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Riflessioni Sociologiche

Riflessioni Sociologiche

di Ercole Giap Parini

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La fuga dei rifugiati fra autonomia e politiche di sfruttamento.

Alcune riflessioni a partire dai fatti di Rosarno.
Di Mariafrancesca D'Agostino.   Luglio 2010
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Eccedenze umanitarie

 

La letteratura più attenta, nell’interrogarsi sulle cause che possono spiegare questo processo di radicale irrigidimento delle politiche nazionali e internazionali d’asilo, tende ad evidenziare come il superamento del paradigma fordista in favore di assetti economici basati sull’automazione della produzione, sulla segmentazione della forza lavoro, sulla finanziarizzazione del capitale e sull’accentuarsi della sua dimensione parassitaria, abbia determinato oltre ad un’elevata concorrenza e polarizzazione sociale, la comparsa di persone che, come i rifugiati, vengono considerate non più integrabili dal capitale globale (Bauman 1998).
In particolare, per questi studiosi, le misure restrittive che oggi regolano il funzionamento del sistema internazionale d’asilo, sono determinate dal fatto che i diritti di cui i rifugiati godevano nel passato vengano percepiti come incompatibili con lo sgretolamento in atto del vecchio stato sociale, ed essi entrano soprattutto in contraddizione  con la previsione di modelli migratori improntati alla qualità e al just-in-time, tali da condurre al rimpatrio non appena il lavoro viene meno. Come nota Annamaria Vitale, da quando si dà preminenza a questo schema, gli stati si sono dovuti porre infatti il problema di ridurre l’impatto potenzialmente sovversivo dei nuovi conflitti globali e dei fenomeni di esodo in massa che essi inevitabilmente producono, sulla divisione internazionale del lavoro. E’ questa sfida, secondo la studiosa calabrese, che i paesi più ricchi tentano appunto di gestire delineando un regime sovranazionale d’asilo che mentre scinde in maniera netta le cause economiche da quelle non economiche dell’emigrazione, interviene laddove si determinano i flussi, segregando i rifugiati in campi di confinamento umanitario nettamente sottratti al controllo democratico delle popolazioni mondiali (Vitale 2005).
A questo proposito è opportuno sottolineare che sebbene il dispositivo del campo non costituisca una novità di questa fase storica, l’uso che oggi se ne fa rimanda ad un fenomeno di gran lunga più esteso, visibile all’interno dei paesi democratici ed in quelli autoritari, in paesi più o meno sviluppati, e che tende soprattutto a diffondersi in luoghi insicuri e depressi, spesso adiacenti alle zone di conflitto e ai territori di origine dei rifugiati (Rigo 2007). Come nota Federico Rahola nel suo Zone definitivamente temporanee (2003), l’attuale funzionamento dei campi si sta inoltre riorganizzando attorno ad una razionalità biopolitica post-disciplinare, differente cioè rispetto a quella che regolò l’integrazione locale dei rifugiati nel periodo della decolonizzazione. Considerato che, allora, i campi erano prevalentemente gestiti dagli stessi sfollati e che l’esilio veniva presentato loro come un’occasione di crescita e emancipazione sociale (Van Aken 2005). Al contrario, i campi dell’attualità si atteggiano come tecnologie di potere pensate per governare la questione dei rifugiati attraverso pratiche standardizzate d’assistenza che continuino a collocare le popolazioni sfollate all’interno di un “ordine vittimale” la cui dimensione temporale ora, però, è soltanto transitoria. L’enfasi che una volta cadeva sulla sacralità del diritto d’asilo si è infatti spostata altrove. La priorità di fondo che esprime la narrazione dominante sui rifugiati pone la sola necessità di sfruttare le maggiori opportunità di cooperazione dischiuse dalla fine del bipolarismo per realizzare “un approccio proattivo, finalizzato al rimpatrio”, in grado di intervenire laddove si determinano i flussi, e cioè sulle stesse cause che ne stanno a fondamento. E’ questa falsa convinzione sulla capacità che la comunità internazionale oggi avrebbe di garantire il diritto al ritorno dei rifugiati, a legittimare appunto il passaggio da pratiche di cura tese a promuoverne l’integrazione locale, ad operazioni di confinamento forzato che, durante tutto il tempo dell’emergenza, sospendono invece i loro diritti, eccetto quelli che non siano direttamente legati all’azione degli agenti umanitari. Nessuno più considera il fatto che i rifugiati spesso provengono da società che non danno sufficienti speranze di pace, benché le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan dimostrino come interventi umanitari giudicati in principio temporanei già in molti casi abbiano dovuto reiterarsi di anno in anno. Con l’inevitabile conseguenza, anche per Zygmunt Bauman, di istituzionalizzare nei campi profughi pericolosi stati di subalternità giuridica e di dipendenza economica, che lasciano i rifugiati senza alcuna prospettiva realistica di inserimento all’interno di un nuovo corpo sociale (Bauman 2005, p. 97).
I campi umanitari che affollano il nostro presente costituiscono insomma l’esempio emblematico della messa in opera di una razionalità di tipo “attuariale” (De Giorgi 2002), non più interessata a trasformare gli individui in corpi docili da funzionalizzare alle esigenze della modernizzazione e del capitalismo fordista, ma il cui unico scopo diventa quello di “eliminare” le risorse umane che, come succede nel caso dei rifugiati politici, il capitalismo considera in esubero e dannose per lo sviluppo:
 
