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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Nel cielo alto.

Conversazione con Paolo Lagazzi
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Tra i critici italiani emersi negli ultimi anni, uno fra i più originali ed eclettici è senza dubbio Paolo Lagazzi. Pur restando abbastanza ai margini della scena massmediatica, schivando i dibattiti e le kermesse letterarie, la sua attività come recensore è autenticamente militante. Si è occupato dei temi e degli autori più diversi: dai poeti italiani contemporanei (in particolare Attilio Bertolucci, di cui ha curato, con Gabriella Palli Baroni, il “Meridiano” delle opere) a quelli giapponesi antichi e moderni (l’ultimo suo lavoro in quest’ambito, apparso da Mondadori nel 2003, è Nel cielo alto, un’antologia di poesie di Kikuo Takano che ha curato con Yasuko Matsumoto), da narratori italiani e stranieri (specialmente Silvio D’Arzo, Joseph Conrad e Bernard Malamud) a temi quali l’incontro-scontro fra letteratura e magia, letteratura e arti figurative, letteratura e cinema, Occidente e Oriente. Conversare con lui – come faccio incontrandolo a casa sua a Milano, dove si è trasferito da tre anni, lasciando Parma, la sua città natale – è una buona occasione per spaziare in lungo e in largo fra autori e problemi diversi.
Comincio chiedendogli come presenterebbe, a chi non lo conosce, la figura di Kikuo Takano.
“Takano, senza dubbio il maggiore poeta giapponese vivente e uno dei più grandi poeti contemporanei”, mi risponde, “è ormai, da qualche anno, piuttosto noto in Italia: è venuto tre volte nel nostro paese per partecipare a incontri diversi, e molte sue poesie sono state tradotte da Yasuko Matsumoto in collaborazione con Massimo Giannotta e con me. È nato nel 1927 nell'isola di Sado. Laureato in ingegneria civile, ha insegnato a lungo al liceo. Negli anni Cinquanta ha fatto parte del gruppo “Arechi”, ispirato alla Terra desolata di
Eliot. Negli stessi anni si è molto nutrito di letture esistenzialiste (Heidegger, Jaspers). Parecchie sue poesie sono state musicate da celebri compositori giapponesi (in particolare Saburô Takata). Oltre che in Italia, Takano è tradotto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia e in Cina. A chi non lo ha letto, posso solo raccomandare di farlo perché scoprire Takano è un'esperienza immensa per chi ama ancora, davvero, la poesia.”

Qual è la cifra stilistica di questo poeta?
Benché in versi liberi, la sua poesia nasce dal rispetto pieno della parola. Non ci sono in lui pose o forzature stilistiche, non c'è mai perentorietà, allure orfica o teatralità. Sebbene intimamente forte, tesa e ricca di passione meditativa, la sua lingua ha una qualità di naturalezza e di trasparenza abbastanza unica nel panorama poetico contemporaneo (anche giapponese). Per l’abbraccio in essa tra forza e leggerezza – o fra pathos e quiete, dolore e delicatezza –, è impossibile non riconoscere nella poesia di Takano quel quid che rende struggente e memorabile una voce.

Quali sono i temi centrali della sua opera e con quali poeti occidentali si possono cogliere delle affinità?
Il "fuoco" della poesia di Takano è la ricerca di qualcosa (poco importa come chiamarlo: Dio, l'assoluto, l'Origine?) che possa dare un senso o un fondamento alla nostra fragilità, al nostro essere risucchiati dai vortici del tempo. Nessuna poesia, da questo punto di vista, è più intrinsecamente metafisica: ma Takano non è un simbolista, non è un poeta dell'assenza: se mai, tra i poeti occidentali, uno fra i suoi maestri ideali è, come ho già detto, Eliot (ma ha molto amato anche
Montale). Come la parola di Eliot, anche quella di Takano è radicata nelle cose: il mondo la abita e la percorre nelle sue forme, nei suoi doni, nella sua luce, nei suoi spazi. Ma, attraverso le cose, la parola di Takano aspira all’Altrove, come un albero piantato in terra con radici profonde e teso con i rami al cielo più alto. Questa tensione è anche un movimento d'amore: mentre interroga il mistero dell'Essere, Takano non dimentica mai gli esseri concreti: uomini, animali, fiori, frutti, foglie. La sua poesia, palpitante di una pietà che viene in parti uguali, direi, dal buddhismo e dal cristianesimo, ci insegna il valore della pazienza, dell'attenzione e dell'ascolto: soprattutto ci ricorda che non c'è verità e bellezza senza giustizia, senza condivisione della nostra umanità.

Attraverso quali percorsi mentali è arrivato ad occuparsi prima di Attilio Bertolucci (al quale ha dedicato parecchi studi) poi di Kikuo Takano?
Il mio incontro con l'opera di Bertolucci e di Takano, i poeti che ho amato e amo di più, non è nato da percorsi mentali, ma da qualcosa di misterioso che mi sembra di poter assimilare solo al destino (uno dei miei saggi più noti su Bertolucci s’intitola proprio Rêverie e destino). La poesia di
Bertolucci l'ho conosciuta prestissimo, nel 1971-72, quando dovevo scegliere un argomento per la tesi di laurea – e fu amore a prima vista.

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