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L'esperienza interiore dell'Unità della Vita tra sapere mistico e scientifico e il contributo metodologico dell'Opera di O. M. Aïvanhov

Di Bruno E. G. Fuoco - Settembre 2017
Da: La via luminosa nella vita quotidiana secondo l'opera di Omraam Mikhaël Aïvanhov, Stella Mattutina Edizioni, 2017

 

 

1. Molte volte coloro che si soffermano sul pensiero di Aïvanhov sono attratti emotivamente – e ciò è naturale – dalla prospettiva mistica. In questa prospettiva rivestono particolare rilevanza sia la biografia con i suoi eventi peculiari, sia le conferenze concernenti argomenti facenti parte, per tradizione, delle materie spirituali.

Ma questa prospettiva, certamente corretta, può anche presentare, se è racchiusa in ambito emotivo, alcuni inconvenienti e cioè quello di porre in secondo piano il contenuto reale di un pensatore e, nel nostro caso, il sistema filosofico e pedagogico proposto dallo stesso Aïvanhov. Le prospettive “emotive” sono in effetti le più facili ad avviarsi ma sono, forse, nel contempo, le meno costruttive.

A noi preme, infatti, porre in luce che l’obiettivo dei Mistici non è quello di attirare l’attenzione sulla loro persona – aspettativa questa forse frutto della proiezione dei nostri bisogni personali –, ma quello di:

    • partecipare al mondo il percorso di vita vissuta, rendendolo comprensibile e apprendibile;

    • oggettivare quanto più possibile la loro esperienza di vita in modo da poter essere di aiuto a un maggiore numero di persone, offrendo all’umanità una cultura che possa favorire il percorso evolutivo che loro stessi hanno saggiato e sperimentato nel corso della loro Vita.

Nell’ambito di questo “Sapere” disinteressato, destinato alla collettività, si colloca l’Insegnamento di Aïvanhov e in particolare quella che noi possiamo chiamare, ai soli fini di chiarezza espositiva, la “filosofia e la pedagogia per la formazione della coscienza dell’Unità e di fraternità”1.

 

2. Ha scritto un sociologo che il mistico percepisce che «tutto si riduce a unità ed è mirabilmente legato, che c’è armonia tra ogni parte del mondo esterno e l’esperienza interiore […] questa armonia è l’intuizione che l’uno prevale sul due, che l’unità interiore e di tutto il Cosmo supera dualismi e divisioni»2. Questa percezione di Unità non si esaurisce in una prospettiva concettuale, ma tocca integralmente la sfera della vita vissuta. Chi ha attitudini mistiche percepisce dentro di sé il senso di Unità e ciò ha conseguenze naturali sul suo modo di pensare e di vivere. Se consultiamo una autorevole enciclopedia apprendiamo che la parola “mistica” denota un atteggiamento spirituale in relazione pienamente armonica con la realtà del Divino «inteso diversamente nell’ambito delle differenti esperienze mistiche», e che si manifesta in aspetti non solo “speculativi”, ma anche “etico-pratici”2.

Ma quali contenuti esprime la coscienza di Unità? La coscienza del senso di Unità è cosi definita da Aïvanhov: «L’essere umano si definisce tale per il fatto che possiede una coscienza, ma questa coscienza compare veramente solo quando si risveglia in lui la sensibilità ai concetti di collettività e di universalità. Questa facoltà gli permette di entrare nell’anima e nel cuore degli altri a tal punto che quando gli capita di farli soffrire, prova egli stesso il dolore che infligge loro. Egli comprende che tutto ciò che fa agli altri, sia il bene che il male, è a se stesso che lo fa. Certo, apparentemente ogni essere è isolato, separato dagli altri; ma la realtà è che una parte di noi stessi è legata alla collettività e vive in tutte le creature, in tutto il Cosmo. Se in voi questa coscienza collettiva è risvegliata, sentirete, nelle relazioni con gli altri, che i vostri pensieri, i vostri sentimenti, le vostre parole, i vostri atti tutto ritorna a voi come un’eco, poiché il vostro essere, che si estende in tutto l’Universo, è divenuto un’entità collettiva. Ed è questa, veramente, la fratellanza»3.
Ma, l’attitudine mistica dalla quale discendono fraternità, gioia, entusiasmo e comportamenti virtuosi anche sul piano civico e sociale, è frutto di una illuminazione improvvisa, di una qualità posseduta fin dalla nascita, oppure, può essere maturata anche a seguito di un percorso di vita? Cioè, il sapere di chi vive con attitudini mistiche è ineffabile e intrasmissibile?

