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Partizioni del tempo

 

Il giorno, la settimana, il mese, le stagioni e l'anno (significato, origini, storia) di Riccardo Capasso (Università di Roma "La Sapienza")

  1. PARTIZIONI DEL TEMPO
  2. IL GIORNO
  3. LA SETTIMANA
  4. IL MESE
  5. LE STAGIONI - Autunno - Inverno - Primavera - Estate
  6. L'ANNO


PARTIZIONI DEL TEMPO

Le partizioni del Tempo che gli avvenimenti naturali suggeriscono all'Uomo in modo intuitivo ed immediato, sono il giorno, la settimana, il mese, le stagioni e l'anno. Di queste partizioni, infatti, l'Uomo non può non rendersi conto, a prescindere da qualsivoglia grado di cultura, poiché le variazioni dell' illuminazione naturale ed il ritorno ciclico degli avvenimenti naturali, soprattutto quelli climatici, nonché quelli legati all'agricoltura ed all'allevamento del bestiame, hanno sempre colpito ed influenzato la vita degli uomini.

 

IL GIORNO

Per giorno, nel linguaggio comune, si intende lo spazio di tempo durante il quale il Sole illumina il nostro emisfero, mentre, nel linguaggio scientifico, il giorno è il Tempo che la Terra impiega per compiere una rivoluzione attorno al proprio asse (giorno siderale).
Al giorno viene, nella vita quotidiana contrapposta la notte, ma per giorno si intende anche, sempre nella vita quotidiana, il giorno e la notte nel loro totale (cfr. il nukthémeron dei Greci), mentre per gli astronomi il giorno è l'insieme delle 24 ore e le due parti che lo compongono vengono definite il e la notte.
Nella vita del lavoro, invece, che solo da pochi anni non è più indissolubilmente legato quasi del tutto alle vicende dell'agricoltura e della zootecnia, quel che ha sempre colpito l'Uomo è stato l'avvicendarsi della tenebra e della luce, suggerendo la prima l'idea del riposo e la seconda quella della vita attiva o, metafisicamente, suggerendo la prima la Paura e la Morte, e la seconda la Gioia e la Vita.
Il vocabolo giorno deriva da diurnus, giornaliero, quotidiano, della durata di un giorno, a sua volta derivato da dies che l'Ernout-Meillet, S.v., indica come derivante «d'une racine dei-briller, qui est médiocrement attestée» e che in indoeuropeo produsse sia un ampliamento in *eu designante le ciel lumineux sia un ampliamento in *en sopravvissuto solo nel significato di giorno.
Giorno,
oltre che in italiano, lo troviamo nel francese jour, nel provenzale e nel catalano jorn nel significato di giornaliero, mentre lo spagnolo ed il portoghese dia si rifanno a dies.
Il greco eméra, forse dal sanscrito dhar, omerico èmar, non ha legami con dies.
Nelle lingue nordiche invece, abbiamo il gotico dags, il tedesco Tag, l'olandese, svedese e danese dag, l'inglese day, forse dall'indoeuropeo Dhegwh = ardere.
Quanto alla notte, lo stesso vocabolo, a.i. nakti, è alla base del greco nux, del latino nox, del gotico nahts, cosicché nelle lingue moderne abbiamo derivati molto simili tra loro: tedesco Nacht, inglese night (dagli americani, purtroppo, trasformato in nite, come lite da light, con eliminazione di un importante distintivo semantico), francese nuit, spa­gnolo noche, portoghese noite, russo noc'.

 

