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Riflessioni sugli anni settanta
di Davide Riccio

Anni '70: Lo Stereo 8 e la quadrifonia.
Dalla monofonia all'olofonia.   Giugno 2006


Dalla monofonia all'olofonia.

In principio fu l’ascolto monofonico o monoaurale: un solo altoparlante o una sola auricolare bastavano all’ascolto della musica incisa o della radio. Con più di un diffusore negli anni ’30 ci si accorse che l’ascolto migliorava, divenendo più realistico, pur restando monofonico. Le orchestre non uscivano più da un solo buco (il cono dell’altoparlante) di pochi centimetri, ma alla giusta distanza il suono si combinava espandendosi, aumentando il fronte sonoro, così da sembrare diffuso da una intera parete della stanza. Ebbe inizio così l’alta fedeltà (hi-fi, ovvero high fidelity). Sul finire degli anni Cinquanta, vennero commercializzati i primi apparecchi e dischi in stereofonia, una tecnica di registrazione e riproduzione dei suoni su due canali, destro e sinistro, attraverso il quale l’ascoltatore riceve un effetto spaziale del suono riprodotto, più simile a quello naturale, come viene cioè percepito dalle due orecchie. Prima dell’era dei mixer e dei registratori multitraccia, la stereofonia era data dalla registrazione differenziata dei due canali con microfoni posti in posizioni differenti per riprendere il suono da angolazioni e distanze diverse. E alla stereofonia ci si è in fondo fermati, pur con le raffinatezze odierne in fase di mixaggio che consentono al banco di regia la regolazione dei vari livelli di intensità sonora e il cosiddetto pan-pot che sposta più o meno a destra o sinistra i suoni, perciò creando il senso di profondità e avvolgimento in fase di ascolto. Ma si è trattato di un arresto commerciale, non certo sperimentale, costituendo la stereofonia il miglior compromesso per ascoltare bene la musica senza riempirsi la casa di casse acustiche spendendo di conseguenza cifre assurde. Oggi viene tutt’al più usato il sistema del surround (o dolby surround system), o altra effettistica 3D, grazie alla quale si diffonde la stereofonia su tre, quattro, cinque diffusori acustici creando comunque effetti molto realistici e apprezzati soprattutto nelle sale cinematografiche. C’è stato solo un breve periodo negli anni ‘70 in cui venne tentata la quadrifonia (o Q-sound o 4D): quattro canali differenziati di registrazione e ascolto. Più recentemente si è provato a fare esperimenti di ottofonia, facendo suonare 4 cd contemporaneamente sincronizzati dal computer, quindi 8 canali diversi e 8 vie acustiche. Ad ogni modo le ricerche per espandere l’area d’ascolto e il senso di profondità, non si sono mai fermate. Specialmente all’IRCAM (il prestigioso istituto parigino per le ricerche acustiche e musicali) sono state sperimentate diverse avveniristiche tecniche di avvolgimento sonoro, tanto in registrazione/riproduzione quanto in esecuzioni dal vivo. E non solo nel rock o nella musica elettronica (come dimenticare i concerti dei Pink Floyd con gli enormi diffusori tutt’intorno all’ovale degli stadi), ma anche nel mondo della musica classica contemporanea. Vent’anni fa assistetti a un indimenticabile concerto di Pierre Boulez per orchestra ed elettronica: l’orchestra era divisa tra cinque palchi, uno centrale, gli altri quattro ad ogni lato, e ovunque in senso circolare erano disposti diffusori acustici per gli interventi elettronici e computerizzati. L’impressione fu quella di muoversi quasi volando incessantemente dentro l’orchestra, da un suono all’altro, da uno strumento all’altro.

