Se venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
La questione che poni è destinata a restare praticamente improponibile, poiché l'incertezza sul dopomorte è strutturale con la nostra Realtà.
Non è nemmeno pensabile in quale modo noi si potrebbe disporre di questo dirompente dato di fatto conoscitivo.
Proviamo a immaginarlo.
Ad esempio, stai passeggiando per un bosco, quando in una radura ecco che d'un tratto vedi discendere un disco volante. Rimani paralizzato dalla paura, ma anche incantato, e quindi non scappi, ma è come se rimanessi in attesa di chissà che cosa. E infatti ecco che dal disco esce una creatura luminosa che ti dice di non aver paura, e ti chiede se hai domande da porle. Tu trovi il coraggio di parlarle e le chiedi se è un angelo. No, risponde lei, non sono un angelo, gli angeli non esistono. Le chiedi se è una divinità. Lei risponde che le divinità non esistono, ed aggiunge che è semplicemente una creatura di una civiltà extraterrestre molto più antica della nostra, e perciò molto più avanzata. E tu le chiedi allora se sa se Dio esiste oppure no, e la creatura ti risponde che la loro civiltà ha dimostrato che non esiste nessun dio. Ma allora, le chiederai se dopo la morte non c'è nulla, secondo la loro civiltà. E la creatura ti confermerà che no, dopo la morte c'è il nulla, e proprio per questo la loro civiltà ha realizzato dei modi tecnologici per eliminare la morte, ma loro hanno impiegato un tempo di miliardi di anni terrestri per riuscire nell'impresa di eliminare la morte, e la morte perfino loro non potranno mai eliminarla del tutto, ma soltanto spostarla di miliardi di anni, ma poi alla fine nulla potranno nemmeno loro contro le leggi implacabili della termodinamica.
Anche se ti accadesse un incontro del genere con questa entità aliena, ti fideresti delle sue risposte?
Non c'è modo di risolvere il busillis, e quindi ognuno finirà per risponderti secondo le proprie convinzioni, che in ogni caso rimarranno sempre inesorabilmente azzardate.
Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
Ciao e benvenuto.
Non risposte in diversi stili.
Stile aforistico:
''Chi di certezze vive, certamente muore.''
Stile profetico:
Ma io vi dico, chi non ha posto fede in questa vita, non morirà.
Stile esplicativo:
Non possiamo esser certi che la vita sia come la descriviamo, da poterne scrivere anche il finale.
Partecipo a numerosi funerali, per cui sono certo che dopo la morte di un uomo o altro vivente non c'è il nulla.
Ciò mi conferma che il nulla non esiste dopo la morte di un vivente (e in assoluto).
Sono certo che la mia morte comporterà la decomposizione del mio corpo con la fine della mia mente che ne è parte. L'esperienza quasi giornaliera che più si avvicina alla morte è il sonno senza sogni: la morte è un sonno eterno, senza risveglio.
Non posso affermare che questa tesi, molto più realistica e probabile di quella dell'immortalità dell'anima o dello spirito o simili, abbia cambiato radicalmente la mia vita, perchè è maturata fin dall'adolescenza. Tuttavia mi dà molta soddisfazione, sia perchè, sebbene non originale, ci sono arrivato autonomamente, sia perchè è una prospettiva liberatoria in tutti i sensi.
Sul piano scientifico non smettiamo di esistere perchè diventiamo parte dell'Universo.
Citazione di: Estack il 26 Gennaio 2026, 15:36:52 PMSul piano scientifico non smettiamo di esistere perchè diventiamo parte dell'Universo.
Sul piano scientifico, e più in generale sul piano descrittivo, nella descrizione da te scelta, sostituirei ''diventiamo'' con ''rimaniamo'', sollevandoci dall'obbligo di dover dire cosa siamo.
Cioè, rimaniamo ciò che siamo, qualunque cosa siamo.
Citazione di: Estack il 26 Gennaio 2026, 15:36:52 PMSul piano scientifico non smettiamo di esistere perchè diventiamo parte dell'Universo.
Effettivamente è così ma con il rigor mortis anche il SNC inizia ad avere dei problemi. E se proprio vogliamo parlare di esistenza si tratterà di una esistenza diversa. Quello Jacopus lì sparirà per sempre.
baylham ha scritto
Citazione Sono certo che la mia morte comporterà la decomposizione del mio corpo con la fine della mia mente che ne è parte. L'esperienza quasi giornaliera che più si avvicina alla morte è il sonno senza sogni: la morte è un sonno eterno, senza risveglio.
Buon pomeriggio baylham.Se con la morte il cervello è in disfacimento come può essere un "sonno eterno" ?Questa tua convinzione ti aiuta a sopportare meglio l'angoscia della morte ?Se dopo la morte c'è il nulla qual è il problema ?
Le displine orientali ci ammoniscono sulla vanità della vita, e ci suggeriscono come fare a togliere valore a tutte le cose a cui ne diamo, ma ciò che in tal modo acquisiamo è la coscienza appunto di averglielo dato, cosa non necessaria se quella coscienza avessimo già.
Però poi queste discipline mancano di dare un valore a questa nostra capacità, e al potere che gli deriva dalla coscienza di possederla, piuttosto che alla coscienza stessa.
Vani non sono i valori che diamo alle cose. Vano è il tentativo di ricostituire quelle verità che la coscienza ha dissolto, ponendovi fede.
E' come fare un passo avanti per farne poi uno indietro, ma senza poter tornare davvero al punto di partenza, se del passo fatto resta la memoria.
L'esercizio del dubbio può essere spiazzante, ma può allontanare la certezza della morte, se ammettiamo di non sapere davvero cos'è che va a finire.
Potrei ben temere di essere dannato in eterno, se solo sapessi cos'è questa dannata eternità, ma la nostra dannazione è proprio il credere di saperlo.
Se lo chiedi a chi, pur per amore di te, ti invita alla salvezza, non te lo sa dire, ma che da qualche parte è scritto, e tanto dovrebbe bastare. La cosa mi sembra strana e per quanto mi sforzi non riesco a farmela apparire normale.
Certo, quel che crediamo o quel che non crediamo, non importa se messo per iscritto o meno, influenza ciò che facciamo, e più che avere una filosofia, serve sapere di possederla, e di averla in proprio, e non trascritta altrove.
Citazione di: doxa il 27 Gennaio 2026, 16:33:27 PMbaylham ha scritto
Buon pomeriggio baylham.
Se con la morte il cervello è in disfacimento come può essere un "sonno eterno" ?
Questa tua convinzione ti aiuta a sopportare meglio l'angoscia della morte ?
Se dopo la morte c'è il nulla qual è il problema ?
Rispondo citando un aforisma di Epicuro (tratto dall'ultimo libro di Ivo Nardi "Riflessionale laico") che riassume e chiarisce abbastanza bene la mia posizione: "Quando ci siamo noi, la morte non c'è; quando c'è la morte, noi non ci siamo più".Al posto del noi metterei la coscienza.Il sonno eterno è un'efficace metafora della morte, un sonno senza sogni e risveglio proprio perché il cervello muore, si decompone. Infatti la morte cerebrale, la mancanza di attività elettrica nel cervello, è il test principale per accertare e dichiarare la morte di uomo.Il sonno eterno è una metafora altrettanto efficace per escludere che dopo la morte ci sia il nulla. Durante il sonno la realtà continua ad esistere e divenire, il tempo continua a passare. Ovviamente chi si addormenta lo verifica al risveglio, nel caso di morte lo verificano gli altri viventi.Un'altra analogia della morte è la condizione dell'uomo prima di nascere.Nella mia vita ho provato a volte la paura di morire, qualche volta ho avuto l'incubo di precipitare, ma non sono angosciato dalla morte, non è la mia preoccupazione quotidiana. Ovviamente sono istruito, addestrato a evitarla fin dall'infanzia. Come chiarisce l'aforisma, la morte, come la nascita, è una condizione di ignoranza sistemica. Tuttavia, ribadisco, le inferenze sulla morte qui esposte sono semplici, realistiche e più probabili di teorie alternative.
Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
Assolutamente si', la certezza del nulla dopo la morte giustifica, e in qualche modo fonda, in ordine sparso:
> edonismo bulimico "postmoderno" spiccio:
tutto cio' che in vita si puo' realisticamente volere e desiderare, dato il nulla del dopo morte, e' solo un'altro giro di giostra. Sesso, droga e rock 'n roll... e poco altro.
> epicureismo raffinato:
Autoregolati, desidera sempre le cose semplici e abbondanti in natura, preferisci l'amicizia all"amore romantico, sappi che l'esperienza reale della sofferenza finisce e termina sempre, dualmente, o nel piacere, o al limite nell'oblio come anticipazione e sostanza della morte, e questo proprio grazie ai
limiti del nostro corpo, che quindi ci sono amici e non nemici, e ci insegnano la non eternita' e la non assolutezza, in vita, della sofferenza, al prezzo, tutto sommato accettabile, della non eternita' e non assolutezza della vita stessa in quanto coscienza.
> titanismo romantico:
Vivremo oltre la morte nelle conseguenze sostanzialmente inesauribili e digradanti all'infinito delle nostre azioni (causa/effetto, per cui dal bene verra' altro bene, e dal male verra' altro male, e questo a prescindere dalla eventuale realta', della nostra morte) e nel ricordo dei nostri cari per un po'... e nella poesia epica che fonda culture e rende "immortali" i pochissimi che se lo meritano, Achille, Ettore eccetera.
> Relativizzazione in generale della sofferenza da cui deriva ottimismo paradosso:
La grande Consolatrice, la prima buona novella, e che in quanto tale merita di essere
annunciata e' la morte; le altre, al massimo, ma proprio al massimo, seguono.
> genitorialita' e desiderio di essa, eternizzarsi secondo la specie.
Il passaggio successivo e' che tutto cio', almeno secondo me, non torna, perche' se il dopo-morte ha, proprio per l'uomo presente e che dal presente lo contempla in vita, molte, e ben precise, conseguenze, allora tale dopo-morte non e', non equivale, a nulla, (ex nilo, nihil, il nulla non da' frutti). Se non e' nulla, allora e' qualcosa; se e' qualcosa e sta, e risiede, dopo la morte, allora dopo la morte c'e' il qualcosa, e non il nulla; allora tutte (tutte!) le precedenti etiche elencate sopra, che sul nulla dopo la morte sono/erano fondate, sono sbagliate, fiato nel vento, temporaneo inciampo, e non per la potenza intrinseca della morte, ma per quella, della vita.
