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Riflessioni sulla Cultura Vedica

Riflessioni sulla Cultura Vedica

di Parabhakti dasindice articoli

 

Varnasrama dharma.
La struttura sociale vedica e il sistema delle caste

Febbraio 2010
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ASRAMA

 

I testi vedici affermano che, in quest’epoca, idealmente la vita umana ha una durata di cento anni e in questo periodo, sempre idealmente, l’uomo dovrebbe passare attraverso quattro tappe che hanno come scopo il progressivo distacco dalla materia e parallelamente l’elevazione spirituale.
Ognuno ha ovviamente i propri tempi, tuttavia, queste tappe, forniscono un chiaro orientamento a coloro che mettono la realizzazione spirituale al primo posto nella scala dei valori della vita.

La prima fase della vita sino ai 20/25 anni è dedicata alla formazione che, in tempi antichi, era gestita dal guru di famiglia, successivamente i più si sposavano confluendo nel griastha asrama, nel quale rimanevano fino all’incirca all’età di cinquanta anni. I diminuiti obblighi familiari (figli grandi e in età di matrimonio) e una maggiore maturità consentivano a quel punto ai coniugi di entrare nel vanaprasta asrama, nel quale la ricerca spirituale riprendeva una posizione prioritaria. Nell’ultimo quarto di vita era consigliato all’uomo di abbandonare definitivamente ogni coinvolgimento con la società e di dedicarsi totalmente alla realizzazione spirituale e alla predica – è questo l’ordine di sannyasa.

 

Brahmachari

Brahmachari in India è una parola sacra e designa una persona che ha intrapreso il sentiero che lo conduce all’eterno Brahman. Il brahmachari tradizionalmente è un giovane sacerdote che ha preso i voti di astenersi da ogni tipo di piacere materiale (attività sessuali, consumo di carni, sostanze inebrianti e gioco d’azzardo) che sono identificate come elementi che distraggono il brahmachari dall’ottenere equilibrio ed illuminazione. Il brahmachari adora e contempla Dio (Brahman o Krishna in accordo alle tradizioni impersonaliste o teiste) attraverso la meditazione e il servizio offerto al guru ed alla comunità. Il brahmachari pratica la completa astinenza sessuale, mangia solo cibi sattvici (virtuosi) in quantità moderata, indossa solo abiti semplici (di colore arancione, in India quello della rinuncia) e parla solamente in modo veritiero. Nell’antica India questo stile di vita era proprio degli studenti che seguivano queste linee guida del processo formativo spirituale. Solo dopo aver completato gli studi il brahmachari poteva cambiare vita e sposarsi; lo studente poteva anche decidere di rimanere in quell’ordine per sempre divenendo così naistika-brahmachari (celibe a vita).

Già dall’età di cinque anni il bambino si recava alla gurukula (la scuola del guru, del maestro) che aveva il compito di istruirlo spiritualmente, ma anche scolasticamente, come di studiarne attentamente le caratteristiche per consentirne il corretto inserimento sociale. Il brahmachari viveva sotto la guida del maestro (quasi sempre un griastha) a cui doveva completa obbedienza.

“Un brahmachari dovrebbe comportarsi bene ed essere gentile, non dovrebbe mangiare ne tenere per sé più del necessario. Deve essere sempre attivo ed esperto, e avere piena fede nelle istruzioni del maestro spirituale e degli sastra (sacre scritture). Dominando perfettamente i sensi non deve rimanere più del necessario in compagnia di donne e di coloro che sono controllati dalle donne”. (S.B. 7-12-6)

I principali doveri del brahmachari sono la disciplina e la completa sottomissione al guru ed a Dio.

