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Misticismo d'Occidente

Da "Le estasi laiche di Teresa d'Avila"

di Doriano Fasoli e Rosa Rossi

Edizioni Associate, 1998

 

Quale fu il preludio della fioritura mistica nel Secolo d'oro della Spagna?


Se è giusto parlare di "preludio" per quello che fu un grande "movimento" spirituale, un movimento di cui la grande mistica del '500 spagnolo fu la conclusione grandiosa, sarà importante anche parlare del "quadro" in cui questo "movimento" si produsse. (Sarà anche da precisare che solo a partire dal Seicento si cominciò a usare la parola "mistico" per designare questo movimento, mentre nel Cinquecento, in Italia come in Spagna, si usava il termine "spirituales" opposto in spagnolo a "letrados", e cioè teologi accademici).
Senza quel quadro io credo che si rischi di capire poco, di restare alla superficie del problema.
Il quadro è la grande radicale crisi che investì la Chiesa cristiana sul terreno fondante della salvezza, e quindi della capacità della Chiesa di operare una mediazione sul tema dell'aldilà e del significato della figura di Cristo, mediazione incarnata in modo potente in tutta la trama sacramentale ma soprattutto nell'Eucarestia. In tale mediazione la Chiesa - come si sa - punta a raggiungere e assicurarsi l'interiorità delle anime, ma non può non trovare, come ogni istituzione, un limite nel "tacito riconoscimento dell'autonomia delle coscienze" (citiamo dal già citato Marcel Gauchet, Il disincanto del mondo. Una storia politica della religione).
La riforma protestante era nata infatti dal principio del libero esame e si era sviluppata in un terreno dissodato nei decenni precedenti da un fervido sviluppo della tendenza a contrapporre alle forme religiose codificate - affidate a forme verbali ritualizzate e collettive, e tutte in latino - un rapporto interiore e diretto con Dio, incentrato sulla preghiera mentale. Quella che in castigliano è detta con la parola oración. Tale tendenza non metteva in discussione, come si vede, alcun dogma, ma creava uno spazio per definizione sottratto al controllo ecclesiastico, proprio perché fondato sul linguaggio endofasico, il discorrere silenzioso e interiore sulla mente, un livello della persona che nessuna istituzione può pensare di arrivare a controllare. Un "discorso" che tra l'altro è, e non può non essere, tutto in volgare, nella "lingua della nutrice", un livello di linguaggio cui potevano accedere anche quelli che non sapevano il latino, gli illetterati e le donne.
La oración fu uno dei punti centrali del pensiero di Erasmo, fu il tema fondamentale del grande scrittore dissidente Juan de Valdés che abbandonò la Spagna perché già si sapeva denunciato all'Inquisizione e si rifugiò in Italia, a Napoli, dove diventò il centro di un importantissimo gruppo di "spirituali" e dove scrisse molti importanti libri.
Alcuni scrittori francescani, utilizzando le corde dell'affettività che erano così vicine alla loro tradizione, pubblicarono alcune "guide" alla oración: Francisco de Osuna scrisse un Abecedario e Bernardino de Laredo la Subida al monte Sión. Teresa li lesse appassionatamente tutti, e soprattutto l'Abecedario di Osuna fu per lei un vero amico e maestro.
Intanto si andava sviluppando lo scontro - che in Spagna fu particolarmente violento - tra istituzione ecclesiastica e tendenze dissidenti. Il panorama religioso e politico europeo nel frattempo andava cambiando radicalmente. In Spagna fu particolarmente violenta la reazione della Chiesa ufficiale, e in trent'anni - dal 1530 al 1559 - furono stroncate, con una raffica di processi e di roghi, tutte le tendenze a rivendicare una maggiore autonomia e interiorizzazione dell'esperienza religiosa.
