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Il pettirosso (una storia vera)

inviata da Armonia

Nelle strade rumorose del centro, cerco di perdere la mia identità e di confondere il mio sgomento nel caos dell'ora di punta. Ogni suono resta, pur tuttavia, nello scenario della mia mente, relegato in secondo piano dal mio cervello che seleziona solo il tumultuoso battito del mio cuore e mi riporta ogni istante là, dove il dolore è più grande, dove lo strazio si scongela, distillando sangue vivo da ogni mia cellula.
Mio figlio agonizza fra i tubi corrugati di un respiratore artificiale e i teli verdi della Rianimazione. Il numero tre, quello perfetto, perché mio figlio è sempre stato perfetto. Mi rifiuto di parlarne al passato, solo intendo dire che era perfetto nella sua integrità, insomma, nel suo insieme armonico di anima e corpo. Ora, non più. Il suo corpo astrale vaga per mondi sconosciuti, mentre il solo filo di Arianna lo tiene ancorato a questi settanta chili di materia pesante e frastagliata. -Perché, mio Dio, se vuoi un sacrificio, deve essere il suo?- e Dio sembra, ovviamente rispondermi -Perché non lui?-. Non ho bisogno di pensarci, semplicemente lui non può morire, perché è mio figlio!. Le chiavi del portone mi infastidiscono, distraendomi per un attimo. Ma qual' è mai quella giusta? Accidenti. Eppure è casa mia. Entro ed accendo la luce. E' appena iniziato il pomeriggio, ma non aprirò le imposte, non voglio visite. Né voglio auguri, non per mio figlio, non per Natale... Snodo la cravatta e dò fuoco alla legna già pronta nel camino. So già che il calore non arriverà a sciogliere il gelo giù per la spina dorsale. Solo aspetto che trascorrano altre ore. 
Se supera la crisi, può farcela. E' questione di tempo. Adesso manca quella manciata di ore, che non passerà mai. Che dico, al contrario, fra poco saranno trascorsi questi trecentosessanta minuti e avranno scavato di più le mie rughe e del tutto dilaniato le mie viscere. E ancora mi ribello: -Perché deve essere lui a non salvarsi?-. Mi prendo la testa fra le mani, quasi a fermare il groviglio dei miei stessi pensieri. Mi rifiuto di capire, non accetto e basta. 
Erano in tre, in macchina e mio figlio nemmeno guidava, perché la patente, non ce l'ha ancora. Diciott'anni appena compiuti. Oh Cristo, perché, allora è lui, in pericolo di vita? Sprofondo con un tonfo nel plesso solare della mia disperazione, pari ad un macigno che cada in un pozzo senza fondo e resto a contemplare, immoto, la desolazione che mi avvolge. 
Nell'immobilità assoluta, chiuso ed attorcigliato come un gheriglio di noce, sento ancora, e solo, il mio cuore battere scostumatamente nel petto. Tutunf, tutunf, all'infinito, ad ossessionarmi, come il cuore del mio ragazzo, prima, in ospedale, quando ho avuto il coraggio di appoggiare la mano sul suo corpo martoriato.
Trauma toracico chiuso. Così hanno detto i medici. Ho toccato il suo petto, ho sfiorato quell'ombra livida e sinistra fra le costole, ma il suo cuore era forte, l'avevo sentito e questo, per un fugace attimo, aveva alimentato la speranza. Quel battito era vero, era suo, ed era l'unico segno vitale sfuggito al controllo del coma farmacologico. 
Se supera la crisi, e tutti faranno il possibile, lo staccheranno dal respiratore e allora proveranno a farlo respirare da solo, se il suo cervello sarà ancora capace di mandare l'ordine giusto. 
Le risento, nitide e precise, le parole dei medici. Ma il senso di quel "proviamo" mi si dilata in tutta la sua minacciosa crudeltà. 