 

3. La scienza ha assottigliato i confini tra il “sapere mistico” e il sapere ordinario e scientifico. Questo lo sottolineano anche due autorevoli scienziati i quali ci spiegano che il senso di unità percepito dal Mistico «è pienamente confermato dalla comprensione della realtà nella scienza contemporanea […]

Vi sono numerose somiglianze fra la visione del mondo dei mistici, sia orientali che occidentali, e la concezione sistemica della natura che si sta sviluppando in numerose discipline scientifiche. La consapevolezza di essere connessi con tutta la natura […] relazione e interdipendenza sono concetti fondamentali. Quando guardiamo il mondo che ci circonda, scopriamo che non siamo gettati nel caos e nella casualità, ma che siamo parte di un grande ordine […]. Ogni molecola nel nostro corpo è stata parte precedentemente di altri corpi-viventi o non viventi, e sarà parte di altri corpi in futuro; condividiamo con il resto del mondo vivente non solo le molecole della vita, ma anche i principi di organizzazione di base. E poiché anche la nostra mente è incarnata, i nostri concetti e le nostre metafore sono incarnati nella rete della vita insieme con i nostri corpi e i nostri cervelli.

Certamente, apparteniamo all’universo, e questa esperienza di appartenenza può rendere la nostra vita profondamente significativa»4.

Gli studiosi da tempo hanno già avviato le ricerche sui neuroni grazie ai quali ciascun uomo possiede: la «capacità di immergersi nella meditazione, fino al punto di pensare di essere in un altro mondo e non rendersi conto del tempo che passa; la disponibilità a sacrificarsi per un ideale; la sensazione di far parte di un tutto; la fede nel trascendente […] tutti questi comportamenti e queste esperienze hanno la loro origine a livello cerebrale, ma lo studio empirico del loro substrato neuronale è sempre stato problematico […]. L’auto-trascendenza riflette una riduzione del senso di sé a favore della capacità di identificarsi come parte integrante dell’universo come un tutto»5.

Ha osservato uno scienziato che «le esperienze mistiche sono incredibilmente comuni. L’unità di ricerca dell’esperienza religiosa dell’Università di Oxford, fondata nel 1963, dal biologo Alister Hardy ha scoperto che migliaia di persone in Inghilterra avevano la sensazione di essere in contatto con un Essere più grande e le esperienze mistiche avevano cambiato la vita della maggior parte di queste persone»6.

Peraltro, anche dal punto di vista medico si è rilevato che «lo studio attento dei racconti dei mistici ha convinto seriamente un gruppo di neurologi che in questi racconti vengono descritte esperienze “reali”, percepite realmente da chi le vive, simili in tutti coloro che le hanno vissute, indipendentemente dalle epoche, dalla cultura di appartenenza e persino dalla religione. Si può affermare che il cervello umano è capace di provare beatitudine, estasi, rapimento e senso di comunione con l’Assoluto e con gli altri esseri creati, e che la persona umana può arrivare a sperimentare uno stato emotivo e di consapevolezza che descrive come “sentirsi amata da Dio”. Sono stati eseguiti numerosi studi rigorosi che hanno analizzato cosa accade nell’organismo e nel cervello quando si prega profondamente o si medita e cosa accade in un soggetto che sta vivendo uno stato d’estasi e possono essere descritti ormai in dettaglio i circuiti cerebrali che vengono attivati e quelli invece che vengono bloccati durante l’esperienza di trascendenza, così come le variazioni del respiro, della frequenza cardiaca e del metabolismo»7.

In questo rinnovato contesto culturale e scientifico si comprende non solo la vantaggiosità ma anche la fattibilità di una cultura che aiuti a sviluppare dentro di sé la percezione dell’Unità, perché ciò vuol anche dire percepire gli interessi della collettività, assumere comportamenti più cooperativi, empatici, pacifici e meno egocentrici nella esistenza quotidiana, e riscoprire quella nostra natura superiore che porta con sé gioia, benessere, perdono e riconciliazione, cioè fraternità, con gli eventi e le persone che incontriamo nella vita quotidiana.

