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I Koan

Da: Storia e storie di un'eresia chiamata Zen

Di Fabrizio Ponzetta - Jubal Editore
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Si potrebbe trarre la conclusione che il racconto dell’illuminazione altrui può stimolare la propria tramite il koan, ma non è proprio così. I koan sono spesso paradossali, intrisi di nonsense, incomprensibili o ambigui; cercare di arrivare a capirli o di rispondere alle domande che pongono tramite la mente logica ed un linguaggio discorsivo è frustrante e impossibile. E forse è proprio questo il punto: mettere da parte la mente. Questa mente che pretende di governare la vita è incapace di venire a capo di un koan, si aprono quindi altri spiragli, ma qui le parole…

Con le parole invece possiamo individuare una interessante polemica, riguardante i koan, fra due scuole Ch’an cinesi, che segnerà poi la storia dello Zen giapponese.
Intorno al 1100 le principali scuole Ch’an erano quelle di Ta-hui della casa di Lin-chi e Hung-chih della casa Ts’ao-tung. La prima era dedita all’utilizzo dei koan non come studio, lo vedremo, ma come vita quotidiana; la vita stessa per Ta-hui era un koan e si poteva cercare di risolverla con mente logica o viverla nel suo “mistero”. D’altronde la scuola a cui apparteneva, quella di Lin-chi, era nota per la sua pragmaticità e per il suo approccio radicale alla meditazione. Quando infatti veniva chiesto a Lin-chi (? - 866) come mai i suoi discepoli non leggessero i sutra e non facessero tso-ch’an (giapponese: zazen, ovvero la meditazione seduta davanti a un muro bianco), lui rispondeva che voleva farne dei buddha e dei patriarchi.
La scuola di Ts’ao-Tung era invece decisamente più orientata all’intellettualismo e accolse spesso elementi dottrinari del confucianesimo; pur praticando la meditazione tso-ch’an, essa era comunque finalizzata al raggiungimento dell’illuminazione e non fine a se stessa. Ta-hui, quindi, attaccò polemicamente il maestro Hung-chih della casa Ts’ao-Tung rifacendosi alle origini del Ch’an. Hung-chih rispose alla polemica con un suo scritto, “Le iscrizioni dell’illuminazione silenziosa” (“Mo-Chao Ming”), in cui, paradossalmente, accusò Ta-hui di affidarsi alle parole (dei k'ung-an). Quindi, la casa Ts’ao-Tung, sincreticamente fusa col confucianesimo e da sempre incline alle speculazioni metafisiche, accusava di intellettualismo la casa di Lin-chi, nota per le sue posizioni antidottrinarie.
Ai fini del nostro studio, la replica di Ta-hui ci interessa per due motivi: innanzitutto, perché precisa che non si può trovare la soluzione di un k'ung-an affidandosi alla razionalità e al pensiero dualistico e, in secondo luogo, perché sembra riprendere le posizioni di Nâgâryuna e spingerle ancora oltre. Se infatti Nâgâryuna affermava di usare sì la logica e il discorso discorsivo per dimostrarne l’inadeguatezza, Ta-hui con i k'ung-an esortava a intuire subito la limitatezza del linguaggio. Infatti, chi “medita” sui k'ung-an non può fare a meno di scoprire subito che il linguaggio è inutile e gira a vuoto. Inoltre, Ta-hui implicitamente attinge all’essenza del Ch’an, il cui messaggio di fondo può essere, in ultima analisi, che non esiste un momento privilegiato, un momento sacro per la meditazione o per lo studio dei sutra o dei k'ung-an (anche nella casa Ts’ao-Tung in realtà si usava il metodo dei k'ung-an) ma che la vita intera è occasione di meditazione, che la vita quotidiana è occasione per mettere in pratica la saggezza dei sutra, che la vita è un k'ung-an. Questa “diatriba” dottrinale fra Ta-hui della casa Lin-chi e Hung-chih della casa Ts’ao-Tung fu poi esportata in Giappone dando vita alle due principali correnti dello Zen, ovvero la corrente Rinzai (in cinese: Lin-chi) del maestro Hakuin, e la corrente Soto (in cinese: Ts’ao-Tung) del maestro Dogen. I primi valorizzano i koan ed i secondi lo zazen, ma comunque entrambi condivisero le posizioni di Ta-hui sulla non dualità tra pratica dello Zen e vita quotidiana.

Giunti ora alla conclusione di quest’opera, come già accennato nei capitoli introduttivi, ci dedicheremo ora a disintossicarci gradualmente dagli sforzi logici e discorsivi di carattere storico dedicandoci a due koan da noi molto amati.

2. L’oca nella bottiglia

Uno dei koan più famosi è quello dell’oca che, ancora uovo viene sistemata in una bottiglia, l’uovo si rompe, l’oca cresce e nel koan si chiede: “Come si fa a far uscire l’oca dalla bottiglia, senza rompere la bottiglia e senza uccidere l’oca?”.
Le risposte che possono scaturire dalla mente logica e razionale sono ridicole. Ad esempio, si potrebbe disquisire sul fatto che tagliando il fondo della bottiglia e poi riattaccandolo la bottiglia non sarebbe stata tecnicamente rotta.
Pensare in questo senso al koan è una perdita di tempo, così come è una perdita di tempo pensare al mistero della vita in termini logici.

Il senso del koan, per nostra esperienza, è riflettere così a fondo che non resta infine che arrendersi di fronte all’evidenza che non c’è risposta, che la logica da cui siamo governati non è poi così saggia, non sa rispondere.

Un koan non ha soluzione, non si può risolvere, al massimo si può dissolvere.


Tuttavia una risposta c’è.

 

Fabrizio Ponzetta www.fabrizioponzetta.com © Casa editrice AH!


 

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