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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli
Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera
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Critica d'arte e filosofia.

Conversazione con Cesare Brandi
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - Aprile 2007

Cesare BrandiCesare Brandi, del quale lo scorso anno (2006) ricorreva il centenario della nascita, è stato uno dei massimi teorici e storici dell’arte del Novecento, ma i suoi meriti non sono ancora stati riconosciuti interamente. Nei confronti della sua opera si è esercitata una duplice diffidenza: gli studiosi d’arte lo hanno considerato troppo filosofo, i filosofi hanno ritenuto che la sua riflessione fosse troppo condizionata dalla sua attività di critico. È uscito di recente presso la casa editrice Quodlibet il volume di Paolo D’Angelo Cesare Brandi. Critica d’arte e filosofia, un libro che vuole invece dare finalmente a Brandi quel che è di Brandi, cioè mostrare come proprio la sua lezione di critico-filosofo, di critico e filosofo dell’arte sia oggi fondamentale. Per farlo D’Angelo (professore ordinario di Estetica presso l’Università di Roma Tre) ripercorre tutta l’opera teorica di Brandi - senza trascurare però alcuni sguardi alla sua opera di storico e critico delle arti – dai primi dialoghi sulle arti  degli anni Cinquanta fino a Teoria generale della critica e ai dibattiti degli anni Settanta, fornendo una introduzione completa al suo pensiero, e analizzando  gli aspetti più interessanti e influenti delle teorie brandiane, dalla architettura alla scultura, alla teoria del restauro (della quale Brandi rimane il teorico di riferimento, in Italia e all’estero: escono in questi giorni la traduzione in Tedesco e quella in Cinese). Con la sua altissima capacità di leggere l’opera d’arte – questa la tesi di D’Angelo - Brandi ci offre il modello di una critica che sia partecipazione alla legge stessa di formazione dell’opera: in un’epoca in cui la critica letteraria e artistica sembrano attraversare una profonda crisi, le idee apparentemente inattuali di Brandi ci possono spesso le risposte di cui andiamo in cerca.
L’intervista che segue, ora pubblicata integralmente, fu l’ultima concessa da Brandi, “l’uomo meno raro e difficoltoso che abbia incontrato” (come lo definì Pier Paolo Pasolini in una lettera indirizzata a Contini). Il nostro incontro avvenne una mattina di primavera del 1985 nella sua villa di Vignano (Siena) . Egli vi morì tre anni più tardi.

 

Professor Brandi, qual è l’esigenza primaria della sua metodologia?
Non è facile rispondere a questa domanda, perché richiede un’esposizione di principi che non è il caso di mettersi a fare ora. Tuttavia, l’esigenza primaria, per me, è di considerare l’opera d’arte come un assoluto, qualcosa d’insostituibile e irripetibile, al pari della persona umana. Entrambi si trovano nella stessa condizione d’unicità. Dal punto di vista teorico, considero un’opera d’arte come espressione di quello che una volta si chiamava lo spirito. Se non vuole chiamarlo così, comunque come opposto alla materia. Senza ricorrere a terminologie idealistiche (che del resto non sono mai state mie, perché pur muovendo dall’idealismo, attraverso poi il costruttivismo tutto il mio sviluppo filosofico va verso un’altra direzione) bisogna riconoscere che l’opera d’arte si pone come un assoluto e soprattutto come quell’esigenza, per l’uomo, di qualcosa di irriducibile in termini fisici. Anche se sono sempre dell’opinione che un minimo di fisicità è assolutamente indispensabile per l’opera d’arte, anche per quella più eterea. Perché se si può leggere anche non a voce alta, resta sempre il fatto che l'elemento voce, ossia l’elemento fisico, è implicito anche nella lettura semplicemente fatta con la vista.

 

Nell’ambito culturale internazionale, con chi ha sentito di poter trovare un’intesa teorica?
Il filosofo a cui mi sono sempre sentito più vicino è senz’altro Heidegger, nonostante le nostre posizioni non coincidano. Fin da quando lui, in Italia, non veniva letto da nessuno, io mi muovevo già su basi che allora si dicevano esistenzialiste, che erano anche quelle di Sartre. Ma l’origine di tutti non è Sartre, è Heidegger.

 

Si è interessato alla figura del pensatore francese Jacques Derrida?
Mi sono interessato anche di Derrida, ma lui è un’altra delle sottospecie di Heidegger, per intenderci. Non è che sia un pensatore indipendente: però ha avuto delle posizioni e soprattutto delle enunciazioni tutt’altro che trascurabili. Particolarmente la sua teorizzazione della “differenza”. In questo senso mi sono sentito anche vicino a Derrida, ma sempre su di una base heideggeriana.