«Si tratta di un eccesso che più configurarsi come una nuova esclusione sociale, come nuova forma di marginalità “globale” da governare con ogni mezzo (e in vista di un possibile reinserimento nel ciclo economico prima che nella vita politica), assume il carattere strutturale di un surplus sempre più difficile da (ri)territorializzare e da riciclare produttivamente, nei confronti del quale si impone solo una generica e indefinita esigenza di controllo, possibilmente a distanza, cui si associa un indeclinato ed evanescente diritto alla sopravvivenza, per lo più confinato» (Rahola 2003, p. 106).

 

 

Strategie di fuga e politiche di sfruttamento. Il caso italiano

 

Gli argomenti sviluppati nel paragrafo precedente mettono in luce l’importanza di ricondurre gli sconvolgimenti che stanno investendo il sistema internazionale d’asilo nel quadro delle trasformazioni apportate dalla ristrutturazione neoliberista sul funzionamento dei mercati e della cittadinanza sociale. Tuttavia, quando gli effetti securitari associati a questo processo vengono continuamente sintetizzati facendo riferimento all’immagine stereotipata dei rifugiati reclusi nei campi (Marchetti 2006), vi è il rischio di non fornire gli attrezzi teorici invece necessari per spiegare le dinamiche che caratterizzano l’inserimento dei tanti profughi che, oggi, vivono al di fuori di questi insediamenti umanitari e lontano dai loro paesi.
Se per esempio volgiamo lo sguardo all’Europa, vedremo che anche le più recenti statistiche ACNUR dimostrano come nel corso del 2009 il numero delle domande d’asilo è rimasto stabile, ed anzi, esso ha subito in alcuni stati membri un lieve aumento (UNHCR 2010) (1). Un riscontro, questo, che dà appunto ragione a chi sostiene che i rifugiati, come le altre tipologie di migranti, fanno inesorabilmente parte di un tempo in cui quegli stessi processi di delocalizzazione dei modelli di produzione, di informatizzazione e accelerazione delle comunicazioni alimentati dall’integrazione dei mercati a livello mondiale, seppure giustamente indicati fra le cause che hanno condotto all’inasprimento dei controlli di frontiera, hanno in realtà finito per consolidare network e traffici di persone capaci di collegare nazioni diverse e di stabilire all’occorrenza nuove rotte migratorie (Castles e Miller 2003).
Nel caso specifico dei rifugiati, le opzioni preferite per entrare in Europa in maniera irregolare generalmente riguardano la parte più occidentale del Mediterraneo: le coste sempre permeabili dell’Italia, della Spagna, della Grecia e della Francia. In queste zone si concentra lo sguardo allarmato dei media e sempre qui si attiva una rete capillare di controlli che, mentre classifica i profughi e talvolta esegue i rimpatri, fomenta odio e diffidenza nei loro confronti.
In Italia, que (2)sti dispositivi escludenti trovano innanzitutto attuazione presso i centri governativi deputati al trattenimento dei richiedenti asilo (CARA), considerato che in questi luoghi abitualmente convivono in regime di semi-detenzione centinaia di persone, per un periodo che dura mediamente 6 mesi. La condizione di limbo che viene a determinarsi all’interno dei CARA, porta infatti a occultare le cause politiche della fuga e ad innescare nelle popolazioni locali il timore che esistano orde incontenibili di rifugiati che vanno a gravare sulle già scarse risorse economiche nazionali. O, comunque, è il regime d’internamento in sé, e la sua crescente militarizzazione, a sollecitare un nuovo “senso comune”, che generalmente si risolve in un’ondata di pregiudizi razzisti contro l’arrivo sul territorio di nuovi rifugiati e richiedenti asilo (MSF 2010).
A ciò contribuisce il fatto che anche le persone riconosciute meritevoli di protezione internazionale raramente hanno accesso all’ampia sfera di diritti civili e sociali che, in linea teorica, spetterebbe loro (ICS 2005). Basti pensare che, in Italia, i posti disponibili nelle strutture governative di primo intervento sono il doppio rispetto a quelli offerti dal sistema SPRAR, il quale è stato tuttavia istituito dalla legge n. 189/2002 proprio per assicurare l’integrazione sistemica dei beneficiari di protezione internazionale nella fase della seconda accoglienza (3). D’altra parte, lo stesso Rapporto Annuale sul funzionamento del sistema SPRAR rileva una fitta serie di carenze, soprattutto dovute ai lunghi periodi di trattenimento dei richiedenti asilo all’interno dei CARA; alla programmazione solo biennale degli interventi; alla limitatezza dei finanziamenti ministeriali; alla eterogeneità dei progetti territoriali; nonché alla predominanza di servizi di assistenza sociale e sanitaria, piuttosto che di interventi più specificamente mirati all’inserimento lavorativo e abitativo dei titolari di protezione, capaci di promuoverne l’autosufficienza (Servizio Centrale 2008).
Il Rapporto Annuale redatto dal Servizio Centrale dello SPRAR chiarisce insomma come sia ancora lunga la strada da percorrere affinché in Italia possa venire a costituirsi un sistema efficiente d’asilo. Esso troppo poco esplora però le ragioni più profonde che stanno alla base di questa mancanza, accontentandosi di fornire risposte piuttosto semplicistiche, che inducono a collegare le inefficienze italiane alla giovane esperienza che questo paese ha in materia di rifugiati. L’assenza di una riflessione più articolata fa pensare cioè ad uno “spontaneismo” nell’odio e nell’esclusione, che tuttavia non consente di spiegare alcune ripetizioni e alcune pratiche drammaticamente ricorrenti. Per esempio quella che dal 1999 ad oggi porta a favorire il trattenimento dei richiedenti asilo nei CARA, tanto da presentarsi come alternativa al sistema SPRAR, sebbene questa scelta si riveli di gran lunga più onerosa per lo stato italiano e nonostante comporti conseguenze assai gravose in termini di inferiorizzazione e ripulsa presso i rifugiati.
