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Stupore e creaturalità nella poesia di Marco Gal

Di Roberto Taioli - Gennaio 2017

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano.

Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900. Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

 

Stupore e creaturalità nella poesia di Marco Gal

 

Mancato il 22 gennaio 2015  Marco Gal  lascia un vuoto dolente in quanti lo hanno incontrato e conosciuto attraverso la sua poesia.  In quanti, come me, lo hanno frequentato e si sono abbeverati alla sua  disarmante e sconfinata umanità trasfusa nella levità della sua poesia.  Nativo di Aosta, ha dedicato la sua vita allo studio della lingua franco-provenzale ed in particolare al patois, diventando uno tra i più importanti e rilevanti poeti dialettali del nostro tempo. Ma la definizione “dialettale” è riduttiva e non rende conto della  sua profonda levatura e della sua capacità, attraverso la lingua della sua terra,  di raccontare la condizione ontologica dell’uomo e  il suo cammino destinale.  Marco Gal ha elevato la lingua dai profondi recessi della sua terra, a canto universale e dolente, a cifra del vivere e del morire, dell’osservare e ricordare.  Il tema della memoria, sempre sotteso, riemerge come salvezza, approdo, ma non meramente  consolatorio. Gal  ha a cuore il senso della concatenazione, per cui lo spezzarsi della solitudine (sempre in agguato) è il socchiudersi di uno stile, di un atteggiamento di lenta e paziente condivisione che rechiamo sedimentata ed addormentata in noi, perché in noi avviene la sintesi, seppur parziale, del lungo cammino dell’umanità, dei nostri antenati, di  una storia che ci precede, ci raggiunge e ci oltrepassa. Poesia è quindi pietas, risveglio  e rinascita delle presenze nascoste ma vive in noi. Questa catena configura il mondo della terra, della casa, del tempo, del riemergere dei morti in una resurrezione che non si brucia nell’istante, ma conosce i ritmi lenti e  rassicuranti della memoria, del trattenere e conservare contro la forze della lacerazione e della dispersione. La poesia, infatti, per Gal è essenzialmente un raccogliere. C’è un senso del sacro nella poesia di Marco  Gal che unisce terra e cielo in una sintesi non banale. L’Eterno si  si porge e la natura lo abbraccia. Dio sconfinato si degna di scendere nei confini angusti della terra. Gal sente e avverte questo legame come condizione di reverenza e rispetto verso il creato, a partire dall’infinitamente piccolo che noi siamo.  Noi  stessi creature, siamo in un circolo virtuoso con tutta la creaturalità divina, non altri e diversi, né estranei e siamo creature  perché sempre in creazione, sempre da farsi. Questo circolo è anche il circolo del ricordo, del rammemorare, perché  senza memoria non c’è vita. Un tempo solo lineare conduce alla dispersione, alla fuga in avanti, rimuovendo le radici, come se non avessimo più sensi per percepire le varietà e tutto fosse solo un anonimo avanzare. Verso dove? Le domande che affiorano nella poesia di Marco Gal sono l’esito dell’esistere radicati, del sentirsi nel tutto, di vivere, ascoltare, toccare, assaporare le cose. Le cose sono la testimonianza del cammino dell’uomo e restano li per ricordarlo.  Questa memoria incantata rallenta il fluire rapido dell’esistere e chiede la sosta, il fermarsi per vedere la luce, per sentire il paesaggio e la voce delle anime che sono passate e che se interrogate, rispondono. E’ forte in Gal questo senso del dialogo spirituale con chi non ha più voce terrena, ma solo la forza evocativa di incontrarci e di chiamarci. Ci interpella per segni, sfumature, allusioni, cenni brevi che non vanno fatti cadere. Anche le piante, le montagne, i nevai ci parlano. Il poeta è come un sensore che in un istante percepisce i segnali e li registra nell’arcano deposito della memoria. Nulla va perduto. Il distacco abissale che sembra dividerci dal creato si riduce e quasi ci abbraccia e ci tende la mano come Dio si è incarnato calandosi nel Cristo terreno.  Anche la natura grande e maestosa (pensiamo ai grandi massicci alpini tra i quali Gal è vissuto) si umanizza in una confidenza corale con i viandanti della terra:

 

ORADZO

Eun attegnen la novalla arrevou
de l’atre prochen barbaro a veni-i,
no fat raxoille cen que no reste
de notre réice d’ama disperséye
pe le traplante a tcheut le s-oradzo
de la modernitou. No voudrem jame
falei oublie un passou
pe eun présen que l’apt d’aven-i.
Totte calle dzen que son de poussa
no predzon a traver la lemieye
de leur londze man que grafegnon  lo ten.
Ah, comme amer sarìe le gou di ten d’eun cou,
comme lo san caillà de noutre memoouèye!

