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L’insegnamento appropriato di A.H. Almaas

Tratto da: “L’elisir dell’illuminazione”, Ed. Crisalide, 2002

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La maggior parte degli insegnanti, almeno di quelli più conosciuti, non opera invece in questo modo. L’attenzione individuale alla situazione dello studente non deve essere però confusa con il rapporto personale. L’insegnante potrebbe mostrare interesse personale per la sofferenza e i progressi dello studente, gestendo comunque tutta la situazione dalla prospettiva dei principi generali dell’insegnamento. In altre parole, potrebbe stabilire un rapporto anche stretto con un certo studente, ma continuare a parlargli e a trattarlo da una prospettiva generale, non appropriata alla situazione del momento. Per esempio, l’insegnante potrebbe proporre allo studente di concentrarsi sulla questione della presenza del sé o della sua eventuale assenza, mentre egli potrebbe essere in quel momento maggiormente focalizzato sul tema del valore e dell’autostima, tema per lui forse più conflittuale. Lo studente potrebbe essere così preoccupato di non valere abbastanza da ritenere irrilevante la questione del sé. Di conseguenza l’insegnante potrebbe dirgli, per quanto in modo amorevole, che egli si preoccupa troppo di se stesso, e che è per questo che non fa progressi.
Sebbene ciò possa essere vero in linea di principio, la questione del sé è ancora ego-sintonica* per lo studente. Per quanto questi segua e rispetti il suo insegnante, non può riuscire a provare interesse per tale questione. La sua attenzione è rivolta ad altro. Egli dice: “Sento e credo di non avere alcun vero valore.” L’insegnante dice: “Presti troppa attenzione a te stesso. Forse hai bisogno di disidentificarti dal tuo sé.” Sebbene lo studente possa essere superficialmente d’accordo, profondamente si sentirà così: “Questo tizio non sta parlando a me. Io soffro perché sento di non valere nulla, perché non ho alcuna stima di me stesso. Ho bisogno di risolvere questo problema prima di poter cominciare a pormi domande sulla natura del mio senso d’identità.”
Essi hanno entrambi ragione, ma comunicano a livelli differenti e l’insegnante non coglie ciò che è più cruciale per lo studente in quel momento. Il fatto è che se lo studente affronterà la questione della sua autostima, e la comprenderà, sarà in grado di andare oltre e di vedere che la questione del sé è alla sua radice. Arriverà a questo livello più profondo con i suoi tempi, e di sicuro non prima che il dilemma più urgente, il tema del valore personale, sia stato riconosciuto e risolto. Potremmo essere tentati di pensare che, poiché egli sente che il suo sé non ha valore, potrebbe essere più facile per lui abbandonarlo. Ma le dinamiche della personalità non funzionano in questo modo, infatti se l’individuo sente di non valere abbastanza non è in grado di abbandonare il suo attaccamento al sé perché pensa di non meritare il senso di liberazione e di appagamento che ne deriverebbe.
Stiamo comprendendo sempre più chiaramente che l’insegnamento non può essere impartito in modo generico. Un insegnamento universale, per quanto possa essere profondo e vero, deve adattarsi alle specifiche esigenze di ogni particolare studente. In caso contrario, l’insegnamento sarà inefficace, e non per colpa dello studente.
Lo studente potrebbe aver bisogno di comprendere e apprendere uno stato di ferma volontà, per esempio, perché magari deve risolvere i suoi problemi quotidiani, che ruotano intorno all’aspetto della volontà. È vero che egli prima o poi dovrà imparare a dissolvere i confini del suoi io e a rinunciare al suo senso d’identità, ma come potrà rinunciarvi fino a quando non avrà preso coscienza di averlo? Prima avrà bisogno di sentire che ha un’individualità, dovrà vedere e comprendere cosa essa sia, e solo successivamente potrà abbandonarla. Avrà anche bisogno di capire come le sue idee sull’individualità, il suo aggrapparsi ad esse, conducono alla sofferenza.