Mi rendo conto, con sgomento, di quanto possa essere difficile e faticoso, l'atto di cacciare aria nei polmoni, mentre uno spasmo mi chiude la gola e annaspo nella mia saliva e ancora rivedo i tubi che si respirano mio figlio. Nell'allucinazione dolorosa in cui verso, mi convinco che quei vapori artificiali, appannando il condotto corrugato ogni quattro secondi, anziché riportarmelo in vita, lo allontanano da me, risucchiandolo verso un limbo sconosciuto. Farnetico alimentando oscene visioni e me ne accorgo. Non sento più il mio cuore e non sento i miei muscoli. 
Mi alzo a fatica dalla poltrona di cuoio davanti al camino ed ecco, lo rivedo lì, sdraiato al mio posto, che occupa perfettamente la sagoma che ho lasciato nell'imbottitura. Di traverso, le gambe penzoloni, la sigaretta spenta, ferma tra le dita, il braccio teso, a sfidarmi. -Se l'accendi, te la faccio mangiare-, la finta minaccia di sempre, ma lui non c'è, a rispondermi, a prendermi in giro. Ed io sto impazzendo. 
Gironzolo per la stanza, troppo grande, troppo vuota. Tutto è troppo vuoto. 
Mi appoggio alla libreria come a cercare un respiro che non sale e così, distrattamente perso nel fumo dell'ennesima sigaretta, con una automatica disperazione, le mia dita sfogliano l'album delle foto, quello importante, quello che ormai, da secoli, nessuno apre più. Gli occhi cadono, immobili, sulle istantanee che sfilano a ritroso sui miei successi, così come sui miei errori; sulle date da ricordare e su quelle che vorrei dimenticare e non posso. 
Anche sui giorni belli e lontanissimi della mia adolescenza. 
E allora, inconsapevolmente, succede. 
Nuotando a fatica contro la melma del tempo, torna il mondo sommerso di tante lontane emozioni. Guardo il volto dei miei vent'anni. Quello sguardo di giovane adulto mi scuote e mi turba... e mi addolora. In quegli occhi rivedo le innocenti speranze che sfidavano il mondo. 
E' sconvolgente guardare un'immagine e scoprire, invece, di essere osservato e per questo, provare disagio. 
Quel viso mi interroga ed io non so rispondere. Non so rispondere agli occhi che mi scrutano, quelli miei, quelli di mio figlio, che scorrono la mia vita, accusandomi.
Quel figlio in balia del suo destino, ora è lì, in quella foto sbiadita. No, non sono più io, è lui. Io sono in altri occhi, incupiti e spenti dal vivere quotidiano, appannati dai compromessi. 
Eppure ero io una volta, quello della foto, così, sorridente, con la bandana del capo. 
No, mi confondo, non so più se ero io, o se sia lui, in quel ritratto che ondeggia ormai fra le lacrime. 
Ed io intanto mi immergo e riemergo sempre più rapidamente da quel mondo giovanile che ho rimosso da troppo tempo. Mi vergogno. E' doloroso fare i conti con se stessi, quando, in fondo, sai di aver tradito ogni sogno, ogni poesia. 
Sono così confuso che adesso vorrei mettermi a nudo e ricordare ancora, o
dimenticare del tutto. Ma non posso. Mi manca il coraggio sia per l'una che per l'altra cosa. Provo di nuovo vergogna e vorrei, sa Dio quanto lo vorrei, poter ricominciare dall'inizio, da quelle foto e dai sogni infranti. 
Che lui non diventi come me. Probabilmente non l'ha ancora scoperto, ma non sono un uomo esemplare. 
Ecco, ritorna lo sconforto con la dolorosa consapevolezza che questo figlio
potrebbe non diventare niente, non essere più nulla, oltre quello che è già stato. 
Un tuffo al cuore, una pausa più lunga del solito, poi il galoppo. Un'altra
extrasistole. Ho fumato troppo e ho preso troppi caffè. O troppo alcool, sebbene io resti sempre sobrio. La sobrietà dell'uomo arrivato Ma, arrivato dove? 
-Angelo mio, non morire. Oh Dio, prendi me al suo posto, se proprio devi...-. Poi, nella contraddizione del mio assurdo dolore e tra le schegge avvelenate dall'impotenza, oso sfidarLo, -Non puoi, lo sai che non puoi portarmelo via, perché lui è capace di insegnarmi a vivere-. 
Nello sforzo dell'imprecazione, sento uno spasmo più forte del mio provato cuore e penso di essere stato esaudito, di essere anch'io vicino al capolinea. Ma non me ne curo. 