Ampliare la coscienza verso l’Unità vuole anche dire, implicitamente, ampliare il proprio Sé, nel senso di manifestare il proprio Sé divino e fraterno che abita in noi.
La coscienza di Unità è la condizione fondamentale per il cambiamento umano. Questa coscienza di Unità genera l’etica della cura, in quanto è la coscienza che «chaque chose est vivante afin de la respecter, de la garder, de la protéger»8. Questa coscienza genera una filosofia di vita collaborativa e costruttiva: «c’est approfondir en soi l’esprit de construction»9. Questa coscienza di Unità, comporta, sul piano logico che la mia coscienza è aperta all’Umanità e al Cosmo intero. Solo questa coscienza può favorire la progettazione di una nuova vita anche sociale ed economica sul pianeta.

L’attitudine conflittuale, antagonista e separatista, fonte di tante sofferenze nella vita sociale, paradossalmente presente a volte anche nei movimenti spirituali, è, quindi, estranea all’attitudine mistica e alla coscienza dell’Unità. La fraternità in primis uno stato di coscienza. Infatti, l’idea di fraternità dell’Insegnamento non poggia sull’unione fisica o sulla condivisione dello stesso credo religioso, ma sull’unione interiore, cioè sul livello di coscienza maturato interiormente: «Prima di manifestarsi sul piano fisico la fratellanza deve esistere nelle nostre anime. Così si realizzerà obbligatoriamente nel mondo visibile. Io non voglio creare una fratellanza fisica poiché essa non potrà che essere superficiale. La fratellanza dovrà essere libera, slancio spontaneo di anime che si riuniscono […]. Ecco perché nella nostra fraternité tutto è basato sulla libertà»10.

La conoscenza intellettuale, libresca o meramente fideistica, non deve essere confusa con le acquisizioni della Coscienza, essendo queste ultime molto profonde e vive in noi. Grazie ad esse possiamo sentire effettivamente dentro di noi il Mondo. Le acquisizioni della coscienza toccano sia la sfera intellettuale che quella della sensazione, e sono la premessa indispensabile per la nascita di nuovi comportamenti individuali e sociali.
Il ricercatore interessato allo studio e all’acquisizione di questo Sapere, interessato cioè alla acquisizione di una coscienza più ampia ed universale e alla manifestazione di comportamenti sempre più coerenti ed autentici, può trovare nell’ampia opera di Aïvanhov, numerosi percorsi costruiti espressamente per tali finalità.
Il fatto che occorra coinvolgere la coscienza ben si spiega anche scientificamente. Osserva lo scienziato Damasio: «anche attenendosi alla semplice definizione ordinaria del vocabolario (la coscienza come consapevolezza che un organismo ha di se stesso e di ciò che lo circonda) appare più che probabile che nell’evoluzione umana la coscienza abbia potuto aprire la via verso un nuovo ordine di creazioni, che altrimenti non sarebbe stato possibile: la coscienza morale, la religione, le organizzazioni sociali e politiche, le arti, le scienze e la tecnologia […]. La coscienza è la funzione biologica critica che ci permette di conoscere il dolore o la gioia, di conoscere la sofferenza o il piacere, di sentire imbarazzo o orgoglio, di essere addolorati per un amore perduto o per una vita perduta. Che lo si provi personalmente o lo si osservi, il pathos è un sottoprodotto della coscienza, come pure il desiderio. Non conosceremmo mai alcuno di questi stati personali senza la coscienza»11. Come è stato affermato, «la volta appiattita del cielo e il centinaio di cose che vediamo sotto di essa, e fra esse il cervello, in sintesi il mondo intero, esistono per ciascuno di noi solo perché fanno parte della nostra coscienza»12. Ci ricorda lo scienziato Boncinelli che «per poter essere comunicate, e spesso anche per poter essere perfezionate, le idee devono passare per la coscienza»13. Quindi se gli stati empatici e fraterni sono da noi conoscibili tramite la nostra coscienza, non può esservi un cambiamento comportamentale civico, implicante nuovi pensieri e sentimenti, senza l’intermediazione della coscienza. Questa semplice osservazione ci aiuta a comprendere le ragioni della diffusione delle espressioni “coscienza empatica”, “coscienza fraterna”, “coscienza universale”. Non esiste una via coattiva per la società fraterna, ma una via spontanea, e quella spontanea passa per la coscienza individuale che può diventare, con il tempo, coscienza sociale. Il cambiamento, una volta affiorato come esigenza nella coscienza, diventa intenzione e motivazione nel fare cose, e poi comportamento concreto. I comportamenti umani, è bene ricordarlo, differiscono proprio a causa dei diversi valori percepiti nella coscienza individuale.
Purtroppo, l’attuale collettività non è ancora una collettività fraterna in quanto essa è soprattutto «unione di persone che possono anche non avere alcun legame fra loro. Un paese, ad esempio, o una città è sicuramente una collettività, ma le persone che vivono al suo interno forse si conoscono, si vogliono bene, lavorano coscientemente gli uni per gli altri con amore? No, la maggior parte di essi vive senza conoscere la realtà dei legami che dovrebbero unirli agli altri, perciò non costituiscono ancora una fratellanza. Una fratellanza è una collettività che possiede una coscienza estesa, i cui membri sono uniti fra di loro e lavorano non solo gli uni per gli altri, ma anche per il mondo intero. Una vera fratellanza è una collettività che possiede una coscienza universale»14.

