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Umana-mente di Eliana Macrì

Umana-mente

di Eliana Macrì - indice articoli


Il mondo come volontà e rappresentazione

Gennaio 2022

 

Perché ogni vivere è essenzialmente un soffrire?
È a questa domanda che Arthur Schopenhauer cerca di rispondere con la sua opera più importante, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, e nella prefazione non nasconde l’ambizione di volere costruire un unico pensiero, che in quattro libri esprima l’enigma stesso della vita.

Era il 1818 e ancora il filosofo di Danzica era quasi del tutto ignorato. Scontroso, asociale, misogino e misantropo, quando si arrabbiava col suo barboncino lo chiamava “uomo”. Fermamente convinto che la vita umana è un pendolo che oscilla fra due poli ugualmente insopportabili, il dolore e la noia, le sue aule universitarie erano quasi del tutto deserte. Mentre alla stessa ora e a pochi metri di distanza, le aule dell’Università di Berlino pullulavano di orecchie fameliche della filosofia ottimistica di Hegel, dove tutto trova il suo posto all’interno di un ordine razionale e necessario.

Per ben dieci anni Schopenhauer terrà le sue lezioni alla stessa ora di Hegel e per dieci anni contemplerà il vuoto dei banchi quasi liberi, fino alla rinuncia della carriera universitaria. Condusse una vita solitaria nella convinzione che prima o poi l’umanità, o almeno la parte degna di essa, avrebbe apprezzato le sue idee. L’errore umano innato è credere di essere giunti al mondo per essere felici, quando l’unica reale felicità che l’uomo può raggiungere è l’assenza di dolore e di desiderio. Una verità amara da ingoiare e in effetti le cose cambieranno solo quando Schopenhauer pubblicherà quella che lui stesso definiva una “filosofia per il mondo”, una serie riflessioni etiche per attraversare nel miglior modo possibile questa valle di lacrime che è la vita.

Il pessimismo schopenhaueriano sembra profondamente radicato nella sua crescita e nella sua personalità, qualche cenno sulla sua vita potrebbe forse aiutarci a comprendere meglio il perché il suo filosofare si sia concentrato sul lato più oscuro della vita: la sofferenza.
Il padre lo voleva a capo della sua importante impresa di importazioni ed esportazioni a tal punto che quando Schopenhauer decise di dichiarare al direttore dell’Istituto Runge – una delle più prestigiose scuole private di Amburgo che formava i rampolli delle famiglie benestanti al commercio – la sua inclinazione agli studi umanistici affinché questi intercedesse con il padre, Heinrich Floris Schopenhauer lo mise di fronte a una scelta: un viaggio di due anni in giro per l’Europa, dopo i quali avrebbe continuato la sua formazione commerciale oppure seguire le sue inclinazioni. Una scelta che dilaniò l’animo del giovane filosofo e che fu vissuta come una sorta di patto col diavolo per ottenere la conoscenza. E in effetti la curiosità di vedere il mondo era davvero tanta che Schopenhauer non poté resistere. Anni dopo sarà grato a questo viaggio che gli ha permesso di attingere al grande libro della vita e se ci pensiamo la parola curiosità deriva dalla stessa radice della parola cura, avere curiosità significa avere cura della propria anima e qual è il modo migliore di prendersi cura della propria anima se non attraverso la conoscenza?
La madre sembrava molto più incline alla vita sociale che alle cure del figlio, Schopenhauer non smetterà mai di rimproverarle di essere diventata, alla morte del padre, la salonière più famosa di Germania, nemmeno quando Johanna – tanto cara allo scrittore Goethe che raccomanderà i suoi racconti romantici e i libri di viaggio, rendendola in breve tempo una scrittrice molto popolare in Germania - venderà l’impresa del marito liberando il figlio dal peso morale di gestirla in nome del padre.

Nel Teeteto Platone, prima ancora di Aristotele, afferma che il pensiero nasce dalla meraviglia che l’uomo prova di fronte al fatto che qualcosa esiste quando potrebbe benissimo non esistere nulla. La maggior parte delle persone smette di stupirsi superata l’infanzia, altri invece trasformano questa meraviglia nel desiderio di scoprire il senso della vita. Ma questa meraviglia è intimamente legata alla vertigine che l’uomo prova dinnanzi alla certezza della morte. L’uomo sa che non vivrà per sempre, sa che dovrà abbandonare tutto ciò che ha creato e curato in questa vita, e proprio perché ne è consapevole, soffre. Ora secondo il filosofo di Danzica questa vertigine dà luogo a due possibili reazioni: le religioni, che rispondono all’anelito proprio dell’essere umano verso l’immortalità, e la filosofia che aspira a comprendere con la ragione la vita nei suoi diversi aspetti per trovarne il senso, la sua ragione d’essere.
Per Schopenhauer il mondo che vediamo e nel quale viviamo, a partire dal nostro corpo e dal desiderio più intimo fino agli estremi confini dell’universo, è la dolorosa manifestazione di una forza o energia cosmica e cieca, che egli chiama volontà di vivere, una volontà eternamente anelante, eternamente insoddisfatta. La volontà si manifesta tanto negli uomini quanto in tutti i fenomeni naturali, negli alberi e negli animali, ed è primordiale, è un’energia per niente consapevole, eterna, unica in tutto il cosmo, non ha né una causa né uno scopo, è assolutamente irrazionale.

