Venire a conoscenza che non c'è nulla dopo la morte

Aperto da Estack, 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PM

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niko

Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 17:16:01 PMIl dopo morte può non esser nulla, bensì "qualcosa", per l'uomo che è prima della morte; ossia l'anticipazione che i vivi fanno della morte è un qualcosa che può spingerli a orientare la propria vita in modo da predeterminare anche quell'ipotetico dopo morte (v. religioni e dintorni) o, nel caso considerino il dopo morte nulla che li riguardi come esseri autocoscienti (quindi una mera "putrefazione ontologica"), non c'è nulla da predeterminare (o meglio, si può predeterminare solo ciò che può avvenire prima dell'evento certo che pone fine alle determinazioni del soggetto).
Tutto ciò non dice nulla del dopo morte, né tantomeno dimostra che il dopo morte sia un "qualcosa" che si "esperisce" dopo la morte; dimostra solo che l'anticipazione di un qualcosa può avere conseguenze reali anticipate a prescindere dalla realtà/esistenza di ciò che viene anticipato (posso impostare la mia vita come preparazione anticipata all'arrivo di alieni che verranno a prendermi, ma ciò non dimostra affatto che esistano davvero gli alieni, eppure la loro eventuale assenza, il loro "esser nulla" di reale, condiziona realmente la mia preparazione).


Naturalmente, gli alieni "futuri" possono esserci o non esserci, e la loro "anticipazione", condiziona la vita del pazzoide umano terrestre che, a vario titolo, crede in loro. 

Sia la presenza, che la non presenza degli alieni e' un "qualcosa", cioe' un significato o un evento.

Non si pretende, o almeno, qui, finora nessuno ha preteso, che gli alieni siano in senso filosofico "il nulla", assoluto, o che la loro "assenza", lo sia, mi pare.

Se l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.

Il nulla (vero) non proietta ombre, ne' in avanti, ne' indietro, nel tempo. Quantomeno: non nel tempo dell'essere, comunemente abitato dall'uomo. Il paradiso si', l'inferno si', la reincarnazione karmica si', il "nulla" eticizzato della morte dell'ateo moderno tipico si', eccetera eccetera. Nessuno, fa i conti veramente col nulla. 
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.

Io sono piu' interessato alla qualita' della vita, alla possibilita' del distinguersi in vita, e del distinguersi, delle (varie) possibili vite tra di loro.




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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

Phil

Citazione di: niko il 28 Gennaio 2026, 22:36:45 PMSe l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.
[...]
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.
Questo è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).
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niko

Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 23:39:36 PMQuesto è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).


Beh a me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella, il quale in linea ipotetica potrebbe esser-ci o non esser-ci, rendendo la sua newageistica "attesa", qui sulla terra, piu', o meno "ricompensata", da un dato di realta'...

Si' l'assenza di presa in considerazione, sarebbe un, formalmente corretto, riconoscere la nullita' del nulla, che la morte e', o che almeno dovrebbe essere soprattutto se non si crede in un aldila', ma appunto, da un punto di vista di storia del pensiero, quantomeno occidentale, tutto cio' non e' molto gettonato, a partire dal "memento mori" medioevale e cristiano, dalla vita come preparazione alla morte del filosofo socratico, alla bulimia del godereccio consumistico attuale, a tutti i vari romanticismi e mistiche del ritorno all'Uno eccetera eccetera. E' gettonato il suo contrario direi. Appunto, una mancanza da colmare, forse.







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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

niko

Voglio dire che il modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.

La poesia, c'entra nella misura in cui si cerca di dire il simile, o meglio l'analogo, piu' dicibile possibile, all'indicibile.