LA SETTIMANA

Dall'osservazione dello svolgersi dei fenomeni naturali, deriva anche l'idea di settimana, poiché persino l'uomo primitivo dovette comprendere che ogni fase lunare corrispondeva grosso modo ad una settimana; tant'è vero che pure il mese venne a dipendere dalle fasi lunari, essendo all'incirca eguale ad un'intera lunazione: il mese di 30 giorni, infatti, ha durata pressoché identica ai ventinove giorni e mezzo del mese lunare. In proposito, si ricordi che in greco lo stesso vocabolo maschile, mèn, menòs, indicava sia la luna sia il mese, a dimostrazione che l'Uomo, avvalendosi della semplice osservazione - metodo che sempre fu utilizzato dagli astronomi - riuscì a stabilire l'approssimata equazione 1 fase lunare = 7 giorni e, di conseguenza, l'altra equazione 4 fasi lunari = 30 giorni e, quindi, 1 lunazione = 1 mese.
Il lavorare senza tregua e senza fisse interruzioni, deve poi aver fatto sorgere nell'uomo la necessità di un riposo fisso e lo stabilirsi di un orologio biologico con questa necessità connesso: logico appare, quindi, che l'uomo abbia pensato di osservare un turno di riposo in coincidenza della fine di ciascuna fase lunare.
Si tratta di ipotesi, ma quando si pensa che l'idea di settimana e di riposo settimanale è tanto radicata nell'Umanità che qualsiasi proposta di razionalizzazione del calendario, sia ieri sia oggi, ha sempre finito per cozzare contro la pertinace difesa ad oltranza della settimana e contro il cabalistico valore conseguentemente attribuito al numero 7, si comprende facilmente come l'ipotesi abbia puntelli davvero ben solidi.
Degli studiosi di cronobiologia hanno di recente scoperto che il ciclo ettemerale potrebbe avere un fondamento biologico, in quanto alcuni bioritmi, tra i quali il battito cardiaco, la pressione sanguigna e la reazione immunologica, operano con una frequenza di sette giorni.
Il vocabolo settimana deriva dal latino hebdomas, adis, greco ebdomàs, ados, dall'antico indiano saptà, latino septem, che in italiano, tramite il tardo latino septimana, ha prodotto settimana, in francese semaine, in spagnolo e in portoghese semana, mentre nelle lingue nordiche abbiamo l'inglese week, il tedesco Woche, lo svedese vecka dal' i.e. weik-weig, attestato dal gotico wiko.

 

IL MESE

A proposito della settimana abbiamo già ricordato come il mese rappresentasse il tempo impiegato da un' intera lunazione per compiersi e corrispondesse, all'incirca, a ventinove giorni e mezzo.
In séguito, osservato il ritorno ciclico degli avvenimenti della natura, si comprese come ogni mese fosse legato ad avvenimenti della natura che si ripetevano puntualmente: di qui l'idea di attribuire ad ogni mese un fenomeno naturale oppure di dedicarlo ad una divinità capace di proteggere lo svolgersi della vita.
L'idea di denominare i mesi con i fenomeni della natura e non più con riferimenti a divinità di qualsivoglia fede, fu quella che ispirò il poeta francese Fabre d'Eglantine il quale, avendo abbracciato i principi razionalistici della Rivoluzione francese, coniò la seguente ben nota serie dei mesi:

 

Autunno: Vendémiaire, Brumaire, Frimaire
Inverno: Nivôse, Pluviôse, Ventôse
Primavera: Germinal ,Floréal, Prairial
Estate: Messidor, Thermidor, Fructidor

 

