trovai risposta, ma è soltanto in questi ultimi tempi che forse ho iniziato a capire il motivo di tale oscura inquietudine.
Quella nota serie di fantascienza aveva dedicato tre telefilm al tema del ragazzino ritardato mentale provvisto però di misteriosi poteri "ai confini della realtà": tutti e tre i telefilm mi avevano in vario modo disturbato, ma in particolare era stato uno di essi, il più recente, risalente al 1986, dal titolo "The toys of Caliban" ad arrecarmi il maggior disagio, al punto di rischiare di farmi star male.
Posso ritenere ora che il ragazzino minorato dai misteriosi poteri rappresentasse una sorta di oscura prefigurazione del Puer ipotizzato dalla teologia teolistica.
Questa idea del teolismo è venuta formandosi nella mia mente nel corso di questi ultimi due-tre anni, e azzardo quindi l'ipotesi che quel remoto telefilm abbia oscuramente contribuito al formarsi della mia nuova teologia.
Sul piano della teoria teologica, mi rendo conto che lo spunto datomi dall'impressione indottami da quel telefilm mi ha spinto a stare forse eccessivamente aggravando le ipotetiche condizioni neuropsichiatriche del nostro Dio minore, che quasi diviene un Dio minorato, che in certi frangenti sono arrivato a prefigurarmi perfino come un adorabile Pet divino.
Il guaio è che questo ipotizzato deficit intellettivo non possiamo escludere del tutto che sia una ulteriore condizione inflitta da Esso al nostro Dio minore, dato che si deve pur trovare una spiegazione logica alla scarsa attitudine che Lui sta dimostrando nell'apprendere dalla nostra umana esperienza.
Lui è tumultuosamente infervorato dalle nostre vite, che in Lui rimangono impresse nella Sua divina memoria, ma deve notarsi che Lui rimane sempre Puer, Bambino, rimane sempre un Infante, e "infans" significa che non parla. Il problema è spiegato così dal teolismo: vi è una netta separazione delle doti di cui dispongono le due entità che ci sovrastano. L'intelligenza è tutta dalla parte di Esso ed è chiaramente separata dalla memoria che invece è tutta dalla parte del nostro Dio minore.
La memoria è una dote personale, e solo il Dio persona ne dispone infinitamente. Non dimentichiamo che è di memoria che è fatta qualunque persona, sia a livello umano che divino.
Ma il nostro Dio, pur disponendo di una infinita memoria, può rivelarSi scarseggiare alquanto quanto a intelligenza.
Occorre notare che per il teolismo memoria e intelligenza sono funzioni cognitive nettamente distinte, e che solo a livello umano può esservi un mix adeguato e coerente di buona intelligenza con buona memoria.
Riguardo al nostro Dio minore dobbiamo arrenderci all'idea che potremmo scoprire in Lui un deficit intellettivo che dobbiamo sperare non sia troppo rilevante.
Dell'intelligenza infinita, purtroppo, ne gode soltanto Esso, che però non essendo persona, in sostanza e quindi in pratica possiamo considerarlo nonesistente. E ciò che non è persona non ha memoria, detto altrimenti, non serve la memoria a un ente che non è persona.
Eccovi due versioni del medesimo telefilm, entrambe soltanto in inglese (non le ho trovate in italiano): la prima ha l'audio un po' difettoso, ma ha i sottotitoli in spagnolo; la seconda versione è migliore ma senza alcun sottotitolo. (Mi stavo dimenticando di ringraziare ERU, che tra le tante altre cose, è colei che mi ha aiutato a rintracciare il telefilm, il cui titolo avevo anche rimosso)
https://youtu.be/KeG4Awqeuxg (https://youtu.be/KeG4Awqeuxg)
https://youtu.be/CrA8LBcYHDA (https://youtu.be/CrA8LBcYHDA)
Citazione di: Luther Blissett il 04 Marzo 2026, 00:15:34 AMQuella nota serie di fantascienza aveva dedicato tre telefilm al tema del ragazzino ritardato mentale provvisto però di misteriosi poteri "ai confini della realtà": tutti e tre i telefilm mi avevano in vario modo disturbato, ma in particolare era stato uno di essi, il più recente, risalente al 1986, dal titolo "The toys of Caliban" ad arrecarmi il maggior disagio, al punto di rischiare di farmi star male.
Io interpreto il personaggio di Toby - mantenendomi rigorosamente entro l'orizzonte dell'episodio - come una figura divina che si imbatte, in via del tutto eccezionale, nell'Altro: non un'emanazione, bensì un'essenza realmente distinta da Lui.
Sorge allora un interrogativo: che cosa accadrebbe se l'alterità fosse autentica e non meramente funzionale?
Proviamo, per un istante, a introdurla nell'assetto della scena e ad osservarne gli effetti.
È come se Toby abitasse un sogno ad occhi aperti, vigile e tuttavia privo di vera lucidità. Un sogno ignaro della propria natura onirica.
Le entità che gli stanno accanto - i genitori - dotate di volontà propria e dunque effettivamente distinte dal suo universo interiore, sono nondimeno costrette a dimorarvi, ontologicamente vincolate all'inconscio del figlio.
Qui, a mio dire, affiora l'aspetto più perturbante.
L'orrore, la vera esperienza tragica, per i personaggi intrappolati nasce dalla consapevolezza limpida e irrevocabile di essere Altro, di non coincidere con Lui. Non si tratta di amnesia indotta né di equivoco ontologico: è autentica Alterità. E tuttavia questa coscienza si rivela radicalmente inefficace, una lucidità priva di potere.
Forse la forma più pura di impotenza concepibile: sapere di essere distinti senza poter mai far valere tale distinzione.
Ben diversa sarebbe la condizione di un essere interamente immerso nel sogno di Toby, semplice proiezione della sua mente. Costui non soffrirebbe nello stesso tragico modo, poiché non percepirebbe alcun confine. Potrebbe conoscere paura, angoscia, persino terrore, ma si tratterebbe di moti interni al sistema, tensioni generate e riassorbite nella medesima sintassi onirica.
Un dramma chiuso, per così dire, e proprio per questo infinitamente più tollerabile della frattura lucida e senza scampo che è l'esperienza dell'Altro reale.
Ritengo che i genitori incarnino, in forma esemplare, l'assurdità disagiante dell'essere davvero altro-da-Lui, quell'incommensurabile distanza che produce cortocircuiti nell'intera struttura e ne prelude al collasso - esattamente come nel finale, quando il padre porge al figlio l'immagine di un'esplosione, invitandolo a renderla reale.
Un sistema chiuso, privo di uno spazio reale per l'alterità, appare sul punto di incrinarsi non appena quest'ultima vi fa irruzione.
Noi, calati nei panni degli Altri, saremmo forse irrimediabilmente impreparati dinanzi a una simile divinità. Ogni nostro tentativo di relazione oscillerebbe tra il desiderio irrealizzabile di fonderci con Lei e l'impulso di dissolverci per non-essere più.
Parrebbe quasi che il teolismo, dinanzi a tale eventualità, conservi una sua peculiare innocenza, preservandosi dal terrore ontologico proprio in virtù dell'assenza di un'alterità radicale interna.
Si potrebbe allora ipotizzare che un sistema siffatto goda di una maggiore stabilità rispetto a uno che, al contrario, accolga in sé la frattura dell'Altro.
Citazione di: Luther Blissett il 04 Marzo 2026, 00:15:34 AMMi stavo dimenticando di ringraziare ERU, che tra le tante altre cose, è colei che mi ha aiutato a rintracciare il telefilm, il cui titolo avevo anche rimosso
Figurati, Luther :) Per me è stato un autentico piacere, oltre che motivo di profonda soddisfazione.
Citazione di: Eʀυ il 05 Marzo 2026, 01:36:43 AMIo interpreto il personaggio di Toby - mantenendomi rigorosamente entro l'orizzonte dell'episodio - come una figura divina che si imbatte, in via del tutto eccezionale, nell'Altro: non un'emanazione, bensì un'essenza realmente distinta da Lui.
Sorge allora un interrogativo: che cosa accadrebbe se l'alterità fosse autentica e non meramente funzionale?
Proviamo, per un istante, a introdurla nell'assetto della scena e ad osservarne gli effetti.
È come se Toby abitasse un sogno ad occhi aperti, vigile e tuttavia privo di vera lucidità. Un sogno ignaro della propria natura onirica.
Le entità che gli stanno accanto - i genitori - dotate di volontà propria e dunque effettivamente distinte dal suo universo interiore, sono nondimeno costrette a dimorarvi, ontologicamente vincolate all'inconscio del figlio.
Qui, a mio dire, affiora l'aspetto più perturbante.
L'orrore, la vera esperienza tragica, per i personaggi intrappolati nasce dalla consapevolezza limpida e irrevocabile di essere Altro, di non coincidere con Lui. Non si tratta di amnesia indotta né di equivoco ontologico: è autentica Alterità. E tuttavia questa coscienza si rivela radicalmente inefficace, una lucidità priva di potere.
Forse la forma più pura di impotenza concepibile: sapere di essere distinti senza poter mai far valere tale distinzione.
Ben diversa sarebbe la condizione di un essere interamente immerso nel sogno di Toby, semplice proiezione della sua mente. Costui non soffrirebbe nello stesso tragico modo, poiché non percepirebbe alcun confine. Potrebbe conoscere paura, angoscia, persino terrore, ma si tratterebbe di moti interni al sistema, tensioni generate e riassorbite nella medesima sintassi onirica.
Un dramma chiuso, per così dire, e proprio per questo infinitamente più tollerabile della frattura lucida e senza scampo che è l'esperienza dell'Altro reale.
Ritengo che i genitori incarnino, in forma esemplare, l'assurdità disagiante dell'essere davvero altro-da-Lui, quell'incommensurabile distanza che produce cortocircuiti nell'intera struttura e ne prelude al collasso - esattamente come nel finale, quando il padre porge al figlio l'immagine di un'esplosione, invitandolo a renderla reale.
Un sistema chiuso, privo di uno spazio reale per l'alterità, appare sul punto di incrinarsi non appena quest'ultima vi fa irruzione.
Noi, calati nei panni degli Altri, saremmo forse irrimediabilmente impreparati dinanzi a una simile divinità. Ogni nostro tentativo di relazione oscillerebbe tra il desiderio irrealizzabile di fonderci con Lei e l'impulso di dissolverci per non-essere più.