Un altro centro d’avanguardia nella ricerca acustica è quello della Wright Patterson Air Force a Dayton, Ohio (USA), dove si trova una sfera geodesica del raggio di 5 metri, composta da 277 altoparlanti e situata in una camera anecoica. Lo scopo degli esperimenti che vi si svolgono è quello di far percepire un'immagine sonora virtuale, sincronizzando in maniera appropriata gli altoparlanti, a chi si trovi al centro della sfera. Qui l'ascoltatore localizza le immagini sonore al punto da percepirne perfino una precisa estensione e forma spaziale, come un punto, un uovo o un pallone sonoro. Una forma di suono che può spostarsi ovunque fino all'interno della sua testa pur senza l’uso di cuffie.
Ma il massimo risultato che si potesse ottenere in economia di costi e di spazi è stato già raggiunto con l’olofonia (dal greco “holos”, tutto, e “phoné”, suono, voce), un’invenzione tutta italiana. L’olofono è stato infatti inventato e brevettato nel 1983 dal produttore discografico Umberto Maggi, già bassista del gruppo musicale dei Nomadi al tempo della prima formazione con Augusto Daolio. Si tratta di un sistema di registrazione ambientale effettuato attraverso una testa artificiale detta appunto “olofono”.
In questa testa di manichino, ricoperta di un materiale assorbente simile a pelle umana, nelle orecchie al posto dei timpani, sono posizionati due microfoni ad alta sensibilità. Il suono viene quindi registrato su un registratore DAT (digitale) sui due soliti canali stereofonici, ma in riproduzione il suono risulterà non soltanto circolare, ma totalmente avvolgente, esattamente come percepiamo i suoni in natura (destro, sinistro, davanti, dietro, sopra, sotto, vicino-lontano quasi da credere, per esempio, che il suono di una pallina di carta lanciata cada per terra dietro di noi in un punto preciso a un metro o due metri, che un paio di forbici ci stiano davvero tagliando i capelli tutt’intorno la testa o, ancora, che la voce di qualcuno si avvicini a noi passando dalle nostre spalle fino all’orecchio, facendosi un sussurro così intimo che sembra di sentire perfino il calore dell’alito). In sostanza l’olofono simula le dinamiche d’ascolto dell’orecchio umano. Ascoltando il segnale d'uscita attraverso una buona cuffia chiusa si ha quindi una sensazione quasi identica a quella che si ha ascoltando direttamente con la propria testa. L’unico limite della olofonia è che può essere percepita con il solo ascolto in cuffia, ma qualunque impianto hi-fi e qualunque cuffia normalmente stereo possono regalare questa emozione.
I Pink Floyd fecero per primi uso dell’olofonia nell’album “The final cut”, 1983, l’ultimo con Roger Waters. Sfrecciano motori, si accende una radio e sembra di essere realmente sul posto. Anche Michael Jackson utilizzò in “Bad” alcuni effetti olofonici. Altri artisti del calibro di Peter Gabriel e l’ex “Yes” Jon Anderson se ne sono interessati, e nella musica classica Herbert von Karajan e il compositore Luigi Nono. Nonostante siano passati vent’anni dall’invenzione, l’olofonia non è stata tuttavia utilizzata se non che a livello amatoriale, sperimentale o di registrazione di effettistica. Infatti uno dei suoi limiti è che la testa artificiale può essere impiegata in registrazioni dal vivo, in cosiddetta presa diretta, in quanto le registrazioni in studio di musica si compiono solitamente uno strumento alla volta e gli strumenti elettrificati passano direttamente dall’amplificatore agli effetti al banco di regia e al registratore, quindi senza uso di microfoni olofonici o meno). Secondo Maggi l’olofonia potrebbe avere un futuro migliore in campo medico e in
musicoterapia, potendo rivoluzionare i test audiometrici oppure, potenziando il funzionamento di alcune aree cerebrali, avere effetti distensivi e antistress, contro l’insonnia o per predisporre all’ipnosi. E’ stata sperimentata una olopoltrona collegata a un computer che, in base al profilo psicologico, seleziona i suoni olofonici più adatti, trasmettendone una parte anche in forma di vibrazioni al corpo.

 

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