Venire a conoscenza che non c'è nulla dopo la morte

Aperto da Estack, 25 Gennaio 2026, 16:28:22 PM

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niko

Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 17:16:01 PMIl dopo morte può non esser nulla, bensì "qualcosa", per l'uomo che è prima della morte; ossia l'anticipazione che i vivi fanno della morte è un qualcosa che può spingerli a orientare la propria vita in modo da predeterminare anche quell'ipotetico dopo morte (v. religioni e dintorni) o, nel caso considerino il dopo morte nulla che li riguardi come esseri autocoscienti (quindi una mera "putrefazione ontologica"), non c'è nulla da predeterminare (o meglio, si può predeterminare solo ciò che può avvenire prima dell'evento certo che pone fine alle determinazioni del soggetto).
Tutto ciò non dice nulla del dopo morte, né tantomeno dimostra che il dopo morte sia un "qualcosa" che si "esperisce" dopo la morte; dimostra solo che l'anticipazione di un qualcosa può avere conseguenze reali anticipate a prescindere dalla realtà/esistenza di ciò che viene anticipato (posso impostare la mia vita come preparazione anticipata all'arrivo di alieni che verranno a prendermi, ma ciò non dimostra affatto che esistano davvero gli alieni, eppure la loro eventuale assenza, il loro "esser nulla" di reale, condiziona realmente la mia preparazione).


Naturalmente, gli alieni "futuri" possono esserci o non esserci, e la loro "anticipazione", condiziona la vita del pazzoide umano terrestre che, a vario titolo, crede in loro. 

Sia la presenza, che la non presenza degli alieni e' un "qualcosa", cioe' un significato o un evento.

Non si pretende, o almeno, qui, finora nessuno ha preteso, che gli alieni siano in senso filosofico "il nulla", assoluto, o che la loro "assenza", lo sia, mi pare.

Se l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.

Il nulla (vero) non proietta ombre, ne' in avanti, ne' indietro, nel tempo. Quantomeno: non nel tempo dell'essere, comunemente abitato dall'uomo. Il paradiso si', l'inferno si', la reincarnazione karmica si', il "nulla" eticizzato della morte dell'ateo moderno tipico si', eccetera eccetera. Nessuno, fa i conti veramente col nulla. 
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.

Io sono piu' interessato alla qualita' della vita, alla possibilita' del distinguersi in vita, e del distinguersi, delle (varie) possibili vite tra di loro.




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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

Phil

Citazione di: niko il 28 Gennaio 2026, 22:36:45 PMSe l'anticipazione della morte e' qualcosa, la morte stessa e' (un) qualcosa, e tutto cio' che e' fondato sul terrore, o sull'attesa, di una "perdita infinita", e', dal mio punto do vista, infantile tanto quanto lo e' la credenza in un paradiso, in un aldila', nella reincarnazione eccetera.
[...]
La perdita infinita, dell'uomo identificato con la propria coscienza nell'attimo della (propria) morte, vuole ancora affermare, il valore infinito della vita e di ogni vita, ma lo fa', in un modo, a mio giudizio ancora troppo buonistico e troppo rozzo.
Questo è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).
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niko

Citazione di: Phil il 28 Gennaio 2026, 23:39:36 PMQuesto è quello che cercavo di evidenziare: l'ipotesi che, come da topic, dopo la morte non ci sia nulla (da non confondere con "il nulla", di cui finora non ho detto... nulla) può comportare anche l'assenza di presa in considerazione (ossia l'annullamento) di ciò che accade dopo la morte; quindi né terrore né attesa, perché l'anticipazione (di cui sopra) è rivolta eventualmente alla morte, non al dopo morte e la morte è "facilmente" anticipabile, essendo inevitabile (fino a prova contraria).
Dunque può esserci una lettura della morte non come suggestiva "perdita infinita" (quasi di pascaliana memoria), da vivere in attesa o in terrore, ma semplicemente come inevitabile (in quanto biologicamente programmata) perdita finita del proprio finito, del finito che si è; una volta finito il quale non c'è nulla (ancora: non "il nulla"), da intendere quindi come l'inizio di un "non più" (la cui finitezza o infinitezza è discorso al massimo poetico, non più filosofico).


Beh a me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella, il quale in linea ipotetica potrebbe esser-ci o non esser-ci, rendendo la sua newageistica "attesa", qui sulla terra, piu', o meno "ricompensata", da un dato di realta'...