Parrebbe quasi che il teolismo, dinanzi a tale eventualità, conservi una sua peculiare innocenza, preservandosi dal terrore ontologico proprio in virtù dell'assenza di un'alterità radicale interna.
Si potrebbe allora ipotizzare che un sistema siffatto goda di una maggiore stabilità rispetto a uno che, al contrario, accolga in sé la frattura dell'Altro.
Complimenti per la tua vibrante analisi del caso Toby: come di consueto coi tuoi post, anche questo è da incorniciare.
Adesso mi dispiacerebbe se tu non avessi presente anche il film del 1983 "Ai confini della realtà", e in particolare, il terzo segmento di quel film, dal titolo "Prigionieri di Anthony."
Stasera ho voluto rivedere questo segmento di quel film, per rianalizzare anche le mie reazioni attuali. Ho poi cercato invano su YouTube un filmato linkabile. Il massimo che sono riuscito a trovare è soltanto questo inutile frammento di soli due minuti che comunque fa conoscere Anthony: https://youtu.be/TWbUPUaGTrI (https://youtu.be/TWbUPUaGTrI)
Sarebbe bello se tu avessi presente anche questo episodio del film, così da poter raffrontare i due casi di ragazzini dagli straordinari poteri.
Ti riferisco sùbito la mia reazione attuale alla rivisitazione dell'episodio "Prigionieri di Anthony": è stata minima, direi anzi che questo episodio non mi pare aver ritoccato nessuna delle mie corde.
Invece, quando nei giorni scorsi ho rivisto l'episodio di Toby, ho riavvertito ancora la persistenza del perturbante.
A influenzare il tono delle emozioni penso che solo in parte derivi dal diverso finale dei due episodi: non credo che il finale edificante del caso Anthony basti a spiegare il non vibrare delle corde.
Dei due, resta il fatto che soltanto il caso Toby era riuscito a urtarmi al punto di farsi rimuovere dalla mia coscienza.
Citazione di: Luther Blissett il 06 Marzo 2026, 00:29:52 AMComplimenti per la tua vibrante analisi del caso Toby: come di consueto coi tuoi post, anche questo è da incorniciare.
Adesso mi dispiacerebbe se tu non avessi presente anche il film del 1983 "Ai confini della realtà", e in particolare, il terzo segmento di quel film, dal titolo "Prigionieri di Anthony."
Stasera ho voluto rivedere questo segmento di quel film, per rianalizzare anche le mie reazioni attuali. Ho poi cercato invano su YouTube un filmato linkabile. Il massimo che sono riuscito a trovare è soltanto questo inutile frammento di soli due minuti che comunque fa conoscere Anthony: https://youtu.be/TWbUPUaGTrI (https://youtu.be/TWbUPUaGTrI)
Sarebbe bello se tu avessi presente anche questo episodio del film, così da poter raffrontare i due casi di ragazzini dagli straordinari poteri.
Ti riferisco sùbito la mia reazione attuale alla rivisitazione dell'episodio "Prigionieri di Anthony": è stata minima, direi anzi che questo episodio non mi pare aver ritoccato nessuna delle mie corde.
Invece, quando nei giorni scorsi ho rivisto l'episodio di Toby, ho riavvertito ancora la persistenza del perturbante.
A influenzare il tono delle emozioni penso che solo in parte derivi dal diverso finale dei due episodi: non credo che il finale edificante del caso Anthony basti a spiegare il non vibrare delle corde.
Dei due, resta il fatto che soltanto il caso Toby era riuscito a urtarmi al punto di farsi rimuovere dalla mia coscienza.
Ti parlo della mia impressione sull'episodio del '61
*, poiché mi pare possieda una struttura assai più marcatamente teologica, tale da prestarsi con particolare efficacia al confronto con il nostro Toby.
Mi sarà inoltre utile, sul finire, quale fondamento descrittivo per accostarmi alla figura di Anthony nel remake dell'83.
*https://it.wikipedia.org/wiki/Episodi_di_Ai_confini_della_realt%C3%A0_(serie_televisiva_1959)_(terza_stagione)#Un_piccolo_mostro
Dunque:
Nell'Anthony del '61 ravvedo molto del Dio biblico. Potrei quasi dire che egli costituisca la caricatura della sua ricezione popolare, ossia di quella figura divina percepita, nella coscienza comune, come supremo giudice dei pensieri.
Uno sguardo capace di penetrare le pieghe più segrete della coscienza, di scorgere la colpa nascosta e di esigere una purezza che non si limiti al gesto visibile, ma si estenda fino al territorio invisibile della mente.
In questo senso Anthony incarna perfettamente tale immaginario. Egli non è soltanto onnipotente nel dominio degli eventi: è, per così dire, onniveggente nell'ambito mentale.
È come un dio che esiga incessantemente la "purezza" dei pensieri altrui.
E questo, in fondo, costituisce uno dei meccanismi più antichi dell'esperienza religiosa.
Nel momento in cui la divinità penetra l'interiorità dell'uomo, non è più sufficiente agire rettamente. Diventa necessario pensare rettamente.
Il Dio che vede il cuore è infinitamente più potente del dio che giudica soltanto le azioni.
Gli adulti che lo circondano, nel ripetere quasi liturgicamente espressioni del tenore di "è una cosa buona" - formula che mi verrebbe spontaneo trasporre nel più solenne "è cosa buona e giusta", se non temessi di sconfinare nel registro eucaristico cristiano successivo - sembrano pregare incessantemente il loro dio affinché non si volga contro di loro, affinché continui a dispensare la propria benevolenza.
La loro stessa sopravvivenza dipende dal mantenere intatta la purezza del pensiero.
Anthony è dunque un dio davanti al quale non resta che implorare pietà.
Toby, invece, è il dio che non giudica, non esamina, non scruta. Non possiede neppure la struttura mentale per farlo. L'interiorità degli altri non lo riguarda. Non indaga i loro pensieri, non pretende purezza mentale, non istituisce alcun ordine normativo.
Ed è, soprattutto, un dio che non punisce, neppure quando le conseguenze della sua immaginazione precipitano i genitori in situazioni che appaiono, dall'esterno, come autentiche punizioni inflitte dall'alto.
In verità, le catastrofi che si susseguono non sono che meri effetti collaterali ontologici di un potere che eccede infinitamente la sua maturità cognitiva, poiché egli non comprende il peso cosmico delle proprie immagini.
La sua mente produce realtà con la stessa innocenza con cui un bambino genera immagini mentali.
Per questo Toby è il dio per il quale non si implora pietà, bensì al quale si rivolge pietà.
Probabilmente è questa la ragione per cui, emotivamente, anch'io ho provato assai meno nei confronti di Anthony e molto di più nei confronti di Toby.
Non ho mai avvertito nulla nei confronti del Dio con cui sono cresciuta, per quanto abbia più volte tentato di farlo, arrivando talvolta persino a simulare le emozioni che intravedevo negli altri - il timore, la devozione, l'amore per Dio - quasi recitando interiormente una parte.
Un po' come gli adulti nel mondo di Anthony, costretti a pensar bene anche quando quel pensiero non nasce spontaneamente.
È una disciplina mentale forzata.
La religione, del resto, è anche un fenomeno profondamente imitativo. Gli esseri umani apprendono non soltanto i sistemi di credenze, ma anche i rituali emotivi osservando coloro che li precedono. Quando però la risonanza interiore non si produce, ciò che permane è soltanto la forma...
L'Anthony primigenio mi pare dunque configurarsi come sostanzialmente anti-teolista, proprio in quanto divinità morale, giudice della coscienza, e non puramente divinità cognitiva come Toby, che genera mondi senza giudicarli.
Mentre l'Anthony dell'83 - ed eccoci infine al punto - potrebbe essere letto, coerentemente con il sottofondo teorico che ho delineato, come una sorta di figura di transizione: da quel Dio dell'Antico Testamento ('61) che castiga i pensieri impuri, al Dio del Nuovo che, guidato dall'amore, propende verso un uso benevolo dei propri poteri.
Un dio ancora in formazione, potrei dire: un dio che apprende lentamente la misericordia, la creazione positiva.
E anche questa figura rimane, a suo modo, anti-teolista.
Allego di seguito quella che è probabilmente la clip più iconica:
https://youtu.be/cTwBJZrziiQ?list=PLDWeGYuzgn8ZaBMTPPuQUDYNI37uXR696
Citazione di: Eʀυ il 07 Marzo 2026, 00:42:03 AMTi parlo della mia impressione sull'episodio del '61*, poiché mi pare possieda una struttura assai più marcatamente teologica, tale da prestarsi con particolare efficacia al confronto con il nostro Toby.
Mi sarà inoltre utile, sul finire, quale fondamento descrittivo per accostarmi alla figura di Anthony nel remake dell'83.
*https://it.wikipedia.org/wiki/Episodi_di_Ai_confini_della_realt%C3%A0_(serie_televisiva_1959)_(terza_stagione)#Un_piccolo_mostro (https://it.wikipedia.org/wiki/Episodi_di_Ai_confini_della_realt%C3%A0_(serie_televisiva_1959)_(terza_stagione)#Un_piccolo_mostro)
Dunque:
Nell'Anthony del '61 ravvedo molto del Dio biblico. Potrei quasi dire che egli costituisca la caricatura della sua ricezione popolare, ossia di quella figura divina percepita, nella coscienza comune, come supremo giudice dei pensieri.
Uno sguardo capace di penetrare le pieghe più segrete della coscienza, di scorgere la colpa nascosta e di esigere una purezza che non si limiti al gesto visibile, ma si estenda fino al territorio invisibile della mente.
In questo senso Anthony incarna perfettamente tale immaginario. Egli non è soltanto onnipotente nel dominio degli eventi: è, per così dire, onniveggente nell'ambito mentale.
È come un dio che esiga incessantemente la "purezza" dei pensieri altrui.
E questo, in fondo, costituisce uno dei meccanismi più antichi dell'esperienza religiosa.
Nel momento in cui la divinità penetra l'interiorità dell'uomo, non è più sufficiente agire rettamente. Diventa necessario pensare rettamente.
Il Dio che vede il cuore è infinitamente più potente del dio che giudica soltanto le azioni.