Se fa effetto, non e' nulla; la morte fa effetto, quindi non e' nulla, e ha molto poco a che fare, col nulla.
Nell'oblio, muore e trova il suo "ultimo" termine solo e soltanto l'essere completamente identificato in, e con, con una coscienza, ovvero il voler-essere, dell'uomo attuale, e non affatto il suo "essere", ammesso che ce ne sia uno.
Ci vuole un io, per testimoniare del nulla della morte, il nulla della morte e' nient'altro che un'estrema, strategia di sopravvivenza dell'io, lo stato larvale della psiche. Prova ne e' che quando si muore, non finisce il mondo, finisce la presenza di un io, nel mondo.
Citazione di: niko il 28 Gennaio 2026, 12:51:11 PMAssolutamente si',
Ma come assolutamente si? Ma tu non sei già certo oggi del fatto che non c'é nulla dopo la morte? Per cui non hai ragione di cambiare.
Se invece fossi dubbioso riguardo la questione allora si che cambieresti, ma questo vorrebbe dire che ora qualche dubbio ce l'hai.
Citazione di: niko il 28 Gennaio 2026, 12:51:11 PMIl passaggio successivo e' che tutto cio', almeno secondo me, non torna, perche' se il dopo-morte ha, proprio per l'uomo presente e che dal presente lo contempla in vita, molte, e ben precise, conseguenze, allora tale dopo-morte non e', non equivale, a nulla, (ex nilo, nihil, il nulla non da' frutti). Se non e' nulla, allora e' qualcosa; se e' qualcosa e sta, e risiede, dopo la morte, allora dopo la morte c'e' il qualcosa, e non il nulla; allora tutte (tutte!) le precedenti etiche elencate sopra, che sul nulla dopo la morte sono/erano fondate, sono sbagliate, fiato nel vento, temporaneo inciampo, e non per la potenza intrinseca della morte, ma per quella, della vita.
Il dopo morte
può non esser nulla, bensì "qualcosa", per l'uomo che è
prima della morte; ossia l'
anticipazione che i vivi fanno della morte è un qualcosa che
può spingerli a orientare la propria vita in modo da
predeterminare
anche quell'ipotetico dopo morte (v. religioni e dintorni) o, nel caso considerino il dopo morte nulla che li riguardi come esseri autocoscienti (quindi una mera "putrefazione ontologica"), non c'è nulla da predeterminare (o meglio, si può predeterminare solo ciò che può avvenire
prima dell'evento certo che pone fine alle determinazioni del soggetto).
Tutto ciò non dice nulla del dopo morte, né tantomeno dimostra che il dopo morte sia un "qualcosa" che si "esperisce" dopo la morte; dimostra solo che l'anticipazione di un qualcosa può avere conseguenze reali anticipate a prescindere dalla realtà/esistenza di ciò che viene anticipato (posso impostare la mia vita come preparazione anticipata all'arrivo di alieni che verranno a prendermi, ma ciò non dimostra affatto che esistano davvero gli alieni, eppure la loro eventuale assenza, il loro "esser nulla" di reale, condiziona
realmente la mia preparazione).
Citazione di: baylham il 26 Gennaio 2026, 10:36:25 AML'esperienza quasi giornaliera che più si avvicina alla morte è il sonno senza sogni
Se la morte è paragonabile ad un sonno senza sogni, allora il sonno con sogni intensi e realistici, può essere paragonato ad una "vita" senza il concorso del corpo. Dunque mica è risolto il mistero. C'è di mezzo il 'nostro uomo interiore' (l'anima)
Dicono (da fonti non scientifiche) che se il corpo muore improvvisamente nel mentre si sogna, il sogno continua.
Sarà così? non si sa!
Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
Difficilmente qualcosa potrebbe convincermi che non c'é vita oltre la vita. Ho un cumulo di esperienze di vita che mi dicono che la vita oltre la vita c'é, è spesso si affaccia anche in questa vita, solo che bisogna saperla vedere.
Ammesso e non concesso, comunque, che pensassi che finisca tutto quaggiù, certamente delle cose cambierebbero, la vita assumere be un tono Piú pesante, assoluto, perché é la sola cosa che avrei. Certamente avrei meno rispetto per la morte, quella degli altri, e quella mia. Pensando di non avere un futuro oltre la vita sarei Piú facilmente spinto al suicidio in un momento di sofferenza, perché appunto questo apparire bbe come un'opportunità
liberatoria.
Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 17:16:01 PMIl dopo morte può non esser nulla, bensì "qualcosa", per l'uomo che è prima della morte; ossia l'anticipazione che i vivi fanno della morte è un qualcosa che può spingerli a orientare la propria vita in modo da predeterminare anche quell'ipotetico dopo morte (v. religioni e dintorni) o, nel caso considerino il dopo morte nulla che li riguardi come esseri autocoscienti (quindi una mera "putrefazione ontologica"), non c'è nulla da predeterminare (o meglio, si può predeterminare solo ciò che può avvenire prima dell'evento certo che pone fine alle determinazioni del soggetto).
Tutto ciò non dice nulla del dopo morte, né tantomeno dimostra che il dopo morte sia un "qualcosa" che si "esperisce" dopo la morte; dimostra solo che l'anticipazione di un qualcosa può avere conseguenze reali anticipate a prescindere dalla realtà/esistenza di ciò che viene anticipato (posso impostare la mia vita come preparazione anticipata all'arrivo di alieni che verranno a prendermi, ma ciò non dimostra affatto che esistano davvero gli alieni, eppure la loro eventuale assenza, il loro "esser nulla" di reale, condiziona realmente la mia preparazione).
Naturalmente, gli alieni "futuri" possono esserci o non esserci, e la loro "anticipazione", condiziona la vita del pazzoide umano terrestre che, a vario titolo, crede in loro.
Sia la presenza, che la non presenza degli alieni e' un "qualcosa", cioe' un significato o un evento.
Non si pretende, o almeno, qui, finora nessuno ha preteso, che gli alieni siano in senso filosofico "il nulla", assoluto, o che la loro "assenza", lo sia, mi pare.
Se l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.
Il nulla (
vero) non proietta ombre, ne' in avanti, ne' indietro, nel tempo. Quantomeno: non nel tempo
dell'essere, comunemente abitato
dall'uomo. Il paradiso si', l'inferno si', la reincarnazione karmica si', il "nulla" eticizzato della morte dell'ateo moderno tipico si', eccetera eccetera. Nessuno, fa i conti veramente col nulla.
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.
Io sono piu' interessato alla qualita' della vita, alla possibilita' del distinguersi in vita, e del distinguersi, delle (varie) possibili vite tra di loro.
Citazione di: niko il 28 Gennaio 2026, 22:36:45 PMSe l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.
[...]
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.
Questo è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da
topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "
il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare
anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al
dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (
quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "
il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).
Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 23:39:36 PMQuesto è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).
Beh a me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella, il quale in linea ipotetica potrebbe esser-ci o non esser-ci, rendendo la sua newageistica "attesa", qui sulla terra, piu', o meno "ricompensata", da un dato di realta'...
Si' l'assenza di presa in considerazione, sarebbe un, formalmente corretto, riconoscere la nullita' del nulla, che la morte e', o che almeno dovrebbe essere soprattutto se non si crede in un aldila', ma appunto, da un punto di vista di storia del pensiero, quantomeno occidentale, tutto cio' non e' molto gettonato, a partire dal "memento mori" medioevale e cristiano, dalla vita come preparazione alla morte del filosofo socratico, alla bulimia del godereccio consumistico attuale, a tutti i vari romanticismi e mistiche del ritorno all'Uno eccetera eccetera. E' gettonato il suo contrario direi. Appunto, una mancanza da colmare, forse.
Voglio dire che il modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.
La poesia, c'entra nella misura in cui si cerca di dire il simile, o meglio l'analogo, piu' dicibile possibile, all'indicibile.
Citazione di: niko il 29 Gennaio 2026, 00:23:24 AMa me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella,
Ben "prima" del nulla e del non-ente, situavo quel "non più"; a suo modo evidente nell'assistere alla morte altrui: quando un animale (uomo compreso) muore, non si smaterializza diventando nulla, eppure va detto che
non è
più quello di prima (agli occhi di chi gli sopravvive). Chiunque abbia visto il cadavere di una persona che conosceva può capire cosa intendo.
Il fatto che l'uomo sia una "creatura speciale", soggetta e "leggi cosmiche speciali" e che, a differenza degli altri viventi, egli continui la sua esistenza in un mondo invisibile, perché eletto detentore di un'anima/spirito, etc. sappiamo essere un'ipotesi autoreferenziale (quindi non argomentativa), oggetto di fede, ma non oggetto di conoscenza oggettiva. Quello che conosciamo è che morire non significa sparire o diventare nulla, almeno per il corpo; e l'"io pensante"?
Citazione di: niko il 29 Gennaio 2026, 09:43:39 AMil modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.
Questo è il punto in cui si rifiuta la propria mortalità e si può essere spinti, tanto istintivamente quanto culturalmente, a credere a leggi cosmiche speciali
ad hoc per l'uomo o a "incartarsi" in "anticipazioni del nulla". Se per l'io tutto è esperienza, la supposizione/pretesa che anche la sua morte lo sia (esperienza), e quindi in fondo quell'io cosciente non muoia davvero, è sintomo del non volersi far carico fino in fondo della propria evidente e "banale" mortalità, cercando "sconti" (non possiamo negare che muoia il corpo, allora facciamo finta che la coscienza/anima/x si salvi).
Tuttavia, non è l'unico modo in cui si può pensare alla morte da vivi; si può anche violare l'asintoto, tangente all'infinito, proprio con l'esperienza della finitezza che ci circonda (monito piuttosto eloquente sulla nostra finitezza).