Concretamente, questa affermazione vuole porre in evidenza che nella collettività fraterna, sul piano psichico o interiore, percepiamo gli altri non come antagonisti, ma come una sorta di prolungamento di noi stessi. In ragione di ciò, proviamo anche su di noi ciò che accade agli altri e ci sforziamo di fare solo del bene, poiché sentiamo e sappiamo che quel bene lo facciamo anche a noi stessi15.

La fraternità è qualcosa, dunque, di più di una semplice aggregazione umana. La fraternità oggi appare a molti non come una delle opzioni esperibili, ma come l’unica strada possibile anche per coloro che non hanno convincimenti spirituali. Ciò si spiega con il fatto che solo laddove vi è fraternità, come sopra intesa, non cresce il germe della separatività cioè della coscienza antagonista. La filosofia della separatività è stata portata ormai alle estreme conseguenze in tutti campi della vita, minando le basi della nostra stessa sopravvivenza. Una parte significativa della popolazione sulla Terra, secondo Tolle, «riconoscerà, se ancora non l’ha fatto, che l’umanità ora si confronta con una difficile scelta: evolvere o morire [...] la disfunzione dell’egoica mente umana, riconosciuta più di 2.500 anni fa dagli antichi maestri di saggezza e ora sempre messa in evidenza dalla scienza, sta minacciando per la prima volta la sopravvivenza del pianeta»16.

 

La coscienza di fraternità, in effetti, opera sul piano delle cause in quanto in essa non alberga il seme della guerra, dell’odio, del conflitto e dell’antagonismo. L’attitudine fraterna, proprio per la ragione anzidetta, esprime l’attitudine risolutiva in quanto essa non può produrre, non avendone ab origine i germi, conflitti e violenze. L’attitudine fraterna è l’unica attitudine che consente soluzioni sistemiche alle molteplici problematiche umane e ambientali, in quanto essa è sensibile agli interessi collettivi e non a quelli di una sola parte. L’attitudine fraterna, da non confondere con la solidarietà e la filantropia17, può produrre questi benefici in quanto opera nella logica della famiglia umana unica, nella logica cioè dell’Unità. Per tale ragione Aïvanhov focalizza i metodi di perfezionamento sull’acquisizione dello stato di coscienza, in assenza del quale non possono maturare stabili conquiste di pace.

 

5. A questo punto, se accettiamo l’idea che la fraternità è, innanzitutto, uno stato di coscienza, dobbiamo chiederci come intervenire proprio sulla nostra coscienza, ovvero, quale percorso di vita ci permette di vivere interiormente il senso di Unità e fraternità.

