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L’insegnamento appropriato di A.H. Almaas

Tratto da: “L’elisir dell’illuminazione”, Ed. Crisalide, 2002
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Tenere lontana la sofferenza costituisce la preoccupazione permanente e fondamentale della maggioranza delle persone. Nel profondo del cuore di ogni individuo giace, forse appena percepito, il desiderio di un certo genere di vita, libera e senza gravami, piena di bellezza, gioia e appagamento. Ma tutto ciò si realizza raramente, rimane un sogno, un ideale inaccessibile e distante. Quando proviamo gioia, appagamento e bellezza, queste esperienze durano poco, lasciandoci dentro una profonda nostalgia e un senso di mancanza.
Il desiderio di una vita appagante viene reso ancora più acuto dalla constatazione che, nel corso dei secoli, ci sono stati alcuni individui che hanno saputo trasformare quest’ideale in concreta realtà, dimostrando che esso non è impossibile da raggiungere.
Gli insegnamenti spirituali della maggior parte dei maestri hanno come scopo la realizzazione di questo ideale. Liberazione e appagamento sono visti come il fine di un lavoro interiore, di natura psicologica, spirituale o essenziale. Buddha, per esempio, insegnava che l’illuminazione è la soluzione alla sofferenza dell’uomo, e Cristo che la libertà si può raggiungere solo attraverso la verità a l’amore. Molti altri hanno contribuito ad alimentare la speranza, uomini che, dopo aver liberato se stessi, hanno poi cercato, con compassione e amore, di guidare i loro simili lungo il difficile sentiero della liberazione dalla sofferenza.
L’esistenza di tanti insegnamenti sull’illuminazione, la liberazione, la realizzazione e via dicendo rende la situazione ancora più curiosa. Riscontriamo che pochissimi individui si interessano effettivamente ad essi e che ancora meno intraprendono i diversi percorsi proposti. Molti sentono o leggono qualcosa su di essi, molti vi credono e vi scorgono qualche verità, ma ben pochi decidono di passare all’azione.
I maestri e i capi religiosi spiegano questo atteggiamento dicendo che se un individuo non risponde in modo positivo ad un insegnamento ciò avviene perché è ancora posseduto da emozioni negative come l’avidità, l’egoismo, l’attaccamento, la paura, le preoccupazioni o i desideri mondani, l’egocentrismo, l’ignoranza e così via.
Ciò è naturalmente vero, ma non ci dice nulla di utile. Biasimare lo studente che vuole liberarsi dalla sofferenza perché non sa vincere le emozioni che la producono non conduce ad alcuna soluzione. Per quale motivo non c’è stato alcun significativo passo in avanti nella risoluzione di questa impasse? Un insegnamento è utile soltanto se riesce a toccare le persone e a metterle in grado di rispondere efficacemente. Il fine di un insegnamento è quello di aiutare, non di trovare giustificazioni o biasimare.
La questione diviene ancora più curiosa se spostiamo la nostra attenzione su coloro che invece si interessano davvero a un insegnamento e cominciano a seguirlo. Qui il mistero s’infittisce. Scopriamo infatti che la grande maggioranza di questi individui non raggiunge la realizzazione.
Quelli che riescono veramente a liberarsi delle loro sofferenze, seguendo un qualche cammino spirituale, sono pochissimi una risicata minoranza.
Un maestro realizzato può avere migliaia di discepoli, ma è raro che persino una piccola frazione di essi raggiunga effettivamente la liberazione.
Fino ad oggi lo studente ha sostenuto da solo il peso del biasimo, ma noi sosteniamo che ci sono altri fattori in gioco. Ognuno di essi è importante: lo studente, l’insegnante, l’insegnamento e i metodi.
È una questione di comunicazione, appropriatezza, tatto, abilità e comprensione. Occorre prendere in considerazione la mente e lo stato di coscienza dell’individuo a cui l’insegnamento è rivolto.
Nella relazione tra insegnante e studente è responsabilità del primo comunicare in modo appropriato e con tatto. Questo è ciò che rende bravo ed efficace un insegnante. Un insegnante efficace gestirà ogni situazione in modo molto personale, tenendo conto che lo studente e il suo stato di coscienza formano un caso unico, non generalizzabile.
Ma se l’insegnante continua a fare discorsi generici a tutti i suoi studenti, senza considerare le variazioni individuali, ovviamente il suo lavoro con essi non sarà efficace. Soltanto pochi saranno in grado di rispondergli e di trarre beneficio dalle sue parole.

L’insegnante che sa parlare ai suoi studenti in modo appropriato, accorto e tempestivo è in grado di prendere in considerazione la loro personalità, la loro mente, il loro stato di coscienza e la loro situazione del momento. L’insegnamento eterno ed universale sarà allora riformulato e ridiretto a livello personale, focalizzato su un certo punto nello spazio e nel tempo. Se così non accade, esso rimane troppo astratto e non ha significato per lo studente.
La ricerca interiore è un percorso intimo e personale. Gli insegnamenti generici, per quanto profondi e universali, non funzionano. Il messaggio deve parlare al cuore dello studente, che deve essere in grado di rapportarlo alla propria vita in modo molto personale. Egli deve comprendere che esso riguarda le sue preoccupazioni e i suoi conflitti quotidiani in modo specifico e profondo, altrimenti non ne trarrà alcun beneficio.
Ci sono insegnanti che tengono davvero in grande considerazione lo stato di coscienza e la particolare situazione di vita dei loro studenti, ma sono rari.


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