La crudele verità che gli uomini hanno cercato di celare è per Schopenhauer che “milioni di essere viventi non vivono che per vivere e continuare a vivere”.
Schopenhauer riprende la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno e afferma che due sono i punti di vista che il pensiero può assumere nei confronti del mondo: la rappresentazione e la volontà. Il mondo come fenomeno è illusione e sogno, ciò che nell'antica sapienza indiana viene chiamato velo di Maya, il mondo in sé è ciò che si nasconde dietro l'ingannevole trama del fenomeno, ovvero la volontà.

Il velo di Maya però può essere lacerato, l’uomo per Schopenhauer può andare oltre l’analisi kantiana delle possibilità della conoscenza e conoscere effettivamente la cosa in sé. Seguiamolo nel suo ragionamento. Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, o una testa d'angelo alata senza corpo, non potremmo mai uscire dal mondo fenomenico, ossia dalla rappresentazione puramente esteriore di noi e delle cose. Ma poiché siamo anche corpo, ci viviamo dal di dentro, godendo e soffrendo. Ed è proprio questa esperienza che permette all'uomo di afferrare la cosa in sé. Infatti, ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che l'essenza profonda del nostro io è la volontà di vivere, un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge ad esistere e ad agire. La volontà di vivere non è soltanto la radice noumenica dell'uomo, ma anche l'essenza segreta di tutte le cose.
Affermare che l’intero mondo, uomo compreso, è la manifestazione della volontà di vivere significa dire che la vita è essenzialmente dolore. Infatti volere significa desiderare e per definizione il desiderio è mancanza, in quanto si desidera ciò che non si ha ancora, quindi è dolore. La gioia altro non è che una cessazione momentanea della sofferenza. La soddisfazione di un desiderio, infatti, non è che una breve tregua in attesa che un nuovo desiderio si manifesti o che l’uomo precipiti in una situazione altrettanto negativa: la noia. “Dunque la vita oscilla come un pendolo fra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere”.
Più volte Schopenhauer cita il poeta Leopardi di cui ha grande considerazione perché è riuscito a rappresentare la natura più profonda del dolore.

Per Leopardi ogni essere è stimolato per natura da un continuo desiderio di piacere. Questo desiderio incessante potrebbe però essere appagato solo da un piacere infinito. Ma i piaceri che ci offre la realtà sono insufficienti a soddisfare la nostra natura che ci spinge a volere sempre di più senza mai trovare soddisfazione.
“La Natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo”. (Zibaldone, 1831)
L’infelicità umana deriva appunto dall’insuperabile distanza tra l’infinità del desiderio e la finitezza della realtà.

Poiché la Volontà di vivere si manifesta in tutte le cose, il dolore non riguarda soltanto l'uomo, tutto soffre dal fiore che appassisce per mancanza d'acqua all'animale ferito, dal bimbo che nasce al vecchio che muore. E se l'uomo soffre di più è semplicemente perché egli, avendo maggior consapevolezza, è destinato a sentire in modo più accentuato la spinta della volontà, e a patire maggiormente l'insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali.

Per Leopardi le illusioni, proprie solo della giovinezza, costituiscono l’unico momento felice dell’uomo, perché la felicità non può consistere che nell’attesa e nel sogno, o nella loro ricordanza. Secondo Schopenhauer può dirsi fortunato chi, nonostante le delusioni, coltiva ancora qualche desiderio, perché può ancora illudersi; chi non ha più alcun desiderio precipita nella noia, cioè in una condizione ancora più infelice.
Ma, nonostante la sua radicalità, il pessimismo schopenhaueriano offre una via per la liberazione dal dolore e il filo d’Arianna attraversa tre momenti: l’arte, che come un breve incantesimo sottrae l’uomo dalla catena dei bisogni quotidiani innalzandolo alla contemplazione dei modelli eterni di tutte le cose, e l’etica della pietà che consente all’uomo di farsi carico delle sofferenze altrui come se fossero le proprie.

Ma la vera liberazione si ha solo quando l’uomo riesce a smettere di desiderare annullando la stessa volontà di vivere, l’unico vero atto di libertà si ha nel Nirvana, nell’esperienza del nulla inteso come un tutto pieno, un oceano di pace, uno spazio luminoso di serenità, lontano dai rumori del mondo.
Il cammino dell’esistenza di ogni uomo si snoda in due direzioni parallele: una verso le profondità del proprio io, l’altra verso il seducente e immenso mondo là fuori. Ognuno di noi percorre entrambi i sentieri, per poi rendersi conto che in realtà non sono che le due sponde di uno stesso fiume: la vita.

Non si tratta di annullare sé stessi per conoscere il mondo né tantomeno di possedere tutto ciò che il mondo può offrire. La vita si cela proprio dietro le sue innumerevoli voci, dietro le sue innumerevoli e intrecciate domande, per cui non bisogna mai smettere di cercare una risposta in noi stessi. Quando riusciremo a sentire le voci del mondo, i desideri e i dolori, le gioie e le paure senza legare profondamente la nostra anime a nessuna di esse, allora sì che vedremo specchiarsi nel fiume il senso del viaggio compiuto e di quello ancora da compire. Sentiremo l’armonia che governa il Tutto, l’intima relazione fra noi e il mondo. L’Unità della vita.

Eliana Macrì


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