La coscienza non è toccata in modo apprezzabile dalle adesioni meramente intellettuali (di qualsivoglia matrice, politica, religiosa, o accademica) o emotive in quanto queste, essendo superficiali, non esprimono la nostra vera vita vissuta di cui la coscienza ci dà, invece, senza artifizi, contezza oggettiva. D’altronde, anche i tormenti e le angosce che talora possiamo avvertire tramite la coscienza non nascono direttamente dalla coscienza stessa in quanto essa funge da schermo, da specchio del nostro modo di vivere18. Se vogliamo cambiare stato di coscienza dobbiamo cambiare il film che viene proiettato sul nostro schermo, cioè dobbiamo cambiare la nostra vita vissuta26. Possiamo, dunque, agire sulla coscienza per il tramite dell’insieme dei sentimenti e dei pensieri che noi nutriamo effettivamente nei comportamenti quotidiani.

A ben vedere, la peculiarità dell’Opera di Aïvanhov non sta nel fatto di sottolineare l’importanza della coscienza ai fini del cambiamento, giacché altri pensatori, pedagogisti e spiritualisti lo hanno fatto da sempre. Ad esempio, si è rilevato che il cambiamento «non dipende dalla tecnologia, poiché la tecnologia è solo uno strumento […] se vogliamo cambiare veramente il nostro comportamento, sia come economia sia come società e cultura: è necessario un cambiamento culturale. Dobbiamo dunque cambiare la nostra coscienza, perché quando cambia la nostra visione cambiano i valori ed i comportamenti. La visione preponderante oggi è quella della separazione uno dall’altro, ma è non più supportata dalla scienza […]. Questo deve cambiare, oggi è importante avere una visione più vasta che vede noi stessi come elementi di un processo più grande, di un processo co-evolutivo. Questo cambiamento è necessario e io penso sarà decisivo nei prossimi anni. Oggi è essenziale il ruolo dell’educazione e della scuola perché la società capisca l’importanza di questo cambiamento»19.

Si è anche osservato che l’espansione della coscienza è oggi indispensabile: «il Sé si espande, accedendo a un livello più ampio e comprensivo di impegno compassionevole. Il processo dell’essere empatico estende il dominio della morale»20.

Anche Boff ha recentemente ribadito l’importanza di «ampliare il senso del Sé […]; il primo passo è provare ad allontanarsi da questo senso del sé così limitato. Il moderno pensiero occidentale ha circoscritto il “Sé” a quello che risiede entro i limiti della carne: tutto ciò che è al di fuori è il mondo esterno. Sin da piccoli impariamo a reprimere quella che si potrebbe definire “empatia cosmica” […]; attraverso un processo di progressivo torpore psichico ci isoliamo sempre più dalla comunità vivente […]; dobbiamo approfondire la nostra interiorità attraverso la partecipazione consapevole alla stessa creatività del Cosmo»21. Anche Naess sostiene la necessità di ampliare la propria consapevolezza e di collocarla in un “Sé ecologico”: «allargare il proprio senso di identificazione verso un senso più ampio del Sé. Tutti gli uomini hanno questa capacità insita nella propria natura, come altri hanno osservato comparando le diverse culture. Noi tutti abbiamo la capacità di metterci in relazione con un senso molto più vasto del Sé, che trascende l’ego, estendendo il nostro senso di identificazione oltre il solito punto focale dell’ego e andando verso una sfera più ampia di interrelazioni. Non è difficile, per noi, identificarci con gli altri esseri viventi. Possiamo veramente praticare e coltivare questa capacità. Un modo è quello di agire estendendo la nostra cura e il nostro senso»19. Questo ampliamento della coscienza è presentato da K. Wilber come nuova esperienza del Sé “Eco-noetico” grazie al quale accogliamo in noi la prospettiva globale della Terra e del Cosmo e riusciamo ad agire in coerenza con essa21. L’universo deve essere vissuto come un grande Sé, sostiene Berry.
La peculiarità dell’Opera di Aïvanhov sta nel fatto di illustrare concretamente come i singoli pensieri, sentimenti e atti, cioè come un dato modo di vivere possa arrivare a illuminare e risvegliare concretamente la sacralità dell’organismo umano, il proprio Sé divino e la consapevolezza dell’Unità della vita che circola in tutto il Cosmo. Il Suo Insegnamento si prefigge di offrire gli strumenti per intraprendere il lavoro di tessitura dei fili di questa nuova coscienza: l’Insegnamento «amplia il cerchio della coscienza fino a renderci capaci di apprezzare il valore di tutto ciò che Dio ci ha donato: il valore del corpo fisico [...], il valore dell’umiltà, della bontà, della purezza e della gentilezza, il valore del sapere, della potenza, ecco la perfezione».
Se ci focalizziamo sulla qualità della vita, su pensieri e sentimenti sacri e unificanti, la coscienza si amplia, e allora possiamo introdurvi il mondo interoperché c’è posto per tutte le creature; se, invece, ci focalizziamo sulla quantità, sovraccarichiamo il cervello con le nozioni e viviamo nel disequilibrio, nel senso di separatività e nella sofferenza psichica.
L’Opera di Aïvanhov contiene un poderoso lavoro sistematico per estensione dei temi trattati e per la ricchezza argomentativa e metodologica…

