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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Il Conte Libertino

Conversazione con Renzo Paris
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2012

 

Paris, se dovessi definirti, come ti definiresti?

Renzo ParisUn poeta che, a un certo punto, per sciogliere il nodo, ha scritto romanzi, biografie, libri di critica. Sono stato definito da Filippo La Porta «il padre dell'autofiction». Quando l'ho riferito al mio amico Walter Siti, ha esclamato: «Papà!» Scherzo… Sono un marsicano emigrato a Roma all'età di tredici anni e ancora innamorato di questa città.

 

Sei al passo con l'attuale produzione poetica?

Se l'attuale produzione poetica è la neo-neo-avanguardia, sono lontanissimo. Ma non mi ritrovo nemmeno con le tendenze neoermetiche. Sono un solitario. Ho appena pubblicato La banda Apollinaire, la mia banda.

 

Da dove ti sembra, dunque, provengano gli spunti più innovativi, più vitali?

Dalla vita. E da letture «neo-antiche». Mi ricordo adesso di aver scritto un manifesto del neo-antico per un libro curato da Mario Perniola.

 

Che futuro ha la critica? Puoi indicarmi i nomi e le linee di tendenza su cui scommettere?

Ho letto tantissima critica, forse troppa, dai tempi della mia Università, dove erano ancora vivi Giacomo Debenedetti, Mario Praz, Sapegno. Ne leggo ancora oggi: da Ferroni a La Porta, a Berardinelli e ai più giovani, come Di Consoli, Caterini e Febbraro… lo stesso Pedullà junior. Non evito Cortellessa, Policastro, ma non mi trovo a mio agio. Io sono, detto tutto, per i critici che scrivono saggi, che scelgono i loro autori, che dimostrano di amarli.

 

Quali sono, secondo te, le vere qualità del saggista letterario? L’immensa cultura? Il desiderio di possesso? Il dono analogico? L’arte delle connessioni? Una sottigliezza persino tortuosa? La freddezza mentale? Il fiuto del poliziotto che insegue dovunque le tracce del criminale? Il dono psicologico: quello che Poe chiama il «metodo di Dupin»?

Connessioni e dono analogico. Ma soprattutto la scrittura, che non deve nemmeno somigliare lontanamente a quella accademica.

 

L’autore di libri comunica di solito assai male, sommerso da altri media e dalla stessa quantità di libri pubblicati. Se vuole comunicare largamente, è costretto spesso a fare troppe concessioni. Se non vuole farle, deve quasi sempre accontentarsi di circuiti medi o piccoli, quando va bene… Pensi di poter condividere questa opinione?

Meglio se piccoli, anche se la comunicazione ha leggi generali. Io mi sono servito delle grandi case editrici e delle piccole, senza scendere a concessioni di sorta. Ma nelle grandi c'erano direttori come Porta e Filippini.

 

Qual è precisamente il ruolo di un critico militante?

Quando, per otto anni, ho scritto gratis recensioni per il manifesto, un po’ ho creduto a quel ruolo. Ma c'era un contesto che aiutava. Poi negli anni Ottanta la mia militanza critica è, per così dire, scemata. L'addio è stato il polemicissimo Il mito del proletariato nel romanzo italiano, che con Cani sciolti e Cattivi soggetti chiudeva quella stagione. Oggi mi sento più libero, e in un certo senso più militante: Pulp non è una rivista innocente, parlo dei classici che voglio.

 

Diceva Cézanne: «Non bisogna chiedere a un artista più di quanto possa fare né al critico più di quanto possa capire». E Bloy: «I critici sono quelle strane persone che si ostinano a trovar domicilio in un letto altrui». Cosa ne pensi? Secondo te, la critica dovrebbe evitare le astrazioni e, per così dire, «cominciare da qui»?

Evitare le astrazioni; ma, anche, di sistemarsi nei letti altrui senza nemmeno portarsi le lenzuola. È buona educazione mantenere una certa distanza. La critica non deve somigliare per forza a una autofiction, che appartiene alla narrativa.