Gli adulti che lo circondano, nel ripetere quasi liturgicamente espressioni del tenore di "è una cosa buona" - formula che mi verrebbe spontaneo trasporre nel più solenne "è cosa buona e giusta", se non temessi di sconfinare nel registro eucaristico cristiano successivo - sembrano pregare incessantemente il loro dio affinché non si volga contro di loro, affinché continui a dispensare la propria benevolenza.
La loro stessa sopravvivenza dipende dal mantenere intatta la purezza del pensiero.
Anthony è dunque un dio davanti al quale non resta che implorare pietà.
Toby, invece, è il dio che non giudica, non esamina, non scruta. Non possiede neppure la struttura mentale per farlo. L'interiorità degli altri non lo riguarda. Non indaga i loro pensieri, non pretende purezza mentale, non istituisce alcun ordine normativo.
Ed è, soprattutto, un dio che non punisce, neppure quando le conseguenze della sua immaginazione precipitano i genitori in situazioni che appaiono, dall'esterno, come autentiche punizioni inflitte dall'alto.
In verità, le catastrofi che si susseguono non sono che meri effetti collaterali ontologici di un potere che eccede infinitamente la sua maturità cognitiva, poiché egli non comprende il peso cosmico delle proprie immagini.
La sua mente produce realtà con la stessa innocenza con cui un bambino genera immagini mentali.
Per questo Toby è il dio per il quale non si implora pietà, bensì al quale si rivolge pietà.
Probabilmente è questa la ragione per cui, emotivamente, anch'io ho provato assai meno nei confronti di Anthony e molto di più nei confronti di Toby.
Non ho mai avvertito nulla nei confronti del Dio con cui sono cresciuta, per quanto abbia più volte tentato di farlo, arrivando talvolta persino a simulare le emozioni che intravedevo negli altri - il timore, la devozione, l'amore per Dio - quasi recitando interiormente una parte.
Un po' come gli adulti nel mondo di Anthony, costretti a pensar bene anche quando quel pensiero non nasce spontaneamente.
È una disciplina mentale forzata.
La religione, del resto, è anche un fenomeno profondamente imitativo. Gli esseri umani apprendono non soltanto i sistemi di credenze, ma anche i rituali emotivi osservando coloro che li precedono. Quando però la risonanza interiore non si produce, ciò che permane è soltanto la forma...
L'Anthony primigenio mi pare dunque configurarsi come sostanzialmente anti-teolista, proprio in quanto divinità morale, giudice della coscienza, e non puramente divinità cognitiva come Toby, che genera mondi senza giudicarli.
Mentre l'Anthony dell'83 - ed eccoci infine al punto - potrebbe essere letto, coerentemente con il sottofondo teorico che ho delineato, come una sorta di figura di transizione: da quel Dio dell'Antico Testamento ('61) che castiga i pensieri impuri, al Dio del Nuovo che, guidato dall'amore, propende verso un uso benevolo dei propri poteri.
Un dio ancora in formazione, potrei dire: un dio che apprende lentamente la misericordia, la creazione positiva.
E anche questa figura rimane, a suo modo, anti-teolista.
Allego di seguito quella che è probabilmente la clip più iconica:
https://youtu.be/cTwBJZrziiQ?list=PLDWeGYuzgn8ZaBMTPPuQUDYNI37uXR696 (https://youtu.be/cTwBJZrziiQ?list=PLDWeGYuzgn8ZaBMTPPuQUDYNI37uXR696)
Anche stavolta mi trovo a condividere la tua disanima punto per punto.Anthony suscita istintiva antipatia, ma anche un vigile timore, e tu hai spiegato analiticamente bene tutti i passaggi.La tradizione ci ha condizionato a un dover porgere comunque una nostra reverenza verso un certo genere di tirannelli di sfacciata supponenza. Ma ecco che una cultura ben supportata dalla ragione può aiutarci a emanciparci da siffatta tradizione, e a ritrovare la libertà da ogni condizionamento.Se fossimo in un laboratorio di profumeria, diremmo che la tua analisi dimostra di aver saputo distillare l'essenza del teolismo, e tutto ciò senza nemmeno aver avuto necessità di ricorrere alle tradizionali essenze d'oriente. P.S. Detto in breve, l'episodio intitolato "Prigionieri di Anthony" del 1983 lo rivedo adesso come uno spot pubblicitario di sapore disneyano commissionato per conto dei TdG :)
Citazione di: Luther Blissett il 07 Marzo 2026, 09:14:26 AMP.S. Detto in breve, l'episodio intitolato "Prigionieri di Anthony" del 1983 lo rivedo adesso come uno spot pubblicitario di sapore disneyano commissionato per conto dei TdG :)
Una sintesi mirabilmente calzante :)
E, a ben vedere, dall'essere Testimoni (di Geova) al ritrovarsi Prigionieri (di Anthony) il passo appare sorprendentemente breve. Basta un mezzo passo linguistico, e qualche dinamica sociale ben nota.
In questi ultimi giorni, dopo la nottata del sogno-incubante, quando mi addormento ho continuato a praticare quei vari trucchetti che vengono suggeriti per provare ad autoindursi i cosiddetti sogni lucidi: ad esempio, quello di guardarsi le mani prima di addormentarsi. Risultati finora zero, e ormai sto decidendo di smettere del tutto di riprovarci ancora, dopo il sogno diciamo così sciocco di stanotte.
Allora, prima di tutto vorrei chiarire con maggior precisione che cosa intendo per sogno lucido. Con questa espressione non intendo riferirmi a quegli spezzoni di sogni più o meno lucidi che ogni tanto càpitano occasionalmente a tutti e quindi anche a me. Perfino nell'ultima parte del sogno incubante che era iniziato con una delirante stanza di Escher, avevo esperito una piccola fase finale quasi lucida.
Insomma, momenti di lucidità nel pieno dei sogni, siano essi bizzarri o anche ordinari, non sono eccezionali, e possono capitare a tutti. Ma a me interessa un tipo particolare di sogni lucidi, ossia quel tipo di sogni che presuppongono due fasi: nella prima fase, ancora in stato di veglia, mi preorganizzo mentalmente una serie di operazioni da attuare in un preciso scenario, operazioni da attuare successivamente, nella seconda fase, quando mi troverò in stato di coscienza onirico ma conservante una capacità di elaborazione volitiva, e quindi in grado di poter modulare il contenuto e la trama del sogno, sogno che allora sì che potrò definire lucido veramente, se potrò agire in tale seconda fase (quella onirica) con una abilità operativa almeno parzialmente paragonabile a quella che avrei avuto se fossi rimasto in stato di veglia.
Mi rendo conto che sto desiderando di mettere il piede in due staffe.
Ammetto che questa cosa non ci riesco a farla, anche se da più parti sento di racconti mirabolanti.
Ma continuo a pensare che in realtà si tratti di un equivoco di fondo.
Dato che quasi tutti abbiamo prima o poi esperito qualche sogno che ci è sembrato lucido, allora che non è sorprendente che saltino fuori tante testimonianze che lo fanno apparire quasi un'evenienza normale. Ho voluto quindi precisare meglio che il sogno lucido che intendo io è un "sogno lucido operativo", della cui esistenza concreta e fattibile non sono affatto ancora convinto.
Ma aggiungo pure che ritengo che, quand'anche tale particolare tipologia di sogni fosse da ritenersi estremamente rara, non la ritengo impossibile, e spero ancora che ci sia in giro qualcuno capace di saperseli procurare a volontà.
E veniamo al sogno di questa notte, sogno che mi ha proprio scocciato.
Continuo a ritenere che noi siamo gli autori inconsapevoli dei nostri sogni, nel senso che ne siamo inconsapevolmente i registi, e che il materiale onirico sia una miscellanea composita, un fritto misto di roba nostra rimestata nell'inconscio, e mescolata a residui diurni e mixata da interferenze percettive. Adottando una chiave di lettura teolistica, chiave secondo la quale noi siamo identità secondarie del Puer, nei nostri sogni ordinari restiamo ordinariamente separati dalle altre identità, oltre che dal Puer. Abbiamo chiamato barriera o membrana amnestica quell'ipotetico sistema di separazione tra le varie identità che ci sepimenta tra di noi identità secondarie, e tutte noi dal Puer.
Tale membrana amnestica, come ogni altra struttura, e come noi stessi, è stata creata da Esso, che, come abbiamo sempre detto e ripetuto, è intelligenza stocastica combinatoria, eterna e impersonale.
Visto dalla nostra prospettiva, Esso sbaglia tutto sempre e sistematicamente, ma noi costituiamo proprio una di quelle eccezionalissime prospettive straordinarie in cui Esso sembra averne indovinata una, ovvero ha indovinato un universo dove ha creato un Puer paralizzato da mille mali e frantumato in miriadi di pezzi, che poi siamo noi mortali. Ogni cosa Esso l'ha fatta a casaccio, ma noi siamo stati "fortunati", abbiamo vinto la iperlotteria cosmica. Esso ci ha estratti dal nulla, assieme al nostro Puer. Tutto quel che ha fatto è imperfetto, e anche presupponendo questo, abbiamo detto che prima o poi troveremo il modo di oltrepassare tale barriera.
E che c'entra il sogno fatto stanotte, in che senso mi ha scocciato?
Anche stanotte speravo di avvicinarmi a qualcosa che assomigliasse a un sogno lucido.
E prendiamola a ridere, che è meglio.
Invece di un sogno lucido mi è arrivato un sogno trucido.
Mai visto tanto sangue in un sogno.
Grandguignolesco.
Beh, mi sento un po' in crisi, nel continuare a sostenere che noi siamo gli autori esclusivi dei nostri sogni ordinari.
Mi sa che devo introdurre un fattore di correzione nella mia teoria riguardo a chi è autore dei sogni.
Da ora in poi mi verrà da dire che noi siamo "coautori" dei nostri sogni personali.
Coautori insieme a chi? È ovvio che è insieme a Esso noi siamo i coautori dei nostri sogni.
Tutta quella barbarie cui ho oniricamente assistito è materiale a me estraneo, e capisco che mi è fin troppo chiaramente provenuto direttamente da Esso.
Una sua paradossale utilità il sogno di stanotte comunque mi dà l'impressione di averla avuta.