La morte è plausibilmente proprio cessazione della coscienza (come dice anche la medicina, mi pare), quindi non c'è "esperienza della propria morte" (come dicevano gli epicurei), essendo la morte essenzialmente
cessazione di esperienza soggettiva. Semplicemente ci si "spegne" (sappiamo quanto la bioelettricità sia importante per il corpo umano), senza diventare nulla e, ovviamente, senza "andare" nel nulla (che sarebbe sia un non senso sia un ulteriore modo per sognare di non morire davvero).
Purtroppo questi discorsi vengono talvolta letti come "brutte faccende", pessimismo, etc. proprio perché culturalmente (e istintivamente) la morte viene considerata un discorso "brutto" (come l'"uomo nero" per i bambini che non vanno a letto) perché ancora non se ne è elaborata e accettata quietamente la naturale processualità. E in questo la poesia, solitamente, è megafono di desideri e pulsioni, ma non di conoscenza né di saggezza.
Citazione di: Phil il 29 Gennaio 2026, 12:06:45 PMBen "prima" del nulla e del non-ente, situavo quel "non più"; a suo modo evidente nell'assistere alla morte altrui: quando un animale (uomo compreso) muore, non si smaterializza diventando nulla, eppure va detto che non è più quello di prima (agli occhi di chi gli sopravvive). Chiunque abbia visto il cadavere di una persona che conosceva può capire cosa intendo.
Il fatto che l'uomo sia una "creatura speciale", soggetta e "leggi cosmiche speciali" e che, a differenza degli altri viventi, egli continui la sua esistenza in un mondo invisibile, perché eletto detentore di un'anima/spirito, etc. sappiamo essere un'ipotesi autoreferenziale (quindi non argomentativa), oggetto di fede, ma non oggetto di conoscenza oggettiva. Quello che conosciamo è che morire non significa sparire o diventare nulla, almeno per il corpo; e l'"io pensante"?Questo è il punto in cui si rifiuta la propria mortalità e si può essere spinti, tanto istintivamente quanto culturalmente, a credere a leggi cosmiche speciali ad hoc per l'uomo o a "incartarsi" in "anticipazioni del nulla". Se per l'io tutto è esperienza, la supposizione/pretesa che anche la sua morte lo sia (esperienza), e quindi in fondo quell'io cosciente non muoia davvero, è sintomo del non volersi far carico fino in fondo della propria evidente e "banale" mortalità, cercando "sconti" (non possiamo negare che muoia il corpo, allora facciamo finta che la coscienza/anima/x si salvi).
Tuttavia, non è l'unico modo in cui si può pensare alla morte da vivi; si può anche violare l'asintoto, tangente all'infinito, proprio con l'esperienza della finitezza che ci circonda (monito piuttosto eloquente sulla nostra finitezza).
La morte è plausibilmente proprio cessazione della coscienza (come dice anche la medicina, mi pare), quindi non c'è "esperienza della propria morte" (come dicevano gli epicurei), essendo la morte essenzialmente cessazione di esperienza soggettiva. Semplicemente ci si "spegne" (sappiamo quanto la bioelettricità sia importante per il corpo umano), senza diventare nulla e, ovviamente, senza "andare" nel nulla (che sarebbe sia un non senso sia un ulteriore modo per sognare di non morire davvero).
Purtroppo questi discorsi vengono talvolta letti come "brutte faccende", pessimismo, etc. proprio perché culturalmente (e istintivamente) la morte viene considerata un discorso "brutto" (come l'"uomo nero" per i bambini che non vanno a letto) perché ancora non se ne è elaborata e accettata quietamente la naturale processualità. E in questo la poesia, solitamente, è megafono di desideri e pulsioni, ma non di conoscenza né di saggezza.
Il cessare di essere soggetto, avviene, specificamente nella forma, e sotto l'apparenza, del divenire/oggetto.
O almeno, questo e' quello che mi viene in mente a me quando vedo un cadavere. Quando ci cadaverizziamo, "diveniamo oggetti", cioe' ad un livello piu' profondi restiamo, gli oggetti che siamo sempre stati.
Il cadavere prova, che non vi e' differenza assoluta, intercorrente tra uomini e oggetti, e nemmeno tra animali e oggetti, e nemmeno tra piante e oggetti, e un po' quindi anche il fallimento, o quantomeno la convenzionalita', delle nostre comuni e quotidiane parole. Se differenza assoluta vi fosse, allora, non vi sarebbe, la possibilita' del passaggio dall'uno all'altro, e dall'altro all'uno. Ma il cadavere c'e'. E agli occhi di chi lo osserva, si porta dietro quindi un'altra certezza, simile a quella della morte, ma non proprio uguale.
Insomma: altroche' legiferazioni cosmiche eccezionali per l'uomo. Semmai: legiferazioni cosmiche cosi' profonde, che, da certi "livelli" di profondita' in poi, possono permettersi, di trattare viventi e oggetti alla stessa maniera.
La morte e' la morte del corpo ed e' la morte della coscienza. Quindi, per sopravvivergli, ed eventualmente oltrepassarla, o crediamo alle favole, delle varie religioni, o crediamo di essere, almeno in parte, qualcosa di diverso, da corpi e/o coscienze e/o unione tra di essi, o rinunciamo, a sperare di oltrepassarla.
Con tutto il rispetto, intendo che e' sensorialmente evidente, che la morte sia morte tanto del corpo aggregato quanto della coscienza, quindi, tutto cio', di poetico, di religioso o di filosofico, che postuli la sopravvivenza dell'uno, o dell'altro, o addirittura per buona misura di entrambi (cristianesimo :) ) e' esplicitamente anti empirico.
Preferisco credere di non essere ne' solo corpo ne' solo anima/coscienza, ne' solo unione "mistica" tra i due, e quindi, che sopravviva, alla mia e altrui morte, quello che in me e negli altri vi e' di ulteriore ad entrambe queste definizioni/entita', senza entrare in nessuna contraddizione diretta con l'esperienza, semmai solo con il senso comune.
L'istinto, in quanto istinto di vita e' proprio del corpo, in quanto istinto di morte e' proprio dell'oggetto che si agita in noi. Il dolore stesso, in quanto vicinanza con la morte, e' vicinanza con il divenire/oggetto, recupero, alla coscienza, dell'oggettualita' del corpo. Se siamo oggetti, quindi, ne' anime, ne' corpi, siamo a-mortali. Siamo gia' divenuti, cio che diveniamo in morte. Sicuramente esiste gia' da ora, un livello del reale a cui lo siamo. Il livello del cadavere,cha abita in noi. E che, quantomeno quando emerge, testimonia, la non differenza assoluta tra noi e un sasso. Che appunto, non vive e non muore... l'oggettualita' permette la vegetazione, che permette l'animalita', che permette l'umanita'. E questo e' lo schieletro, anche nostro, su cui sorgono, senza rottura di continuita', le varie intelaiature. Davvero non tutto, di noi, muore, perche' non tutto, e' mai stato vivo.
La morte è morte del corpo (che continua comunque ad esistere) e cessazione dell'io. Che si voglia controbattere con "e tu che ne sai? Non sei mica morto! Magari c'è l'aldilà!" Forse lo posso anche tollerare. Però mi sembra, con tutto il rispetto, abbastanza puerile e tutt'altro che filosofia o scienza dire: "Esiste un Paradiso per i buoni, esiste un Inferno per i cattivi. Gli umani continuano ad esistere dopo la morte, gli altri esseri viventi no. Ciò perché l'uomo e la donna possiedono una cosa chiamata anima (o spirito o come volete voi) che nessuno può vedere o rilevare o sapere empiricamente se esista davvero".
Letti tutti i messaggi della discussione, devo dire che mi sono piaciuti davvero molto e non hanno lasciato molto di non proferito rispetto a ciò che avrei scritto io (ottima la citazione di Epicuro ed anche la metafora del sonno eterno mi piace).
Dico solo altre due cosette:
1) In merito alla vera domanda della discussione, non credo mi cambierebbe molto il sapere con certezza che dopo non c'è niente (nel senso che non c'è l'aldilà e la mia coscienza cessa di esistere) siccome io sono già da parecchio tempo abbastanza di sicuro di questo.
2)
Citazione di: anthonyi il 28 Gennaio 2026, 20:26:17 PMPensando di non avere un futuro oltre la vita sarei Piú facilmente spinto al suicidio in un momento di sofferenza, perché appunto questo apparire bbe come un'opportunità
liberatoria.
Ne sei sicuro? Perché io l'ho sempre vista nel modo opposto: proprio perché dopo non c'è vita e la morte è ineluttabile, meglio non gettarla via anche se si sta passando un brutto momento; rimane sempre la possibilità quasi sempre concreta che il Sole torni a splendere più di prima.
Certo con malattie come l'Alzaimer forse potrei anche optare per l'eutanasia o qualcosa di simile...
Citazione di: Morpheus il 31 Gennaio 2026, 14:22:26 PM2)
Ne sei sicuro? Perché io l'ho sempre vista nel modo opposto: proprio perché dopo non c'è vita e la morte è ineluttabile, meglio non gettarla via anche se si sta passando un brutto momento; rimane sempre la possibilità quasi sempre concreta che il Sole torni a splendere più di prima.
I fatti dicono che sono i non credenti quelli che si suicidano con maggiore facilità. Il fatto di pensare che la vita sia tutta qui ti dà una sensazione di potere sulla vita stessa, sensazione che non hai se credi che la vita comunque continui. Perché se la vita comunque continua tu percepisci che essa non dipende da te, che non ne sei il padrone.
Curioso modo di porre la questione, come se lo stato preordinato delle cose fosse quello di credere nell'aldilà da cui poi eventualmente per alcuni sopraggiunge l'idea che esso non esista.. ma non è il contrario? Per me è stato il contrario, solo nella preadolescenza sono venuto a sapere che qualcuno è convinto che si possa mettere un altro gettone e giocare ancora, prima di allora mi ero attaccato alla speranza della morte apparente, i miei genitori mi avevano spiegato che molto raramente i morti si risvegliano, e io guardavo la salma di mio nonno sperando che ad un certo punto avrebbe riaperto gli occhi. Comunque, compreso il fatto che il forum è popolato prevalentemente da atei, ritorno a dire che l'esperienza "esotica" è sapere come la vive chi crede nell'aldilà, per esempio nel rapporto coi parenti, io ad esempio a volte mi tormento con l'idea di migliorare le relazioni con loro per passare meglio il poco tempo che ci rimane insieme, una persona che crede nell'aldilà suppongo possa semplicemente postporre la questione indefinitamente? Forse, però osservando bene persone anche molto credenti vicino a me, non sembrano mai realmente internalizzare di avere un eternità davanti o perlomeno non si comportano come mi aspetterei di comportarmi io se ci credessi, sembra più agire come un ansiolitico, riduce i sintomi ma non agisce sulle cause.