 

Per qualcuno una recensione dev’essere l’equivalente di un pot de confitures… Per te, qual è il senso della recensione?

Ne scrivo pochissime, e ne leggo altrettanto poche: solo quando dietro il recensore vi è, come diceva de Sanctis, l'uomo.

 

Che cosa rimproveri in particolare alla sinistra italiana?

Di essersi suicidata.

 

Vai ancora volentieri al cinema?

Meno di una volta. Vado al Videobuco del mio quartiere e affitto i film che voglio vedere. Anzi li lascio prendere a mio figlio Alessandro, regista di Questa storia qua, che, curiosamente, ha un gusto simile al mio.

 

Qualche titolo di opere letterarie che ti stanno più a cuore?

Tanti…! I classici: da Dostoevskj a Stendhal, a Proust, a Céline. Senza dimenticare poeti come Tristan Corbière, Charles Baudelaire e Guillaume Apollinaire, che ho tradotto. Ma anche gli italiani: da Moravia a Svevo, a Savinio; da Campana a Bellezza.

 

Hai qualche novità nel tuo cassetto per il prossimo futuro?

Il Conte Libertino (un romanzo) e Il divano del ghepardo (un volume di poesie). Quest'ultimo è in lettura da Mondadori. Sto poi lavorando al mio diario finlandese, per essere vissuto negli ultimi anni tra Roma e Helsinki.

 

Com'erano gli anni Sessanta a Roma, quando hai cominciato a pubblicare?

Dal punto di vista letterario e creativo, superlativi. Conobbi a vent'anni Alberto Moravia, che mi pubblicò nel 1966 il mio primo racconto su Nuovi Argomenti. Attraverso di lui conobbi Siciliano, Pasolini, Morante e Penna. Ero coetaneo con Dario Bellezza. Lavoravo alla rivista e ricordo che vi pubblicai anche un resoconto del festival del cinema di Pesaro, in piena contestazione. C'era il grande cinema, da Fellini a Antonioni; e la grande pittura, soprattutto quella di Mario Schifano, con cui qualche volta siamo andato a Fregene. Nel garage di Sargentini vidi i cavalli in mostra: non mi perdevo una inaugurazione delle due o tre gallerie d'arte importanti nel centro. Anche il teatro era formidabile. E non solo quello di Ronconi, con i cavalli di legno e la platea fatta di ragazzi e ragazze che si strofinavano, tanto lo spazio era riempito. Poi c'erano i primi fumetti splatter americani che arrivavano alla rivista Carte segrete, di cui ero redattore. Questo fermento si spense con l'arrivo degli anni Settanta e il sogno della rivoluzione reale.

 

Che accadde negli anni di piombo?

Gli editori pubblicavano solo saggistica politica; e la narrativa che andava di moda era quella targata Feltrinelli, di origine sudamericana. Per gli esordienti era dura. Non era come adesso che gli editori grandi e piccoli preferiscono pubblicare un esordiente invece che un autore stagionato. Ricordo che esordii con Cordelli e che alla fiera del libro tedesca eravamo i due soli nuovi autori italiani di cui si discuteva. Era più amato un intellettuale di uno scrittore. E fu così che la mia abitudine riflessiva volle diventare intellettuale. Ma era, alla fine, un coprire dolori e viscere che poi sono venuti fuori alla grande, finita la voglia dello scudo. Fu allora che i poeti della mia generazione si vollero ermetici, orfici, lontani dalla comunicazione. Era una reazione giusta agli slogan politici; ma alla fine divenne anche una maschera di ferro che li proteggeva dai sentimenti veri. Io personalmente ho faticato molto per scorticarmi vivo, anche se ero pur sempre estraneo a quegli anni, nonostante la voglia di coinvolgermi. Ne sono uscito nel 1990, con la raccolta di tutte le mie poesie di allora, Album di famiglia, che pubblicai da Guanda. Gli ultimi decenni sono stati un ritrovare lo stralunato individuo che ero, etnico e metropolitano insieme, sia nei romanzi che nei saggi.