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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

Phil

Citazione di: niko il 29 Gennaio 2026, 00:23:24 AMa me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella,
Ben "prima" del nulla e del non-ente, situavo quel "non più"; a suo modo evidente nell'assistere alla morte altrui: quando un animale (uomo compreso) muore, non si smaterializza diventando nulla, eppure va detto che non è più quello di prima (agli occhi di chi gli sopravvive). Chiunque abbia visto il cadavere di una persona che conosceva può capire cosa intendo.
Il fatto che l'uomo sia una "creatura speciale", soggetta e "leggi cosmiche speciali" e che, a differenza degli altri viventi, egli continui la sua esistenza in un mondo invisibile, perché eletto detentore di un'anima/spirito, etc. sappiamo essere un'ipotesi autoreferenziale (quindi non argomentativa), oggetto di fede, ma non oggetto di conoscenza oggettiva. Quello che conosciamo è che morire non significa sparire o diventare nulla, almeno per il corpo; e l'"io pensante"?
Citazione di: niko il 29 Gennaio 2026, 09:43:39 AMil modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.
Questo è il punto in cui si rifiuta la propria mortalità e si può essere spinti, tanto istintivamente quanto culturalmente, a credere a leggi cosmiche speciali ad hoc per l'uomo o a "incartarsi" in "anticipazioni del nulla". Se per l'io tutto è esperienza, la supposizione/pretesa che anche la sua morte lo sia (esperienza), e quindi in fondo quell'io cosciente non muoia davvero, è sintomo del non volersi far carico fino in fondo della propria evidente e "banale" mortalità, cercando "sconti" (non possiamo negare che muoia il corpo, allora facciamo finta che la coscienza/anima/x si salvi).
Tuttavia, non è l'unico modo in cui si può pensare alla morte da vivi; si può anche violare l'asintoto, tangente all'infinito, proprio con l'esperienza della finitezza che ci circonda (monito piuttosto eloquente sulla nostra finitezza).
La morte è plausibilmente proprio cessazione della coscienza (come dice anche la medicina, mi pare), quindi non c'è "esperienza della propria morte" (come dicevano gli epicurei), essendo la morte essenzialmente cessazione di esperienza soggettiva. Semplicemente ci si "spegne" (sappiamo quanto la bioelettricità sia importante per il corpo umano), senza diventare nulla e, ovviamente, senza "andare" nel nulla (che sarebbe sia un non senso sia un ulteriore modo per sognare di non morire davvero).
Purtroppo questi discorsi vengono talvolta letti come "brutte faccende", pessimismo, etc. proprio perché culturalmente (e istintivamente) la morte viene considerata un discorso "brutto" (come l'"uomo nero" per i bambini che non vanno a letto) perché ancora non se ne è elaborata e accettata quietamente la naturale processualità. E in questo la poesia, solitamente, è megafono di desideri e pulsioni, ma non di conoscenza né di saggezza.
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niko

Citazione di: Phil il 29 Gennaio 2026, 12:06:45 PMBen "prima" del nulla e del non-ente, situavo quel "non più"; a suo modo evidente nell'assistere alla morte altrui: quando un animale (uomo compreso) muore, non si smaterializza diventando nulla, eppure va detto che non è più quello di prima (agli occhi di chi gli sopravvive). Chiunque abbia visto il cadavere di una persona che conosceva può capire cosa intendo.
Il fatto che l'uomo sia una "creatura speciale", soggetta e "leggi cosmiche speciali" e che, a differenza degli altri viventi, egli continui la sua esistenza in un mondo invisibile, perché eletto detentore di un'anima/spirito, etc. sappiamo essere un'ipotesi autoreferenziale (quindi non argomentativa), oggetto di fede, ma non oggetto di conoscenza oggettiva. Quello che conosciamo è che morire non significa sparire o diventare nulla, almeno per il corpo; e l'"io pensante"?Questo è il punto in cui si rifiuta la propria mortalità e si può essere spinti, tanto istintivamente quanto culturalmente, a credere a leggi cosmiche speciali ad hoc per l'uomo o a "incartarsi" in "anticipazioni del nulla". Se per l'io tutto è esperienza, la supposizione/pretesa che anche la sua morte lo sia (esperienza), e quindi in fondo quell'io cosciente non muoia davvero, è sintomo del non volersi far carico fino in fondo della propria evidente e "banale" mortalità, cercando "sconti" (non possiamo negare che muoia il corpo, allora facciamo finta che la coscienza/anima/x si salvi).
Tuttavia, non è l'unico modo in cui si può pensare alla morte da vivi; si può anche violare l'asintoto, tangente all'infinito, proprio con l'esperienza della finitezza che ci circonda (monito piuttosto eloquente sulla nostra finitezza).
La morte è plausibilmente proprio cessazione della coscienza (come dice anche la medicina, mi pare), quindi non c'è "esperienza della propria morte" (come dicevano gli epicurei), essendo la morte essenzialmente cessazione di esperienza soggettiva. Semplicemente ci si "spegne" (sappiamo quanto la bioelettricità sia importante per il corpo umano), senza diventare nulla e, ovviamente, senza "andare" nel nulla (che sarebbe sia un non senso sia un ulteriore modo per sognare di non morire davvero).
Purtroppo questi discorsi vengono talvolta letti come "brutte faccende", pessimismo, etc. proprio perché culturalmente (e istintivamente) la morte viene considerata un discorso "brutto" (come l'"uomo nero" per i bambini che non vanno a letto) perché ancora non se ne è elaborata e accettata quietamente la naturale processualità. E in questo la poesia, solitamente, è megafono di desideri e pulsioni, ma non di conoscenza né di saggezza.