Questo sogno infatti non l'ho vissuto come un incubo, non credo che il mio cuore abbia rischiato fibrillazioni, sentivo il sogno come un film scemotto, mi pare di avere compreso quasi lucidamente mentre ancora mi trovavo dentro al sogno che lo spettacolo avvilente cui stavo assistendo poteva avere come occulto regista soltanto una nonpersona, e un nonessere, come lo è Esso.
Quando Esso si comporta così non lo fa per malizia, non ha coscienza, fa come quando fuori piove, Esso è il soggetto di tutti i verbi impersonali come piovere e nevicare etcetera. Quando tuona, è Esso. Non ha colpa di nonessere. Non ce la possiamo prendere con un terremoto o uno tsunami. È il suo infinitamente squallido modo di creare. Esso può riuscire a indovinare qualcosa che ci sembrerà giusto soltanto ogni eone. Possiamo soltanto commiserarlo, non saprà mai nemmeno che esiste.
Per chi volesse provare a imparare a praticare sogni lucidi propongo questo opuscoletto che ho notato circolare liberamente:
INTRO Come imparare a praticare i sogni lucidi (autore: Jacob Quinn)
Con questo opuscolo imparerai a fare sogni lucidi.
Se non hai mai avuto questo tipo di esperienza e ti sembra difficile, o addirittura impossibile, e se pensi che per imparare la tecnica c'è bisogno di lunghi corsi che, nel dettaglio, ti spieghino come, dove, quando e perché fare determinate cose, ho una buona notizia per te: i sogni lucidi non sono un fenomeno straordinario, né un dono riservato a pochi eletti.
Pensa a quando hai imparato ad andare in bicicletta: le prime pedalate sono state sicuramente piene di paura, ansia, confusione, probabilmente sei anche caduto. Ma ad un certo punto, nella tua mente è accaduto qualcosa di fantastico e ti sei trovato a librare su quelle due ruote in perfetto equilibrio come se avessi pedalato per tutta la vita!
Allo stesso modo, con questa guida ti indicherò passo passo come "abbandonare le rotelle" ed iniziare a pedalare da solo, ovvero come controllare i tuoi sogni in modo tale da decidere in autonomia quando attivare i sogni lucidi.
Personalmente, sentii parlare di "lucid dreaming" per la prima volta leggendo un libro di Carlos Castaneda, "Viaggio a Ixtlan". In quel libro, lo stesso Castaneda racconta il suo incontro con un potentissimo sciamano che gli svelerà tutti i segreti dell'universo e che gli insegnerà, tra le altre cose, come controllare i propri sogni.
Da allora, ho provato da solo, basandomi su ciò che Castaneda raccontava nel libro. Niente da fare: più provavo, più aumentava la frustrazione. Poi, dopo qualche anno, avvenne qualcosa di straordinario, e da allora sono in grado di sognare lucidamente ogni volta che voglio, grazie ad un metodo ben preciso che oggi voglio condividere con te.
In questa guida, voglio far sì che tu possa risparmiarti mesi (anni) di frustrazione, indicandoti esattamente la strada più efficace per imparare a fare sogni lucidi nel minor tempo possibile.
Buona lettura e... Sogni d'oro :)
CAPITOLO 1 Cosa sono i sogni lucidi?
Fare sogni lucidi significa essere coscienti del fatto che si sta sognando, nel bel mezzo di un sogno. Questa consapevolezza attiva la capacità di controllare coscientemente il sogno e ci dà la possibilità di fare ciò che vogliamo, senza alcun limite.
Quando fai un sogno lucido, sei cosciente e sveglio esattamente come in questo istante, mentre il tuo corpo dorme nel letto. Mentre i sogni standard ti lasciano quella strana sensazione di un collage di scene di un film di cui ricordi poco (un film in "autoplay" di cui, solitamente, sei solo un semplice spettatore passivo), i sogni lucidi ti permettono di essere tu il regista dei tuoi sogni, di decidere cosa accade, dove ti trovi, cosa fai, dici, ecc.
In un mondo onirico lucido, tutto è possibile! Possiamo superare i limiti fisici della realtà e fare qualsiasi cosa, mentre siamo pienamente coscienti: volare, camminare attraverso i muri, teletrasportarci, esplorare posti mai visti, incontrare personaggi famosi... insomma, la fantasia è l'unico limite!
I sogni lucidi sono lo strumento perfetto per entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi, ma anche con la parte più spirituale. Non hanno controindicazioni, infatti dopo una notte di sogni lucidi ti sentirai tanto risposato quanto una notte di sogni standard. Allo stesso tempo, avrai la possibilità di affrontare paure, ricordi traumatici, ansie e questo ti aiuterà senz'altro a migliorare alcuni aspetti della tua vita quotidiana.
Imparare a fare sogni lucidi ci rende registi e protagonisti dei nostri sogni. Vediamo come, nel prossimo capitolo.
CAPITOLO 2 Come fare sogni lucidi?
1. Il diario dei sogni
Il primo passo consiste nel ricordare i propri sogni. Ognuno di noi fa moltissimi sogni ogni notte, ma ne ricordiamo una piccolissima parte. Chi dichiara di non fare sogni, in realtà ne fa tanti quanti chi dichiara di farne tanti, solo che non se li ricorda.
Come fare per ricordare i sogni? Semplice! Prendi un quaderno e sulla copertina scrivi "DIARIO DEI SOGNI". Ogni sera, prima di andare a dormire, scrivi la data e lascia il diario e la penna sul tuo comodino. Poi, appena ti svegli, registra nel tuo diario tutti i sogni (o i frammenti di sogni) che ricordi. Ogni volta che apri gli occhi, che sia giorno o notte, chiedi a te stesso: "Cosa stavo sognando?", poi prendi il tuo diario e scrivi tutto ciò che ricordi: immagini, suoni, sensazioni, ecc. Puoi scegliere di scrivere in maniera descrittiva oppure puoi semplicemente appuntare delle parole chiave: a te la scelta.
(Se non ti piace scrivere su carta, puoi anche usare il tuo smartphone per registrare delle note vocali o testuali)
Non scoraggiarti se nelle prime settimane ricorderai poco o nulla: l'obiettivo non è ricordare il 100% dei tuoi sogni, ma abituare la tua mente a ricordare qualcosa ogni volta che ti svegli. Infatti, scrivendo i tuoi sogni ogni volta che ti svegli, stai comunicando al tuo cervello che i sogni per te sono importanti.
Già questo semplice messaggio è sufficiente per aumentare la qualità e la quantità di sogni che ricorderai. Un po' come succede agli appassionati di calcio che ricordano a memoria risultati e formazioni di partite di 30 anni fa: se qualcosa ti interessa davvero, il tuo cervello riserverà ad essa un posto speciale nella memoria.
Inoltre, rileggendo ogni sera il tuo diario, ti convincerai che "Sì, puoi ricordare i tuoi sogni", perché sono lì, nero su bianco, ed è un dato di fatto che la tua mente non può che accettare.
2. Individuare i segni
Dopo qualche settimana di registrazione dei tuoi sogni, sfoglia il tuo diario e cerca dei segni ricorrenti, qualcosa che compare di frequente nei tuoi sogni: sensazioni, oggetti, persone, luoghi...
Fai una lista di tutto ciò che compare di frequente nei tuoi sogni: gli elementi di questa lista sono ciò che andremo a cercare nel prossimo step.
3. Realtà o sogno? I "controlli della realtà"
Il terzo step consiste nel chiederti attivamente e regolarmente durante il giorno se stai sognando o meno.
Fa sì che diventi un'abitudine, ripetilo quasi come un mantra. Fermati un minuto, guardati intorno e pensa: "Sto sognando adesso?". Osserva ciò che ti circonda e cerca indizi che ti confermino che stai sognando, ad esempio:
Nei sogni non è sempre possibile cambiare l'illuminazione: gli interruttori normalmente non funzionano. Se hai a portata di mano una lampada o un interruttore, toccalo e accendi/spegni la luce. Se non funziona, è possibile che tu stia sognando.
Se puoi, salta sul posto un paio di volte. Se inizi a volare o levitare, stai sognando!
Cerca di leggere qualcosa. Solitamente, nei sogni non si riesce a leggere un testo lungo, magari solo qualche parola su un bigliettino (e, spesso, anche in quel caso, le lettere e i numeri si muovono e trasformano fino a cambiare totalmente il testo rendendolo illeggibile). Cerca un libro, un cartello, un foglio e leggilo: se ciò che c'è scritto si muove, è illeggibile o cambia dopo pochi secondi, stai sognando.
Guardati intorno e cerca i cambiamenti intorno a te. La tua casa ha le pareti blu nella realtà? Bene, guardale attentamente. Se sono di un colore diverso, hai la certezza che stai sognando.
Prova a immaginare qualcosa di normalmente impossibile: immagina che la tua macchina voli. Ovviamente ciò è impossibile nella realtà, ma se vola... beh, stai sognando!
Come puoi vedere, questa è solo una parte dei cosiddetti "controlli della realtà" che puoi effettuare ogni giorno per verificare se stai sognando o meno. Probabilmente ti sentirai un po' stupido nel fare queste verifiche durante la tua giornata, ma l'obiettivo reale di questo esercizio è far sì che la tua mente si abitui a effettuare questi controlli ad ogni ora del giorno e della notte, così da permetterti di effettuarli anche mentre stai sognando. E' proprio questo il passo fondamentale per fare sogni lucidi! Per facilitare il processo, stabilisci in quali momenti della giornata effettuare questi "controlli della realtà", ad esempio:
ogni volta che entri in macchina; ogni volta che ti lavi i denti; quando apri il frigorifero; quando accendi/spegni una luce; .....
Dopo aver seguito con pazienza e dedizione questi tre step, la domanda
IN QUESTO MOMENTO STO SOGNANDO?
Verrà tradotta dal tuo subconscio in:
POTREBBE ESSERE UN SOGNO, MEGLIO CONTROLLARE!A questo punto, entrano in gioco i segni, ovvero tutti gli elementi ricorrenti che hai inserito nella tua lista.
Facciamo un esempio:
nei miei sogni, mi capitava spesso di sognare delle chitarre.
Ogni volta che ne vedo una in televisione, su internet, in un negozio, in un concerto, mi chiedo se sto sognando.