 

URAGANI

Aspettando  il nuovo arrivo
di altri prossimi barbari che verranno
dobbiamo raccogliere quanto ci resta
delle nostre radici disperse
per trapiantarle a tutti gli uragani della modernità.
Non vorremmo mai
dover dimenticare un passato
per un presente che non ha futuro.
Tutte queste persone che sono polvere
ci parlano attraverso la luce
delle loro lunghe mani che graffiano il tempo.
Ah, come sarebbe amaro il gusto del tempo passato
come il sangue rappreso delle nostre memorie!

(Trad. dal patois di Marco Gal, in Messaille, Stylos, Aosta, p. 15)

 

 

SOUFLO

Me  remercìon
toute calle personne
que dze mantegno  euncò eun via
dedeun ma memouéye:
sont euna multitùide eurlenta
que vequéi di meun souflo
et que men prèye de pa moueure,
que souffle di souflo de ma pensou
dedeun le-s-entraille de mon cerve,
que jouèi et souffre eun accoutsen
de cice fantome que vouon pa s’amorte.

 

RESPIRO

Mi ringraziano
tutte quelle persone
che mantengo ancora in vita
nella mia memoria:
sono una moltitudine urlante
che vive del mio respiro
e che mi prega di non morire,
che respira col respiro del mio pensiero
dentro alle viscere del mio cervello,
il quale gioisce e soffre generando
questi fantasmi che non vogliono spegnersi.

(Trad. dal patois di Marco Gal da Messaille, Stylos, Aosta, 2002 p. 23)

 

 

La sua opera poetica è un atto di fedeltà agli elementi primegeni del creato e assume talora la tonalità francescana, di una disarmante povertà di fronte ad una grandezza che non ci appartiene. Siamo ospiti del mondo, non padroni e  lo sguardo  di Gal è quello della contemplazione. La poesia si fa carne del mondo, in un legame di avviluppamento nel quale siamo implicati. Guardiamo le cose ma siamo nelle cose. Anche in quelle che sono già passate ma che lasciano in noi tracce e impronte.  Così il rapporto con la morte si fa pacato e in qualche modo amichevole:

 

OMBRA
A l’entso sombro di deuile
Ma pluma trista s’abèire.
Ah, ta sé’ l’est quase tarìa
Comme la vouéce fèobla de la via.
T’a cougnu de ragar que catson de sanlliòt
Et te va te coutche bien lliouen,
deun de la groussa coutse de délé;

me le mor bien allévou s’euntremellon de ren,
se contenton de sourìe deun l’ombra di mèison.

 

All’inchiostro tenebroso del lutto
La mia penna triste s’abbevera.
Ah, la tua sete è quasi prosciugata,
come la voce labile della vita.
Hai conosciuto sguardi che celano singhiozzi
E ti coricherai molto lontano,
nel grande letto dell’adilà;
ma i morti bene educati non si immischiano di nulla,
si accontentano di sorridere nell’ombra delle case.

(Trad. dal  patois di Marco Gal, Sèison de poésia (1982-2012), Puntoacapo editrice, Pasturana (Al), 2014, p. 28)

 

 

Pur originata da un piccolo borgo montano, la poesia di  Marco Gal percepisce in profondità la presenza di un senso cosmico dell’esistere e della fatica quotidiana del vivere, in uno specchio di rimandi ove  micro e macro sono connessi. E’ infatti questa apparente dislocazione spazio-temporale che svela la grandezza nella piccolezza, senza farci perdere il gusto e il sapore di quest’ultima:

 

EUNCONCHENCE
Te reste come eun léisar
su lo meur de l’eufourie pertensi
a decompose le s-élémen de la via
e a le recompose i djouà que reussèit pa.
Avoue an pequegne de tseur et de cervé
tel crèi recrée l’univer et choure se mistére.
Me la via l’est de qui la pense pa,
de qui avoue eunconchence la devore.

 

INCOSCIENZA
Stai come una lucertola
sul muro della primavera precoce
a scomporre gli elementi della vita
e a ricomporli nel gioco che non riesce.
con pochi brandelli di carne e di cervello
credi ricreare l’universo e i suoi misteri.
Ma la vita è di chi non la pensa,
di chi con incoscienza la divora.

(Trad. di Marco Gal, cit. p. 203)

 

 

La lingua del patois usata da Gal diventa musica ed inno della sinfonia cosmica, ma anche l’italiano e il francese, che formano il trittico linguistico e il fecondo lascito della sua poesia, alle quali il poeta ricorre non come mere traduzioni esplicative di supporto, ma forme espressive che lo attraversano e lo connotano. Non lingue di servizio ma lingue poetiche dotate di una propria autonomia. E’ come se il poeta parlasse e scrivesse una sola lingua che si frastaglia e si rifrange in altri rivoli.