 

Griastha

“Lavorando per guadagnarsi da vivere al fine di mantenere insieme l’anima e il corpo, una persona veramente saggia deve vivere nella società umana senza attaccarsi alla vita familiare, anche se all’apparenza sembri molto attaccata”. (S.B.7-14-5)

“Un uomo intelligente nella società umana dovrebbe avere un programma molto semplice, e se gli amici, i figli, i fratelli o qualcun altro gli danno qualche suggerimento, dovrebbe dichiararsi formalmente d’accordo ed acconsentire, ma dovrebbe essere interiormente deciso a non crearsi una vita difficile che non gli permetta di conseguire lo scopo della vita.” (S.B. 7-14-6)

Gli uomini sposati si dividono in griastha e in grihamedi,  i primi seguono i precetti della vita spirituale mentre i secondi sono completamente assorti nelle attività materiali. A differenza del brahmachari, il griastha interagisce con la società senza tuttavia farsi troppo coinvolgere da essa; come disse Gesù: “Vivere nel mondo senza essere del mondo”.

L’interazione continua con le dinamiche del mondo, rende sicuramente più complicato rimanere concentrati sulla via spirituale e a tal proposito il griastha mantiene salde amicizie con i sadhu (saggi) che ospita regolarmente e dai quali riceve consigli e guida. Avendo accesso a facilitazioni economiche, contribuisce al sostentamento di chi invece è situato nell’ordine di rinuncia.

Questo è il sistema, molto semplice, ma efficace, di prendersi cura gli uni degli altri nella società vedica: i griastha assistono economicamente chi è situato nell’ordine di rinuncia, siano essi studenti, saggi o guru (che hanno, comunque, esigenze minime) mentre quest’ultimi si prendono cura del benessere spirituale delle famiglie.
La vita coniugale del griastha è permeata di alti valori morali e religiosi e l’obiettivo di entrambi i coniugi rimane la realizzazione spirituale, pertanto le relazioni della coppia sono basate sul profondo rispetto, fiducia, sostegno, ispirazione, protezione e incoraggiamento reciproco per proseguire insieme nel cammino. A differenza di quanto generalmente succede oggigiorno i griastha, non mettono mai l’attività sessuale in una posizione di centralità, perché entrambi i coniugi hanno imparato a controllare i sensi e a trovare benessere, felicità e completezza nello spirito. Idealmente i rapporti sessuali sono circoscritti alla procreazione, tuttavia, è bene rilevare che per alcuni questo può essere un obiettivo futuribile, da raggiungere con gradualità.  Il guru, al quale anche il griastha continua a far riferimento aiuterà il griastha a trovare il soggettivo equilibrio.

La vita matrimoniale è un perno sostanziale per la maggior parte dei ricercatori spirituali che solo attraverso questo passaggio riescono a trovare l’equilibrio interiore indispensabile per trasformare in distacco la rinuncia conosciuta nella prima parte della vita.
I doveri fondamentali per un griastha sono la misericordia e la protezione verso tutte le entità viventi.

 

Vanaprastha

“Una persona che vive nell’ordine di vanaprasta, non dovrebbe mangiare cereali cresciuti in una terra che è stata arata. Non dovrebbe nemmeno mangiare cereali che non siano perfettamente maturi, anche se cresciuti in campi che non hanno subito l’aratura. Il vanaprasta non dovrebbe mangiare nemmeno i cereali cotti. In pratica dovrebbe mangiare solo frutta maturata al sole.” (S.B. 7.12-18)

“Il vanaprasta dovrebbe prepararsi una capanna di paglia o rifugiarsi nella caverna di una montagna al solo scopo di proteggere il fuoco sacro, ma dovrebbe per se stesso imparare a sopportare la neve, il vento, il fuoco, la pioggia e il calore del sole.” (S.B. 7-12-20)