 

Dunque sei sopravvissuto agli anni di piombo con la poesia?

La poesia mi ha aiutato molto. Soprattutto la rilettura dei classici latini: Catullo per primo, che mi ha invitato a rinominare l'amore. Detto tutto, sia nei romanzi che nelle poesie io ho affrontato, a volte anche in maniera nevrotica, l'amicizia e l'amore (due sentimenti che negli anni Settanta proprio tutti volevano soffocare dietro etichette politiche). I francesi: soprattutto. Ad esempio, la poesia latina l'ho filtrata attraverso l'Apollinaire più sornione, il quale ho tradotto e ritradotto dapprima per la Newton Compton, consigliato da Pasolini, e poi negli Oscar Mondadori. Sono il primo traduttore italiano de Gli amori gialli integrali di Tristan Corbière: prima per Addenda Editore nel 1971, e poi sempre per gli Oscar; una cosa di cui mi vanto da solo.

Sono uscito dagli anni di piombo con un nuovo matrimonio. Voglio dire che non fu soltanto un fatto letterario per me. Insomma, non volevo suicidarmi come poeta, come suggeriva Goffredo Fofi, che allora pensava che la letteratura era solo il volantino; il quale poi ci pensò da solo a suicidarmi quando stava da Feltrinelli, e impedì al mio amico Enzo Di Mauro di inserirmi nell’antologia La parola innamorata. Ma Fofi è sempre stato un relitto di quei fanatici Quaderni piacentini, che non si occupavano quasi mai di poesia.

 

Hai avuto una fase etnica con la trilogia marsicana: i romanzi Ultimi dispacci della notte, pubblicato da Fazi insieme a La croce tatuata; e I ballatroni, uscito invece da Avagliano.

Sì. Scrissi quei romanzi ambientati nella mia infanzia marsicana, quando, morta la Morante, mi ricordai dei consigli che mi dava, lei che aveva avuto un padre di Castel di Ieri, in provincia dell'Aquila. Mi diceva che avrei dovuto smettere di seguire il ribellismo di Moravia, che era meglio se mi mettevo a raccontare la mia Marsica. Così feci. Ultimi dispacci fu tradotto in Germania e ebbi occasione, in una presentazione tedesca, di ritrovare altri marsicani emigrati vicino Dortmund, la capitale della birra.

 

Insomma i tuoi numi tutelari furono Moravia e Pasolini. Nell'epistolario di Pasolini ci sono ben tre lettere che ti scrisse sui tuoi primi libri. Ti consigliava di abbandonare l'avanguardia che fa nascere mostri.

Pasolini, quello borgataro, alla fine degli anni Sessanta non era molto considerato. Molto stimato il regista…! Mi regalò la prima stesura di Affabulazione, che conservo come una reliquia, con trecento versi inediti che aveva cassati con un frego e che riguardavano l'omosessualità paterna. Molti di quei versi sono finiti nella edizione mondadoriana curata da Siti. A me incuriosiva di più Moravia, che era un borghese. Pasolini mi pareva di conoscerlo: provinciale a Roma come me. Facemmo uno dei primi dibattiti televisivi sui giovani. Eravamo distanti, ma non ci ‘attaccammo’, come avrebbe voluto il presentatore. Andammo in macchina con Moravia sul luogo del delitto quel tragico mattino. Ero amico di Laura Betti, che volle che allestissi l'Archivio Pasolini insieme a lei. Qualche settimana prima che morisse, Pier Paolo mi parlò del suo «romanzaccio», che sarebbe uscito postumo. Mentre scrivo, penso che sono tutti morti, – anche Penna e il mio amico Bellezza, – e quasi mi viene da piangere: era il fiore della letteratura italiana del Novecento.

 

   Doriano Fasoli

 

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