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di Maurizio Colaiacovo

 

Giustizia ed informazione, un rapporto non facile

Febbraio 2017

 

In un precedente articolo [Presunto innocente o presunto colpevole?], si è accennato al rapporto tra diritto ed informazione. Un rapporto non facile, anzi, molto complicato.
In questa sede, si tenterà brevemente di approfondire alcuni aspetti di tale rapporto.
Le vicende di “cronaca nera” sono forse quelle che godono della maggiore attenzione da parte del grande pubblico, soprattutto televisivo.
Intorno ad un caso giudiziario, molto spesso, si crea un interesse morboso, alimentato a volte da ricostruzioni a dir poco approssimative e frammentarie, se non addirittura fantasiose.
Beninteso, il diritto di informare ed essere informati è sacrosanto, non può e non deve mai essere messo in discussione, ed è giustamente tutelato nel nostro ordinamento giurudico.
Tuttavia, rispetto alla complessità di questioni intricate, problematiche, con mille sfaccettature, certa informazione tende sovente a “semplificare” (operazione non di rado effettuata per tentare di favorire una migliore comprensione da parte di chi non è “addetto ai lavori”).
Ne discende che, in alcuni casi, ci si trova di fronte alla narrazione di una storia radicalmente diversa rispetto al reale svolgimento dei fatti.
Le attività di indagine sono particolarmente delicate e irte di ostacoli e difficoltà. Richiedono un grande impiego di mezzi e dispendio di energie. Non sempre, anzi, quasi mai, si segue una sola “pista”. Le ipotesi al vaglio degli inquirenti sono sovente molteplici.
Nelle vicende giudiziarie, quello che appare spesso non corrisponde alla realtà fattuale. Un giurista sa come anche il processo “possa far diventare il bianco nero ed il nero bianco”. Sa come non sempre il processo restituisca la verità, la giustizia.
Cautela, prudenza, misura. Queste dorebbero essere le “parole d’ordine” per chi si occupa di cronaca giudiziaria.
Eppure, con troppa frequenza, assistiamo a dibattiti televisivi dove si tentano ricostruzioni, si accampano teorie, arrivando persino a formulare ipotesi di colpevolezza o di innocenza.
È una prassi assolutamente non condivisibile quella di celebrare i processi in tv. A nulla servono ricostruzioni e pareri da parte di chi non conosce tutte le “carte”, i verbali, le dichiarazioni rese, le attività svolte. È difficile anche per gli operatori del settore cimentarsi con le insidie e le difficoltà di un procedimento penale, quindi, non si comprende come possano riuscirvi persone che non sono in possesso della benché minima conoscenza delle problematiche giuridiche.
Non ci si può improvvisare magistrati, avvocati, consulenti tecnici. I salotti televisivi abbondano di “tuttologi” che, sulla scorta delle loro valutazioni del tutto soggettive ed opinabili, si lasciano andare a considerazoni la cui attendibilità è pressoché nulla.
Non bisognerebbe mai dimenticare come, dietro ogni vicenda, ci siano essere umani, con le loro storie, le loro sofferenze, il loro sacrosanto diritto a vedersi assicurare un processo giusto, celere, equo. Ciò vale sia per le vittime ed i loro familiari che per i presunti colpevoli.
La cronaca recente ci ha insegnato come alcune sentenze siano state clamorosamente sconfessate da altre sentenze pronunciate negli ulteriori gradi di giudizio. Ciò significa che si commettono errori, è umano commettere errori. Quindi, non è mai opportuno trarre conclusioni affrettate ed apodittiche.
Soprattutto la tv, purtroppo, ha bisogno di “ascolti” sempre più alti. Dunque, non è infrequente il clamore, la caccia allo “scoop”, salvo poi precipitose ed imbarazzati smentite.
Stupisce e suscita anche una certa inquietudine constatare come luoghi dove si sono consumati efferati delitti, siano poi diventati oggetto di “visite” da parte di gruppi organizzati, mossi da una curiosità assolutamente fuori luogo.
A volte, siamo di fronte ad una vera e propria necessità da parte dell’opinione pubblica di cercare e trovare “il capro espiatorio”, “il cattivo”, il “colpevole”.
Forse è un bisogno atavico, antico, quello di cercare le “colpe” altrui, come in una sorta di “rito purificatore” che ci allontana dalle nostre e ci evita di fare i conti con la nostra coscienza, con le nostre umane debolezze.
Tuttavia, è una pratica pericolosa, proprio perché ci impedisce di comprendere, di capire, di valutare con serenità.
Compito di una corretta informazione è proprio quello di porre ognuno nella condizione di comprendere al meglio, senza “pregiudizi”, senza preconcetti.
Non si chiede una narrazione asettica e del tutto scevra da valutazioni, ma una informazione serena, obiettiva e quanto più possibile vicina al vero e, nella peggiore delle ipotesi, al verosimile.
Occorre in conclusione considerare come la crescita del grado di civiltà di una società si misuri anche dalla indipendenza ed attendibilità dei mezzi di comunicazione di massa e dalla qualità dell’informazione che questi producono.

 

   Maurizio Colaiacovo

 

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