Non è perciò davvero un caso che Teresa de Jesús cominci a scrivere proprio nel 1560, a ridosso della grande repressione: come scrive Gauchet, "...dopo ogni grande ondata di riorganizzazione dell'apparato ecclesiale... si vede dispiegarsi la rivendicazione di una religione più personale... Il Dio dei cuori contro il Dio del dogma". Sono Teresa e Giovanni, ma anche Pascal. Insomma in Spagna, come ha scritto il massimo conoscitore della storia spiritualè spagnola del '500, Marcel Bataillon in Erasmo y Espana, "la oración, cacciata dalla società, "andò a rifugiarsi nei conventi".
Ma intanto stava accadendo qualcosa di più grande e profondo, più profondo e più grande anche rispetto al grande quadro offerto dalla situazione della Chiesa: stavano mutando gli assetti epistemologici di fondo, i modi in cui l'uomo arriva a pensare se stesso rispetto al mondo. C'era stata la grande rivoluzione copernicana, di cui fu ben consapevole Juan de la Cruz. Erano mutate le relazioni tra scienza e teologia che così bene Imre Lakatos e Paul Feyerabend in Sull'orlo della scienza hanno definito come fondamentali a intendere proprio la formazione dei modelli scientifici. Era , andato in pezzi ormai definitivamente il vecchio edificio del sapere teologico medievale e si affacciavano, accanto a ferrei ritorni alla tradizione, nuove ispirazioni teologiche e nuove proposte spirituali, come quella, straordinariamente lanciata verso il futuro, che sorregge Giovanni della Croce, dal percorso critico analitico di Salita del monte Carmelo alle intuizioni fulminanti di Notte oscura, un proiettarsi verso il futuro che ha fatto di lui un fratello di Simone Weil.
E ci fu infine una riflessione, una curvatura, meno definibile forse in termini fattuali ma certamente decisiva, nella autocoscienza delle possibilità del linguaggio, dello statuto dell'enunciazione.
Se a Teresa sfuggiva il senso del copernicanesimo, e poco o niente capì del dramma protestante, se lei che non aveva studiato teologia, non era "letrada", stentava a controllare gli sviluppi della teologia come scienza, certamente intuì in modo geniale che l'esperienza del lutto per quel Dio ormai assente dal mondo bisognava "dirla". E fu per questa via, abbiamo detto, per la via del "dire", che questi mistici "passarono alla modernità". Di qui anche, per le oscure vie del patriarcalismo, l'insistenza del teresianismo accademico (cattolico o non cattolico) sul fatto che avrebbe scritto "per obbedire ai confessori". Come si poteva accettare altrimenti che una donna fosse riuscita a imboccare una strada così ardita, una via per l'enunciazione che ha fatto dei suoi scritti un modello di autoanalisi e di atteggiamento sperimentale?
Gli scritti di Teresa furono infatti modello di tutta la letteratura di autoanalisi e confessione che venne subito dopo di lei. Da Madame de Chantal a Madame de Sévigné, a Madame de la Fayette.

 

Da: "Le estasi laiche di Teresa d'Avila" di Doriano Fasoli e Rosa Rossi, Edizioni Associate, 1998

 

Doriano Fasoli scrittore, critico, giornalista e sceneggiatore, si occupa soprattutto di psicoanalisi e letteratura. Si distingue nel panorama giornalistico per il suo stile (intervista/conversazione) in cui lascia ampio spazio all'intervistato senza condizionamenti e/o preconcetti evitando distorsioni o ambigue interpretazioni.
Su Riflessioni.it cura la rubrica: Riflessioni in forma di conversazioni
Rosa Rossi insegna lingua e letteratura spagnola all'Università di Roma Tre. Nel 1983 uscì "Teresa d'Avila. Biografia di una scrittrice", che è stato tradotto in spagnolo, in portoghese e in francese. Sono poi seguiti altri due profili biografici: "Giovanni della Croce. Solitudine e creatività (1993) e nel 1997 "Sulle tracce di Cervantes". Di altri suoi scritti si parla nel corso di questa conversazione con Doriano Fasoli.

 

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