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Stannik. Spiritualità del pellegrino russo

Di Maciej Bielawski - Novembre 2017

Da: Stannik. Spiritualità del pellegrino russo di Maciej Bielawski, Edizioni Lemma Press, 2017.

 


 

Racconti di un pellegrino russo è il più influente libro spirituale dell’ultimo secolo. (S. Phillips)

 

Lo stranničestvo è una specie di passione del nostro popolo. (F.M. Dostoevskij)

 

I Racconti di un pellegrino russo sono un grande trattato spirituale, un romanzo picaresco, un risplendente poema russo e una fiaba classica. (C. Campo)

 

Chi è lo strannik, protagonista dei Racconti di un pellegrino russo, autentico cult book sull’arte della preghiera?

Come orientarsi fra piani di lettura, erranze, tempo storico e spirituale, spazi geografici e interiori di quell’opera, così piccola ma così complessa? Occorre una guida abituata alle vette, che ci dia gli strumenti e le indicazioni indispensabili per ampliare la nostra comprensione: Maciej Bielawski, che in questo libro ci porta sulla via del pellegrino russo. Affrontandone, con chiara esposizione e una messe di informazioni illuminanti, i diversi livelli, in un’ascesa che parte dal concreto fino a condurci al punto in cui la lettura diventa nostra esperienza intima.

 

Stannik. Spiritualità del pellegrino russo. Maciej BielawskiFrammento del capitolo “Anime vive”

 

Strannik

 

Il pellegrino russo è un anonimo, il suo nome e altri dati anagrafici rimangono ignoti. L’aggettivo ‘russo’ non si trova nella versione originale, ma gli è stato attribuito dai traduttori. Il sostantivo pellegrino, come accennato in precedenza, è invece fuorviante, perché strannik, parola impiegata nel titolo e nel testo originale russo, indica più un viandante che un pellegrino. La differenza è significativa. Un pellegrino lascia la casa per un certo tempo, raggiunge la meta del suo pellegrinaggio e quindi torna al luogo dal quale è partito. Uno strannik, invece, è un individuo senza fissa dimora che vaga senza una meta, perché il camminare in sé è la sua meta-senza-meta. È uno aman, uno senza nome, è un sannasij, un rinunciante, uno senza appartenenza, un apolide, un homo viator inafferrabile.

‘Pellegrino’ e ‘strannik’ sono termini vicini e spesso confusi. Per esempio, nel Nuovo Testamento tradotto in italiano si legge: «vi esorto, come stranieri e pellegrini» (1 P 2,11), che nell’originale si presenta come «paroikoùs kaì parepidemoùs», dove pàr-oikos è uno che abita vicino, ma non in casa e par-epidemos è un residente all’estero, perciò uno straniero. In latino queste parole sono state tradotte con advenas et peregrinos e indicano rispettivamente uno che proviene da qualche parte, ad-venientes, e uno che va per campi, visto che per-egrinus deriva da per-agros. In slavone si è voluto tradurre queste parole con  prišel’cev i strannikov, dove prima indica uno che è arrivato e la seconda uno che si colloca in disparte.

Lo strannik dei Racconti, passandoci accanto, ci intrattiene con qualche suo racconto, ci affascina e inquieta, perché la sua presenza risveglia quell’aspirazione alla libertà legata all’enigma che abita in ognuno di noi. Homo viator e homo absconditus si richiamano vicendevolmente. Il protagonista del libro, alla domanda se è un ‘mendicante’ (niščij) risponde di non esserlo, perché è un ‘uomo della strada’ (dorožnyj čelovek).

Malgrado il suo anonimato, possiamo accennare qualche tratto della sua storia e abbozzarne un ritratto così come emerge dai Racconti. Egli nasce negli anni Venti dell’Ottocento in un villaggio a noi sconosciuto nel governatorato di Orël. A due o tre anni rimane orfano e viene cresciuto dai nonni, persone relativamente agiate, buone e colte, proprietari di una locanda lungo una strada. È facile immaginare il ragazzo che, attraverso la porta semichiusa della locanda, osservava la gente passare cogliendone il via vai continuo, non rendendosi conto che lui stesso un giorno ne avrebbe fatto parte, e senza escludere che il viaggiare potesse già essere nei suoi segreti desideri.

A sette anni, spinto dal fratello maggiore, cade dalla stufa e rimane parzialmente paralizzato al braccio sinistro. Il nonno, prevedendo la futura difficoltà del nipotino di trovare un giorno un lavoro a causa di quella menomazione, gli insegna a leggere e a scrivere, impiegando la Bibbia come libro di base, nella speranza di un utile ritorno.