Mi siedo prima che la vertigine mi porti via e in quel momento una luce dorata, soffusa e tiepida mi circonda. Ovattandomi mi protegge da altro dolore. Forse mi assopisco, sull'album di fotografie. 
Riapro gli occhi incredulo e svuotato e vedo le ombre delle tapparelle allungarsi ormai tra le foto. So che devo andare. Ho paura. Chiudo a fatica quel frammento di vita tra le pagine stagionate e raccatto le mie membra indolenzite. 
Prima che io possa aprire la porta, il telefono squilla. 
Stringo la maniglia, mentre il mio cuore si strizza allo stesso modo. 
E' il momento. Tre, quattro squilli. Si ripresentano gli occhi di mio figlio, devo sapere. In quell'istante si decide la nostra vita. 
-Pronto?- Concentro in me tutto il panico del mondo. -Si, Michele ce l'ha fatta-. 
Scivolo in ginocchio e piango, piango tutte le mie lacrime, perché questo è un meraviglioso dono e in questo regalo, io, non ci speravo più. Così la vita mi riaccende da dentro e voglio volare verso l'ospedale. 
Cerco la via meno trafficata, voglio la pace, non devo più stordirmi coi rumori.
Così, come seguendo un itinerario già scritto, mi trovo a percorrere la strada fatta da mio figlio, la notte prima. Non provo nulla, mi sento guidato. La macchina è ancora li, nella terra di qualcuno, abbracciata ad un grande ulivo. Voglio assolutamente avvicinarmi. Occorre chiedere al padrone, presumo lucidamente, presentarsi. Eccolo lì, nei campi, che cammina fra le sue zolle indurite dal gelo. -Si, prego-, mi invita con voce neutra. -Metterò una recinzione, ma, tanto, se corrono, non sarà una rete a salvarli-. 
E la guardo, la Y10 abbarbicata al tronco, come se fossero cresciuti assieme. Ho la pelle d'oca. L'abitacolo è devastato. 
Giro intorno a quel relitto e cerco il posto occupato da mio figlio e mi sembra di vedere lui, riverso sul cruscotto, schiacciato contro il vetro ed il sedile rovesciato.
Lo sportello piegato, a comprimerlo di lato. E' la visione di un attimo, poi
scompare. Forse sono abbacinato dal sole del tramonto che infiamma di luce le colpisce il mio sguardo. 
Sul velluto c'è un uccellino, un passero, mi sembra. 
Lo guardo meglio. E' un pettirosso, con le zampine in aria. Lo sfioro e capisco che è morto e questo mi dà uno strano brivido. 
Il contadino mi sposta, lo prende in mano. -Ha il petto schiacciato- dice pensieroso, -che strano, poco fa, non c'era. Sa, quando è stata qui la Polstrada- Desidero prendere il pettirosso. 
Non è forse l'uccellino che estrasse le spine dal capo di Cristo? Com'è riemerso, ora, questo ricordo da catechismo? 
Con l'uccellino in mano, mi rendo conto di quanto sarebbe bello ripartire da quei lontani giorni, ritrovare la fiducia, l'amore, l'onestà, buttate via da tanto tempo.
Come sarebbe bello, adesso, essere come mio figlio. 
E il cuore mi si dilata, gioioso, nelle consapevolezza che il mio ragazzo è
sopravvissuto. 
Ed ora io, che a cinquant'anni non credo più a niente, mi trovo qui, nel buio
incipiente di questo tramonto invernale, sperduto ed incerto. 
Guardo l'iconoclastica immagine di un sole rosso che scompare all'orizzonte, pur restando vittorioso sulle nere nubi che avanzano. Quell'esagerato color cardinale, spennella ancor di più il carenato sterno del pettirosso che, ora, assurdamente, scalda la mia mano. 
Così io, che a cinquant'anni suonati non credevo più a niente, resto qui, attonito e dilatato, ad ascoltare un sussurro d'altri tempi e d'altri mondi che mi trafigge l'anima. 
"Devi credere nell'impossibile, se vuoi, un giorno, vederlo. Non avevi forse chiesto che qualcuno si immolasse al posto di tuo figlio?" 

Tiziana B.

 

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