Ma, soprattutto, non ci si può accontentare di giustificare l’incapacità italiana di prendere adeguatamente in conto le istanze e i bisogni dei rifugiati, di fronte alle denunce che essi da anni instancabilmente portano avanti contro l’illegittimità delle sue pratiche di respingimento in mare, contro l’attuazione di forme di welfare paternalistiche che generano passività e dipendenza, e in merito alle conseguenze prodotte dall’entrata in vigore del Regolamento CE 343/03 Dublino II sui criteri e i meccanismi di selezione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo, laddove esso prescrive che i beneficiari di protezione risiedano nel paese comunitario di primo arrivo (D’Agostino 2007).
Il Sistema Dublino, infatti, nel negare ai rifugiati l’opportunità di stabilirsi dove per esempio conoscono la lingua locale, e nel privarli soprattutto della libertà di vivere in paesi in cui potrebbero contare sull’appoggio di amici e conoscenti precedentemente espatriati, disconosce l’importanza di queste due variabili nell’assecondare l’adattamento degli stranieri sul territorio, benché la ricerca sociologia ne sottolinei da tempo il ruolo fondamentale (Zincone 2000). Il che appare chiaramente paradossale, a meno che non si ammetta l’ipotesi di un regime d’asilo deliberatamente finalizzato all’esclusione. Di un regime che, sia a livello periferico che comunitario, finge di non riconoscere le reali dinamiche che favoriscono l’integrazione dei rifugiati, così fondando le condizioni per cui un vasto numero di persone rimanga assoggettato nei propri paesi di arrivo a posizioni socio-economiche caratterizzate da forte debolezza e ricattabilità. Tenuto conto peraltro che per i richiedenti asilo politico e i rifugiati, è già più difficile passare dai gradini più bassi del mercato del lavoro ad impieghi meglio retribuiti poiché anche quando esistano delle buone competenze, molti sono gli ostacoli che essi devono affrontare per esibire certificazioni del loro paese di origine relative alle esperienze lavorative maturate prima della fuga.
Certamente anche i migranti forzati possono ignorare il Sistema Dublino e scegliersi il paese in cui vivere da irregolari. Ma essendo nel loro caso il tema del ritorno più complesso che altrove, essi tendono nella maggior parte dei casi a sistemarsi in quei paesi che maggiormente li garantiscono dal subire l’eventualità di un rimpatrio forzato. Nel momento in cui ci si sforzi di appurare gli elementi che rendono ancora tipica l’esperienza migratoria quando comporti la perdita violenta della propria casa e del proprio diritto alla libertà del ritorno, ci si accorge infatti che il desiderio di mimetizzarsi e di vivere in maniera clandestina è profondamente scosso da questi eventi. In particolare, questo tipo di analisi riesce ad evidenziare come coloro i quali siano stati testimoni di atroci guerre e conflitti rimangono per molto tempo in balia di stati d’ansia e timori che invadono tutti i momenti dell’esperienza quotidiana, che compromettono la loro capacità di progettare il futuro, e che soprattutto li spingono a decisioni economiche poco razionali (D’Agostino 2009). Una considerazione, questa, che certamente non vuole negare il carattere sempre più autonomo che anche la migrazione dei rifugiati assume nell’epoca della globalizzazione (Mezzadra 2001), ma che più semplicemente chiede di non sminuire gli effetti destabilizzanti che si determinano in presenza di circostanze espulsive particolarmente violente e costrittive (Parini 2005). Soprattutto, il fatto di mettere in rilievo le specificità soggettive dei rifugiati non porta a sottovalutare le diverse misure che i governi oggi stanno attuando affinché essi vivano nei loro paesi di arrivo stati di subalternità giuridica e sfruttamento analoghi a quelli ricorrenti nel caso dei migranti meno qualificati. La sfida che piuttosto si pone, è quella di decifrare in quale maniera queste specificità vengono colonizzate e organizzate negli attuali processi di governance,per realizzare una grandissima quantità di modelli di membership e di reclutamento sul lavoro.
A ben vedere, infatti, l’attuale sistema internazionale d’asilo non configura un vero e proprio “sistema di non-accesso”, come invece spesso si dice. Piuttosto si tratta di un “edificio a più piani” che nei campi interviene sul bisogno di sicurezza espresso dai rifugiati mediante pratiche di cura e controllo che ne acuiscono la vulnerabilità, mentre al di fuori dei campi esso agisce su queste fragilità per costringere i rifugiati ad inserirsi nei gradini più bassi del mercato del lavoro, erodendo le scarse chance che essi già hanno di pianificare un progetto migratorio coerente con il proprio profilo professionale (Sacchetto 2004, p. 60). Si tratta di un sistema fondato su pratiche di sapere/potere che cioè vittimizzano i rifugiati finché essi accettino di porsi nella condizione di deboli proni a ricevere il dono, e che invece li trasformano in “pericolosi criminali”, compromettendone l’inserimento futuro, ove rivendichino il proprio diritto alla fuga e a mettere in mostra una delle patologie più nascoste della modernità: quella di chi avverte un forte senso di appartenenza, ma uno stato presso cui tornare non ce l’ha.
E’ proprio questa persistente condizione di precarietà che i rifugiati tendono ad evidenziare nelle loro interviste rilasciate dentro o al di fuori dei campi, soprattutto quando dopo anni di esilio si accorgono che neppure lavorando duramente riescono a migliorare le condizioni complessive della propria esistenza. Questa drammatica assenza di prospettive future, per esempio, bene emerge dalle parole di un rifugiato della Guinea che, dopo la fuga da Rosarno, si è ritrovato a mendicare un pasto nello stesso centro d’accoglienza presso il quale, 3 anni prima, cominciava la sua nuova vita in Italia:

 

«Ora siamo qui senza sapere come fare a ricominciare. Non abbiamo il coraggio di chiamare le nostre mogli. Non capirebbero: nel nostro Paese abbiamo rischiato di essere uccisi per un ideale. Sei disposto a giocarti la vita per provare a dare un futuro libero ai tuoi figli. Ma così non ha senso. Come spiegare loro che ci hanno sparato e cacciato da una terra che ci sfruttava, nel Paese che ci ha concesso protezione?» (Riportato in Parisi 2010, p. 3)

 

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Altre Riflessioni Sociologiche

 

NOTE
1) Solo in Italia vi è stata una riduzione di circa il 50%, ma questa situazione è chiaramente attribuibile alle politiche di respingimento in mare e agli accordi con la Libia che il governo Berlusconi ha attuato a partire dal maggio del 2009.

2) I CARA sono strutture istituite nel 2008, dove il richiedente asilo soggiorna, con la libertà di uscire dalla struttura nelle ore diurne, in attesa di essere identificato e di accedere alla procedura di riconoscimento dello status di rifugiato.

3) Il sistema SPRAR nasce, più specificamente, per garantire l’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale attraverso una rete di progetti ed interventi che fanno capo agli enti locali, e il cui obiettivo dovrebbe essere appunto quello di superare «la sola predisposizione di vitto e alloggio,prevedendo in modo complementare anche misure di orientamento legale e sociale, nonché la più articolata costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico» (Caritas 2009, p. 503).


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