Un individuo impegnato a trascendere l’io sarà ostacolato nei suoi sforzi se prima non comprende, chiaramente e precisamente, che cosa sia l’io. Il fatto che uno studente creda intellettualmente di aver bisogno di liberarsi del suo io non significa che egli lo creda nelle profondità del suo cuore. La questione non appare rilevante alla sua mente, al suo cuore, alla sua situazione di vita.
Prendiamo, per esempio, i sistemi o insegnamenti formulati sulla base della devozione e della resa. Al discepolo viene richiesto di ‘arrendersi’ al suo guru o a Dio. Alcuni hanno la necessità, ad un certo stadio del loro sviluppo, di praticare la resa e la devozione, e possono dunque trarre beneficio da questo tipo di sistemi. Ma anche in questo caso l’insegnamento non va realmente in profondità, perché la resa, l’abbandono, sono stati di coscienza che richiedono comprensione e preparazione. Non solo, ma la resa può essere ego-sintonica in alcune circostanze e non esserlo in altre. Da un individuo che sta imparando ad affermare se stesso, che è sempre stato debole e sottomesso, non ci si può aspettare che veda la resa come qualcosa che servirà i suoi migliori interessi. Infatti il suo problema è proprio la tendenza ad arrendersi troppo facilmente, in modo debole e remissivo. Lo studente ha bisogno di avere un io forte e solido, allo sviluppo del quale abbia lavorato a lungo e duramente, prima di poter abbandonarlo; altrimenti cosa mai dovrebbe abbandonare? Se non ha un io saldo, non può dare nulla al guru o a Dio; se il suo senso d’identità è debole, la sua rinuncia è insignificante. Un individuo del genere non sa arrendersi veramente: un io debole non può arrendersi, ma solo sottomettersi.
Anche se la resa è intesa come il semplice abbandonarsi all’esperienza, non è realistico chiederla a uno studente perché, per i più, l’arrendersi, il restare senza difese, significa esporsi al pericolo di essere feriti. Quando eravamo bambini, avevamo la capacità di abbandonarci alle nostre esperienze; il cuore era aperto, ma quell’apertura non portava in genere ad uno stato di pienezza e di piacere. Il bambino, senza difese, è continuamente esposto alla possibilità di essere ferito. Perciò l’atto di aprire il proprio cuore e di arrendersi è di solito inconsciamente associato ad uno stato di grande vulnerabilità, e ciò fa emergere il ricordo e la paura di grandi ferite. Questa paura deve essere compresa e risolta prima che l’individuo possa sperimentare l’abbandono, l’arrendersi, come sintonico; altrimenti esso viene visto come minaccioso, contrario al proprio interesse.
Non è un’abile tattica didattica spingere con insistenza lo studente ad arrendersi. Questi potrà anche provare a farlo, ma in realtà starà semplicemente sottomettendosi alla richiesta di una figura superegoica.
La questione del sé e dell’eventuale rinuncia ad esso non diventa rilevante per lo studente fino a quando egli non si avvicina alla fine del suo sviluppo interiore e della sua crescita spirituale. Prima di allora l’argomento è per lui senza senso.
Possiamo dunque concludere che fra i fattori che promuovono lo sviluppo spirituale i più importanti sono la comunicazione, la sua appropriatezza e, soprattutto, il giusto rapporto fra l’insegnante e lo studente. In generale possiamo osservare che né l’individuo medio né lo studente impegnato a seguire un certo percorso ricevono gli insegnamenti spirituali più appropriati al loro caso. La loro mente, le loro situazioni e i loro stati di coscienza non vengono quasi mai tenuti in considerazione. Essi percepiscono in genere il messaggio che viene loro comunicato come alieno al loro esperienza, contrario al loro interesse e distante dalla loro vita.

 

Da:  L’elisir dell’illuminazione, di A.H. Almaas - Ed. Crisalide, 2002

*(ego-sintonico: per ciascun individuo sono ego-sintonici quei tratti del carattere che vengono avvertiti come vantaggiosi, in sintonia con la propria personalità,e che non vengono percepiti come qualcosa di disarmonico, anche se possono essere causa di disagio per sé e per gli altri: ad esempio, l’abitudine ad essere ipercritici, a esprimere giudizi su tutto e tutti. Una persona può essere consapevole che il suo comportamento provoca tali disagi, ma questo non significa che desideri cambiare; se non quando percepirà quei tratti caratteriali come ‘ego–distonici’)

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