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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

La risposta
Si può aver fede in un dio che non c'è?
di Mario Cialfi
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Può sembrare che io infierisca sulla religione senza ricordare il bene che essa ha prodotto, la luce di moralità che ha diffuso – eppure anche questa è mitologia, questa visione di una benedizione dall’alto, di una moralità che non ha mai impedito all’uomo di servirsene per conquistare il potere e per infliggere offese nel nome di dio. Eppure io continuo a pensare che non è una colpa di dio, ma di quello che noi pensiamo sia dio, e che si tratta sempre di una nostra follia, compiuta in nome di chi non ha nome. E poiché mi sembra di essere solo una parte del tutto, posso estendere questa accusa all’intero universo, che diventa responsabile del suo essere e del suo divenire, mentre dio non è né cattivo né buono perché non esiste: ed è il primo motivo che impedisce di trovare risposta alla domanda “Chi sei?”.
Sì, il tuo dio è soltanto uno spettro, è la larva delle tue notti agitate, o di un passato che non riesci a dimenticare e che non serve neppure a renderti un poco più saggio. Alla fine, se anche riuscisse a farti compiere qualcosa di santo, che cosa varrebbe, visto che è ciò che ti è imposto e che ti promette la beatitudine o almeno una coscienza per così dire più ilare ? Dio – ma c’è davvero bisogno di dio per toglierci al fango terrestre e perfino, in un senso ironico e oscuro, credere che il colpo di grazia sia qualcosa di più della lama dell’assassino?
E anche togliendo alla grazia quell’alone surreale ed etereo, facendo di essa l’ultimo, il più maturo e forse delizioso disegno di una civiltà del mondo, come posso considerarla più che un ultimo fregio e un’elegante forma d’ebbrezza? Che cos’è la grazia che io sognavo di scorgere nella profondità della storia, in quell’orizzonte ove si spegnevano le sue pulsazioni e dall’infinita sequenza del male usciva, come dall’antica tragedia, il sorriso delle Sirene? Che l’intera storia tenda, nonostante i suoi tragici errori alla moralità, che questa sia il valore supremo, il simbolo dell’assoluto – che la parola pietà sia l’ultima parola da noi pronunciabile – no, l’assoluto vieta qualsiasi nome e io mi sono lasciato sedurre da illusioni che ora rifiuto. Se noi viviamo la storia come una ricerca dell’assoluto, e se quest’ansia è ciò che spinge dall’interno la vita fino a farci morire, ebbene questo non significa, anzi vieta di pensare che la storia possa arrivare o anche soltanto sperare di avvicinarsi a un ultimo fine, tanto meno a un regno morale o un ideale divino. Bisogna aver coraggio di attenersi a ciò che vogliono dire assoluto e infinito, in quanto il primo denuncia dio come un idolo e l’altro come un macigno che interrompe il cammino. In alto ed in basso, nel trascendente e nell’immanente, la logica della fede distrugge sé stessa e non permette di attendersi nulla – neppure una definitiva maledizione.

 

