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Messaggio per un'aquila che si crede un pollo

Di Anthony De Mello

Da Messaggio per un'aquila che si crede un pollo, PIEMME Editore

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L’”io” è qualcosa di diverso e di più, rispetto al corpo. Forse si potrebbe dire che il corpo fa parte dell’”io”, ma è una parte che varia. Continua a muoversi, a cambiare. Usiamo lo stesso nome per definirlo, ma cambia continuamente. Proprio come chiamiamo cascate del Niagara le cascate del Niagara, pur essendo costituite queste da acqua che cambia continuamente. Usiamo lo steso nome per una realtà in continua evoluzione. 
E il mio nome? E’ forse ”io” il mio nome? Evidentemente no, perché posso cambiare il mio nome senza cambiare l’”io”. E la mia carriera? E le mie convinzioni? Dico che sono un cattolico, un ebreo – è forse questa parte essenziale dell’”io”? Quando passo da una religione all’altra, l’”io” è cambiato? Ho un “io” diverso o è lo stesso “io” che è cambiato? In altre parole, il mio nome è parte essenziale di me, dell’”io”? 
[...] 
Le etichette sono davvero importanti per noi. “Sono repubblicano” diciamo. Ma lo siamo davvero? Non si può certo affermare che, quando si cambia partito, si cambi anche l’”io”. Non è forse il solito vecchio “io”, con delle nuove convinzioni politiche? 
[...]. 
Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri. Identifichiamo le etichette con l’”io”. Cattolico e protestante sono etichette molto frequenti. 
Un tizio andò da un prete e gli chiese: “Padre, voglio che celebri una messa per il mio cane”. 
Il prete s’indignò. “Cosa intendi dire con questo?”. 
“Si tratta del mio cagnolino”, rispose l’uomo. “Amavo quel cane e vorrei celebrasse una messa in suo ricordo”. 
Il prete disse: “Qui non celebriamo messe per dei cani. Forse può provare alla congregazione che c’è più avanti, su questa via. Chieda a loro se sono disposti a farlo”. 
Uscendo, l’uomo disse al prete: ”Peccato. Amavo moltissimo quel cane. Avevo pensato di offrire una prebenda di un milione di dollari per la messa” 
E il prete: “Aspetti un attimo, non mi aveva detto che il suo cane era cattolico”. 

Quando si è intrappolati dalle etichette, che valore hanno queste etichette in relazione all’”io”? Potremmo dire che l’”io” non è rappresentato da alcuna delle etichette che noi gli attribuiamo? Le etichette appartengono al “me”. Quello che cambia continuamente è il “me”. L’”io” cambia? L’osservatore cambia? 
Il fatto è che, quale che siano le etichette che vi vengono in mente (eccetto, forse, quella di essere umano), le dovreste applicare al “me”. L’”io” non è niente di tutto questo. 
Dunque, quando uscite da voi stessi e osservate il “me”, non vi identificate più con il “me”. La sofferenza esiste dentro il “me”, e così, quando identificate l’”io” e il “me”, inizia la sofferenza. 
Poniamo che abbiate paura, o un desiderio, o delle ansie. Quando l’”io” non si identifica con il denaro, o il nome, o la nazionalità, o le persone, o gli amici, o qualsiasi qualità, l’”io” non è mai minacciato. Può essere molto attivo, ma non è minacciato.[...] in qualche modo, avete detto a voi stessi: “Il benessere dell’”io”, quasi l’esistenza stessa dell’”io” sono legati a quel desiderio”. La sofferenza è dovuta unicamente alla mia identificazione con qualcosa, che sia al mio interno o al mio esterno…quando entrano in gioco i sentimenti negativi, si perde la testa. Entra in scena il “me”, e rovina tutto. Dove prima c’era un problema da risolvere, adesso ce ne sono due. 
[...] 
Quello che uccide la sensibilità ciò che molti chiamerebbero il sé condizionato: quando ci si identifica a tal punto con il “me” che l’eccesso di “me” impedisce di vedere le cose in modo oggettivo, con distacco. 
E’ molto importante che, quando si entra in azione, si sia in grado di vedere le cose con distacco. Ma le mozioni negative impediscono di avere un atteggiamento di questo tipo [...]. Il dolore è il sintomo del fatto che ho condizionato la mia felicità a questa cosa o a questa persona, almeno fino a un certo punto. Siamo talmente abituati a sentirci dire il contrario che ciò che affermo appare disumano, non è vero? 
Sta di fatto però che è quanto ci hanno detto tutti i mistici in passato. Non sto affermando che il “me”, il sé condizionato, non ricada talvolta nei propri schemi usuali. E’ il modo in cui siamo stati condizionati. La domanda è però se sia concepibile vivere una vita in cui si sarebbe così totalmente soli da non dipendere da nessuno. 
Tutti noi dipendiamo gli uni dagli altri per ogni genere di cose, non è vero? Dipendiamo dal macellaio, dal fornaio, dal fabbricante di candele. Interdipendenza. Benissimo! Abbiamo organizzato la società in questo modo e assegniamo funzioni diverse a persone diverse per il benessere di ciascuno, così da funzionare meglio e vivere in modo più efficiente – o almeno speriamo sia così. Ma dipendere da un altro psicologicamente - dipendere da un altro emotivamente – cosa comporta? Significa dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità. 
Pensateci sopra. Perché se lo fate, la prossima cosa che farete, ne siate coscienti o meno, sarà esigere che altre persone contribuiscano alla vostra felicità. Poi ci sarà un ulteriore gradino – paura, paura della perdita, paura dell’alienazione, paura di essere respinti, controllo reciproco.

 

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