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I Koan

Da: Storia e storie di un'eresia chiamata Zen

Di Fabrizio Ponzetta - Jubal Editore

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Introduzione

 

La storia è una linea retta. Tutte le linee rette, in geometria, sono immaginarie: non hanno né principio né fine. La storia è una linea retta immaginaria su cui l’uomo piazza e visualizza dei punti che corrispondono a date in cui sono state compiute determinate azioni umane, generate da precedenti azioni umane e da cui sono nate nuove azioni umane. La storia, concludendo, è azione umana. Un fenomeno naturale, come un terremoto o un’eruzione vulcanica, non viene registrato dalla storia se ciò non influenza l’azione umana.
Nell’antica Cina fu scritto, intorno al 600 a.C., il Tao Te Ching (o Daodejing), un testo che spiega con semplicità disarmante come esista un Principio (il Tao o Dao) e la sua azione, ovvero il mondo1.
La storia, dunque, può essere scritta riguardo all’azione e non riguardo al Principio, ovviamente; ma che succede se ci si accinge a scrivere la storia dello Zen, che quel Principio incarna?

La realizzazione di un istante vede il tempo senza fine.
Il tempo senza fine è come un solo attimo.
Quando uno comprende l’attimo senza fine
Realizza la persona che lo sta vedendo.
2

Ha senso allora, dopo queste parole, perdersi nei dettagli, nel contesto storico e geopolitico, nelle comparazioni dottrinarie e nello studio dei documenti?

Essendo di ogni verità vero il contrario, concediamo due possibili risposte al lettore:

(in tal caso si prosegua)

No (in tal caso si vada direttamente alla parte 3 dell’appendice 2 a pag.78)

[…]

Note
1) Anche se nel testo i termini usati sono spesso e giustamente tradotti con “impero”, i “10.000 esseri” o le “10.000 cose”.
2) Mumon, “La porta senza porta”, Milano, 1987.

 

 

Appendice 2 - I koan

 

1.Cenni storici

 

Si devono a D.T. Suzuki (1869-1966) le opere più significative sullo Zen e sulle sue origini cinesi. Tuttavia, a lui si deve anche un malinteso riguardante i koan (in cinese k'ung-an): elaborati in un periodo storico posteriore a quello da noi trattato, essi, più che un tratto caratteristico del Ch’an, come Suzuki lasciava intendere, sono piuttosto da considerarsi come un prodotto tipico della sua decadenza. L’uso poi del koan come tecnica meditativa strutturata anche in diadi fra adepti delle scuole zen è assai recente.

Nei tempi antichi non esisteva un sistema di koan […]
L’uso dei koan iniziò circa un secolo fa ed è continuato fino a oggi. Uno dei koan migliori, perché è il più semplice, è Mu. Questo è l’antefatto: un monaco arrivò da Joshu (Zhao Zhou, 778-897) […] e gli chiese se un cane avesse una natura buddhica. Joshu ribattè: Mu.
(Maestro Zen Hajuun Yasutani, 1885-1973)

In epoca Sung (960-1279) il Ch’an fu l’unica setta buddista a “rimanere in gioco” dopo la breve persecuzione dell’imperatore Wu Tsung avvenuta nell’885.
La sua fortuna, in termini di riconoscimenti imperiali e numero di adepti, in questo periodo salita ai massimi storici, fu ricambiata con gli intrallazzi cortigiani dei monasteri sempre più politicizzati e con un annacquamento delle originali posizioni dottrinali. Infatti, non solo si fusero nel Ch’an alcune correnti buddiste scampate o rinate alla persecuzione, e tornò una certa indulgenza verso l’intellettualismo, ma addirittura le tendenze sincretistiche presero il sopravvento fino ad accogliere in sé elementi del confucianesimo. Insomma i tempi dei cinque patriarchi erano lontani e seppure il Ch’an crebbe in termini quantitativi, degenerò, forse proprio per questo, in termini qualitativi.
I k'ung-an (koan) appaiono in questo periodo. Il termine è mutuato dalla giurisprudenza cinese e significa “caso” o “notifica pubblica”. In occidente, scambiato per un gioco di società, il koan appare come una specie di indovinello a cui il cultore dello Zen si sottopone. Trattasi invece di dialoghi tra maestro e discepolo (o solo parole del maestro o dialoghi fra discepoli) durante o al termine dei quali qualcuno dei protagonisti si illumina. Il koan quindi è una notifica pubblica, in senso anche ironico forse, che attesta l’illuminazione di qualcuno. Nel momento in cui queste notifiche vengono sottoposte a nuovi adepti, possono, qualora anch’essi ne rivivessero l’esperienza illuminante, essere notifiche di nuove illuminazioni.

 

Fabrizio Ponzetta www.fabrizioponzetta.com © Casa editrice AH!


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