Questo controllo della realtà ha aumentato tantissimo le mie possibilità di fare sogni lucidi perché l'abitudine quotidiana di pormi la domanda appena vedo una chitarra diventa abitudine anche nei sogni, ed è proprio questo che attiva il sogno lucido!
Per dirla alla Morpheus di Matrix, questa è la pillola rossa che ti permetterà di vedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio :)
CAPITOLO 3 Attraverso lo specchio
E così, dopo settimane di esercizio, costanza, dedizione, appunti, controlli della realtà, sei riuscito ad attraversare lo specchio: ti sei chiesto "STO SOGNANDO?" e, a differenza delle innumerevoli volte in cui ti sei posto questa domanda, questa volta stai sognando davvero!
Cosa fare ora?
Per prima cosa, resta calmo. La troppa sovreccitazione potrebbe farti svegliare! Stai tranquillo e guardati intorno. Ricordati che adesso sei il padrone dei tuoi sogni.
Prova a dire a te stesso "Aumentare la lucidità al 1000%!" e aumenterai istantaneamente la tua capacità di osservazione, il che ti proietterà in uno stato di rilassamento e tranquillità tali da permetterti di fare ciò che vuoi. Ora, non ti resta che provare a chiedere ciò che vuoi che avvenga e attendere che avvenga. E' il tuo sogno, il tuo mondo, esploralo, vola, cammina, teletrasportati, materializza la Statua della Libertà davanti a te!
Mentre stai facendo il tuo primo sogno lucido, è importante ripeterti di ricordare il sogno al tuo risveglio. Anche se nel tuo sogno lucido sei pienamente cosciente e hai la sensazione che non dimenticherai mai un'esperienza del genere, cerca di tenere a mente (o ripeti a te stesso) che
RICORDERAI QUESTO SOGNO!
Appena ti svegli, scrivi nel tuo diario tutti i dettagli di questo sogno, magari con un colore diverso per distinguerlo dagli altri sogni: questo potenzierà ancor di più la tua capacità di fare sogni lucidi in futuro.
Falsi risvegli
Può succedere di svegliarsi la mattina, andare in bagno, iniziare a lavarsi i denti e ritrovarsi di colpo di nuovo a letto. Questo è il cosiddetto "falso risveglio": credi di esserti svegliato ma stai ancora sognando.
Per prevenire questo strano fenomeno che accade spesso quando si inizia a scoprire il mondo dei sogni lucidi, può essere d'aiuto fare dei controlli della realtà ogni mattina appena ti svegli.
Oltre ad eliminare i falsi risvegli, abituerai il tuo cervello a comprendere che i controlli della realtà sono parte della nostra quotidianità e che vanno effettuati a partire da quando ci svegliamo, potenziando tantissimo la nostra capacità di sognare lucidamente!
Come svegliarsi da un sogno lucido
Ci sono alcuni modi efficaci per svegliarsi da un sogno lucido:
Ripeti a te stesso: SVEGLIATI!
Datti un pizzicotto
Sdraiati nel tuo sogno e decidi di andare a dormire. Ti sveglierai quasi immediatamente nel tuo letto.
Ovviamente, non dimenticare di fare il controllo della realtà appena ti svegli e, successivamente, di scrivere il tuo sogno sul diario.
CAPITOLO 4 Cose da fare durante un sogno lucido
Concludo questa guida con alcuni suggerimenti di cose da fare durante un sogno lucido. Questa è solo una lista di semplici idee per avere una base di partenza ma ti consiglio vivamente di scrivere la tua lista di cose da fare e, magari, di spuntare tutte quelle che riesci a fare nei tuoi sogni:
Vola! Che tu decida di volare come Superman, come un uccellino o come un fantasma, l'importante è godersi il panorama mentre lo fai!
Incontra un personaggio famoso. Teletrasportati nel salotto dei Cunningham di Happy Days e fai quattro chiacchiere con Ricky e Fonzie, assaggia le pietanze della Signora Cunningham e poi raggiungi gli altri da Arnold's per un drink!
Cucina qualcosa di buono
Affronta le tue paure! Hai paura di nuotare? Buttati in acqua da un trampolino di 20 metri e ripeti a te stesso che nel tuo sogno non hai paura di nulla.
Mangia senza limiti! Non perderti questa occasione, soprattutto se nella vita di tutti i giorni sei a dieta
Cerca il significato della vita! Non è detto che tu riesca a
trovarlo, ma la ricerca sarà divertente e stimolante
Crea la casa dei tuoi sogni e tornaci ogni volta che vuoi!
Dialoga con gli animali! (la prima volta che ho fatto una chiacchierata con i miei cani e il mio gatto mi hanno raccontato di quanto siano curiosi di sapere dove vado quando esco la mattina per poi tornare la sera!)
Ristruttura la tua casa nei sogni prima di farlo nella realtà, così vedrai cosa funziona e cosa no ed eviterai di dipingere le pareti del tuo colore preferito se lo stesso non si abbina per niente ai mobili che hai appena comprato :)
Vivi la tua serie tv preferita. Diventa il capitano dell'Enterprise e vai alla ricerca di strani, nuovi mondi assieme al tuo equipaggio, oppure sii il nuovo elemento chiave della banda de La Casa di Carta...
Incontra un parente scomparso. A volte, riabbracciare un parente che non c'è più, anche solo in un sogno, può renderci più forti di quanto immaginiamo. Sfrutta i sogni lucidi per provare nuovamente la sensazione che solo il caldo abbraccio di una persona cara può darti.
Queste sono solo poche, semplici idee. Che tu decida di usarle o no, ricorda che i sogni lucidi sono un ottimo modo di potenziare la creatività, di rilassarsi e di fare cose pazzesche senza mettersi nei guai.
Spero che questa guida ti sia piaciuta e ti invito a continuare a perfezionarti nel sognare lucidamente.
A tal proposito, ti lascio una lista di libri che potranno aiutarti in questo percorso fantastico.
Sogni d'oro o... sogni
TUOI! :)
Nel post precedente ho proposto una delle tante guide in circolazione sulla tecnica del sogno lucido per stimolare qualche forumista ad avventurarcisi. Per compiere piccoli esperimenti di ricerca riguardanti la nuova teologia di cui si sta discutendo qui, la tecnica del sogno lucido mi sembra proprio quella ideale. Per quanto mi riguarda, ho già spiegato che mi considero negato ad apprendere tale tecnica. E spero sempre che compaia qualcuno che mi sorprenda dicendomi di esser riuscito a ottenere veri sogni lucidi a comando. E pensare che non è nemmeno la prima volta che cerco di apprendere tale tecnica: la volta precedente accadde parecchi anni fa, e in quella circostanza mi sarebbe servita per esplorare i cosiddetti viaggi astrali. Ma la cosa che mi fa pensare è che in quella circostanza ero in ambiente universitario, e potevo disporre della bacheca per richiamare l'attenzione degli studenti e dei ricercatori interessati, e alla ricerca parteciparono anche un paio di autori di guide per i sogni lucidi che si presumeva, almeno loro, che non mi avrebbero deluso. Certo, è forse possibile individuare altre tecniche per compiere quel tipo di ricerche che vorrei realizzare ora, ma la non riuscita dei tentativi effettuati con le rêveries mi hanno un pochino scoraggiato.
Ci sarebbe una importante alternativa: il training autogeno.
Ma adesso non ricordo se l'ho spiegato o meno pure in questo forum che non posso più praticare il training dato che mi accadde di avere un arresto cardiaco che potrebbe riverificarsi a causa dell'eccessiva risposta autogena al proponimento di rallentare il cuore durante la fase degli esercizi inferiori. Il mio prof, che per fortuna era presente durante quella mia seduta di training, dovette intervenire per rianimarmi dall'arresto cardiaco.
Quindi, mi sembra di trovarmi ora senza delle alternative valide per tentare nuovi esperimenti concreti.
Mi si dirà che possono esserci senz'altro altre tecniche ancora, ma occorre anche che io sia effettivamente pratico di tali eventuali tecniche, e sia nella tecnica della rêverie che in quella del training autogeno posso considerarmi esperto, tanto che ad esempio il mio prof mi utilizzava per mostrare agli studenti come si effettuava il training. Se ora sto tanto insistendo sulla tecnica dei sogni lucidi, di cui invece non mi ritengo affatto competente, è perché in particolare questa tecnica mi sembra la più adatta in assoluto per esplorare alcuni aspetti del teolismo.
Dato che comunque ho dedicato il post precedente alla tecnica dei sogni lucidi, ed essendone io incompetente, ho dovuto ricorrere a riportare uno scritto altrui, sto ora pensando che per completezza di proposte, convenga introdurre brevemente i forumisti che non ne avessero precisa contezza ad alcune nozioni base riguardanti il training autogeno, che potrebbe proporsi come una alternativa ai sogni lucidi, per applicarlo a quei sospirati esperimenti.
Dato che appunto io non posso più praticare il training autogeno, mi servirebbe pescare un aiutino da parte di qualcuno bravo in questa tecnica, se proprio non ci fosse nessuno a saper cavalcare i sogni lucidi, i quali continuo a sospettare che non esistano nemmeno, e che vengano considerati "sogni lucidi" sogni che lo sono soltanto parzialmente e che quindi non sarebbero utilizzabili per operare lucidamente dentro uno scenario onirico lucidamente approntato.
Dedico dunque il prossimo post a una guida essenzialissima al training autogeno, consigliandovi ovviamente di non fidarvi soltanto del mio scritto.
(Non ci si lasci scoraggiare da quel che accadde a me, evento che mi accadde anche perché io tendevo a esagerare con quella tecnica: per me era diventato l'equivalente di un trip da allucinogeni.
A quanto risulterebbe, la letteratura scientifica non riporta casi di decesso durante la pratica del training)
Dato che il post che intendevo inserire oltrepassa il limite, devo frazionarlo in due parti.
PARTE PRIMA
Raccontiamoci qualcosa sulla tecnica, chiamata anche dello "yoga occidentale", più nota come training autogeno. E vediamo come questa tecnica, pur così semplice, può proporsi come buon metodo rilassante e ritemprante ma anche come ottimo metodo di meditazione.
https://it.wikipedia.org/wiki/Training_autogeno (https://it.wikipedia.org/wiki/Training_autogeno)
Si chiama autogeno proprio perché andrebbe svolto, come da definizione, da soli, senza l'ausilio, se non didattico, di altre persone.