A diciassette anni muore la nonna, e il nonno, per poter avere in casa una donna, lo sposa a una ragazza seria e buona, di qualche anno più anziana di lui. Poco dopo muore anche il nonno, che lascia agli sposi la locanda e una sostanziale somma di denaro, così che il loro futuro sembra assicurato e predisposto. Ma una notte il fratello maggiore, preso da un sentimento misto di odio, gelosia e invidia, esaltato dall’alcol, sfonda la porta della locanda, ruba tutti i soldi e dà fuoco alla casa. Gli sposi riescono appena a salvarsi, ma finiscono in miseria. Per due anni, cercando consolazione nella devozione, sopravvivono grazie ai piccoli lavori di cucito della donna, ma presto la poveretta si ammala e muore di febbre altissima.

Il ragazzo ventenne rimane solo: fisicamente invalido, materialmente povero e interiormente disperato. Non sa né cosa, né come fare, né perché vivere. Non riuscendo a stare nella casa che gli ricorda la felicità perduta, la vende, distribuisce i suo beni ai poveri e parte senza una meta ben precisa, divenendo un uomo di strada, uno strannik. Intorno all’anno 1859, quando racconta una parte della sua storia ad Arsenij Troepol’skij, ha trentatré anni e vive senza una fissa dimora da oltre un decennio. Che cosa succede dopo, non lo sappiamo. La storia raccontata dallo scrittore riguarda solamente una parte della sua vita, tuttavia ci sono due tratti fondamentali da tenere presenti nel contemplare la sua figura. Innanzitutto è la vicenda di un giovane che appare, si racconta e scompare; in secondo luogo è la storia di un uomo che si trasforma, passando da una tragedia a una dimensione spirituale.

Rimane fondamentale chiedersi se lo strannik sia veramente esistito e se i Racconti parlino di una persona reale narrando avvenimenti ed esperienze veramente accadute, o se si tratti di una pura creazione letteraria. Arsenij Troepol’skij, l’autore dei Racconti, in una nota del manoscritto a noi pervenuto, afferma che il protagonista di queste storie «è veramente esistito e ha raccontato in purezza di coscienza le proprie avventure. Più di una volta il trascrittore lo incontrò negli anni Venti, là dove molte persone pie lo conobbero e ne ascoltarono i racconti, testimoniato da fatti provati». E ne aggiunge la descrizione fisica, dicendo: «di media statura, di temperamento sanguigno, di fisico asciutto per la vita sobria e severa che conduceva; aveva bei lineamenti, sguardo espressivo e una barba di colore chiaro, piccola ma folta. Con tutti era amabile e socievole e pieno di umiltà» (Adalberto Mainardi, Postilla in Racconti di un pellegrino russo, Magnano (Bi), Qiqajon, 2010, p. 18). La questione dell’autore, del genere letterario e della relazione tra la storia e la creazione letteraria di quest’opera, di massima importanza per la comprensione del testo, saranno discusse e presentate successivamente.

Ora, tenendo a mente il ritratto di Troepol’skij, per arricchirlo, aggiungo alcuni frammenti tratti dal libro. L’opera si apre con una confessione che offre questa immagine del pellegrino: «Per misericordia di Dio sono uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono: una bisaccia di pan biscottato sulle spalle, e in seno la sacra Bibbia, ecco tutto». È un autoritratto geniale che si imprime sin dall’inizio nella mente del lettore e lo accompagna fino alla fine, anche se poi subisce alcune trasformazioni e modifiche, aggiunte e approfondimenti, come per esempio la descrizione che si presenta al termine della prima parte in cui si legge:

 

“Ed eccomi ora in cammino, mentre incessantemente compio la preghiera di Gesù, che mi è più preziosa e dolce di ogni altra cosa al mondo. Talvolta percorro fino a settanta e più verste al giorno, e non mi accorgo di camminare; ma sento solo che sto facendo la preghiera. Quando mi afferra il freddo tagliente, incomincio a recitare la preghiera con più intensità, e ben presto mi riscaldo tutto. Se la fame sta per sopraffarmi, mi metto a invocare con più frequenza il nome di Gesù Cristo e mi dimentico di mangiare. Quando mi ammalo, e comincio a sentire male alla schiena e alle gambe, pongo tutta l’attenzione alla preghiera, e non sento più dolori. Se accade che qualcuno mi insulti o mi percuota, non faccio che ricordarmi quanto dolce è la preghiera di Gesù; subito l’offesa e la collera passano e dimentico tutto. Mi sono fatto come pazzo, non mi preoccupo di nulla, non c’è nulla che mi dia pensiero, nulla di vano su cui soffermerei lo sguardo, me ne starei sempre solo con me stesso; di una cosa soltanto, per abitudine, ho sempre desiderio, di compiere incessantemente la preghiera; quando lo faccio ne sono rallegrato. Dio sa quel che mi succede”.