Ricordo la fede che mi ha fatto uscire dal sangue dei genitori – ed è la fede che mi ha aperto gli occhi e la bocca, che mi ha fatto sentire, parlare, comprendere e muovere queste piccole mani. Non c’è essere che non abbia provato il brivido della fede, poiché si crede a prescindere dall’esistenza di ciò in cui si crede, e dunque è fede nell’assoluto. Certo una fede va e una fede viene, e, almeno da quando è nato l’uomo, può essere sostituita da una fede – o forse da una ragione – diversa. Ma la rincorsa tra ragione e fede è sempre vinta da questa. Noi abbiamo ritenuto che solo la fede nel nostro dio fosse una vera fede: ma essa si sparge nell’universo e non conosce limiti, esula da qualunque forma, da qualunque sentimento o pensiero – da qualunque santissimo e da qualunque demonio: dunque è forse solo fede nel tutto. D’altra parte questo potrebbe essere il suo privilegio: non un credere in dio ma il credere in sé, anche se la fede in dio evoca una strana malia e una maliziosa speranza, voglio dire la speranza che l’assoluto al quale mi volgo abbia dei lineamenti che lo facciano in qualche modo simile a noi e corrispondente alle nostre attese. Dunque, sempre un’idolatria, anche nel più maturo e spirituale monoteismo.
E ritorno, ancora una volta, a quell’ambiguità terribile e deliziosa. Se infatti il religioso non ha nel profondo che una fede nell’assoluto al di là di qualunque immagine e giustificazione, come individuo storico sa di non essere l’assoluto – lo cerca in quanto esiste si muove e lavora, in quanto spera di costruirlo, e mentre il trascendente ti paralizza ed è quindi disperazione, l’immanente ti incita a vivere la tua storia e a non rifiutare la vita fino a morirne. Così da questo punto è giustificata la storia, ma storia vuol dire universo con tutte le sue leggi folli e magnifiche, spinto a una verità che può non corrispondere affatto alle nostre attese, e non si tratta solo di noi ma anche degli altri, presenti e futuri, e di tutto ciò che potrà venire alla luce quando la stessa umanità sia scomparsa. A volte mi pare di poter controbattere che c’è qualcosa qui dentro che ci mette al riparo dalla disperazione, una volontà o un ideale – altri direbbe utopia – che non si può sconfiggere perché costruito dal basso, perché è un aprirsi dell’essere al tutto, a un’alba che alimentiamo col nostro sangue. “La conoscenza non ha altra luce se non quella di una redenzione del mondo”, dice Adorno in un momento di tenerezza. Ma se la luce è luce dell’assoluto, io posso obiettare che quell’affermazione è avventata, che è solo una favola, che quella luce non rivela nulla e tanto meno una redenzione del mondo, mentre, se non lascio la storia – la nostra povera storia – e non getto lo sguardo fuori di essa, forse mi è dato paradossalmente di giustificare quell’illusione, perché non c’è altra forma, favola o simbolo con cui l’assoluto può venirci incontro nel miracoloso raggio dell’avvenire: una redenzione – o una pietà – che ha perso il suo idilliaco candore e ha acquistato il carattere di un difficile e tormentoso progetto. Eppure proprio qui si annida il pericolo, se in noi, nel nostro mondo e nel nostro pensiero è confitto quel tremendo stilo e trepida quel genio della possibilità che non rispetta nessuno e che annienta qualunque progetto, qualunque speranza di poter arrivare a una meta avessimo pure a disposizione uno spazio e un tempo infinito. No, neanche l’immanenza ci salva, e neppure se la nostra fede riuscisse a superare ogni incanto e superstizione, ogni credo finito e ci insegnasse a vivere e morire nel nostro respiro, non potremmo sperare, per noi e per i nostri figli, per tutte le generazioni e per tutte le materie dell’universo di avere finalmente pace. Ho paura – e questo sarebbe davvero un momento critico – che dopo aver cessato di credere in dio, io sia obbligato a non credere più neanche nella storia infinita, proprio per avere in qualche modo identificato l’uno con l’altra, attraverso quell’analogia di trascendenza e immanenza che era ancora un palpito religioso quando mi apparve come la trama della mia mente e dell’universo. L’aver pronunciato quelle parole doveva in qualche modo impedire di uscire da quel magico cerchio per entrare nella vera storia - quella in cui non c’è bisogno di dio. Ma proprio qui, sul punto di andare incontro all’ateismo compiuto e rinunciare a quella risposta, incontro l’ultimo ostacolo, il più grave perché non è rappresentato dal potere e dal fascino della mitologia ma da qualcosa che striscia nel nostro laico pensiero, nella mente affidata alle sole sue forze: un’ordalia decisiva e forse l’ultima prova per chi nutre il coraggio di vivere nella storia.

 