Citazione di: InVerno il 31 Gennaio 2026, 17:10:33 PMCurioso modo di porre la questione, come se lo stato preordinato delle cose fosse quello di credere nell'aldilà da cui poi eventualmente per alcuni sopraggiunge l'idea che esso non esista.. ma non è il contrario?
Giusto, credere che c'è qualcosa dopo la morte ha cambiato la vostra vita, visto che con questa credenza non siete nati?
Per questa domanda particolare, vale una risposta generale, che è difficile da credere che qualunque cosa in cui crediamo, o su cui anche solo ragioniamo, ipotizzandolo, non possa influenzare la nostra vita.
Questo è il motivo per cui dovremmo coltivare la nostra filosofia, non per cercare la verità, o non solo, ma per acquisire coscienza di ciò che ci influenza, specie nella misura in cui ciò riguarda il modo di rapportarci col prossimo.
Citazione di: anthonyi il 31 Gennaio 2026, 14:39:54 PMI fatti dicono che sono i non credenti quelli che si suicidano con maggiore facilità. Il fatto di pensare che la vita sia tutta qui ti dà una sensazione di potere sulla vita stessa, sensazione che non hai se credi che la vita comunque continui. Perché se la vita comunque continua tu percepisci che essa non dipende da te, che non ne sei il padrone.
Se è vero quel che dici, e io non ne dubito, devono esserci delle fedi nascoste che tengono in vita la maggioranza dei cosiddetti atei.
C'è qualcosa che ci tiene attaccati alla vita, anche quando non sembra più essercene motivo, fosse anche il solo gusto di sfidare la morte, come fa Brancaleone.
https://www.youtube.com/watch?v=3DXU4Wg7zm8
Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
Come la prenderei ??
Male!!
Quanto sia importante confrontarsi per tempo con questo problema lo attesta JUNG il quale aveva notato come molte delle nevrosi dei suoi pazienti di mezza età dipendessero appunto dall'aver trascurato il tema della morte, col risultato di non aver ancora una soluzione in questo campo.
Giustamente JUNG scrive nei suoi "Ricordi" : <<L'uomo dovrebbe poter dire di aver fatto il suo meglio per formarsi una concezione della vita dopo la morte, o per farsene un'immagine--anche se poi deve confessare la sua impotenza. Non averlo fatto è una perdita vitale......>>
C.G. JUNG : Ricordi, sogni ,riflessioni.
Citazione di: iano il 31 Gennaio 2026, 20:15:16 PMSe è vero quel che dici, e io non ne dubito, devono esserci delle fedi nascoste che tengono in vita la maggioranza dei cosiddetti atei.
C'è qualcosa che ci tiene attaccati alla vita, anche quando non sembra più essercene motivo, fosse anche il solo gusto di sfidare la morte, come fa Brancaleone.
https://www.youtube.com/watch?v=3DXU4Wg7zm8
L'istinto di sopravvivenza é una cosa naturale.
Quanto alle "fedi nascoste" degli atei é una cosa che sostengo da sempre. E' nella natura umana il bisogno di avere un referente superiore al quale riferirsi è nel quale porre fiducia, Freud lo chiamava Super io, gli antichi greci nomos.
Citazione di: anthonyi il 01 Febbraio 2026, 10:53:29 AML'istinto di sopravvivenza é una cosa naturale.
Quanto alle "fedi nascoste" degli atei é una cosa che sostengo da sempre. E' nella natura umana il bisogno di avere un referente superiore al quale riferirsi è nel quale porre fiducia, Freud lo chiamava Super io, gli antichi greci nomos.
So che forse non potrai mai fidarti completamente di ciò che sto per dirti, ma ti assicuro che non è vero. Io non credo in nessun Demiurgo, nessun Dio, niente di niente.
Non ho "fedi nascoste".
Ego sum atheus ("io sono ateo") e non sento di necessitare di alcun referente superiore, anche se questo esistesse.
Se poi mi chiedi se "mi piacerebbe" che ci fosse un bell'aldilà, quello è un altro discorso.
Citazione di: Morpheus il 01 Febbraio 2026, 15:14:52 PMSo che forse non potrai mai fidarti completamente di ciò che sto per dirti, ma ti assicuro che non è vero. Io non credo in nessun Demiurgo, nessun Dio, niente di niente.
Non ho "fedi nascoste".
Ego sum atheus ("io sono ateo") e non sento di necessitare di alcun referente superiore, anche se questo esistesse.
Se poi mi chiedi se "mi piacerebbe" che ci fosse un bell'aldilà, quello è un altro discorso.
Tu puoi rassicurarci della tua ferrea volontà di credere a un bel nulla, cosa che oltretutto condividerei con te.
Però, senza doverci riferire necessariamente ad un ente superiore, restando nella nostra interiorità, non tutto dipende dalla nostra volontà.
In realtà in questo caso ha ragione Anthonyi. Ognuno di noi orienta la propria azione secondo certi valori e certe visioni del mondo che ci garantiscono una temporanea coerenza e un senso del nostro sé. Se invece un giorno andiamo a rubare e il giorno successivo chiediamo di entrare in Polizia e il giorno successivo inviamo la richiesta per entrare in seminario, saremo nella migliore delle ipotesi o dei grandi attori oppure afflitti da problemi di personalità dissociata. Così come chi dice di essere socialista, liberale, fascista a giorni alterni.
In questo orientamento una parte di esso é rappresentata dalla nostra più o meno forte introiezione del principio di autorità, che non significa essere amanti dell'uomo forte (leggere però in proposito psicologia delle masse e analisi dell'io, che rappresenta proprio questa devianza ontologica) ma significa aver capito che esistono dei limiti, che esiste la morte e le convenzioni sociali. All'interno dei limiti si può far qualcosa ma non tutto e il trucco consiste nel non credere di essere solo subordinati e neppure di essere esenti da ogni autorità. Possiamo solo dire in questo senso che "non importa ciò che fanno di noi, ma ciò che noi riusciamo a fare nell'ambito di ciò che fanno di noi" (Sartre).
Citazione di: Jacopus il 01 Febbraio 2026, 18:01:21 PMIn realtà in questo caso ha ragione Anthonyi. Ognuno di noi orienta la propria azione secondo certi valori e certe visioni del mondo che ci garantiscono una temporanea coerenza e un senso del nostro sé.
Quello che io sottolineo è che la visione del mondo tende letteralmente a divenire l'apparenza di realtà, fino a farci dire che il mondo è al contrario quando non vi troviamo piena corrispondenza.
Citazione di: iano il 01 Febbraio 2026, 19:52:53 PMQuello che io sottolineo è che la visione del mondo tende letteralmente a divenire l'apparenza di realtà, fino a farci dire che il mondo è al contrario quando non vi troviamo piena corrispondenza.
Ci allontaniamo dal topic ma non esiste mai un'unica realtà nel mondo delle
geistwissenschaften. La realtà viene costruita proprio attraverso le costruzioni di realtà collettive, spontanee o indirizzate da chi può manipolare e condizionare l'opinione pubblica. Per avere una percezione della realtà meno strumentalizzabile possibile occorre solo una cosa: un sistema educativo/formativo eccellente e il più diffuso possibile.
Citazione di: iano il 01 Febbraio 2026, 17:51:50 PMTu puoi rassicurarci della tua ferrea volontà di credere a un bel nulla, cosa che oltretutto condividerei con te.
Però, senza doverci riferire necessariamente ad un ente superiore, restando nella nostra interiorità, non tutto dipende dalla nostra volontà.
Si certo questo è verissimo
Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?
proprio l'altro giorno fantasticavo su una cosa simile (anche se quasi contraria): se si vivesse per migliaia di anni, come cambierebbero le nostre vite? Stavo gia pensando al fatto che la pensione non la vedrei più :))
Che dovrei lavorare per migliaia di anni... ??? ??? ???
Si, certo, il nostro modo di vivere cambierebbe in caso di una consapevolezza diversa dal solito.
Ma certe cose andrebbero sperimentate per poter dar loro un giudizio. Cambierebbe, ma non si sa come.
Fine vita, O. K.. Allora perché quasi tutte le donne hanno l'istinto materno o il desiderio di avere figli, pur sapendo che questi in futuro moriranno ?
(https://www.guidagenitori.it/wp-content/uploads/2025/01/desiderio-di-maternita.jpg)
Lo so, la risposta è complessa. Non c'è un unico motivo, né biologico né culturale che motiva la donna a "figliare", che spieghi il suo desiderio di avere figli.
Gli esseri viventi hanno meccanismi biologici che favoriscono la cura della prole: ormoni come ossitocina, prolattina, dopamina rendono gratificante il comportamento di accudimento. Ma la biologia crea una potenzialità non un obbligo.
Alcuni modelli evoluzionistici suggeriscono che, nel corso della storia, le femmine abbiano sviluppato una maggiore propensione alla cura dei piccoli perché fisicamente coinvolte nella gravidanza e nell'allattamento.
Dal punto di vista culturale (quasi ?) tutte le società attribuiscono alle donne il ruolo di madri e custodi della famiglia; celebrano la maternità come compimento dell'identità femminile.
Si dice che queste narrazioni culturali modellano profondamente i desideri, spesso più della biologia. Infatti il desiderio di maternità può dipendere dal bisogno di cura e di relazione, da scelta personale, dall'imitazione dei modelli familiari, oppure fare figli per sadismo :)) sapendo che in futuro li attende la morte.