Oltre ad essere massimamente poetici, i vocaboli coniati dal deputato della Convenzione Nazionale, il già citato Fabre d'Eglantine, sono invero di facile comprensione, anche se, per tradurli in italiano, occorre sapere che il sostantivo maschile frimas vuol dire nevischio, tanto frequente nell'inverno nordico che il plurale les frimas indica per l'appunto l'inverno.
Tuttavia, come spesso accade ai poeti, Fabre d'Eglantine perse di vista la realtà nella sua spietata crudezza e coniò dei vocaboli che si accordavano pienamente solo con il clima della Francia: poèsie ou gran­deur?
Mese deriva dal sanscrito = misurare, i.e. men, da cui derivano mâtram (cfr. il greco métron ed il nostro metro) nonché il sostantivo maschile greco mèn, menòs, che, come abbiamo già visto vuol dire sia mese sia luna; e questo, forse, spiega il perché dell'essere sopravvissuto in tedesco il genere maschile per indicare la luna (der Mond), seppure appare preferibile rifarsi alla romantica opinione di coloro che vollero che il pallido e tenue sole nordico fosse assai meno lucente della splendida luna e si sarebbe perciò guadagnato il genere del sesso debole. E a questo proposito ebbe a scrivere il grande Ladislao Mittner nella sua Grammatica della lingua tedesca: «Il genere delle cose inanimate è determinato dalla forma esteriore della parola… o da cause psicologiche più intime. Esso è un resto della preistoria della lingua, dovuto alla fantasia personificatrice dei popoli primitivi. Molti di questi popoli dividono gli oggetti ancora oggi in due categorie: una superiore (categoria del più forte, del più potente) ed una inferiore… Per esempio, piede e mano in alcune lingue si esprimono con parole simili od anche eguali, ma piede (che è più grande) è maschile, mano invece femminile, come del resto tuttora nelle lingue europee.
Naturalmente la fantasia dei parlanti ha quasi sempre libero gioco nello stabilire tali differenze. Interessante è notare per esempio IL sole di fronte a DIE Sonne. Forse il sole settentrionale, tanto più mite ed anche tanto più raro del nostro, non si presenta alla fantasia dei Tedeschi come il «lungisaettante Apollo» dai raggi micidiali, ma quasi come una fata benigna: «Frau Sonne»; «die liebe Sonne» (nelle fiabe e nelle canzoni popolari).
Va ancora precisato che, vuoi in latino vuoi in italiano, il vocabolo luna non segue per nulla il sanscrito, l'indoeuropeo o il greco, ma si rifà ad una radice *luc (essere luminoso, risplendere) che produsse molte parole del latino (lux, luceo, lumen, lustro, luculentus, lucubro, lucubrus, lucerna, lucus) e, ovviamente, luna, da un supposto aggettivo *leuksna *louksna da confrontarsi con il prenestino losna.
In conclusione, se nel mondo greco si usò lo stesso vocabolo per indicare la luna ed il mese e vocaboli della stessa radice compaiono nelle lingue nordiche (inglese moon e month, tedesco Mond e Monat, svedese måne e månad, ad esempio), ciò conferma quanto detto prima in merito all'intuitiva equazione 1 lunazione = 1 mese.

 

LE STAGIONI

Le stagioni sono quelle partizioni dell'anno che, pur derivando da leggi astronomiche, si sono manifestate all'Uomo e agli altri esseri viventi fin dal sorgere della loro vita in modo intuitivo, poiché esse sono legate a fatti incontrovertibili, quali il clima, la caccia, la pesca, l'agricoltura, la zootecnia, il lavoro e quindi si può dire che dalle stagioni vengono massimamente influenzate sia le vicende dei singoli sia le vicende sociali.
Infatti, determinate operazioni agricole (semina, raccolti, vendemmia, aratura, ecc.) possono essere svolte soltanto in determinate condizioni climatiche e, ancor oggi, determinate produzioni economiche che non poco incidono sull'intiera economia (industria dell'abbigliamento, industria dolciaria, industria dei giocattoli, industria turistica, organizzazione dei viaggi e delle vacanze, industria dei trasporti, industria alberghiera, ecc.) sono strettamente legate al succedersi delle stagioni, cosicché tale frazionamento dell'anno può dirsi che sia una sorta di orologio biologico che, da sempre, condiziona in modo determinante la vita dell'Uomo. Tant'è vero che Mommsen, insieme con altri, congetturò l'esistenza di due distinti calendari esistenti a Roma, l'uno ufficiale e l'altro agricolo e, quindi, fortemente influenzato dallo svolgersi delle stagioni.
Va comunque specificato che le stagioni, per chi le aspetti come momenti determinanti della propria esistenza, sono essenzialmente due, l'autunno-inverno e la primavera-estate, con piccole variazioni determinate dalla latitudine nelle zone temperate, mentre, nella zona equatoriale, questa situazione è assoluta. Nella stagione autunno-inverno si svolgono soprattutto lavori al coperto, si prepara la terra affinché dia i suoi prodotti al meglio e si vive in uno stato di esaltazione generato dal rinascere della natura. Per comprenderne appieno il significato, si ripensi all'Inno a Venere di Lucrezio con il quale il poeta epicureo apre il suo De rerum natura: "La Venus lucreziana... è il simbolo dell'universale concepimento, è la possente energia creatrice e ordinatrice di ogni bellezza: luce di cielo, serenità di acqua, gioia dei fiori, tripudio di sensi amorosi per il mondo che continuamente si rinnova; essa è la natura epicurea da cui ha origine tutto".
E si ripensi anche alla visione virgiliana della primavera e del rinascere della natura:

 

Et nunc omnis ager, nunc omnis parturit arbos;
nunc frondet silvae, nunc formonsissimus annus.

