
Riflessioni sulla Mente
di Luciano Peccarisi - indice articoli
I due copioni, il cervello e la sua maschera
Marzo 2026
“…la realtà per noi è una funzione dell’apparire. E che l’apparire stesso è un evento situato, sempre inscritto in condizioni tecniche che sono però sempre anche corporee e affettive” (1).
Cosa c’entra il cervello con la maschera? Il cervello è studiato dalla scienza, la maschera o il teatro dalla cultura umana, sembrano differenti mondi. Vedremo però che non è così. Andiamo a teatro, al cinema, guardiamo la televisione per seguire le storie che possono anche essere lette, raccontate, scritte. Il percorso che dal cervello animale e la sua fisiologia ci ha portati alla mente umana e alla persona - che significa appunto maschera - inizia con la rivoluzione del linguaggio (una ‘folgorazione’ secondo K. Lorenz) (2). Difficilmente databile con precisione, forse due o trecentomila anni fa, manifesta la sua potenzialità creativa nel periodo delle pitture rupestri, dove appare evidente il pensiero immaginante, fino alla vera invenzione del teatro e delle maschere dell’antica Grecia.
La vita
Quando la vita ancora non c’era, la Terra era deserta come la Luna. Quando è nata, si è propagata ovunque. Piccoli e grandi computer biologici autosufficienti hanno occupato tutti i microambienti possibili. Il potente motore adattativo ricrea in ogni essere vivente l’apparato giusto per quello spicchio di mondo. Ognuno è formato da milioni o miliardi di cellule, tutte derivate dalla prima che si è poi aggregata in numero sempre maggiore. Ogni cellula contiene la cabina di regia, il luogo dove partono gli ordini per la formazione di ogni organismo dalla formica all’elefante. Anche noi animali umani siamo fatti allo stesso modo, trentamila miliardi di cellule hanno costruito il nostro corpo. Tutti nascono con il loro copione genetico da eseguire dove vi sono le istruzioni, le regole di comportamento, gli avvisi e le informazioni necessarie. Il copione genetico è contenuto nel DNA presente nel nucleo di ogni cellula del corpo. Un piccolo di gnu, giraffa o zebra che nasce nel mezzo della savana si drizza sulle zampe, allatta, rimane sempre vicino alla mamma e impara a correre nel più breve tempo possibile. Il leone maschio quando scalza l’avversario e assume il controllo del suo harem di leonesse uccide i cuccioli perché solo i suoi geni devono procedere. La femmina del cuculo depone furtivamente l’uovo nel nido altrui, ma sia lo gnu, sia il leone, sia il cuculo non si rendono conto di nulla, obbediscono al programma, non sanno il perché, non sono colpevoli o innocenti. In animali più complessi e con maggiore plasticità vi è un margine di apprendimento che però non è tramandato, è una conoscenza che non può evolvere (come le scimmie che usano strumenti o lavano le patate). Tutti gli organismi sono chiusi nei loro mondi, come i pesci della storiella di David Foster Wallance. Due giovani pesci nuotano in mare e incontrano un pesce anziano che chiede loro “Salve ragazzi, com’è l’acqua oggi”, i due continuano la loro strada e poi uno chiede all’altro che cos’è l’acqua? All’interno di un unico grande ecosistema esistono gli esseri viventi con il loro micro-mondo che continuamente s’incontra, s’incrocia, s’intreccia con quello degli altri.
I micromondi
La mente non può essere separata dalla vita, conoscere è una proprietà di ogni organismo che possegga o meno un cervello. Il mondo è costituito da miliardi di cose, fatti, eventi, circostanze, situazioni; un’enorme massa di configurazioni indecifrabile se ogni organismo non avesse un sistema per filtrare solo le cose utili per la sua sopravvivenza (Umwelt, un concetto introdotto da Jakob von Uexkull – 1934 - consiste nella percezione degli elementi importanti per il suo benessere). Possiede pertanto un micromodello del mondo sufficientemente dettagliato per ritagliare dal caos un suo ordine. Si percepiscono le cose dell’ambiente se possono servire, se invece sono solo rumore di fondo rimangono nello sfondo prive di interesse. Per una zecca sono tre gli stimoli interessanti, la luce per salire sui rami dei cespugli, l’acido butirrico che segnala il passaggio di un animale e il calore del corpo per infilarsi e succhiarne il sangue. Anche gli umani vivono nel mondo ritagliato per loro, percepiamo gli oggetti collegandoli direttamente a un’azione: una penna serve a scrivere, una tazza a bere, una lama per tagliare il pane (o accoltellare), la maniglia ad aprire e chiudere, la scarpa a metterci il piede (lo psicologo James Jerome Gibson chiama affordance ciò che l’ambiente offre nel bene o nel male). Ogni organismo possiede un modello del mondo, frutto di milioni di anni di adattamento ed evoluzione, (Umwelt e affordance) senza di esso è impossibile navigare nell’ambiente e fare attenzione su ciò che interessa, non limitandosi a reagire agli stimoli che arrivano bensì prevedendoli attivamente. Il funzionamento si basa sull'interazione e il continuo aggiornamento tra i segnali programmati proiettati che rappresentano le aspettative derivate dal modello e le informazioni sensoriali provenienti dall'ambiente (3).