Se noi ci identifichiamo con il nostro corpo allora è chiaro che consideremo la coscienza un epifenomeno , per lo scientismo la coscienza non è neppure un fenomeno vero e propio è un epifenomeno, un effetto del cervello . Che cosa siano noi allora? una macchina biologica? sì certo siamo anche questo. Il ragionamento che porto gira intorno all identificazione di se stessi, io non posso dire che il mio essere me stesso è identificato totalmente con il corpo, perchè questi nell arco della mia vita è cambiato piu volte. La mia coscienza invece è rimasta inalterata. Se la coscienza è davvero informazione pura come alcuni ricercatori sostengono , allora cosa accade quando il supporto fisico del nostro corpo, cioè il nostro cervello, smette di funzionare? forse affrontiamo il problema dal punto di vista sbagliato, cioè noi pensiamo che la coscienza è un prodotto del cervello, ma non potrebbe essere che è il cervello uno strumento nelle mani della coscienza? se questo è vero allora la morte del cervello non coincide con la morte della coscienza ma rappresenta solo la perdita di una particolare interfaccia con la realtà fisica, la perdita di un particolare tipo di ardware. Ovviamente tutto ciò che è fisicamente reale nello spazio e nel tempo è soggetto alle leggi di spazio e tempo, alla legge di variazione di entropia, al deterioramento. La coscienza non sembra essere soggetta alle leggi di spazio e tempo , ci sono alcune peculiarità della psiche che non sono del tutto confinate nello spazio e nel tempo , almeno così sembra , si sono assistiti a fenomeni di visione a distanza , trasmissione del pensiero, visioni del futuro e cose simili , solo l ignoranza nega questi fatti ma è evidente che esistono e sono sempre esistiti. Questi fatti dimostrano che la psiche , o almeno in parte, non dipende da questi confini.
Credo che scientificamente i casi di premorte in cui le persone pensano di vedere il paradiso,siano creazione del cervello.
Citazione di: Estack il 06 Febbraio 2026, 18:51:40 PMCredo che scientificamente i casi di premorte in cui le persone pensano di vedere il paradiso,siano creazione del cervello.
Alle creazioni del cervello non dovremmo dare una accezione negativa in se.
La scienza ci suggerisce un metodo per distinguere quando dietro alle creazioni del cervello c'è la realtà, lasciando in sospeso il giudizio quando non è possibile applicare il metodo, o, potendolo applicare, finché non si trova una corrispondenza.
Citazione di: Estack il 06 Febbraio 2026, 18:51:40 PMCredo che scientificamente
Estack Questo é quasi un ossimoro, nella scienza non ci sono credenze, ci sono ipotesi che poi trovano Piú o meno riscontro.
In particolare l'ipotesi della creazione delle esperienze NDE da parte del cervello é stata supposta anch'essa da persone che fanno ricerche al riguardo e non sembra molto più convincente dell'ipotesi alternativa. Quello che colpisce i soggetti che hanno esperienze NDE é la vividezza della loro esperienza, qualcosa di nettamente differente dall'esperienza del sogno, la netta sensazione di realtà dell'esperienza stessa.
Comunque per essere precisi non é che si vede il paradiso, si vedono delle fasi di passaggio, e qualcuno si ritrova in un luogo tenebroso.
Quello che sorprende é la correlazione di tali esperienze tra loro, e anche con le culture e mitologie piú antiche.
I campi elisi, cioé un prato verde e fiorito, oppure l'averno, cioé un luogo di oscurità.
Citazione di: anthonyi il 07 Febbraio 2026, 08:52:43 AMQuello che colpisce i soggetti che hanno esperienze NDE é la vividezza della loro esperienza, qualcosa di nettamente differente dall'esperienza del sogno, la netta sensazione di realtà dell'esperienza stessa.
solo l ignoranza nega questi fatti.
Citazione di: Alberto Knox il 07 Febbraio 2026, 15:06:00 PMsolo l ignoranza nega questi fatti.
Basta prendere qualche sostanza allucinogena per vivere esperienze simili a quelle NDE.
Con la demenza senile, il sogno e la veglia si confondono, con la malattia psichiatrica è ancora peggio.
"visione a distanza , trasmissione del pensiero, visioni del futuro" non hanno alcun fondamento, sono bufale.
La coscienza è fuori dallo spazio-tempo, non cambia? Dei tuoi primi mesi di vita non hai alcuna memoria e il tuo pensiero, linguaggio interiore, è un processo di apprendimento che evolve nel tempo.
Citazione di: baylham il 07 Febbraio 2026, 17:06:52 PMDei tuoi primi mesi di vita non hai alcuna memoria e il tuo pensiero, linguaggio interiore, è un processo di apprendimento che evolve nel tempo.
considero la coscienza un software, esso come tale , per fare esperienza della realtà che chiamiamo fisica, si serve di un supporto fisico, il cervello, quest ultimo alla nascita non è ancora formato ovviamente, quindi ci vorranno almeno un paio d anni prima di avere un interfaccia funzionale con il mondo esterno. Ma è appunto questo che vado dicendo, noi siamo convinti che la coscienza è un effetto del cervello, non potrebbe essere che è il cervello uno strumento di cui la coscienza si serve ?
Citazione di: baylham il 07 Febbraio 2026, 17:06:52 PMBasta prendere qualche sostanza allucinogena per vivere esperienze simili a quelle NDE.
Con la demenza senile, il sogno e la veglia si confondono, con la malattia psichiatrica è ancora peggio.
"visione a distanza , trasmissione del pensiero, visioni del futuro" non hanno alcun fondamento, sono bufale.
La coscienza è fuori dallo spazio-tempo, non cambia? Dei tuoi primi mesi di vita non hai alcuna memoria e il tuo pensiero, linguaggio interiore, è un processo di apprendimento che evolve nel tempo.
Libero di credere quello che vuoi, baylham, ma sono coloro che hanno le esperienze NDE a dichiarare che le loro esperienze sono vissute come reali e non come effetto di alterazioni di qualsiasi genere della percezione. Si tratta di esperienze vissute in condizioni estreme, tra la vita e la morte, non sono situazioni nelle quali si possa pensare che scherzino, e parliamo di decine di migliaia di casi catalogati a livello mondiale da istituzioni accademiche che si occupano di tali ricerche.
Citazione di: Alberto Knox il 07 Febbraio 2026, 19:46:24 PMconsidero la coscienza un software,
Perchè non sai cos'è il software, e potrei non saperlo nemmeno io, ma ti dico cosa è per me.
Immagina di avere due automobili, una che va bene in salita e l'altra in pianura.
A seconda del percorso che devi fare sceglierai l'automobile.
Qui di software ancora non c'è l''ombra.
Ma andiamo avanti.
Col tempo ti fai furbo e inventi il cambio, e non devi più scegliere quale macchina usare, ma solo cambiare marcia.
La leva del cambio è il software.
Diresti che l'automobile è un mezzo di cui il cambio si serve?
Se manovri la leva del cambio l'automobile cambia stato, e questo equivale a dire che cambi l'automobile, ma non cambia il fatto di essere un automobile.
Citazione di: iano il 07 Febbraio 2026, 21:21:45 PMLa leva del cambio è il software.
io chiamerei hardware
Citazione di: Alberto Knox il 07 Febbraio 2026, 21:46:16 PMio chiamerei hardware
Bene. Però adesso toccherebbe a te spiegare cos'è il software in alternativa alla mia spiegazione, se questa non ti ha convinto.
Citazione di: iano il 07 Febbraio 2026, 21:48:46 PMBene. Però adesso toccherebbe a te spiegare cos'è il software in alternativa alla mia spiegazione, se questa non ti ha convinto.
va bene, tu fai un esempio molto concreto di meccanica applicata, la leva del cambio e il cambio stesso, però, sono stumenti fisici , itgenragiscono per meccanica fisica. Avresti dovuto considerare un personal computer , dove lo schermo, la tastiera, il supporto in silicio, il micro processore stesso, il mouse ecc sono tutti hardware. i programmi, i driver non sono fisici , non hanno consistenza fisica, sono appunto programmi, numeri, imput, bit di informazione. Cosa succede quando il computer si rompe? diciamo che non funziona piu il programma forse? no il programma c'è ancora , infatti si possono estrapolare dati e file dalla memoria da un pc che è stato messo nell acqua per molto tempo. Per questo motivo ho fatto un analogia con il software coscienza , in entrambi casi il supporto, l 'iterfaccia fisica viene meno ma il programma nel caso del pc e la coscienza nel caso dell essere umano non dipendono direttamente dall interfaccia stessa. Quante volte abbiamo cambiato telefono o pc e siamo rientrati col nostro accaunt su delle piattaforme in cui eravamo stati col vecchio pc? esse erano ancora lì intatte nonostante il supporto fisico è venuto a mancare. Se questa anologia avrà qualche riscontro di prova oggettiva allora non potrà che significare (per noi) una pratica continuazione della vita psichica o , almeno, di una parte di essa. Non mi sembra che stia dicendo cose stralunate o nuove alla vostra mente. Bisogna avere il coraggio di andarle a studiare magari, approfondire e non solo dire "e ma la scienza dice che non ha nessun riscontro scientifico" siete propio sicuri che non ci siano evidenze a favore in questo senso?
Citazione di: Alberto Knox il 08 Febbraio 2026, 01:42:22 AMva bene, tu fai un esempio molto concreto di meccanica applicata, la leva del cambio e il cambio stesso, però, sono stumenti fisici , itgenragiscono per meccanica fisica. Avresti dovuto considerare un personal computer , dove lo schermo, la tastiera, il supporto in silicio, il micro processore stesso, il mouse ecc sono tutti hardware. i programmi, i driver non sono fisici , non hanno consistenza fisica, sono appunto programmi, numeri, imput, bit di informazione.
I programmi non sono oggetti concreti, è vero, ma anche la posizione della leva del cambio non è un oggetto .
Impropriamente ho scritto che la leva del cambio è il software.
Non contesto la tua analogia, ma volevo renderti più cosciente della sua natura.
La coscienza è uno stato funzionale della mente, e a questo stato potrebbe corrispondere uno stato fisico del cervello.