E' tuttavia da notare che non è affatto rara l'applicazione guidata da parte di conduttori di training su gruppi di soggetti, così come l'utilizzo di musicassette da parte dei meditanti: quando ciò si verifica, i meccanismi psicologici in atto sono soltanto assomiglianti a ciò che avviene nel vero training autogeno, e i fenomeni realmente svolgentisi cominciano a configurarsi più come di natura suggestiva e sofrologica che autogena. In altri termini, più che di training autogeno, dovrebbe parlarsi di tecniche di ipnosi o autoipnosi, con o senza scariche autogene.
Quando un soggetto compie da solo il training autogeno, non effettuerebbe vera e propria autoipnosi, anche se questa affermazione è contestata da alcuni autori.
Occorre ora ricordare per sommi capi come si svolge una seduta di normale training autogeno. Premetto che la mia sommaria presentazione risente di personale rielaborazione e ibridazione con altre tecniche e che quindi fa discostare alcuni passaggi e dettagli da procedure considerate standard.
Tale tecnica la si deve praticare in un primo tempo a lungo in ambiente protetto per apprenderla bene.
Quando ci si è impratichiti, essa può essere adottata poi anche in circostanze estreme, e infatti è spesso adoperata da atleti, alpinisti, navigatori solitari, piloti, e perfino astronauti.
Il soggetto si sceglie una delle tre classiche posizioni previste dai manuali.
Preferibile è, a mio parere, allenarsi sin da subito nella posizione meno comoda delle tre, ossia quella chiamata del "cocchiere a cassetta".
Sarebbe troppo lungo spiegare il perché di questa scelta relativamente scomoda, ma diciamo sùbito che è la posizione più conveniente da apprendere, anche perché sarà quella più utile e facilmente riproponibile in circostanze estreme e in situazioni limite.
Il training autogeno è un'ottima tecnica di rilassamento, e il suo originario nome tedesco ci dice qualcosa d'interessante sui meccanismi fisiologici che ne vengono modificati: "tecnica di autodistensione da concentrazione" oppure ancora "distensione per concentrazione passiva".
Operando il training si ottiene una commutazione biopsichica ottenendo d'influenzare sensibilmente gli organi corporei.
Sono classicamente proposti dai manuali sei esercizi detti inferiori e sei esercizi detti superiori.
E' molto importante una sorta di magia che deve accordarsi alle parole, un recupero della parola onnipotente quasi di tipo regressivo-infantile, per cui è estremamente efficace una scelta oculata delle parole giuste con cui comporsi dei proponimenti da recitarsi interiormente, vere formule magiche, ripeto, che se ben vagliate possono divenire di grande potenza.
Con poche selezionatissime parolette occorre comporre delle formule elementari ed essenziali, che devono risuonare intimamente come dei veri e propri ordini imperativi che si impartiscono al proprio corpo e ai propri organi interni.
E' proprio così: il normale training autogeno richiede che si tratti la propria corporeità come fosse subordinata alla propria parola significativa.
Si sottolinea la necessità di ripensare bene sulla strategia di parole delle proprie formule di proponimento. Massima attenzione soprattutto alla scelta delicatissima degli aggettivi. Attenzione anche all'evitamento del pronome personale "io" quando riferito a funzioni corporee: ogni riferimento fisiologico va diretto al corpo impersonalmente, e se si desidera invitare se stessi a respirare placidamente, si ordinerà a sé medesimi: "il corpo respira calmo e regolare", e non "io respiro calmo e regolare". Invece, è ammessa, con discrezione, l'autoreferenzialità quando applicantesi alle funzioni prettamente psichiche, e si potrà quindi dire a se stessi: "sono calmo".
Come avviene che in termini atmosferici si dice "nevica" o "piove", ci si deve riferire all'atmosfera interiore analogamente come se si trattasse di una nostra intima psicometeorologia, sì che "io respiro" si tradurrà come "respira" immaginandosi come avverrebbe in tedesco un pronome impersonale come soggetto del verbo.
Il primo fondamentale atto da compiere per iniziare la procedura di commutazione nel training autogeno è il chiudere le palpebre.
La semplice chiusura degli occhi già di per sé predispone la corteccia cerebrale occipitale al cosiddetto stato alfa, stato rilevato elettroencefalograficamente come ideale di stati rilassanti e meditativi.
Tutto quanto verrà detto di qui di seguito va compiuto mantenendo costantemente gli occhi chiusi, e osservando il silenzio, poiché ovviamente le formule di proponimento saranno recitate tacitamente.
Ogni seduta va comunque preceduta da una fase cognitiva molto accurata: è il caso di dire che ogni seduta va premeditata _ è logico vi sia una pre-meditazione prima di ogni meditazione _ si era infatti avvertito della necessità di un forte impegno intellettivo nelle scelte lessicali, impegno più che lucido, che richiede intelligenza e fredda razionalità ai limiti del cinismo, poiché occorre organizzarsi per ingannare alcuni assetti fisiologici del nostro corpo.
Dato che questo è solo un post e non un trattato, tralascio molti aspetti limitandomi ad alcuni spunti.
Da notare che quanto ora si dirà non è conseguibile ovviamente di già alla prima seduta, e generalmente occorre una ripetizione costante e graduale degli esercizi per ottenerne efficacia.
Il primo e secondo esercizio inferiori (fortemente collegati tra loro da un inscindibile nesso fisiologico) sono i più importanti da apprendere e logicamente ad essi dovranno dedicarsi le prime sedute.
Immaginiamo ora per comodità didascalica di seguire un soggetto che abbia appreso a discretamente svolgere l'intera sequenza degli esercizi inferiori e superiori.
Tra virgolette ecco una sequenza possibile di formule di proponimento che potrebbe avere adottato:
Disporsi su uno sgabello nella posizione che un cocchiere assumerebbe sul calesse.
Chiudere gli occhi
Una prima formula di proponimento da recitarsi intimamente: " Sono perfettamente calmo"
Oppure "Sono completamente calmo". Occorre scegliere bene tra questi due avverbi quello che ci convince di più e che ci lasci placidamente calarci nella procedura tacitando il senso autocritico e altri eventuali pensieri molesti parassiti.
I sei esercizi inferiori:
Esercizio I (della pesantezza), la cui formula di proponimento può essere:
"Il braccio destro è pesante"
[Si scelga il braccio destro se si è destrimani, quello sinistro se si è mancini: occorre dirigere la propria attenzione e i propri ordini interiori al braccio più vicino all'io: vi è una connessione estrema e sottile tra la nostra mano e la nostra coscienza]
[[Il senso di pesantezza deve avvertirsi come una sensazione di incremento della forza di gravità, corrispondente all'abbandono dell'arto al campo di forze gravitarie del pianeta, arto che deve immaginarsi divenire pesante come un macigno]]
Esercizio II (del calore). Formula: "Braccio destro caldo".
[Notare come può ricercarsi una ulteriore essenzialità rinunciando pure all'articolo "il" e alla voce "è" del verbo essere, che ancora erano stati adoperati nel corso del primo esercizio]
[[Si noti che l'esercizio I correttamente eseguito di per se stesso induce un riscaldamento dell'arto così come richiesto dal secondo esercizio. Inoltre, il senso di calore tende ad estendersi per un fisiologico fenomeno di generalizzazione dal braccio a tutto l'organismo]]
Esercizio III (del cuore). Formula: "Il cuore batte calmo e regolare" oppure "Il cuore batte valido e ritmico".
[Anche qui la scelta dei termini deve conformarsi a esigenze soggettive e alla propria sensibilità nei confronti delle diverse parole, che diversamente risuonano in ciascuno di noi. Nella formula proposta vi è un lieve ritorno di complessità sintattica, col recupero dell'articolo e ridondanza aggettivale, ma col prosieguo e l'approfondirsi dell'allenamento, anche questa formula può prosciugarsi alla mera essenzialità.]
Esercizio IV (del respiro). Formula: "Respiro calmo e regolare"
[Si noti che "respiro" è da intendersi come sostantivo e non come verbo alla prima persona, e deve significarci come fosse "E' il corpo che respira". Questo esercizio quarto va considerato in stretta connessione al precedente e possibilmente va appreso contestualmente al precedente]
Esercizio V (del plesso solare, o dell'addome).
Formula: "Addome irradiante calore"
[Il plesso solare è il cosiddetto "cervello addominale", importante snodo neurovegetativo di tessuto nervoso autonomo indovato a livello intestinale. Dato che il termine anatomico "plesso solare" suona inusuale, lo si eviti, sostituendolo nella formula di proponimento col termine "addome". L'importante è che a livello mentale si senta come se il senso di calore acquisito a livello dell'esercizio II da questo momento in poi avvenisse come se si fosse imperniato su di un centro di irradiazione, e questo centro lo si deve avvertire in corrispondenza più o meno del nostro addome. Se si vuole, per semplicità, lo si può sentire coincidente con l'ombelico]
Esercizio VI (della fronte fresca). Formula: "Fronte piacevolmente fresca"
[Nelle formule recitate subvocalicamente è importante evitare termini che evochino il freddo vero e proprio... Quindi, "fresco", non freddo". Però, si utilizzino pure trucchi immaginativi iconici che facciano uso di un ghiaccio mentale se occorre per convincersi di sentire la fronte piacevolmente fresca (senza però nominarlo, data la potenza sublime attribuita alla parola: la parola ghiaccio può raffreddare eccessivamente rispetto ad una mera immagine del ghiaccio – dalle cose concrete è più semplice difendersi, molto meno da quelle sublimi). Solo a livello verbale va evitata l'associazione con freddo, gelo e ghiaccio, mentre possono invece immaginarsi, come materie pensate, non come parole pensate, sostanze gelide come blocchi di ghiaccio per facilitarsi la commutazione biopsichica che s'intende conseguire.]
Col sesto esercizio si conclude la serie degli esercizi inferiori, e il soggetto può permanere quanto desidera in un piacevole e rigenerante stato di rilassamento.
Quando intenderà recuperare lo stato lucido normale, dovrà effettuare la manovra detta "ripresa".