L’ecosistema di Homo sapiens
Anche noi osserviamo il mondo con i nostri sensi. Siamo molto simili allo scimpanzé con cui condividiamo quasi il 99% dei geni. Quindi abbiamo lo stesso tipo di vista, olfatto, tatto, udito, captiamo allo stesso modo il mondo. Abbiamo tre coni nella retina, tre milioni di recettori nel naso, percepiamo solo la luce come onde elettromagnetiche. Tutto un altro mondo percepisce il cane con i suoi 300 milioni di recettori nasali, la cicala di mare con i suoi sedici coni o il pipistrello che vive in un mondo di ultrasuoni. Ci sono cose che vediamo e altre che non vediamo; e cose che non esistono e che vediamo. Non vediamo gli atomi, le molecole, i virus, i batteri e miliardi di altre cose. Nelle allucinazioni e nei sogni vediamo immagini che nascono nel buio del cranio. Vediamo certi colori perché ogni cervello si è evoluto per captare quelli che interessano alla propria esistenza. L’ecosistema umano cambia in seguito alla clamorosa rivoluzione quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Giovanni 1,1-18). Con la nascita del linguaggio sorge la possibilità di dialogare e porsi le domande, come quelle dei bambini. La scoperta del fuoco non servì solo per fare luce e arrostire, ma anche a disporsi in cerchio per difendersi dai predatori e dalle fredde notti d’inverno, gli animali parlanti così si guardarono in faccia. Occasione adatta per porsi domande. La prima riguardava certamente la morte, nessuna spiegazione è possibile per gli animali, il programma della loro vita non lo prevede, sarebbe un fardello e una preoccupazione inutile. Spesso rimangono perplessi vicino al cadavere, ma infine lo abbandonano. La nostra risposta fu l’animismo, ogni corpo contiene il suo spirito vitale, che abbandona solo in seguito, nel frattempo bisogna averne cura. Sorse il culto dei morti, con le relative tombe piccole e grandi. Se esiste uno spirito vitale deve essere presente altrove, nel Sole, nel cielo, nel vulcano, nell’animale. Il mondo diventa un immenso teatro. Come appare nelle pitture rupestri di 30-40 mila anni fa, dove ognuno ha la propria maschera e un ruolo da recitare. Ogni animale ha già l’interpretazione del mondo collaudata dalle generazioni precedenti, e si muove in automatico. Noi invece siamo attori che recitano anche a soggetto.
La plasticità e l’epigenetica
La plasticità è un fenomeno attivo che deve essere mantenuto attraverso un impegno costante secondo lo storico principio funzionale "usalo o perdilo". La sua capacità di adattarsi e modificare struttura e funzione è in relazione agli stimoli e alle richieste esterne e interne. Il cervello è un organo sempre in movimento. Grazie alla plasticità del cervello si è potuta sviluppare la scrittura e la lettura “anche nell’arco della breve durata della vita umana, l’esperienza - la selezione esperienziale - è un agente di cambiamento potente come la selezione naturale” (4). Stimoli esterni e plasticità cerebrale sono responsabili di influenzare il DNA, tale processo è l’epigenetica. Nelle generazioni successive possono determinare adattamenti epigenetici. L’etnia Bajau, gli zingari del mare, è una popolazione del Sudest asiatico del tutto particolare, riesce a scendere per 70 metri sotto il mare e in apnea per cinque minuti. Da secoli vive delle risorse di un tratto di oceano compreso tra Filippine, Malesia e Indonesia. I taxisti di Londra hanno un ippocampo più grande perché devono sapere a memoria l’intera mappa stradale della città. La plasticità cerebrale rende flessibile il nostro cervello-mente, è il contrario della rigidità che si riscontra ad esempio nei malati di Alzheimer in cui un individuo è irriconoscibile. Il cui presente non proviene da alcun passato, il cui futuro non ha alcun avvenire; un’improvvisazione esistenziale assoluta. Con la perdita della memoria si ha anche la perdita dell’identità.