La posizione della leva del cambio in un automobile, e la posizione di una qualunque sua parte in generale, determina un suo stato.
durante l ultimo secolo abbiamo scoperto che il mondo è sia quantistico che classico, indeterministico e deterministico , queste sembrano propietà contradditorie ma è la realtà fisica ad essere stupefacente . I pregiudizi più dannosi del nostro tempo sono che la coscienza e il libero arbitrio sono epifenomeni del cervello animale. Ciò sarebbe vero solo se l'universo fosse locale e deterministico , a quel punto davvero non ci sarebbe spazio per il libero arbitrio ne di vera creatività della natura . In questo caso l universo sì che sarebbe una macchina cieca e buia senza significato e senza scopo . La nostra coscienza è invece la luce che la concezione materialista, Newtoniana e riduzionista non è ancora riuscita a spegnere completamente. Voglio ancora avere il coraggio di dire che la realtà materialistica e deterministica non sono l unica realtà che invece la concezione riduzionista/meccanicistica sostiene essere.
Citazione di: Alberto Knox il 08 Febbraio 2026, 02:28:13 AMdurante l ultimo secolo abbiamo scoperto che il mondo è sia quantistico che classico, indeterministico e deterministico , queste sembrano propietà contradditorie ma è la realtà fisica ad essere stupefacente . I pregiudizi più dannosi del nostro tempo sono che la coscienza e il libero arbitrio sono epifenomeni del cervello animale. Ciò sarebbe vero solo se l'universo fosse locale e deterministico , a quel punto davvero non ci sarebbe spazio per il libero arbitrio ne di vera creatività della natura . In questo caso l universo sì che sarebbe una macchina cieca e buia senza significato e senza scopo . La nostra coscienza è invece la luce che la concezione materialista, Newtoniana e riduzionista non è ancora riuscita a spegnere completamente. Voglio ancora avere il coraggio di dire che la realtà materialistica e deterministica non sono l unica realtà che invece la concezione riduzionista/meccanicistica sostiene essere.
Sono d'accordo con te, però io la contraddizione la risolvo affermando che il mondo non è ne deterministico, ne indeterministico, ma che queste sono solo modalità descrittive, che possono bene essere contraddittorie, se non pretendiamo che le descrizioni ci dicano la verità sulla realtà.
La metafora di hardware/software per il cervello/mente/anima è stata molto usata ma è sostanzialmente errata, anche sostituendo anima con mente o coscienza. É quello che Damasio definisce l'errore di Cartesio, ovvero la separazione netta fra corpo e cervello/mente (cogito ergo sum). Oggi le neuroscienze sono più propense ad applicare un modello olistico per il quale il sistema nervoso centrale e periferico con tutti i suoi correlati sono "incarnati" nel corpo
fisico. Tanto più che esistono centrali periferiche neuronali di una certa importanza lungo tutto il corpo, con importanti "stazioni"'sul cuore e sullo stomaco.
Per tornare alla metafora iniziale é come se hardware e software fossero così profondamente interconnessi che l'uno non può fare a meno dell'altro ed evolvono in modo simbiotico. Le esperienze del corpo e del cervello inteso come organo neurologico, condizionano la natura della nostra mente/coscienza/anima e viceversa.
Punto due: la coscienza/mente/anima non sono esclusivamente dentro il cervello ma nella società umana. La cultura ha il potere di cambiare la mente umana, che l'evoluzione ha reso potentemente neuroplastica (ovvero in grado di modificarsi a seguito dell'apprendimento, e questo spiega perché le formiche dell'Ohio si comportano esattamente come le formiche di Bolzano, mentre i gruppi dell'Ohio possono essere molto diversi a livello comportamentale dei bolzanini).
Punto tre: la nostra struttura cerebrale è estremamente complessa e fondata su tre cervelli convenzionali (teoria di McLean,
ultimamente molto dibattuta ed avversata). La loro interazione è fondata sulle dinamiche emotive oltre che su quelle cognitive e le dinamiche emotive riguardano tutto il corpo, come quando si sente un tuffo nello stomaco, si inizia a sudorare, il battito cardiaco aumenta o i peli si rizzano. Anche in questo caso se dovesse trattarsi di un software, sarebbe un software esteso a tutto il corpo e quindi difficile da metaforizzare con quel concetto.
Citazione di: iano il 08 Febbraio 2026, 03:07:14 AMla contraddizione la risolvo affermando che il mondo non è ne deterministico, ne indeterministico, ma che queste sono solo modalità descrittive
sono anche modalità fattuali però, sappiamo che conoscendo lo stato inziale di un oggetto macroscopico (poniamo una freccetta) possiamo calcolare la traiettoria e lo stato finale con assoluta precisione. Se la fisica classica ti dice che la freccetta colpirà il centro del bersaglio puoi stare certo che lo farà. Quando si va a calcolare una freccetta microscopica come una particella non possiamo piu determinare un unico stato finale ma comprenderà una molteplicità di stati , la molteplicità di stati finali (ovvero il collasso della funzione d onda) si è stabilito che poteva e doveva venire calcolata servendosi di un modello probabilistico. è questo è indeterminismo della fisica quantistica che si contrappone al determinismo della fisica classica.
Citazione di: Alberto Knox il 08 Febbraio 2026, 11:21:37 AMsono anche modalità fattuali però, sappiamo che conoscendo lo stato inziale di un oggetto macroscopico (poniamo una freccetta) possiamo calcolare la traiettoria e lo stato finale con assoluta precisione. Se la fisica classica ti dice che la freccetta colpirà il centro del bersaglio puoi stare certo che lo farà. Quando si va a calcolare una freccetta microscopica come una particella non possiamo piu determinare un unico stato finale ma comprenderà una molteplicità di stati , la molteplicità di stati finali (ovvero il collasso della funzione d onda) si è stabilito che poteva e doveva venire calcolata servendosi di un modello probabilistico. è questo è indeterminismo della fisica quantistica che si contrappone al determinismo della fisica classica.
Tornando in tema, se ci pensi, la mia posizione lascia aperta una porta alla speranza.
Infatti, dire che dopo la morte non c'è nulla equivale a dire che non c'è nulla di ciò che sappiamo, mentre potrebbe esserci ciò che non sappiamo.
Se noi crediamo di conoscere la realtà, allora, se dopo non ci sarà nulla, allora non ci sarà la realtà, e se invece ci illudiamo solo di conoscerla, allora potrebbe esserci la vera realtà, la quale, qualunque cosa sia , sarà pur sempre qualcosa, perchè non è compresa in quel nulla.
Tu critichi il determinismo riduzionista, ma poi non sei disposto a rinunciarvi.
Dici, si, bene, ma non c'è solo questo, c'è anche altro.
Questo e quello però nascono già filosoficamente in contraddizione fra loro, e non è in fondo poi così strano che questa contraddizione abbia informato alla fine le nostre teorie fisiche.
La realtà si può descrivere per opposti, e questa è una una necessita delle descrizioni , ma non necessariamente una proprietà della realtà.
Dopo la morte non c'è nulla che siamo in grado di descrivere, o anche solo imaginare, perchè per quanto possa essere sfrenata e disinibita la nostra immaginazione, essa sarà sempre legata analogicamente alle nostre descrizioni della realtà.
Intanto, comunque, per quanto possiamo vivere la realtà indirettamente attraverso le sue descrizioni, dentro alla realtà ci siamo e ci restiamo, per cui sia in questa vita, che in possibili altre, vale la pena di continuare a prendersene cura, compresi noi che ne siamo parte, anche perchè noi, qualunque cosa siamo e saremo, di questa realtà siamo e saremo per sempre parte.
Citazione di: Jacopus il 08 Febbraio 2026, 10:38:41 AMLa metafora di hardware/software per il cervello/mente/anima è stata molto usata ma è sostanzialmente errata, anche sostituendo anima con mente o coscienza. É quello che Damasio definisce l'errore di Cartesio, ovvero la separazione netta fra corpo e cervello/mente (cogito ergo sum). Oggi le neuroscienze sono più propense ad applicare un modello olistico per il quale il sistema nervoso centrale e periferico con tutti i suoi correlati sono "incarnati" nel corpo
fisico. Tanto più che esistono centrali periferiche neuronali di una certa importanza lungo tutto il corpo, con importanti "stazioni"'sul cuore e sullo stomaco.
Le nostre teorie sono il prodotto della nostra interazione con la realtà, e possono avere diverse forme, delle quali una potrebbe essere l'incarnata, o materializzata.
Cogito, ergo sum, ma non sono necessariamente ciò che penso, e se mi penso come corpo e/o come spirito, potrei dunque non essere ne una cosa ne l'altra.
Potrei essere l'impensabile, perchè l'osservatore non può osservarsi, anche se pensa di poterlo fare.
Che fine farebbe questo ''inpensabile'' alla sua dipartita?
Non lo so. Ci devo pensare. :))
Citazione di: Jacopus il 08 Febbraio 2026, 10:38:41 AMPer tornare alla metafora iniziale é come se hardware e software fossero così profondamente interconnessi che l'uno non può fare a meno dell'altro ed evolvono in modo simbiotico. Le esperienze del corpo e del cervello inteso come organo neurologico, condizionano la natura della nostra mente/coscienza/anima e viceversa.
Punto due: la coscienza/mente/anima non sono esclusivamente dentro il cervello ma nella società umana. La cultura ha il potere di cambiare la mente umana, che l'evoluzione ha reso potentemente neuroplastica (ovvero in grado di modificarsi a seguito dell'apprendimento, e questo spiega perché le formiche dell'Ohio si comportano esattamente come le formiche di Bolzano, mentre i gruppi dell'Ohio possono essere molto diversi a livello comportamentale dei bolzanini).
Punto tre: la nostra struttura cerebrale è estremamente complessa e fondata su tre cervelli convenzionali (teoria di McLean,
ultimamente molto dibattuta ed avversata). La loro interazione è fondata sulle dinamiche emotive oltre che su quelle cognitive e le dinamiche emotive riguardano tutto il corpo, come quando si sente un tuffo nello stomaco, si inizia a sudorare, il battito cardiaco aumenta o i peli si rizzano. Anche in questo caso se dovesse trattarsi di un software, sarebbe un software esteso a tutto il corpo e quindi difficile da metaforizzare con quel concetto.
Si jacopus, sono tutte cose non nuove alla mia mente, per quanto riguarda l impossibilità della coscienza ad essere un software biologico per via dell estensione per tutto il corpo non ne sono affatto persuaso,come non sono persuaso che la coscienza sia dipendente da confini fisici, ovviamente parte della coscienza è un emergentismo dell essere che parte da un interefaccia fisica ma come filosofo devo tenere aperta la possibilità che questa non sia solo limitata al corpo, se non tenessi aperta questa possibilità sarei un dogmatico, ma non un vero filosofo. Daltrocanto manco di materiale appropiato per poter stendere una vera e propia controrisposta qundi mi limito a salutare la discussione ad un prossimo evento e augurandomi di aver perlomeno insinuato una provocazione fertile.