Il cessare di essere soggetto, avviene, specificamente nella forma, e sotto l'apparenza, del divenire/oggetto.

O almeno, questo e' quello che mi viene in mente a me quando vedo un cadavere. Quando ci cadaverizziamo, "diveniamo oggetti", cioe' ad un livello piu' profondi restiamo, gli oggetti che siamo sempre stati.

Il cadavere prova, che non vi e' differenza assoluta, intercorrente tra uomini e oggetti, e nemmeno tra animali e oggetti, e nemmeno tra piante e oggetti, e un po' quindi anche il fallimento, o quantomeno la convenzionalita', delle nostre comuni e quotidiane parole. Se differenza assoluta vi fosse, allora, non vi sarebbe, la possibilita' del passaggio dall'uno all'altro, e dall'altro all'uno. Ma il cadavere c'e'. E agli occhi di chi lo osserva, si porta dietro quindi un'altra certezza, simile a quella della morte, ma non proprio uguale.

Insomma: altroche' legiferazioni cosmiche eccezionali per l'uomo. Semmai: legiferazioni cosmiche cosi' profonde, che, da certi "livelli" di profondita' in poi, possono permettersi, di trattare viventi e oggetti alla stessa maniera.

La morte e' la morte del corpo ed e' la morte della coscienza. Quindi, per sopravvivergli, ed eventualmente oltrepassarla, o crediamo alle favole, delle varie religioni, o crediamo di essere, almeno in parte, qualcosa di diverso, da corpi e/o coscienze e/o unione tra di essi, o rinunciamo, a sperare di oltrepassarla.

Con tutto il rispetto, intendo che e' sensorialmente evidente, che la morte sia morte tanto del corpo aggregato quanto della coscienza, quindi, tutto cio', di poetico, di religioso o di filosofico, che postuli la sopravvivenza dell'uno, o dell'altro, o addirittura per buona misura di entrambi (cristianesimo  :)  ) e' esplicitamente anti empirico.

Preferisco credere di non essere ne' solo corpo ne' solo anima/coscienza, ne' solo unione "mistica" tra i due, e quindi, che sopravviva, alla mia e altrui morte,  quello che in me e negli altri vi e' di ulteriore ad entrambe queste definizioni/entita', senza entrare in nessuna contraddizione diretta con l'esperienza, semmai solo con il senso comune.

L'istinto, in quanto istinto di vita e' proprio del corpo, in quanto istinto di morte e' proprio dell'oggetto che si agita in noi. Il dolore stesso, in quanto vicinanza con la morte, e' vicinanza con il divenire/oggetto, recupero, alla coscienza, dell'oggettualita' del corpo. Se siamo oggetti, quindi, ne' anime, ne' corpi, siamo a-mortali. Siamo gia' divenuti, cio che diveniamo in morte. Sicuramente esiste gia' da ora, un livello del reale a cui lo siamo. Il livello del cadavere,cha abita in noi. E che, quantomeno quando emerge, testimonia, la non differenza assoluta tra noi e un sasso. Che appunto, non vive e non muore... l'oggettualita' permette la vegetazione, che permette l'animalita', che permette l'umanita'. E questo e' lo schieletro, anche nostro, su cui sorgono, senza rottura di continuita', le varie intelaiature. Davvero non tutto, di noi, muore, perche' non tutto, e' mai stato vivo.