Or che ogni campo è in fiore e ogni arbore germoglia,
or che ogni selva è verde e bellissimo è l'anno.

 

Per tornare all'anormale divisione delle stagioni, causata dalla latitudine e, quindi, dal clima, possiamo ricordare che Tacito, nella Germania, ci fa sapere che i Germani conoscevano solo tre stagioni ed ignoravano il nome ed i frutti dell'autunno:

 

... annum ... ipsum non in totidem digerunt species: hiems et ver et aestas intellectum ac vocabula habent, autumni perinde nomen ac bona ignorantur.

 

Evidentemente l'autunno nordico, freddo, rigido, nevoso, privo dei frutti che caratterizzano il nostro, facilmente poteva essere considerato una fase invernale.
Anche i Celti, che si avvalevano di un calendario basato sul computo delle notti e sull'osservazione delle fasi lunari, ché il sole, per quanto già detto, non aveva forza tale da potersi considerare in modo rilevante, conoscevano perciò due soli periodi dell'anno, uno caldo (primavera­estate) e uno freddo (autunno-inverno). E gli antichi Egizi conoscevano tre sole stagioni, determinate dall'agire del Nilo e dall'inesistenza della primavera; queste stagioni erano: AKHET (l'inondazione, dalla fine di luglio alla fine di novembre); PERET (i germogli, dalla fine di novembre alla fine di marzo); SHEMU (calda, dalla fine di marzo alla fine di luglio).
Tuttavia le stagioni, pur essendo parte integrante ed indispensabile del nostro vivere e pur avendo importanza primaria nelle questioni astronomiche (equinozi e solstizi), non hanno parte nelle Cronografia ufficiale, ma soltanto nella biologia e nelle abitudini del vivere, dimostrando così l'esattezza dell'ipotesi già citata del Mommsen e di altri, relativa all'esistenza, per quel che concerne il mondo romano, di due diversi calendari, uno civile ed uno agricolo.

 

Autunno. E' un vocabolo di origine etrusca con il quale si indicava il dio Autunno.
Gli antichi lo facevano discendere da augere, poiché in autunno si accrescevano le ricchezze di una società soprattutto agricola, per essere stati raccolti i frutti giunti a maturazione.
Il vocabolo non ha corrispondente in greco, ove suona fthin6poron (letteralmente che distrugge i frutti, che porta via i frutti) ed è quindi, dal punto di vista concettuale, affatto opposto al latino.
Nelle lingue nordiche autumnus è l'unica definizione latina che sia sopravvissuta (inglese Autumn) riguardo alle stagioni; in tedesco abbiamo Herbst, dall'a.t. Herbist = raccolto d'autunno.

 

Inverno. Il vocabolo inverno (francese hiver, spagnolo invierno, portoghese inverno, catalano ivern, rumeno iarna) che ha rimpiazzato il latino hiems, hiemps e hiemis in tutte le lingue romanze, deriva dall'aggettivo latino hibernus = invernale; sia hiems sia hibernus derivano da una radice indoeuropea significante neve, nevischio, inverno.
Nelle lingue nordiche abbiamo invece Winter sia in inglese sia in tedesco, nonché in olandese, mentre in danese e svedese troviamo vinter.

 

Primavera. Dal latino ver, is (da accostarsi al greco Fear = primavera) che veniva spesso usato nell'espressione primum ver = primum tempus (cfr. il francese printemps): prata primo vere stercerato luna silenti e ricorda che una raccolta di poesie di D'Annunzio è intitolata livianamente Primo vere; spagnolo e portoghese: primavera, rumeno: primavara. La derivazione di ver dall'indoeuropeo *wer è del tutto ipotetica e, forse, poco probabile.
Nelle lingue nordiche abbiamo invece l'inglese Spring da una radice indoeuropea sprengh = scaturire, sorgere, saltare, in tedesco Fruhjahr (letteralmente primo anno, vale a dire la prima parte dell'anno, il prin­cipio dell'anno, ché in primavera si risveglia la natura e comincia un nuovo anno; cfr. primum tempus), mentre lo svedese con vår si rifà al latino ver.