Citazione di: iano il 08 Febbraio 2026, 15:54:10 PMTu critichi il determinismo riduzionista, ma poi non sei disposto a rinunciarvi.
Dici, si, bene, ma non c'è solo questo, c'è anche altro.
Vorrei chiarire questo aspetto;Quando ho fatto la critica non intendevo dire che il riduzionismo o il monismo materialista della scienza di per sè non possono funzionare , critico la pretesa di esclusività per cui possa esistere solo quello che è compatibile e spiegabile con quel paradigma. L avevo affrontato con Ipazia questa cosa e le dissi già allora che ci sono cose capibili e spiegabili con un metodo riduzionistico e altre che , o le si affronta in maniera olistica oppure non verrano comprese affatto,come ad esempio la soggettività. La scienza da Galileo per poi concludersi con Cartesio cura il corpo in maniera esclusivamente meccanicistica come se la mente del soggetto non avesse nessun ruolo ne in fisiologia ne in patologia , ovviamente non è tutto così, ci si avvicina alla causa della patologia anche tramite la psicanalisi del soggetto, ma è una tendenza che si ha nel campo della medicina. E questo ha le sue radici, nasce da un comporomesso politico fra la scienza e il potere della Chiesa di allora di cui non ci siamo ancora liberati del tutto. Prima il compromesso di Galileo e poi quello di Cartesio. Cartesio ha separato la res cogitans , quindi la coscienza e l anima dalla res extensa , quindi dal mondo fisico , il corpo. E questa è stata una formulazione estremamente valida ai fini del compromesso che era da fare. Capite cosa vuol dire? in questo modo la scienza poteva operare liberamente e al riparo dell inquisizione sul corpo fisico , la Chiesa ha la tutela assoluta per quanto concerne l anima e la coscienza individuale e siamo tutti contenti. Ma a questo punto abbiamo separato in maniera direi quasi schizzofrenica la mente dal corpo , una scissione che in natura non esiste e rendendo difficile la comprensione della loro intima unione in vivo e di fatto abbiamo pensato che possiamo studiare solo il corpo senza considerare la mente e di fatti c'è una tendenza ad occuparsi della medicina in termini di meccanica del corpo lasciando stare tutto quello che riguarda la coscienza.
Citazione di: Alberto Knox il 13 Febbraio 2026, 23:55:05 PMMa a questo punto abbiamo separato in maniera direi quasi schizzofrenica la mente dal corpo , una scissione che in natura non esiste e rendendo difficile la comprensione della loro intima unione in vivo e di fatto abbiamo pensato che possiamo studiare solo il corpo senza considerare la mente e di fatti c'è una tendenza ad occuparsi della medicina in termini di meccanica del corpo lasciando stare tutto quello che riguarda la coscienza.
Questa è in effetti la madre di tutte le riduzioni, che diremo schizofrenica se del riduzionismo vogliamo parlare male.
Ma come si fa davvero a parlarne male con cognizione di causa quando l'approccio olistico invocato come alternativa, è solo un riduzionismo di cui abbiamo allargato le maglie, ciò che nel tuo post in effetti è ben esemplificato?
L'approccio olistico, per come la vedo io, è un invito a non perdersi nei particolari di approcci che non possono essere che riduzionisti, nessuno dei quali sarà mai esclusivo.
Non c'è un solo modo di essere materialisti, e qualunque materialismo prima o poi giungerà al suo capolinea, ma solo per essere sostituito...olisticamente... da uno nuovo.
La notizia cattiva è che qualunque materialismo è una finestra troppo stretta aperta sulla realtà, la notizia buona è che la si può sempre allargare, ma una finestra comunque resterà.
C'è altro oltre il materialismo?
Si, c'è una realtà che il materialismo non potrà mai ridurre a se, per quanto provi ad allargare ''olisticamente'' le sue maglie.
Citazione di: iano il 14 Febbraio 2026, 00:17:03 AMQuesta è in effetti la madre di tutte le riduzioni, che diremo schizofrenica se del riduzionismo vogliamo parlare male.
Ma come si fa davvero a parlarne male con cognizione di causa quando l'approccio olistico invocato come alternativa, è solo un riduzionismo a cui abbiamo allargato le maglie?
Ancora una volta non sto parlando male del riduzionismo, perchè Cartesio aveva anche ragione della sua formulazione. il corpo , in quanto tale, andava studiato in termini fisici con idee chiare e distinte. Il riduzionismo lo uso anch io Iano, non si tratta di abbattare un approccio scientifico per promuoverne un altro al suo posto. Ci sono cose del corpo che vanno comprese , studiate e spiegate in termini riduzionisti e altri, come la coscienza,la soggettività , l esperieza personale che non possono essere compresi e spiegati con quel paradigma. E visto che non possono essere spiegati con quel paradigma allora la soluzione è dire che non esistono, che la coscienza è un epifenomeno e le esperienze soggettive di NDE sono dovute a effetti di qualche cosa di meccanico, cosa che non è vera.
Citazione di: Alberto Knox il 14 Febbraio 2026, 00:22:48 AMAncora una volta non sto parlando male del riduzionismo, perchè Cartesio aveva anche ragione della sua formulazione. il corpo , in quanto tale, andava studiato in termini fisici con idee chiare e distinte. Il riduzionismo lo uso anch io Iano, non si tratta di abbattare un approccio scientifico per promuoverne un altro al suo posto. Ci sono cose del corpo che vanno comprese , studiate e spiegate in termini riduzionisti e altri, come la coscienza,la soggettività , l esperieza personale che non possono essere compresi e spiegati con quel paradigma. E visto che non possono essere spiegati con quel paradigma allora la soluzione è dire che non esistono, che la coscienza è un epifenomeno e le esperienze soggettive di NDE sono dovute a effetti di qualche cosa di meccanico, cosa che non è vera.
Il riduzionismo meccanico, non dico che sia superato, ma siccome altri vi si sono affiancati, forse non è da considerare più in modo paradigmatico.
Il problema secondo me non è se siamo riduzionisti o meno, ma solo quanta coscienza abbiamo nell'esserlo.
Nella misura in cui non ne abbiamo coscienza, allora sembra davvero esserci altro oltre il riduzionismo.
Altro in effetti c'è, ma da non mettere sullo stesso piano, e quindi contrapponibile. C'è un approccio riduzionistico alla realtà, che però non si può ridurre, perchè la descrizione non può essere ridotta a ciò che viene descritto.
Di questa realtà noi siamo parte, e quindi non possiamo essere ridotti a nulla che sia materia o spirito, che però sembrano descriverci abbastanza bene.
Domani potremo adottare nuove descrizioni, masempre descrizioni resteranno, così come siamo passati da un riduzionismo meccanicistico ad uno quantistico passando per uno informatico, senza che si possa giungere ad un approccio definitivo, perchè l'approccio è relativo a noi, e noi cambiamo.
La realtà invece rimane uguale e si limita solo a permetterci approcci diversi, mostrandosi democratica con qualunque essere vivente, secondo come Dio o il caso ha disposto per esso.
Citazione di: iano il 14 Febbraio 2026, 00:48:34 AMIl problema secondi me non è se siamo riduzionisti o meno, ma solo quanta coscienza abbiamo nell'esserlo.
Nella misura in cui non ne abbiamo coscienza, allora sembra davvero esserci altro oltre il riduzionismo.
il riduzionismo è un approccio, . è molto vicino al riduzionismo metodologico, che rappresenta la strategia scientifica, altamente praticata, consistente nello studiare il "tutto" frantumandolo nelle sue parti costituenti. Ancora una volta, il successo della strategia non implica però che ogni aspetto rilevante del "tutto" possa essere studiato in questo modo.
Un riduzionista ritiene che un sistema complesso non sia nient'altro che la somma delle sue parti, per cui si può dar ragione del sistema "riducendone" la considerazione a quella dei singoli costituenti. Un antiriduzionista, al contrario, ritiene che il tutto sia maggiore della somma delle parti, per cui vi sono proprietà "olistiche" che non possono essere descritte in termini dei puri elementi costituenti. Io però non sono un antiriduzionista , dico se mai che per alcuni aspetti del mondo biologico cosciente questo metodo non è più utile, propio a causa del suo paradigma metodologico.
Citazione di: Alberto Knox il 14 Febbraio 2026, 01:11:20 AMil riduzionismo è un approccio, . è molto vicino al riduzionismo metodologico, che rappresenta la strategia scientifica, altamente praticata, consistente nello studiare il "tutto" frantumandolo nelle sue parti costituenti. Ancora una volta, il successo della strategia non implica però che ogni aspetto rilevante del "tutto" possa essere studiato in questo modo.
Un riduzionista ritiene che un sistema complesso non sia nient'altro che la somma delle sue parti, per cui si può dar ragione del sistema "riducendone" la considerazione a quella dei singoli costituenti. Un antiriduzionista, al contrario, ritiene che il tutto sia maggiore della somma delle parti, per cui vi sono proprietà "olistiche" che non possono essere descritte in termini dei puri elementi costituenti. Io però non sono un antiriduzionista , dico se mai che per alcuni aspetti del mondo biologico cosciente questo metodo non è più utile, propio a causa del suo paradigma metodologico.
Si, ma tu di questo tutto, giustamente virgolettato, hai solo i frammenti, potendovi risalire solo con un processo inverso, ma non alternativo al riduzionismo. L'operazione riduzionista ammette l'operazione inversa, che non è un operazione opposta dunque, essendo la stessa eseguita al contrario.
Il punto di partenza è che tu ti torvi di fronte una realtà frantumata senza la coscienza di averla ridotta in tal modo.
Se però poi riesci a frantumarla in modo diverso, approccio scientifico, cosciente questa volta, hai dimostrato la non unicità della frammentazione, e quindi il non essere realtà quella frammentazione del ''tutto'', ma solo uno dei modi in cui la si può frammentare/ridurre, e siccome tu ben comprendi l'utilità dell'operazione, non sei perciò contrario all'operazione in se.