La maschera e l’attore
Il nuovo copione non è scritto nel linguaggio della genetica ma della connettomica. Un parolone che significa l’insieme di tutte le vecchie ma soprattutto nuove connessioni, nate con l’esperienza, che si formano per collegare i neuroni tra loro. Una geografia, una mappa come quelle delle grandi città, un’impronta cerebrale come quelle digitali, unica in ognuno di noi. Il termine connettoma compare in un articolo del 2005, sulla struttura del cervello umano, come “una descrizione strutturale completa della rete di elementi e connessioni che formano il cervello umano” (5). Il neuroscienziato Sebastian Seung, nel suo testo Il connettoma ha immaginato la nostra attività cerebrale come un corso d’acqua e il connettoma, il letto in cui essa scorre. Con un’architettura che ci differenzia come individui, anche nel caso dei gemelli identici, perché i connettomi si modificano nel corso della vita secondo le esperienze e gli accadimenti che per ognuno sono diversi. Nel lungo periodo, come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma. “Ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere. Ecco… dal momento che il connettoma definisce le vie di scorrimento dell’attività neurale, possiamo considerarlo il letto del fiume della coscienza” (6). Tutti i cervelli possiedono la capacità di modellarsi, ma il massimo dello sfruttamento di questa possibilità si è realizzato in quello umano. I fattori che lo plasmano sono gli stimoli esterni che da quando ha inventato il linguaggio, una società e una cultura sono infiniti: stimoli esterni e interni quali il parlato, il sonoro, le figure, le immagini, si sono moltiplicati in modo esorbitante. La grandezza e la ricchezza della memoria umana stanno nella capacità di richiamare e perciò confrontare tra loro eventi diversi, accaduti in tempi diversi e su piani diversi di realtà. Eventi reali, raccontati, letti, visti sui media, immaginati, progettati e sognati. Si ingrandisce così il deposito della memoria a lungo termine e il mondo della nostra vita interiore. Un mare magnum di interiorità, pieno di elementi razionali ed emotivi, fonte inesauribile di creatività. Noi oggi siamo attori e recitiamo con la nostra maschera individuale costituita in parte dalle caratteristiche genetiche, da quelle apprese e dalla memoria. “Non sono sicuro che io esista in realtà. Sono tutti gli scrittori che ho letto, tutte le persone che ho incontrato, tutte le donne che ho amato, tutte le città che ho visitato” scrisse Jorge Luis Borges. Io sono solo una maschera. Noi siamo il copione genetico, perché siamo ancora il prodotto del DNA e del cervello rettiliano, perciò abbiamo conservato i riflessi, gli automatismi, i meccanismi di fuga o di difesa; ma in più ognuno si è costruito il proprio copione culturale. Questo è il nostro destino di animali umani parlanti e coscienti. Il copione culturale e sociale è costituito dall’educazione e dall’ambiente che abbiamo frequentato e che ha forgiato la nostra prospettiva sul mondo, anche noi siamo mondi mentali, a volte paranoici e solo uno sguardo e un pensiero critico permette delle aperture (7). Altrimenti ognuno è chiuso nel suo microcosmo.
Luciano Peccarisi
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NOTE
1) Gallese V. (2026) Il Sé digitale, ed. R. Cortina, Milano, 2026, p. 238
2) Lorenz, K. 1991) L’altra faccia dello specchio, gli Adelphi, p. 29
3) Clark, A. (2013) Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science. Behavioral and Brain Sciences, 36 (3), 181-204
4) Sacks, O. (2011) L’occhio della mente, B. Adelphi, Milano, p. 86
5) Sporns O, Tononi G, Kötter R. (2005) The human connectome: A structural description of the human brain. PLoS Computational Biology.
6) Seung S. (2016) Connettoma, Codice edizioni, Torino, p. 14
7) Peccarisi L. (2025) Il cervello e i suoi segreti. La maschera della mente, ed. Diarkos (RM)
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