La ripresa consiste nei seguenti atti:
Estendere e flettere più volte le braccia; piegando e distendendo le braccia, respirare profondamente, e infine riaprire gli occhi. Aperti gli occhi, se si vuole, si può anche effettuare uno sbadiglio rilassato e anche un po' sbracato. Senza slogarsi però :)
PARTE SECONDA
I soggetti progrediti nel training autogeno possono andare oltre i sei esercizi prima descritti, aventi per scopo il rilassamento.
Possono cimentarsi con i sei esercizi superiori, che sono esercizi di meditazione immaginativa e visualizzazione simbolica.
Si può passare direttamente dallo stato rilassato ottenuto dal sestetto degli esercizi inferiori, senza riaprire gli occhi, alla sequenza delle tecniche superiori.
Il soggetto progredito avrà anche conseguito una estrema essenzialità nelle formule efficaci di autocontrollo fisiologico, e ad esempio l'intera sequenza degli esercizi inferiori potrebbe mentalmente svolgersela in una manciata di secondi, il tempo appena occorrente per dirsi, sempre in modalità silente:
"Calma... peso... calore...cuore e respiro calmi e regolari... addome irradiante calore... fronte piacevolmente fresca"
Appena il soggetto esperto avrà terminato di pronunciarsi mentalmente tale formula divenuta con l'esercizio così abbreviata ed essenziale, si sentirà come se si trovasse in un giaciglio immerso sotto la coltre pesante di un piumino caldissimo emergendone soltanto con la testa piacevolmente fresca.
Gli occhi sono chiusi, ma ora sta per avvenire una piccola novità, che è il clic che accende verso la nuova serie di esercizi, quelli superiori.
Sotto le palpebre, occorre che il soggetto ruoti le pupille verso l'alto e l'interno.
Senza riaprire le palpebre, gli occhi che ruotano verso l'alto e l'interno in alcuni soggetti possono dare una strana sensazione di vertigine. Bisogna in tal caso resistere alla tentazione di aprire gli occhi e fidarsi della natura che non sta facendo correre alcun rischio di cadere al soggetto, poiché egli si trova esattamente nella prima considerata medesima posizione del cocchiere a cassetta.
Quello strano senso di mancamento è invece buon segno, segno che si è pronti a proseguire il viaggio, stavolta molto più nella psiche e nella coscienza piuttosto che soltanto nel proprio corpo.
La manovra della ripresa, con cui si esce dalla condizione rilassata del training autogeno, allorché si deve uscire dalla condizione meditativa conseguita con gli esercizi superiori si articola in alcune ulteriori aggiunte di cui diremo tra poco. Fingeremo di non voler proseguire e di voler uscircene al termine del primo esercizio superiore, e così noteremo subito le piccole differenze.
I sei esercizi superiori:
Tecnica prima (preceduta dalla prova delle esperienze cromatiche: prova dei colori):
Esercizio della visualizzazione di un prato verde.
Si parte, come prima detto, dalla base conquistata della condizione rilassata dal complesso degli esercizi inferiori.
L'esercizio parte dapprima dalla ricerca del colore preferito, e si pensa come se "davanti agli occhi della mente si sviluppasse un colore"... e quel colore sarà il colore preferito.
L'esercizio consiste in un sogno a occhi aperti di un prato verde: si procede "camminando lento pede" rilassati sulle morbide e umide zolle erbose di un prato fino a dove gorgoglia un gentile ruscelletto di "chiare fresche e dolci acque", dove ci si lascerà schizzettare, e si risalirà poi verso la vicina sorgente ( e come disse il poeta, ci si deve sentire nelle bollicine, tutto "più liquido che l'aria"...)
[Immaginiamo, ora, di volercene uscire precocemente dalla condizione meditativa a questo punto, dopo soltanto il primo esercizio appena iniziato. Ecco una possibile sequenza completa di atti, fino a questo punto (tra virgolette son segnate le formule) :
Si chiudono gli occhi e "Calma... peso...calore...cuore e respiro calmi e regolari... addome irradiante calore... fronte piacevolmente fresca..." A occhi chiusi, mantenendo serrate le palpebre, si ruotano le pupille convergendole verso l'alto e l'interno, come se si volesse convergere verso il terzo occhio immaginario posto al di sopra della linea di congiungimento degli altri due, e si riprende a formulare mentalmente: "La calma si approfondisce... davanti alla mente si sviluppa un colore... il colore si fa sempre più chiaro... il colore è nettamente chiaro..." Ma ecco che intendo uscire e intraprendere perciò la "ripresa".
[si noti che nelle formule può usarsi qualche verbo coniugato alla prima persona poiché si riferisce ad azioni della mente e non del corpo]
Ripresa: "Il colore declina piano piano... il colore è completamente scomparso... Conto fino a sei: al sei mi sento perfettamente bene, calmo e fresco. Uno: le mie gambe sono leggere.
Due: le mie braccia sono leggere. Tre e quattro: cuore e respiro perfettamente normali. Cinque: la fronte è di temperatura normale." Mentre pensa il numero sei, il soggetto si mette ad estendere e flettere energicamente le braccia, respira profondamente e finalmente riapre gli occhi.]
Ma immagineremo invece ora che il soggetto abbia deciso di procedere oltre, e che rimandi la ripresa e la conseguente uscita soltanto alla fine di tutti gli esercizi meditativi possibili.
Riprendiamo la sequenza con la
Tecnica seconda. (Prova della percezione di oggetti concreti, ad esempio immaginando una candela accesa):
Esercizio della visualizzazione di una casa vuota.
Con la candela accesa, una immaginaria ispezione di una casa più o meno vuota, procedendo dal basso verso l'alto, dalla cantina fin verso la mansarda e la soffitta.
Mentre si procede esplorando, annotarsi mentalmente gli eventuali dettagli e oggetti presenti o assenti lungo il percorso. Importante inventario che può rivestire dei significati.
Tecnica terza. (Prova di percezione di valori astratti): ad esempio, ci si può provare a visualizzarsi un rapporto armonioso con la propria/ con il proprio partner (che può anche essere fantastico), immaginandosi un rapporto idilliaco.
Una vera rêverie, un sogno a occhi aperti, che viene però compiuto nei binari di un autocontrollo psicofisiologico rigoroso, che ha permesso di giungere fin qui in maniera ponderata, con la mente sotto controllo eppure legata a un filo d'aquilone e quasi 'galleggiante nell'etere'.
Tecnica quarta. (La tecnica dello specchio immaginario): Con gli occhi della mente si immagina di avere davanti uno specchio e di guardarci dentro per constatare ciò che ne estrarremo. Può ottenersi una rappresentazione dinamica del carattere e della personalità. Occorre vedere questo specchio della mente che guarda dentro di noi e lì vedersi come si è e come si vuole diventare. In questa tecnica, stavolta, c'è tutt'altro che evitamento dell'Io, e piuttosto c'è il suo approfondimento, essendo l'Io il protagonista. E' la tecnica che consente di formularsi le domande antiche del 'conosci te stesso'(il greco ghnothi sautòn): "Chi sono io?" "Che cosa voglio diventare?" "Qual è il mio scopo?"
Tecnica quinta. (Viaggio verso il fondo del mare): la via verso il fondo del mare è un'occasione straordinaria per esperire sensazioni anche estremamente forti. Può divenire decisamente la parte più emozionante delle nostre esercitazioni. Può in casi estremi accadere di sentirsi obbligati a interrompere la tecnica con riemersione rapida d'emergenza, ad esempio quando ci si sente affondare in un abisso senza fondo che ci attira: discendere nel proprio baratro personale interiore può divenire il vissuto più simile possibile ad un'esperienza infernale.
Il soggetto deve immaginarsi un viaggio nelle profondità marine. Mentre si cala negli abissi, nella mano destra deve sentirsi armato di un'arma potente, una bacchetta magica, o meglio un micidiale lancia-raggi distruggitori da fantascienza, e nella mano sinistra da un fatato anello di luce capace di ipnotizzare gli eventuali mostri che emergano d'improvviso dai gorghi. Sono d'un tratto probabili delle formidabili battaglie con i mostri che allignano nelle profondità dell'inconscio. Non sono da escludersi reazioni anche violente. E' questa una tecnica delicata che va gestita con grandissima attenzione. Nello scontro col "Leviatano interiore", nel confronto con parti del sé e con le incomprensibili e imponderabili mostruosità che vengono dal profondo sono possibili reazioni paradosse ma anche una positiva abreazione dell'aggressività. In sostanza, è questa una tecnica che può risultare assai efficace nel dare una sferzata energetica e trasformativa alla persona.
Tecnica sesta. (Via verso la cima del monte): E', all'opposto della tecnica precedente, la via a salire, l'ascesa verso la cima del monte alla ricerca, presso la vetta, del Vecchio Saggio, con l'incontro del quale infine si conclude il cammino. Avvertenza: è assolutamente consigliato impegnarsi in questa tecnica sesta senza avere scavalcato la tecnica precedente del descensus ad Adem, ossia della rischiosa discesa nelle proprie interiorità. In alcuni casi, nello svolgimento della tecnica della salita verso la cima del monte possono verificarsi esperienze illuminative o in vario modo sconcertanti, e in rarissimi casi sono ritenute possibili, a questo stadio, anche esperienze paranormali e perfino (perché escluderle?) spirituali.
Se vi capiterà di scoprirvi particolarmente predisposti a queste esperienze estreme potreste ricavarne stati di godimento che non avreste ritenuto possibili, disorientanti se non chiaramente riorientanti ossia capaci di invadervi dentro di trasfigurante calore e fuori di radioso splendore. Per provare a smontarvi vi si dirà che potreste aver conseguito semplicemente uno sguardo allucinato, un bagno di endorfine, un drogarvi encefaline: lasciate dire. Ma se e quando aveste la ventura di aver provato tali stati così estremi e peculiari, tali che vi sembrerà di essere saliti su un abbagliante Tabor, vedrete con quale nuova segreta felicità vi appresterete a ridiscendere da quella cima conquistata, e con nuova inusitata docilità vi obbligherete ai modi consueti e placidi dell'esercizio della ripresa con cui riacquisirete uno stato di coscienza ordinario, serbando con voi il ricordo palpitante di una sconcertante esperienza, con la promessa di tornare ancora, mille volte.