 

Bruno E. G. Fuoco

 

Bruno E. G. Fuoco, dopo aver conseguito con il massimo dei voti la Laurea in Giurisprudenza all’Università di Roma, ha perfezionato i suoi studi giuridici presso l’Università R. Cartesio di Parigi. Docente in corsi di formazione in materia di autotutela e azione amministrativa, autore di vari volumi e saggi in materia giuridica, svolge attualmente attività di consulenza giuridica. Si occupa, altresì, di educazione civica e di giustizia in prospettiva olistica. Nel volume “Il codice delle Leggi morali – approccio olistico al cambiamento”, ha raccolto gli esiti della sua ricerca olistica.

 

NOTE

  1. Sull’evoluzione storica dell’idea di fraternità, cfr.  Bruno E.G. Fuoco Le nostre scelte nella rete della Vita, www.nuoveattitudini.it.

  2. G. Gasperini, La spiritualità del quotidiano, Editori Studium, 2010, p.27.

  3. Cfr. la voce “Mistica” in Enciclopedia Treccani.

  4. F. Capra e P. L. Luisi, Vita e natura. Una visione sistemica, Aboca, pp.368-369.

  5. Scoperti i neuroni della spiritualità, Le Scienze, 10 febbraio 2010: «Uno studio italiano è riuscito aindividuare le aree del cervello il cui funzionamento potrebbe spiegare la tendenza alla spiritualità e l’attitudine dell’uomo a superare i confini spazio-temporali del corpo».

  6. R. Sheldrake, Le illusioni della scienza.10 dogmi della scienza moderna, Apogeo edizioni, 2013, p.126.

  7. M. Semizzi, Le basi biologiche della contemplazione, Centro di documentazione interdisciplinare di Scienza e Fede, novembre 2010.

  8. O. M. Aïvanhov, Pensées Quotidiennes, 9 janvier 1982.

  9. Ibidem.

  10. O. M. Aïvanhov, Conférence 10 julliet 1938, Éditions Prosveta.

  11. A. Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, 2000, p.17.

  12. G. Tononi, G. Edelman, Un universo di coscienza, Einaudi, 2000, p.4.

  13. E. Boncinelli, Mi ritorno in mente: il corpo, le emozioni, la coscienza, Tea, 2012, p.172. Rileva Boncinelli: «Quasi tutto posso osservare, almeno in linea di principio, e studiare […]. Perché possa dire di conoscerlo, tutto deve passare per la mia coscienza, perché quello è lo strumento con il quale “registro” tutti gli eventi, esterni e interni» (ivi, p.1).

  14. O. M. Aïvanhov, Pensieri Quotidiani, 29 aprile 2001; Idem, La filosofia dell’universalità,1996, Prosveta Edizioni.

  15. O. M. Aïvanhov, Pensieri Quotidiani, 10 febbraio 2014, Prosveta Edizioni.

  16. E. Tolle, Un mondo Nuovo, Mondadori, 2014, p.28.

  17. B. Fuoco, Le nostre scelte nella Rete della Vita, cit., p.73 e ss.

  18. O. M. Aïvanhov, cap. XI (La coscienza) in La vita psichica, cit.

  19. Cfr. E. Laszlo, Intervento al Convegno: “La rete della Vita. Verso una visione integrata della realtà” (in www.cartadellaterra.org).

  20. J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, Mondadori, 2009, p. 164.

  21. L. Boff e M. Hathaway, Il Tao della liberazione, Fazi Editore, 2014, pp. 206-207. Secondo questi autori, espandere la nostra percezione del Sé aiuta a vincere l’impotenza interiorizzata che può assumere la forma della dipendenza e dell’avidità, della negazione e del torpore psichico.

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