Così la Via Crucis non è terminata. Perché ciò che ho chiamato un ostacolo potrebbe essere considerato un avvertimento: un richiamo a quella parola o quel demone della “possibilità”, che è racchiuso nel nostro cervello, pronto a sconvolgere come un giocatore infallibile tutte le nostre carte.
In effetti sembra essere qualcosa di più di una parola del dizionario, forse il principio dell’essere, o il principio dell’universo. Mentre l’intelligenza si fonda solo su questo, sul fatto che si può pensare tutto e che tutto ciò che si pensa potrebbe essere vero, fino a quel dubbio paradossale del saggio cinese che non può decidere se ha sognato di essere una farfalla o se la farfalla sogna ora di essere lui: in senso più lato, a renderci conto che noi possiamo non solo fantasticare ma credere, in un impulso logico inesorabile, che qualunque cosa pensata può essere vera, anche se è contraria a ciò che si vede e normalmente si crede, perché certo è possibile pensare questo, e la verità assoluta potrebbe essere una verità terribile, assurda o alla fine banale.
Ho detto che credo nella verità anche se non potrò mai dire di averla raggiunta, anche se potrebbe essere semplicemente ciò che tutti vediamo, la realtà di un mondo così come ci appare in questo momento e di cui gli scienziati cercano volonterosamente di scoprire il principio e la fine, che forse non sono diversi da un battere d’occhio. Questo mondo – dicono - potrebbe altro e la verità una non-verità. Non c’è confine al possibile e proprio questo costituisce la forza dell’assoluto e il movente della nostra ricerca.
Una logica del possibile. Ma che non è un tipo di logica, anzi invade e distrugge la logica, anche se non distrugge il pensiero, visto che questo la domina sempre, o meglio la crea, in rapporto alle sue brucianti esigenze e a un fine che non si determina mai e sempre sovrasta gli schemi, le norme, gli assiomi imposti da scienza e filosofia. Una logica che stringe possibile ed impossibile e che diventa leggera e scherzosa come la logica di un bambino.
E allora come si può – se ben guardiamo dentro di noi – escludere che ci sfiori lo sguardo di un dio e che questo mondo sia un altro mondo? E’ questo il dono e il veleno della libertà, e come il saggio cinese, così un filosofo può dubitare di tutto, cioè – che è lo stesso – credere tutto. Forse, è questo il vero miracolo. E’ questo – cioè la facoltà di pensare tutto – ciò che alimenta una storia infinita facendo balenare la possibilità di un trionfo dell’essere sul non-essere, della verità sulla non-verità, e la possibilità di dio contro ogni ateismo proprio perché non ci è dato vederlo e quindi smentirlo o, con una metafora che potrà apparire blasfema, non si potrà mai dimostrare che dio è morto perché non si potrà mai dimostrare che esiste o è esistito. E’ questa la segreta ragione di una mancata risposta alla mia domanda – un gioco di parole più che di logica. O il gioco stesso di un dio? Per intanto, preferisco pensare che la possibilità che dio esista nasca dall’oceano come quella di un antico nume, e che, come l’antico nume, fluisca visibile ed invisibile. Benvenuta, quindi, l’immensità dell’oceano che da ogni parte ci avvolge con le sue cangianti possibilità, e se persino la religione in cui sono nato si sforza di dimenticare il peccato dell’eresia e permettere di pensare tutto – questo ha una ragione che non dipende dai compromessi, dalle mode e dagli aneddoti della cronaca, ma dal fascino della possibilità.
Anche se mi rendo conto che proprio per l’inviolabilità di quest’alibi o di questo demone del pensiero, l’affermazione può sempre essere rovesciata nella negazione, la possibilità nell’impossibilità e, finché il pensiero è pensiero, il dubbio non perdona – e nessun dio lo può togliere. Dunque un’arma spuntata, un ostacolo che non esiste.
Io ho voluto crocefiggerlo all’assoluto, e che cosa ho ottenuto? Un dio perennemente possibile e proprio per questo oggetto di dubbio. Alla fine soltanto un’ipotesi, un’onda sul mare, un insetto mostruoso e assillante, che rende grottesca la pascaliana scommessa, che è la scommessa della nostra religione e di qualsiasi religione. Dio come premio di una scommessa. Come beneficenza sentimentale. Forse sarebbe più onorevole credere in lui soltanto per strapparlo alla gogna dei secoli, alle spine della bestemmia, salvarlo dal baratro in cui l’umanità lo ha gettato. O sarebbe questa la vera bestemmia, oltre che una resa a quel falso candore che si cela nelle sembianze di tutti i fedeli? Poiché non c’è via di scampo: se dio è quello concepito dalle religioni, esso è un dio cattivo, ingiustificabile e totalmente falso; un dio che non serve a nulla, anche se questo può dipendere dal nostro modo di concepirlo, cioè di considerarlo come un assoluto a metà, un assoluto con le nostre fattezze, chiamato a rispondere alle nostre domande, forzosamente elevato ma in realtà soggetto alle contraddizioni e alle bassezze della nostra specie, tanto che per vedere che cosa significhi e valga non è restato che allontanarlo da noi, a costo di perderlo e di non poterlo più né invocare né odiare. Una rivolta che dopo tutto non conclude nulla, ed è meno efficace e offensiva di ciò che è racchiuso nel pascaliano getto di dadi e nel demonico vocabolo "possibilità".