 

Fu per essersi accostato a Burri, dopo aver scritto “Fine dell’avanguardia”, che nacquero le divergenze tra lei e Mario Praz nella valutazione dell’arte moderna?
Già, ed era inevitabile. Io ero andato avanti un una certa valutazione, e Praz non era un critico d’arte, ma proprio il tipico critico letterario che a un certo momento, per estensione, talvolta un po’ arbitraria del campo d’indagine, era passato anche alla critica d’arte. Però attraverso i mobili, attraverso lo Stile Impero. Questo era il suo principale abito figurativo. Detto ciò, io stimavo moltissimo Praz, che è stato oltretutto mio collega. Ma rimane il fatto che come critico d’arte non esisteva, perché lui aveva creduto di poter accedere col senso comune alla critica d’arte.

 

Nella dimensione dell’architettura italiana, nelle considerazioni della sua funzionalità, perché lei ha eliminato in quest’ultimo lavoro, “Disegno dell’architettura italiana” (pubblicato da Einaudi) riferimenti sociali e politici?
È impossibile altrimenti. Perché l’architettura sembra che abbia delle condizioni particolari che la contrappongano alla pittura e alla scultura, ma non ne ha. Quindi quel che rientra nella pittura e nella scultura, e che io chiamo il referente, accoglie e congloba quelle che sono le ragioni sociali dell’architettura. Lo scopo per cui un’architettura viene fatta, tutto sommato, fa parte del suo referente. Il referente casa è una spazialità che possa accogliere la vita e l’attività di un uomo e non ha bisogno di essere messa in una particolare enunciazione, perché è inevitabile, come lo è il referente della parola. Alla parola rosa lei non può evitare il referente; altrettanto, all’architettura-casa non può rifiutare il referente casa-abitazione e tutte le particolarità che si collegano con l’uso umano della casa.

 

Recentemente sulla rivista di letteratura “Arsenale” sono apparsi dei suoi “sonetti segreti”. Ne approfitto per chiederle che posto ha occupato in lei la letteratura.
Io sono nato poeta. Ho scritto tre libri di poesia; che poi nessuno li ricordi… beh, non voglio cominciare con le lamentele del critico che si lamenta dei critici. D’altronde pubblicai un volumetto di poesie già nel ’27; successivamente un altro volume per la Cometa di Roma (per il tramite di Libero De Libero), poi finalmente le elegie presso Vallecchi. Non hanno niente a che fare (magari l’avessero!) con quelle di Duino di Rilke. Comunque le elegie erano sempre state scritte, non l’ha inventato Rilke il tipo dell’elegia. La mia massima attività poetica fu proprio rivolta verso la tecnica della poesia: In Voce sola, pubblicato dalla Cometa, ci sono delle poesie nelle quali, senza saperlo, ho reinventato il sistema francese del “triolet”, ossia due quartine di cui una ripete tutte le stesse parole finali della prima. Questi “divertimenti” appartengono allo stesso divertimento del sonetto o della sestina petrarchesca, nella quale anche mi sono provato. A un certo momento, quando ricominciai a scrivere i sonetti, mi divertii a farne alcuni in cui, pur conservando la più stretta osservanza dell’allacciamento delle rime, facevo però sì che queste dovessero essere cercate a metà del verso. Quindi sono sonetti scritti in endecasillabi che hanno la finale a metà del verso o all’inizio, comunque in modo da tradurre quasi la rima in assonanza. Ora Italo De Benedetti, un caro amico, ha riscoperto queste cose e me le ha tirate fuori. A dire la verità la persona che li apprezzava molto, questi sonetti segreti, era Bobi Bazlen, di cui sono stato amico e che veniva apposta da me perché gli leggessi qualcuno dei nuovi componimenti. Poi sa, Bazlen non ha scritto nulla e quel poco che ha scritto era meglio non lo pubblicasse… Ma era un uomo di un gusto e di un fiuto davvero straordinari. Allora anche per l’approvazione datagli da lui mi sono lasciato sedurre, e qualche sonetto l’ho dato a Italo De Benedetti. Insomma, volevo dirle che non è una cosa nata all’improvviso, sono il sedimento di una lunga esperienza poetica.

 

L’arte, come ansia di metafisica impossibile: le pare una definizione accettabile?
Sì, in fondo potrebbe essere una definizione, in quanto la metafisica come indagine sull’essere (perché tale dev’essere, sennò non è metafisica) in un certo senso può sembrare corrispondere a quella che è la ricerca dell’arte, che ricerca un essere che non è fenomeno, epperò ricerca dunque un essere in sé. L’essere è sempre in sé. In tal senso si potrebbe considerare l’arte come una metafisica impossibile.

 

Doriano Fasoli

 

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