 

Sentiamo questa tonalità in

 

DENTI DI LATTE
Nella prima notte d’ottobre
che scuote l’autunno dalle sue fondamenta
e crea crepuscoli di primavera
canta lei sola, la natura.
Il vento fa vacillare la fortezza del mondo
e abbraccia con la sua passione la mia casa.
La farfalla ha deposto le sue uova
di morte nel germe del fiore.
E’ per questo che le belle labbra tenere
tutta la vita piangono denti di latte.

(Trad. dal patois di Marco Gal, cit. p. 237)

 

Oppure in francese:

 

SEMENCE DU TEMPE
Tu voudrais parfois
revenir aux après-midi
longs aux bourdonnement du soleil
nourris de silence parmi les voix
percantes de la nature.
Tu aurais nouvellement envie de retourner
aux heures noyées de musique,
perdues dans le tourbillon
D’une  tempete intérieure de sons.
Tu te sentirais encore d’ éprouver
le coeur épris d’amour de l’amour
et séduit de l’idée de la beauté supreme,
reflet intime de l’image absolue.
Semence du temps quoi repousse
trop tard en automne,
quelle neige étrange t’attend!

 

SEME DEL TEMPO
Vorresti talora ritornare ai pomeriggi
Lunghi nel ronzio del sole
Nutriti di silenzio tra le voci
Penetranti della natura.
Avresti nuovamente desiderio di rinvenire
Alle ore annegate di musica,
perdute nel vortice
di una tempesta interiore di suoni.
Ti sentiresti ancora di provare
Il cuore invaghito d’amore dell’amore
E sedotto dall’idea della bellezza suprema,
intimo riflesso dell’immagine assoluta.
Seme del tempo che rigermina
Troppo tardi in autunno,
al quale strana neve di attende!

(Trad. dal patois di Marco Gal, cit. p. 247)

 

Il taglio poetico di Gal è essenzialmente lirico ed invocativo, come se il poeta fosse perennemente in una situazione orante di ricerca e di colloquio con il mistero: non chiede per ottenere ma per capire e contemplare. Uno dei più alti componimenti  di questo versante  è il seguente:

 

COMPLETE DI VEQUÉ-O

 

Introibo al altare Dei

 

Dze si eun vééce de la téra
que ouse pense de Vo pense
dedeun cetta petchiouda élliese
groppéye i flan de la montagne;
dze si prosternou pe téra
et ma foué dispé-e que me sentchìade.

 

Ad deum qui laetificat Juventutem meam…

 

Ma jeunesse d’j’I beurlou- la comme l’euncen
devan Voutro non sen, la raveur
de mon san dj’i dontou-la eun mecllien
avoue lo Voutro san soveur
et dj’i oublià la boutou de mon coeur
et tcheut le Coeur di s-atre botou.

 

Audjutorium nostrum in nome Domini…

 

Dze sento pa la vouéce de Ton secour,
me l’eurlo de ton silence
que dzale noutre paaille vouéce
deun l’abimo de la solitùide
que l’oradzo de totte le pré-èye
réusssèit pa a comble,

 

Qui fecit caelum et terram…

 

Commen arreve a compréndre
lo dessen da Ta rèison
et la rèison de ton dessen
de ci mondo de san,
yaou finque Te rèison d’amour
l’an fallu se féye a traver la vouèce
de la douleur de sa coleur?

 

 

LAMENTO DEL VICARIO

 

Introibo ad altare Dei

 

Sono un verme della terra
Che  osa pensare di pensarVi
In questa piccola chiesa
Aggrappata al fianco della montagna;
sono prostrato in terra
e la mia fede dispera che mi sentiate.

 

Ad Deum qui laetificat juventutem meam

 

La mia giovinezza l’ho bruciata come l’incenso
Davanti al Vostro nome santo, l’ardore
Del mio sangue l’ho domato mescolandolo
Con il Vostro sangue salvatore
E ho dimenticato la bellezza del mio cuore
E tutti i cuori delle altre bellezze.

 

Adjutorium nostrum in nomine Domini

 

Non sento la voce del Tuo soccorso,
ma l’urlo del Tuo silenzio
che gela le nostre pallide voci
nell’abisso di solitudine
che l’uragano di tutte le preghiere
non riesce a colmare.

 

Qui fecit caelum et terram

 

Come arrivare a comprendere
Il disegno della Tua ragione
e la ragione del Tuo disegno
di questo mondo di sangue,
ove persino le Tue ragioni d’amore
hanno dovuto compiersi attraverso la voce
del dolore del suo colore?

(Trad. da patois di Marco Gal, cit, pp. 175-176)

 

E’ questa la Messa di  Gal, nel fraseggio dell’antico rito liturgico, arrovellato sul mistero di Dio e il mistero del male.

Un’interrogazione altissima che nessuna ratio moderna o postmoderna può cancellare.

 

Roberto Taioli

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