 

Estate. Il latino aestas, atis, secondo Varrone, deriva da ab aestu (aestus, us = calore ardente); sia aestas sia aestus si fanno discendere da un tema in *es attestato dal sanscrito edhah = legno da bruciare che può essere confrontato con il greco àithos = tizzone, ma in greco estate si dice théron dall'antico indiano haras = vampa. In francese abbiamo été, ma in spagnolo e in portoghese verano e verão, quasi che la primavera sia il primum ver e l'estate la sua continuazione.
Nelle lingue nordiche abbiamo l'inglese summer, il tedesco Sommer, lo svedese sommar, il danese sommer dalla radice indoeuropea sem = estate.

 

L'ANNO

Per il suo aspetto ciclico, fu così chiamato secondo l'etimologia varroniana per discendenza da annus, da una radice an, da cui anus, anulus con il significato di giro, di ritorno periodico e, quindi, di anno; ma l'Emout-Meillet lo fa derivare dal greco eniautòs = nel medesimo punto rispetto all'anno e, con ogni probabilità, a ragione.
Isidoro conferma l'etimologia varroniana: Annus autem dictus, quia mensibus in se recurrentibus volvitur. Unde et anulus dicitur, quasi annuus, id est circulus, quod in se redeat; chiamando a sostenerlo Virgilio:

 

Atque in se sua per vestigia volvitur annus

E su di sé si volge l'anno sull' orme sue.

 

Per i primi uomini l'anno dovette rappresentare soltanto il concludersi di un intero ciclo delle stagioni e, con buona approssimazione, riuscirono anche a calcolarne la durata. Si attribuisce, infatti, ai Caldei, esperti di numeri e di cabale, l'aver calcolato in 360 giorni la durata di un ciclo annuale. Tale valore fu adottato anche dagli Egizi che però soltanto nel 2282 a.C., calcolarono il valore di 365 giorni.
Con ogni probabilità il valore di 360 era legato alla numerazione sessagesimale in uso tra i Caldei e alla utilissima numerosità dei sottomultipli e dei multipli di 60, tant'è vero che noi tuttora conserviamo la numerazione sessagesimale, ad esempio, nella misura del tempo, nelle misure angolari, nelle misure geografiche ed in quelle della navigazione. La numerazione che abbia per base 10 non offre, invece, che una minima quantità di multipli e sottomultipli che non siano numeri frazionari.
Il corso apparente del Sole lungo le costellazioni dello Zodiaco determina un cerchio detto eclittica, inclinato rispetto all'equatore celeste di 23° 27'.
La traiettoria del Sole tocca l'equatore celeste in due punti detti equinozi il 22 settembre ed il 21 marzo, approssimativamente. L'anno che gli astronomi definiscono tropico e che è quello che determina il calendario, principia quando il Sole tocca l'equinozio di primavera, detto anche punto gamma ed è detto punto omega l'equinozio d'autunno.
L'anno tropico che, nel parlare quotidiano, viene chiamato semplicemente anno, ha una durata media di 365,2422 giorni, calcolata con un errore trascurabile, per eccesso, di quasi 44' ogni cento anni ossia di circa tre giorni ogni cento secoli: soltanto il 15 ottobre del 4916 (1582 anni + 3333 anni e 4 mesi), quindi, si dovrebbe provvedere a sopprimere un giorno per far sì che il calendario possa trovarsi in accordo con il moto apparente del Sole. Tenuto conto che dal manifestarsi della civiltà sumerica - che è la più antica a noi sicuramente nota e che si fa risalire al 3500 a.C. - son trascorsi sino ad oggi soltanto 55 secoli, si comprende facilmente come la Riforma Gregoriana possa essere considerata un ottimo aggiustamento del calendario.
In quanto poi alla necessità suaccennata di dover sopprimere un giorno nel 4916, già si previde tale evenienza prospettando la possibilità di non considerare bisestili gli anni millenari esattamente divisibili per 4000.

 

Dal testo non in commercio: Elementi di cronologia e di cronografia medievale di Riccardo Capasso (Università di Roma “La Sapienza”)

 

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