Il problema è che approcci apparentemente alternativi a quello poi si riducono.
Qui lo dico e qui lo nego:
'' Io ho un opinione troppa alta della realtà di cui mi percepisco come parte, perchè la si possa ridurre in qualunque modo, ad esempio come materia e spirito, pur ammettendo l'utilità della riduzione, e anzi la necessità, tanto che questa avviene anche contro la mia volontà.''
Non ho deciso io che aprendo gli occhi la realtà mi appaia frammentata in un dato modo, ma sono stato io a decidere che diversamente frammentata sia, pur senza apparirmi.
Il mio non è un invito a liberarsi delle apparenze, ma a considerare che ci sono delle alternative ad esse.
Descrizioni di una realtà diversamente frammentata le cui parti non appaiono.
Dunque, non è certo perchè lo spirito non mi appare, che io lo discrimino rispetto alla materia, e anzi li considero parimenti come non reali, essendo solo della realtà possibili descrizioni.
uhm, dobbiamo rimettere in discussione il titolo di questo topic. Come si fa a venire a conoscienza che non c'è nulla dopo la morte?
Citazione di: Alberto Knox il 14 Febbraio 2026, 01:26:46 AMuhm, dobbiamo rimettere in discussione il titolo di questo topic. Come si fa a venire a conoscienza che non c'è nulla dopo la morte?
Esatto. :)
Finché c'è ignoranza c'è speranza, e nessuno potrà toglierci questa ignoranza. ;D
Tutto quello che possiamo sapere, come ci ammonisce Socrate, è di non sapere.
Detto in altri termini, se possiamo deostruire ogni sapere, allora ciò è la prova che il sapere è una costruzione.
Se pensavamo di sapere o di cercare la verità ci troveremo in un vicolo senza uscita.
Diversamente si apre a noi la costruzione di mondi non meno meravigliosi di quello che ci appare, se alle apparenze daremo il giusto peso, non come negatività, ma come un modo fra tanti possibili di ''guardare'' alla realtà.
Intanto dovremmo chiederci cosa ci sia dopo la vita, e non dopo la morte, sempre che si sappia cosa questa vita sia, tanto da potersi dire che ci sia un dopo.
Magari non c'è un prima e un dopo separati come ci sembra di sapere, ma un continuo non si sa, ignoranza che in se non osta a ciò che ci sembra di poter dire esser vita.
Citazione di: Alberto Knox il 14 Febbraio 2026, 01:26:46 AMuhm, dobbiamo rimettere in discussione il titolo di questo topic. Come si fa a venire a conoscienza che non c'è nulla dopo la morte?
Questo é un problema generale, il qualcosa può essere dimostrato se si rivela in qualche modo, ma il nulla non può rivelare se stesso.
E' sempre cioé possibile presentare l'ipotesi che ci sia qualcosa che non si rivela, o che noi non siamo in grado di rilevare.
Nello specifico della morte, poi, anche ammesso che si dimostri che non c'é nulla, sarebbe importante spiegare come mai cosí tante persone pensano che ci sia qualcosa.
Citazione di: anthonyi il 14 Febbraio 2026, 04:02:38 AMQuesto é un problema generale, il qualcosa può essere dimostrato se si rivela in qualche modo, ma il nulla non può rivelare se stesso.
E' sempre cioé possibile presentare l'ipotesi che ci sia qualcosa che non si rivela, o che noi non siamo in grado di rilevare.
Nello specifico della morte, poi, anche ammesso che si dimostri che non c'é nulla, sarebbe importante spiegare come mai cosí tante persone pensano che ci sia qualcosa.
Se la realtà che ci dovesse essere dopo la morte influenzasse in modo dimostrabile, cioè fisicamente, la realtà che sta prima, allora questa separazione fra le due realtà non avrebbe motivo di essere, essendoci una sola realtà in piena continuità.
Il venire a ''sapere'' proposto nel topic è scorretto, perchè io posso solo credere di sapere che non vi sia nulla, e quello che crediamo certamente influenza il nostro comportamento, ma questo non è prova di alcunché di fisicamente esistente.
La dissoluzione individuale con la morte biologica enfatizza l'importanza della vita e di una sua etica: attraverso la memoria culturale si eternano, lungo le persone amate e i loro discendenti, i valori che abbiamo incarnato. Più o meno come insegna Epicuro.
Il problema è il tema della coscienza, essendo un termine molto ampio ed essendo molto ampio ha molte accezzioni e per questo diventa anche potenzialmente ambiguo. La scienza della coscienza è una scienza giovane , gli specialisti non se non sono occupati fino alla fine dell ottocento e poi se ne è inziato a studiarla in maniera scientifica negli ottanta e poi c'è tutta la parte relativa all inconscio la cui unica immagine che abbiamo che tutti conoscono e quella dell iceberg descritta da Froid. Penso propio che questi due termini non si possono suddividere così nettamente, cioè la coscienza è ciò di cui mi rendo conto e basta e l inconscio è solo ciò di cui non sono consapevole. la separazione fra conscio e inconscio è abbastanza arbitraria quindi , ci sono molte attività che noi facciamo a livello preconscio/inconscio senza rendercene conto.
Citazione di: Alberto Knox il 14 Febbraio 2026, 11:36:47 AMLa scienza della coscienza è una scienza giovane
Per me la questione è semplice, la scienza è coscienza di fare, e in tal senso è un diverso modo di fare, ma senza soluzione di continuità, se non per fini puramente descrittivi, laddove la descrizione necessità di un prima e di un dopo, creando fittiziamente discontinuità.
L'effetto collaterale, indesiderabile a mio parere, è che poi personifichiamo gli elementi di una storia, ponendogli domande e pretendendo risposte.
Conscio e inconscio come ben dici convivono e si sovrappongono, ma noi per amore di descrizione dobbiamo tenerli separati.
Il fare viene prima del come fare, e il come fare il bene non dovrebbe prendere il posto del come sia bene fare.
Citazione di: iano il 14 Febbraio 2026, 11:52:39 AMma noi per amore di descrizione dobbiamo tenerli separati.
su questo sono assolutamente d accordo con te. Ma prima di poter descrivere bisogna capire e per capire servono concetti, cosa che è molto utile a livello di descrizione ma che al contempo sappiamo bene, e come ben tu ci ricordi , essere pericolosi dall altra. Nessuno di noi è in grado di definire la coscienza in modo univoco e universalmente accertato. Se pensiamo ai sette livelli della coscienza nei veda ad esempio ci accorgiamo che le nostre definizioni sono del tutto incompatibili. C'è una coscienza senza concetti dentro di noi per i Veda ad esempio che è piu fondamentale della coscienza concettuale. La coscienza non è l 'unica eccezzione di cui non sappiamo esprimere una definizione univoca. Chi sa dire qual'è la definizione della salute? o che cos'è la malattia?
Mi spiace contraddirvi,ma il titolo è chiaro se veniste a conoscenza da qualcuno che conosce questa verità,che dopo la morte non c'è nulla come reagireste? Cambierebbe il vostro modo di comportarvi nella vita? Questo era ciò che volevo fare uscire fuori da questa discussione.
Citazione di: Estack il 04 Marzo 2026, 17:44:01 PMMi spiace contraddirvi,ma il titolo è chiaro se veniste a conoscenza da qualcuno che conosce questa verità,che dopo la morte non c'è nulla come reagireste? Cambierebbe il vostro modo di comportarvi nella vita? Questo era ciò che volevo fare uscire fuori da questa discussione.
La tua domanda è tendenziosa, e provo a dimostrartelo.
Questo ''venire a conoscere'' sembra non tener conto del dover credere in ciò che si venga a sapere.
Non è chiaro poi perchè a questa verità io dovrei accedere in modo indiretto, tramite qualcuno che me la trasmetta.
Questo qualcuno che conosce la verità è sottinteso che vi creda, ma non può trasmettermi il suo credo, ma informarmi solo di ciò in cui crede.
Cosa significa conoscere la verità?
Conosci qualcuno che sia giunto a una verità attraverso la conoscenza, che non sia una verità banale, tipo A=A?
Mi sembra più credibile qualcuno che affermi di essere giunto a una verità in modo diretto, per illuminazione.
In genere però queste illuminazioni sono soggettive, non trasmissibili, e hanno per oggetto Dio, o chi per lui.
Hai mai sentito di qualcuno che sia stato illuminato dal nulla?
Va bene, ho capito, vuoi un assist; e sia, te lo faccio.
Rispondi tu alla tua domanda.
Citazione di: Estack il 04 Marzo 2026, 17:44:01 PMse veniste a conoscenza da qualcuno che conosce questa verità,che dopo la morte non c'è nulla come reagireste? Cambierebbe il vostro modo di comportarvi nella vita?
Se il senso della domanda è "sondaggistico", credo che il cambiamento di comportamento sia inevitabile solo per chi crede che ci sia, o ci possa essere, qualcosa che attende il soggetto (o l'anima o altro "residuo extra-corporeo") dopo la sua dipartita. Per chi
già scommette che il soggetto termini la sua unica vita con la sua unica morte, averne la certezza (stando al gioco della domanda, senza fare domande su tale paradossale certezza) non credo cambierebbe molto; prima era magari solo un'ipotesi, poi sarebbe una certezza, ma il comportamento non avrebbe qualcosa di sostanziale per cui cambiare.
Chi invece è indeciso su cosa ci sia dopo e chi invece ha fede che ci sia x o y, inevitabilmente di fronte a tale certezza (ancora: prendendola per buona
a priori), non potrebbe non cambiare. Sarebbe come credere che è in arrivo un autobus, poi ricevere la comunicazione certa che l'autobus non passerà, e continuare a comportarsi come se l'autobus dovesse arrivare. Per chi ha sempre ritenuto che non ci fosse alcun autobus, non cambia molto, ma per chi stava fiducioso alla fermata, più o meno convinto, sì.
Se ti serve un verdetto per "fare numero": personalmente mi sono allontanato dalla fermata da tempo, quindi sapere che non c'è alcun autobus in arrivo, non cambierebbe il mio proseguire a piedi, sempre salutando con un cenno di capo chi sta alla fermata.