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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

Morpheus

La morte è morte del corpo (che continua comunque ad esistere) e cessazione dell'io. Che si voglia controbattere con "e tu che ne sai? Non sei mica morto! Magari c'è l'aldilà!" Forse lo posso anche tollerare. Però mi sembra, con tutto il rispetto, abbastanza puerile e tutt'altro che filosofia o scienza dire: "Esiste un Paradiso per i buoni, esiste un Inferno per i cattivi. Gli umani continuano ad esistere dopo la morte, gli altri esseri viventi no. Ciò perché l'uomo e la donna possiedono una cosa chiamata anima (o spirito o come volete voi) che nessuno può vedere o rilevare o sapere empiricamente se esista davvero".
Letti tutti i messaggi della discussione, devo dire che mi sono piaciuti davvero molto e non hanno lasciato molto di non proferito rispetto a ciò che avrei scritto io (ottima la citazione di Epicuro ed anche la metafora del sonno eterno mi piace).
Dico solo altre due cosette:
1) In merito alla vera domanda della discussione, non credo mi cambierebbe molto il sapere con certezza che dopo non c'è niente (nel senso che non c'è l'aldilà e la mia coscienza cessa di esistere) siccome io sono già da parecchio tempo abbastanza di sicuro di questo.
2) 
Citazione di: anthonyi il 28 Gennaio 2026, 20:26:17 PMPensando di non avere un futuro oltre la vita sarei Piú facilmente spinto al suicidio in un momento di sofferenza, perché appunto questo apparire bbe come un'opportunità
 liberatoria.
Ne sei sicuro? Perché io l'ho sempre vista nel modo opposto: proprio perché dopo non c'è vita e la morte è ineluttabile, meglio non gettarla via anche se si sta passando un brutto momento; rimane sempre la possibilità quasi sempre concreta che il Sole torni a splendere più di prima.
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Possiamo vedere infiniti motivi nel fatto che il cielo è azzurro, ma alla fine solo una cosa quantomeno ci fa avvicinare alla verità:
La Scienza.

Morpheus

Certo con malattie come l'Alzaimer forse potrei anche optare per l'eutanasia o qualcosa di simile...
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Possiamo vedere infiniti motivi nel fatto che il cielo è azzurro, ma alla fine solo una cosa quantomeno ci fa avvicinare alla verità:
La Scienza.

anthonyi

Citazione di: Morpheus il 31 Gennaio 2026, 14:22:26 PM
2)
Ne sei sicuro? Perché io l'ho sempre vista nel modo opposto: proprio perché dopo non c'è vita e la morte è ineluttabile, meglio non gettarla via anche se si sta passando un brutto momento; rimane sempre la possibilità quasi sempre concreta che il Sole torni a splendere più di prima.

I fatti dicono che sono i non credenti quelli che si suicidano con maggiore facilità. Il fatto di pensare che la vita sia tutta qui ti dà una sensazione di potere sulla vita stessa, sensazione che non hai se credi che la vita comunque continui. Perché se la vita comunque continua tu percepisci che essa non dipende da te, che non ne sei il padrone. 
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Meglio morire liberi che vivere da schiavi! 🤗

InVerno

Curioso modo di porre la questione, come se lo stato preordinato delle cose fosse quello di credere nell'aldilà da cui poi eventualmente per alcuni sopraggiunge l'idea che esso non esista.. ma non è il contrario? Per me è stato il contrario, solo nella preadolescenza sono venuto a sapere che qualcuno è convinto che si possa mettere un altro gettone e giocare ancora, prima di allora mi ero attaccato alla speranza della morte apparente, i miei genitori mi avevano spiegato che molto raramente i morti si risvegliano, e io guardavo la salma di mio nonno sperando che ad un certo punto avrebbe riaperto gli occhi. Comunque, compreso il fatto che il forum è popolato prevalentemente da atei, ritorno a dire che l'esperienza "esotica" è sapere come la vive chi crede nell'aldilà, per esempio nel rapporto coi parenti, io ad esempio a volte mi tormento con l'idea di migliorare le relazioni con loro per passare meglio il poco tempo che ci rimane insieme, una persona che crede nell'aldilà suppongo possa semplicemente postporre la questione indefinitamente? Forse, però osservando bene persone anche molto credenti vicino a me, non sembrano mai realmente internalizzare di avere un eternità davanti o perlomeno non si comportano come mi aspetterei di comportarmi io se ci credessi, sembra più agire come un ansiolitico, riduce i sintomi ma non agisce sulle cause.
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Ora Noè, coltivatore della terra, cominció a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacó. Genesi 9:20