 

L’espressione, «mi sono fatto come pazzo» (sdelalsja ja kakoj-to poloumnyj) porta l’attenzione sulla sanità mentale del protagonista, sulla categoria dei pazzi di Dio e folli di Cristo, in russo jurodivye, presenti nella cultura religiosa bizantina e successivamente in quella russa, in cui lui potrebbe rientrare. Di fatto, lo strannik, essendo ospite di un nobile nei pressi di Tobol’sk, sente dire a suo riguardo: «Tu devi essere buono di famiglia, e aver solo rivestito i panni del folle» (Ty, dolžno byt’, iz chorošego roda, i tol’ko napuskaeš’ na sebja jurodstvo). Ma quale relazione sussiste tra stranničestvo e jurodstvo, ossia tra la figura di un viandante e quella di un folle di Cristo? Va ricordato che il folle è segnato da un qualche difetto mentale che si esprime in una vita letteralmente matta, pur  includendo in sé semi e segni di saggezza. Nei folli di Dio l’aspetto razionale non è dominante, si manifesta piuttosto l’irrazionale, il sopra-razionale ossia divino, per cui non di rado sono considerati veggenti, visitati dal Signore e santi. Bisogna però sottolineare che lo strannik dei Racconti non è un jurodivyj nel senso vero e proprio. Ne possiede sì alcuni tratti e sporadicamente può apparire tale, ma fondamentalmente non è né un folle, né un pazzo, nonostante confluiscano in lui tracce di entrambi.

Aggiungo ancora un’immagine del protagonista che di se stesso diceva così: «mi mettevo in cammino soprattutto di notte, mentre trascorrevo il giorno a leggere la Filocalia, seduto sotto gli alberi del bosco. Ah, ecco che mi si rivelavano cose nuove, e una sapienza fino ad allora sconosciuta! Immergendomi nella lettura, gustavo una dolcezza che non avrei potuto nemmeno immaginare prima». È lo strannik che cammina, che prega e che legge. Altre inquadrature si potrebbero ricostruire mentre il protagonista incontra altre persone lungo il cammino, perché in loro ,attraverso il modo in cui le vede, le tratta e ne parla, si riflette la sua personalità.

 

Da: Stannik. Spiritualità del pellegrino russo di Maciej Bielawski, Edizioni Lemma Press, 2017.

•  è la prima monografia approfondita che sia mai stata scritta sui Racconti del pellegrino russo
•  permette di comprendere i Racconti nella loro concretezza storica e testuale
•  è la prima lettura dei Racconti dalla scoperta del loro autore, Arsenij Troepolskij, di cui viene tracciato un profilo inedito
•  la narrazione chiara e documentata dello Strannik consente al lettore di orientarsi nel labirinto dei Racconti , e coglierne gli aspetti spirituali in una nuova prospettiva

 

Video di presentazione con Maciej Bielawski

 

Scheda libro

 

Indice

Testimonianze
Avvertenze
Spazio: 1.Iter geografico; 2. Posti desiderati; 3. Luogo del cuore.
Tempo: 4. Storia; 5. Temporalità; 6. Incessanza.
Anime vive: 7. Strannik; 8. Pellegrini; 9. Clero; 10. Starec; 11. Soldati; 12. Ufficiali; 13. Nobili; 14. Insegnanti; 15. Poveri; 16. Donne; 17. Vecchi credenti; 18. Ebrei.
Testo: 19. Titolo; 20. Struttura; 21. Narratore; 22. Autore; 23. Il testo nella storia; 24. Spirito della lettera.
Spiritualità: 25. Bibbia; 26. Filocalia; 27. Invocazione; 28. Attenzione; 29. Immersione; 30. Metamorfosi; 31. Epifanie.
Epilogo
Pellegrinaggio


 

Maciej Bielawski, nato in Polonia, da oltre vent’anni in Italia; è teologo, scrittore, pittore e libero docente. Ha pubblicato tra l'altro: Panikkar. Un uomo e il suo pensiero (Campo dei fiori, Fazi Editore, 2013) e Tragedia folle. Mondo letterario di Vittorino Andreoli, Narcissus.me, 2013 (ebook); per conoscere di più il suo pensiero e le sue opere si può visitare il sito: www.maciejbielawski.com

Su Riflessioni.it nella rubrica Riflessioni sul Senso della Vita:
Intervista a Maciej Bielawski

 

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