 

Dunque la sola conclusione a cui mi conducono queste parole sarebbe l’antico e sempre smentito monito dello scettico – non credere in nulla, cerca solo di sopravvivere senza indulgere alla disperazione, visto che neanche la sventura è certezza. Egli non pecca per umiltà ma arroganza, poiché anche questa sarebbe una scelta, anche se si potrebbe parlare ancora di un riflusso emotivo, di una nostalgia della lezione dei saggi e di una serenità che era pronta a confortare nei casi difficili e, come un raffinato viatico, a far morire in pace. Anche questo, in fondo, è mitologia, così che sembra più degno quel “tentare di esistere” che seduce i poeti eretti nella loro illusione di essere pari ad eroi – a coloro che sanno imbracciare le armi o giurare su un’unica idea in un’estasi di virilità e di isterismo.
Tra indolenza e protervia, scetticismo e falso ardimento forse non resta che aggrapparci a quel filo di luce che attraversa tutte le forme e non ne celebra alcuna, quello stame che unisce le stelle alle generazioni in un’unica storia di fotoni e di geni, di dannati e messaggeri celesti, trovando in questa immensa uguaglianza la forza per andare avanti, con l'oscura e perfino infondata fiducia che un impulso ci guidi, al di là di ogni verità e certezza morale, di ogni metafisico incanto, anche di quello dell’onnipotente possibilità, a qualcosa che intravediamo come assoluto.
Un porgersi a ciò che non ha nome come non ha nome dio. Vuol dire questo essere religiosi?
Forse si tratta davvero di una fede più pura, perché in questo strano cammino non vi è differenza di forme e di popoli, di scienza e magia, anzi neppure di fisica e metafisica e forse di vita e di morte, mentre nulla può garantire o negare il valore di ciò che l’uomo ha nei millenni pensato. Vuol dire questo che redenzione non c’è e che il nostro è un destino tragico? No, neanche questo è sicuro se, accogliendo l’avvertimento degli scienziati, possiamo presumere che l’apocalissi sia tanto distante da non disturbare le nostre giornate e da placare il pensiero con l’anestesia di miliardi di anni. La scienza è fondata sul dubbio. Ma il dubbio è la condizione della verità, di quel nudo e incontaminato pensiero dell’assoluto che in sé non è nulla, ed è come un lampo nel nostro cervello e negli spazi di un mondo che forse non c’è. Ma basta la certezza dell’assoluto a riempire una vita e a sostituire le religioni del mondo? Se si osa dubitare si deve dubitare fino alla fine: in alto e in basso, nel trascendente e nell’immanente – non c’è verità assoluta se non c’è dubbio assoluto.
Ho vissuto in un’isola deserta – a volte anche in un Eden con un’unica Eva – alla fine ho rifiutato la possibilità di agire sugli uomini, perfino di mettermi in rapporto con essi; mi sono chiuso in un piccolo mondo senza tormentarmi per questo e sentendomi, anzi, passabilmente felice – forse perché dovevo solo cercare di giungere alla verità, al di là di ogni soddisfazione terrestre – solo questo importava e questo richiedeva, lo dico con qualche punta d’orgoglio, soltanto me stesso, con la mia intera vita. Ora, che cosa mi rimane di quell’ideale se non quell’esilissimo filo? Il filo – o il sogno – che sembra congiungermi con l’assoluto non sapendo neppure se quello che dico abbia un senso, se queste ansie e sentenze abbiano un qualche valore.
Ma ecco, io mi sento sempre avvinto a quest’unico filo, a questo stame che mi riporta all’inizio, a quella misteriosa e posso ancora credere sacra parola. Una parola che è una domanda lanciata nell’eternità per sapere che cosa in essa si cela, in quell’idea così fulgida da giustificare, nonostante la sua irrealtà, l’esistenza e il moto di tutto, compresa la mia stessa vita, e farmi stringere il filo che a lei mi lega, anelando per l’ultima volta a quell’altra parola – infinito – che è l’essenza inconfondibile della storia, a costo di rinunciare a tutto ciò che ho creduto finora e aprirmi ad altri pensieri, ad altri conflitti e a quella poca pace che mi sarà data.
Se tutto è possibile, non c’è niente che valga, ma se l’assoluto è là e un filo ci lega ad esso, possiamo continuare a cercare, parlare e morire con una luce negli occhi. Ancora una volta, sembra che io ricada nel baratro della piaga aperta nel cuore del tutto. Vuol dire questo che sono ancora un essere religioso? Io non credo più in dio, anche se la mia forza di adorazione non cessa e non è diretta a quel nome ma a qualcuno che per noi è nulla e non risponderà alla domanda, ma che forse è qui, se il silenzio è la sua risposta. Dopo tutto, proprio questa è la fede.

Mario Cialfi
www.mariocialfi.it

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