iano

Citazione di: InVerno il 31 Gennaio 2026, 17:10:33 PMCurioso modo di porre la questione, come se lo stato preordinato delle cose fosse quello di credere nell'aldilà da cui poi eventualmente per alcuni sopraggiunge l'idea che esso non esista.. ma non è il contrario?
Giusto, credere che c'è qualcosa dopo la morte ha cambiato la vostra vita, visto che con questa credenza non siete nati?
Per questa domanda particolare, vale una risposta generale, che è difficile da credere che qualunque cosa  in cui crediamo, o su cui anche solo ragioniamo, ipotizzandolo,  non possa influenzare la nostra vita.
Questo è il motivo per cui dovremmo coltivare la nostra filosofia, non per cercare la verità, o non solo, ma per acquisire coscienza di ciò che ci influenza, specie nella misura in cui ciò riguarda il modo di rapportarci col prossimo.
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

iano

#26
Citazione di: anthonyi il 31 Gennaio 2026, 14:39:54 PMI fatti dicono che sono i non credenti quelli che si suicidano con maggiore facilità. Il fatto di pensare che la vita sia tutta qui ti dà una sensazione di potere sulla vita stessa, sensazione che non hai se credi che la vita comunque continui. Perché se la vita comunque continua tu percepisci che essa non dipende da te, che non ne sei il padrone.
Se è vero quel che dici, e io non ne dubito, devono esserci delle fedi nascoste che tengono in vita la maggioranza dei  cosiddetti atei.
C'è qualcosa che ci tiene attaccati alla vita, anche quando non sembra più essercene motivo, fosse anche il solo gusto di sfidare la morte, come fa Brancaleone.
https://www.youtube.com/watch?v=3DXU4Wg7zm8
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

Kephas

Citazione di: Estack il 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PMSe venissi a conoscenza che dopo la morte non c'è nulla come la prenderesti? Cambieresti il tuo modo di comportarti nella vita?

Come la prenderei ??

Male!!

Quanto sia importante confrontarsi per tempo con questo problema lo attesta JUNG il quale aveva notato come molte delle nevrosi dei suoi pazienti di mezza età dipendessero appunto dall'aver trascurato il tema della morte, col risultato di non aver ancora una soluzione in questo campo.
Giustamente JUNG scrive nei suoi "Ricordi" : <<L'uomo dovrebbe poter dire di aver fatto il suo meglio per formarsi una concezione della vita dopo la morte, o per farsene un'immagine--anche se poi deve confessare la sua impotenza. Non averlo fatto è una perdita vitale......>>

C.G. JUNG : Ricordi, sogni ,riflessioni.
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L'amore è come il mare in tempesta, che tutto travolge nei primi momenti, poi l'arcobaleno che tutto colora, i sogni ed i momenti, poi tutto con il tempo si placa, rimane l'onda tranquilla che torna e ritorna a lambire le sponde.

anthonyi

Citazione di: iano il 31 Gennaio 2026, 20:15:16 PMSe è vero quel che dici, e io non ne dubito, devono esserci delle fedi nascoste che tengono in vita la maggioranza dei  cosiddetti atei.
C'è qualcosa che ci tiene attaccati alla vita, anche quando non sembra più essercene motivo, fosse anche il solo gusto di sfidare la morte, come fa Brancaleone.
https://www.youtube.com/watch?v=3DXU4Wg7zm8
L'istinto di sopravvivenza é una cosa naturale. 
Quanto alle "fedi nascoste" degli atei é una cosa che sostengo da sempre. E' nella natura umana il bisogno di avere un referente superiore al quale riferirsi è nel quale porre fiducia, Freud lo chiamava Super io, gli antichi greci nomos. 
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