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Riflessioni al Femminile di Rita Farneti

Riflessioni al Femminile

di Rita Farneti - Indice articoli

 

Auschwitz spiegato a mia figlia

Novembre 2022



Non c’è niente di logico, di cartesianamente razionale, nei fili spinati che intrappolano lo sguardo. Sembrano scandire ancora domande sommesse. Insapientiti da secoli di nostra razionalità, non ci sentiamo ancora soddisfatti di una spiegazione che possa argomentarsi come drammaticamente logica sull’Olocausto.

Quell’estate   Mathilde   rimase scioccata vedendo un numero sull’avambraccio sinistro di Berthe, un tatuaggio fatto con inchiostro azzurrognolo.
D’un tratto tutto ciò che aveva visto diventava in qualche modo reale.

E’ questa la desolante, per certi aspetti tragica considerazione dell’autrice, una madre che ammette la difficoltà di raccontare alla propria figlia vicende inspiegabili, ancora dolenti. Difficile costruire parole, darne e capirne il senso ed essere in grado poi di scriverle.


Auschwitz spiegato a mia figlia


L’essere diventati un numero, inciso per sempre sulla pelle, è stato - bene lo enunciano le parole che usa Amoz Oz -   come entrare ed uscire continuamente da una sorta di Chernobyl.

Da storica Annette Wieviorka aspira ancora ad una tessitura dell’incomprensibile, da madre teme di non poter trovare parole per spiegare un mondo calpestato da innumerevoli morti.

Il bisogno di capire s’accompagna al desiderio di definire ruoli e responsabilità: a sua volta cerca nessi, coerenti e congrui, fra i fatti, le intenzioni e le cause all’origine.

Un modo per quietare l’inquietudine, vaga ma ancora potente, auspicando così di poter mettere ordine in emozioni devastanti: l’operazione del capire, per poter poi comprendere, è un lavoro di cesello su materiale   magmatico e poroso al tempo stesso. Impone tessitura di ombre sottili e sfuggenti che gelano l’anima quando si cerca di offrire un quadro più chiaro, nel complesso una commistione di fattori storici, sociologici, economici, politici e psicologici con cui usualmente siamo avvezzi a chiamare l’Olocausto.

Se l’elaborazione di quanto ci tormenta dall’interno ci può aver reso maggiormente sensibili alla altrui sofferenza, la volontà di comprendere l’umano che tutti abbiamo visto tramutarsi in disumano ci impone molte riflessioni, non sempre facili né tanto meno del tutto esaustive.

L’onesto e tenace impegno a definire un prima ed un dopo reclama considerazioni approfondite sulle   deportazioni, sulle retate e sui campi di concentramento, anche se resta comunque criptico e totalmente drammatico quel simbolo della depersonalizzazione di un essere umano.

Bene lo aveva affermato Primo Levi quando già accennava ad un noi, che vive al sicuro, nel tepore delle case, trovando, la sera, cibo caldo ed amici, ed un loro, nel fango, nell’arsura gelida di un pericolo battente, in lotta per un tozzo di pane, davanti alla propria morte sentenziata con un cenno o uno sguardo.

Fare domande su quanto questa eredità di morte ancora pesi - e ad oggi ci inquieti - spinge, in qualche modo, ad un’inconsapevole (e tormentante) richiesta di riparazione. Il desiderio di contrastare il sentimento dell’inconcepibile battezza forse un’inconfessata   necessità di risarcimento.

Come il marito, l’autrice ha subito indirettamente questa vicenda e, nel tentativo di dominarla, entrambi, come ricercatori e storici, le hanno consacrato una gran parte del loro lavoro.

Dunque accanto alle domande di Mathilde, la figlia, trova sommesso spazio il dolore di    Annette, la madre, che a sua volta non riesce a lenire i propri dolorosi interrogativi.

Perché è mancata una qualche forma di lotta, perché non c’è stata ribellione, perché gli ebrei si sono lasciati prendere e non hanno opposto resistenza, incamminandosi invece come pecore al macello?
Non sapevano quanto era stato deciso per loro, non sapevano quale ingranaggio si fosse messo in moto, né quale potesse essere l’esito finale.
Non potevano dubitare o avanzare supposizioni: la mostruosità di quelle ipotesi sarebbe stata incredibile, li avrebbe fatti inorridire.
Giorno dopo giorno, senza informazioni, senza giornali e senza radio, in balia delle voci più contraddittorie, gli ebrei dovevano immaginare l’alba di un mattino come tutti gli altri.

E gli altri intorno a loro?

Chi tace davanti ad un omicidio ne diventa complice, e chi non condanna approva, ma una forma di eroismo è quella di   donne e uomini che hanno aiutato gli ebrei a fuggire, a salvarsi, o anche solo hanno loro offerto un rifugio. Semplicemente donne e uomini, però capaci di compiere il loro dovere di esseri umani in tempi inumani.

Il mondo ha finalmente cominciato a prendere atto dell’esistenza di una guerra, duplice, quando le truppe alleate hanno visto nei lager uomini e donne, sopravvissuti dentro scheletri, con gli occhi che erano affondati dentro l’orrore subito.

L’Olocausto che Annette Wieviorka narra alla propria figlia diventa più di un racconto, è il lascito di una studiosa e di una storica sull’avvenimento più europeo del Novecento, forte l’autrice della consapevolezza che i suoi figli ed i nipoti e le generazioni che verranno avranno sempre diritto a fare domande e noi il dovere di aver saputo trovare delle risposte.

I tuoi bisnonni hanno la tomba scavata nel cielo, non dimentica di ricordare Annette alla figlia.


   Rita Farneti


Indice Riflessioni al Femminile


Bibliografia

Auschwitz spiegato a mia figlia è un testo di Annette Wieviorka con la postfazione di Amos Luzzatto. Pubblicato a Torino dalla Einaudi. La prima edizione è del 1999, la seconda del 2014.  La traduzione del testo è ad opera di Eliana Vicari Fabris.


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