A circa cinquant’anni di età, con i figli ormai grandi e già avviati alla vita matrimoniale i coniugi entravano nell’ordine di vanaprasta e si ritiravano nella vana (foresta). Come apprendiamo dagli sloka dello Srimad-Bhagavatam, il vanaprasta era esortato a condurre una vita molto semplice e austera affidandosi solamente a ciò che la provvidenza gli forniva.
Interpretazioni meno rigide dell’ordine di vanaprasta indicano come dovere dei coniugi di abbandonare progressivamente il coinvolgimento nella società incrementando il pellegrinaggio nei luoghi sacri e l’associazione con le persone sante.
A differenza di quanto possiamo riscontrare ai nostri giorni la piena maturità e poi l’invecchiamento nella cultura vedica non sono vissuti con sgomento o rassegnazione bensì come trampolini di lancio per piattaforme più elevate di coscienza.
Raggiunta la mezza età diminuiscono gli stimoli sessuali e le esigenze in genere, e mentre questa condizione causa traumi psicologici nel materialista che cercherà in ogni modo di ricreare le situazioni passate, lo spiritualista la accoglierà con gioia vedendo aprirsi nuovi orizzonti e prospettive grazie alla minore pressione dei sensi. Andare a vivere nella foresta, equiparato ai nostri giorni, significa diminuire le implicazioni sociali, la vita mondana, non dedicare al lavoro più tempo dello stretto necessario e parallelamente diventare più introspettivi, dedicare maggior tempo alle pratiche spirituali e allo studio dei testi sacri.
I precetti principali per il vanaprasta sono l’austerità e lo studio.

 

SannyasiSannyasi

Sri Narada disse: “Una persona capace di coltivare la conoscenza spirituale dovrebbe rinunciare a ogni legame materiale e, mantenendo il corpo ai limiti della sopravvivenza, dovrebbe viaggiare da un luogo all’altro trascorrendo soltanto una notte in ogni villaggio. In questo modo, assolutamente indipendente per quanto riguarda le necessità del corpo, il sannyasi dovrebbe viaggiare da un capo all’altro del mondo.” (S.B. 7-13-1)

“Il sannyasi dovrebbe sempre cercare di vedere il Supremo presente in ogni cosa e vedere che ogni cosa, l’universo compreso, ha il suo sostegno nel Supremo.” (S.B. 7-13-4)

Il sannyasi è colui che ha abbracciato totalmente l’ordine di rinuncia, normalmente è un predicatore errante e viaggia nel mondo al solo scopo di illuminare gli uomini sulla coscienza di Dio.
Il sannyasi non ha nessun tipo di possedimenti o coinvolgimenti sociali, non possiede denaro e tutto quello che gli viene donato è immediatamente utilizzato nella predica.
Le regole che il sannyasi segue sono molto rigide e non lasciano spazio a nessun tipo di gratificazione personale.
In India i sannyasi sono onorati e rispettati con grande attenzione perché è ben chiara a tutti, la difficoltà e la profondità della scelta.
La gente è sempre pronta ad offrire ospitalità e cibo ai sannyasi, consapevoli della loro povertà materiale e dipendenza dalla generosità altrui.
Quasi sempre il sannyasi è anche guru.

Sebbene la tradizione vedica consigliasse a ogni uomo di prendere sannyasi nell’ultima parte della vita, la scelta rimaneva possibile anche precedentemente.
Seguire le strette regole del sannyasi nell’era in cui viviamo (l’era di Kali) che annota la costante degradazione della moralità e della spiritualità, è cosa assai difficile.

Poiché non ci sono le condizioni adatte, gli sastra sconsigliano fortemente, in quest’epoca, di entrare in quest’ordine e di dedicarsi alla diffusione della coscienza di Dio da livelli più “facilmente” sostenibili (principalmente il griastha asrama).
Le principali ingiunzioni dell’ordine di sannyasi sono la pratica dell’equanimità e della compassione verso tutti gli esseri viventi.

 

Gentile lettore ti ringrazio per aver dedicato il tuo prezioso tempo alla lettura di questo lungo articolo che come avrai certamente intuito, è solo l’introduzione di un soggetto di enormi proporzioni, corredato da amplissima letteratura che affascina da sempre filosofi, psicologi, sociologi, governanti, ricercatori spirituali e uomini comuni. La conoscenza del varnasrama-dharma è un importante contributo che arricchisce e amplia la visione del mondo, t’invito a non ritenerlo una semplice curiosità storica, perché è un metodo che con criterio, saggezza e con gli opportuni accorgimenti e attualizzazioni è tuttora praticabile… anche in occidente.


Parabhakti das


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