Insomma, tutto quanto meraviglioso, e vi sembrerà tutto vero, ma c'è un ma: gli scienziati hanno individuato come responsabili di tutto ciò sostanze allucinogene prodotte dal nostro cervello, come la dimetiltriptammina, detta anche DMT
https://it.wikipedia.org/wiki/Dimetiltriptammina
Mi dispiace, ragazzi, ma purtroppo sembra che le cose stiano proprio così :(
Le cose che non si vedono? Per rispondere a questa domanda ci sono tre opzioni possibili: è perché sono troppo piccole, oppure perché sono troppo grandi, o è perché non esistono affatto e ce le inventiamo perché vorremmo che esistessero.
Tra le "cose che non si vedono" prendiamo in esame una categoria di quelle che rivestono grande importanza per chi con attenzione guarda alla fenomenologia religiosa: la categoria dei cosiddetti fenomeni soprannaturali.
Per quanto riguarda tali presunti fenomeni, dal maggio del 2024 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha provveduto ad aggiornare le norme per il loro discernimento.
Le nuove norme arrivano a confermare il trend sempre più prudenziale della Chiesa, per cui a vescovi e conferenze episcopali viene interdetto di dichiarare la effettiva soprannaturalità di un dato fenomeno, prerogativa riservata unicamente al Papa, e solo per casi veramente eccezionali.
I risultati delle scrupolose indagini andranno graduati dal più favorevole (Nihil obstat) fino alla ufficiale dichiarazione di non soprannaturalità con il divieto assoluto (Prohibetur et obstruatur).
Riporto testualmente qui i 6 possibili voti finali al termine del discernimento.
Nihil Obstat: non viene espressa certezza sull'autenticità soprannaturale, ma si riconoscono segni di un'azione dello Spirito. Si incoraggia il vescovo a valutare il valore pastorale e a promuovere la diffusione del fenomeno, compresi i pellegrinaggi.
Prae oculis habeatur: si riconoscono segni positivi, ma ci sono anche elementi di confusione o rischi che richiedono discernimento e dialogo con i destinatari. Potrebbe essere necessaria una chiarificazione dottrinale se ci sono scritti o messaggi associati al fenomeno.
Curatur: sono presenti elementi critici, ma c'è una diffusione ampia del fenomeno con frutti spirituali verificabili. Si sconsiglia un divieto che potrebbe turbare i fedeli, ma si invita il vescovo a non incoraggiare il fenomeno.
Sub mandato: le criticità non sono legate al fenomeno stesso, ma all'uso improprio fatto da persone o gruppi. La Santa Sede affida al vescovo o a un delegato la guida pastorale del luogo.
Prohibetur et obstruatur: Nonostante alcuni elementi positivi, le criticità e i rischi sono gravi. Il Dicastero chiede al vescovo di dichiarare pubblicamente che l'adesione non è consentita e di spiegare le ragioni della decisione.
Declaratio de non supernaturalitate: il vescovo è autorizzato a dichiarare che il fenomeno non è soprannaturale basandosi su prove concrete, come la confessione di un presunto veggente o testimonianze credibili di falsificazione del fenomeno.
(Si noti come perfino nel caso più favorevole "non viene espressa certezza sull'autenticità soprannaturale")
Traggo alcune appercezioni da un mio sogno di questi giorni, sogno ridicolmente assurdo come è logico che sia, ma che mi ha riempito nonostante tutto di inatteso buonumore.
Ho sognato, tra l'altro... il capo della Spectre dei film di 007 :) e precisamente la divertente scenetta con il particolare memorabile del suo braccio mentre accarezzava il gatto. E altre cosine che è meglio che non vi racconto.
Al risveglio mi è venuto inevitabile immaginare di poter estendere a tutti i grandi criminali della storia umana quel gesto gentile di accarezzare un gatto. Nessun mostro può essere così mostro da uccidere soltanto. Anche il mostro di Firenze avrà avuto un animaletto da accarezzare, e un pensiero gentile, ne sono certo.
Ma inevitabilmente la mente corre troppo e arriva sùbito al vertice.
Non sappiamo se Esso coincida con la Natura stessa, ma mi sa di averlo forse sognato come un gorgo con due spirali vorticanti embricate e contrapposte, una verticale e l'altra vorticale, ossia una verso il vertex e l'altra verso il vortex. Essendo nonpersona, non lo si deve chiamare per nome. Ma Esso non è un nome, è solo un pronome per additarlo.
La Natura o Esso o quel che sia hanno generato la vita, scomodando infinite creature destinate invariabilmente tutte alla morte.
Soltanto Esso sa uccidere soltanto.
Non è essenziale che per uccidere debba prima aver creato le creature da uccidere, anzi è anche peggio, Esso crea per poi uccidere.
Se una persona avesse così tanto potere da far questo, noi la considereremmo un mostro orribile. E lo è, indubitabilmente.
Per fortuna, nessuno al mondo è così, e nessun criminale nemmeno è così.
E se spuntasse fuori un umano capace di tanto, si capirebbe sùbito che si tratterebbe di un caso psichiatrico.
Solo Esso è così, non ha rivali in tutti gli universi.
Però è vero, a pensarci bene, Esso crea ognun altro migliore di se stesso!
E ad esempio tutti noi umani siamo migliori di lui, senza eccezione. Esso riempie gli universi di esseri migliori di lui. Esso riempie i cosmici secchi di vite perdute per poi gettarle nel nulla.
Esso è incredibile come creatore, è paradossale come un essere così spregevole generi in fondo sempre creature tutte migliori di lui.
E addirittura, come sottoprodotti delle sue sgraziate creazioni, Esso non genera soltanto creature incoscienti, ma sia pur raramente genera addirittura creature dotate di coscienza cosmica, come ad esempio il nostro Dio minore e insieme a Lui noi stessi Suoi derivati.
Non dobbiamo meravigliarci di riconoscerci, noi umani, tutti migliori di Esso: lo siamo anche per il semplice fatto tecnico che siamo persone, e solo le persone hanno quella speciale fragilità tipica dell'esser persone: da quella speciale fragilità deriva la nostra necessità di morali ed etiche.
Noi tutti siamo persone, Esso non lo è, quindi da una nonpersona possono venir create creature non soltanto sensibili ma persino Persone, questa è una constatazione che ritengo non soltanto di sapore teolistico, ma con cui chiunque dotato di logica dovrebbe concordare.
Certo, alla luce del teolismo, essere stati creati persone da una nonpersona, è in fondo un difetto e non un pregio, agli occhi di Esso, se Esso avesse gli occhi.
Ma per fortuna Esso è solo un cieco gorgo, energia che gira a vuoto generando a casaccio, e sia pure per caso, alla lotteria in cui consiste la vita, sono usciti i nostri numeri.
Abbiamo più volte detto che Esso programma la morte per tutte le creature che va scomodando dal nulla.
E anche le leggi fisiche della materia da Esso manovrata collaborano a tale fine (esempio, con le implacabili leggi della termodinamica).
Eppure può accadere che Esso, rarissimamente, contraddica se stesso nel suo sistematico spargere la morte a tutto spiano a tutte le creature.
Forse a qualcuno di voi che sta seguendo questo thread ciò che sto per dirvi non era sfuggito e quindi forse questo qualcuno attendeva il momento propizio per farmelo notare.
Sulla nostra Terra Esso ha ucciso tutti gli animali che lui stesso aveva creato, e così ha sempre fatto per milioni di generazioni che si sono succedute attraverso le varie ere.
Ma anche il Puer, cioè il nostro Dio minore, è una delle creature, Lo ha generato Esso, ed Esso non Lo ha creato mortale, anzi Lo ha creato eterno! Infatti il nostro Dio minore non è stato programmato da Esso come tutte le altre creature, programmate invece per morire. Dunque Esso non crea soltanto creature mortali ma, sia pure rarissimamente, anche creature immortali, ma embricandole a loro volta, intrecciandole inestricabilmente, con le creature mortali. Quindi Esso può creare gli umani ma anche gli Dèi. Ma gli Dèi creati da Esso non sono per niente onnipotenti, non sono autentici Dèi, dato che di straordinario hanno soltanto che sono programmati per non morire mai. E quindi un Dio creato da Esso è sempre un Dio minore. Un autentico Dio veramente onnipotente è evidente che non esista, altrimenti, se fosse esistito, non avrebbe mai consentito alla prorompente esistenza di un essere potente e malevolo come lo è Esso.. Esso è l'alternativa purtroppo reale di un vero Dio onnipotente. Se fosse esistito un vero Dio onnipotente, non sarebbe esistita la morte e se tale Dio avesse creato delle creature, per queste avrebbe assicurato soltanto la vita eterna e la felicità, cioè ciò di cui avrebbe goduto per sempre Lui stesso.
Il Dio che stiamo cercando ci stiamo rendendo conto che non solo non è onnipotente ma è soggetto al dominio irresponsabile di una potenza a Lui superiore, che non è una persona ma un cieco meccanismo impersonale, che per poterlo indicare lo abbiamo definito col pronome Esso.
Esso ha creato il nostro Puer concependoLo come una trappola vivente per miliardi di umani simbionti che invece sono programmati per la morte, come tutti gli altri animali.
Questo fatto conferma che Esso è un'entità oggettivamente malevola, ma la sua malizia non deriva da torbidità interiori, poiché Esso non ha intimità non essendo persona, bensì essendo un cieco meccanismo cosmico, macchina infernale che funziona generando infiniti errori, alcuni rarissimi tra i quali riescono casualmente a sopravvivere lottando per emanciparsi dal turbine distruttivo della natura che tende a riannichilire ogni propria creazione.
Questi aspetti del teolismo non implicano necessariamente un esito negativo per il nostro destino.
Tutto dipenderà da come noi umani riusciremo a relazionarci con il nostro Puer.
Quindi il nostro Puer non è onnipotente però è eterno ed eterna è anche la Sua memoria, e noi umani siamo al sicuro dentro alla Sua memoria. In realtà non esiste nessuna entità onnipotente, nemmeno Esso è onnipotente, ma soltanto più potente del Puer, ed anche se Esso è più potente del Puer, non è in grado di toglierGli la prerogativa dell'eternità, che ormai Gli aveva conferito, e mai potrà revocarGli. E noi dovremo trovare le vie per più profondamente relazionarci tra noi, al fine anche di risvegliare il nostro Puer dalla sua estatica nanna.