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L'esperienza del non sè (il trascendimento dell'Io)

di Bernadette Roberts - Ed. Astrolabio-Ubaldini

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Nota:  Bernadette Roberts usa il termine "sé" per indicare l'ego, l'io psicologico.

 

Le settimane seguenti le trascorsi quasi sempre fuori di casa. La vita in casa era divenuta quasi intollerabile: ora era così monotona, spenta e priva di energie personali che tutto quanto riuscivo a fare era sbrigare le indispensabili faccende domestiche, nient’altro. Mentre all’aperto, dovunque fossi, la vita scorreva piena di pace, dimentica, inconoscibile: ed era lì che io dovevo stare. Così vagabondai per le colline, le rive del fiume e la spiaggia, semplicemente guardando, osservando, stando lì.
Sebbene avessi guardato e osservato per tutta la vita, questa volta era diverso, perché non riuscivo a trovare negli alberi, nei fiori di campo o nell’acqua più vita di quanta ne trovassi in me stessa; eppure tutt’intorno c’era vita. È strano come la mente voglia localizzare e definire in dettaglio questa cosa inconoscibile chiamata vita, e quando ha soddisfatto le sue domande si lasci accecare dalla conoscenza e si tagli fuori per sempre dall’unica vera sicurezza che possiede… o questo è quanto avrei presto appreso. Per il momento, tuttavia, io ero alla ricerca di questa sicurezza e non riuscivo a trovarla. Quantunque ogni cosa sembrasse vuota come ero io stessa, sapevo che da qualche parte in natura c’era la vita, e per il momento volevo soltanto essere là e farne parte.
Su una scogliera sul mare, prospiciente un’insenatura rocciosa dove spesso sonnecchiavano le foche, c’era un cipresso nodoso e battuto dal vento, uno dei miei posti favoriti… fino al giorno in cui la guardia forestale mi disse di andarmene per non contribuire all’erosione del suolo. Fra le radici contorte, che impedivano ogni altra vegetazione, c’era un posto in cui sedere senza schiacciare un solo soffione né disturbare la variegata flora che rendeva la scogliera così pittoresca.
Fu qui che la natura mi cedette finalmente il suo segreto, in un semplice momento senza tempo in cui scorsi la chiave di tutto. Non era Dio, ovvero la vita, a essere nelle cose. Era esattamene l’opposto:le cose, ogni cosa, erano in Dio. E noi non eravamo in Dio come gocce d’acqua, che possono separarsi dal mare, ma piuttosto come… beh, l’unico paragone che mi venisse in mente era quello di quando si tira un pizzico a un palloncino: se pizzichi un punto e cerchi di staccarlo, scoppia tutto. L’operazione è impossibile. Non si può dividere una cosa da Dio, perché non appena si lascia andare il concetto di divisione ogni cosa ricade nella totalità di Dio e della vita.
Ma vedere che questo principio è in atto non è lo stesso che spiegarlo. Una cosa è certa: fintanto che restiamo prigionieri delle parole, delle definizioni e di tutto ciò a cui di regola si attacca la mente, non potremo mai vedere la realtà. E fintanto che non riusciremo a superare i nostri concetti sulla vera natura della vita, non potremo renderci conto di quanto in realtà siamo totalmente al sicuro e di come tutta la lotta per la sopravvivenza e la sicurezza individuale sia un assoluto spreco di energia.
Questa intuizione comportò una nuova apertura. Cominciai a vedere le cose diversamente e, soprattutto, smisi di andare di qua e di là in cerca della vita: è chiaro che la vita è ovunque; noi siamo in essa ed essa è tutto ciò che è.
Oggi, riconsiderando gli eventi, mi piace ricordare una particolare lezione appresa nel corso del viaggio. Ho imparato infatti che non basta una sola intuizione a produrre un reale cambiamento. Col tempo, ogni intuizione o illuminazione riesce a filtrare nel nostro schema di riferimento abituale, e una volta che l’abbiamo integrata essa si perde nel contesto della mente: la mente che tende per sua natura a corrompere qualsiasi illuminazione. Il segreto perché un’illuminazione diventi un modo permanente di conoscere e di vedere è nel non manipolarla, non attaccarsi ad essa, non farne un dogma, e neppure ragionarci su. Le intuizioni vanno e vengono, ma perché rimangano dobbiamo fluire con esse; diversamente, nessun cambiamento è possibile. E un errore pensare che, dal momento che ci è stata tirata la palla, sappiamo in che direzione correre. Forse le nostre più grandi intuizioni si perdono in questo modo: noi le caliamo nei nostri soliti schemi mentali e le blocchiamo lì. Ma se quando arriva la palla siamo realmente pronti, il puro e semplice slancio ci solleverà e ci deporrà sulla corrente, dovunque questa stia andando. Se io ho passato quello che ho passato, è stato solo perché dovevo apprenderlo con le maniere forti, dato che quando i pezzi non combaciavano o quando un’intuizione non si adattava ai miei schemi mentali, io entravo totalmente in crisi. Avrei potuto risparmiarmi un sacco di guai se non mi fossi affannata a rincorrere e voler risolvere i miei insolubili quesiti.
Un esempio di che cosa vuol dire imparare con le maniere forti mi capitò a questo punto, con lo svanire di ogni senso del possesso di una vita individuale, per cui fui costretta a cercare la vita al mio esterno. Erano ormai più o meno cinquant’anni che vivevo sentendo la vita al mio interno, così che il periodo era molto difficile: un periodo di transizione e di adattamento, senza la possibilità di vedere davanti o di comprendere cos’era accaduto. Tuttavia feci del mio meglio, e poiché era abituata a fare la comunione ogni giorno, pensai che avrebbe potuto essermi d’aiuto portare sempre con me l’Eucaristia, in un medaglione che avevo appeso al collo. In seguito alla scomparsa della vita interiore, la normale pratica dell’Eucaristia non aveva più su di me alcun effetto. Mentre in passato mi capitava di venire risucchiata nel suo misterioso silenzio, ora non si verificava più niente del genere; se mai, c’era troppo silenzio. Perciò, visto che l’Eucaristia non riusciva più a restituirmi il senso di una vita interiore, sentendomi doppiamente perduta, decisi che potevo almeno portare l’ostia con me nella mia ricerca di Dio all’esterno.


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