Si' l'assenza di presa in considerazione, sarebbe un, formalmente corretto, riconoscere la nullita' del nulla, che la morte e', o che almeno dovrebbe essere soprattutto se non si crede in un aldila', ma appunto, da un punto di vista di storia del pensiero, quantomeno occidentale, tutto cio' non e' molto gettonato, a partire dal "memento mori" medioevale e cristiano, dalla vita come preparazione alla morte del filosofo socratico, alla bulimia del godereccio consumistico attuale, a tutti i vari romanticismi e mistiche del ritorno all'Uno eccetera eccetera. E' gettonato il suo contrario direi. Appunto, una mancanza da colmare, forse.







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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

niko

Voglio dire che il modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.

La poesia, c'entra nella misura in cui si cerca di dire il simile, o meglio l'analogo, piu' dicibile possibile, all'indicibile.


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Ci hanno detto che potevamo scegliere tra la pace e il climatizzatore, non abbiamo ottenuto nessuno dei due.

Phil

Citazione di: niko il Oggi alle 00:23:24 AMa me pare che il dopo morte implichi proprio il nulla parmenideo e il non-essere in senso forte, e non il semplice ni-ente dell'alieno sulla sua navicella,
Ben "prima" del nulla e del non-ente, situavo quel "non più"; a suo modo evidente nell'assistere alla morte altrui: quando un animale (uomo compreso) muore, non si smaterializza diventando nulla, eppure va detto che non è più quello di prima (agli occhi di chi gli sopravvive). Chiunque abbia visto il cadavere di una persona che conosceva può capire cosa intendo.
Il fatto che l'uomo sia una "creatura speciale", soggetta e "leggi cosmiche speciali" e che, a differenza degli altri viventi, egli continui la sua esistenza in un mondo invisibile, perché eletto detentore di un'anima/spirito, etc. sappiamo essere un'ipotesi autoreferenziale (quindi non argomentativa), oggetto di fede, ma non oggetto di conoscenza oggettiva. Quello che conosciamo è che morire non significa sparire o diventare nulla, almeno per il corpo; e l'"io pensante"?
Citazione di: niko il Oggi alle 09:43:39 AMil modo piu' asintotico, per l'io cosciente, di concepire l'annientamento, e' esperienza del nulla, stato larvale, sonno... perche' per l'io, appunto, tutto e' esperienza... e il problema e' che questa qui, di approssimazione, comunque ancora implica ed eternizza l'io, una ancora migliore, invece, non e' possibile.
Questo è il punto in cui si rifiuta la propria mortalità e si può essere spinti, tanto istintivamente quanto culturalmente, a credere a leggi cosmiche speciali ad hoc per l'uomo o a "incartarsi" in "anticipazioni del nulla". Se per l'io tutto è esperienza, la supposizione/pretesa che anche la sua morte lo sia (esperienza), e quindi in fondo quell'io cosciente non muoia davvero, è sintomo del non volersi far carico fino in fondo della propria evidente e "banale" mortalità, cercando "sconti" (non possiamo negare che muoia il corpo, allora facciamo finta che la coscienza/anima/x si salvi).
Tuttavia, non è l'unico modo in cui si può pensare alla morte da vivi; si può anche violare l'asintoto, tangente all'infinito, proprio con l'esperienza della finitezza che ci circonda (monito piuttosto eloquente sulla nostra finitezza).
La morte è plausibilmente proprio cessazione della coscienza (come dice anche la medicina, mi pare), quindi non c'è "esperienza della propria morte" (come dicevano gli epicurei), essendo la morte essenzialmente cessazione di esperienza soggettiva. Semplicemente ci si "spegne" (sappiamo quanto la bioelettricità sia importante per il corpo umano), senza diventare nulla e, ovviamente, senza "andare" nel nulla (che sarebbe sia un non senso sia un ulteriore modo per sognare di non morire davvero).
Purtroppo questi discorsi vengono talvolta letti come "brutte faccende", pessimismo, etc. proprio perché culturalmente (e istintivamente) la morte viene considerata un discorso "brutto" (come l'"uomo nero" per i bambini che non vanno a letto) perché ancora non se ne è elaborata e accettata quietamente la naturale processualità. E in questo la poesia, solitamente, è megafono di desideri e pulsioni, ma non di conoscenza né di saggezza.
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