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La licantropia tra storia e leggenda

Di Domenico Caruso - Giugno 2012

 

La licantropia tra storia e leggendaFin dalle sue origini l’uomo avverte l’esigenza di rispondere alle domande sui fenomeni naturali, sul cosmo e sulla sua stessa vita. Nasce il mito (dal greco “mythos”, racconto), tramandato oralmente e poi fissato per iscritto. Esso non figura una semplice narrazione ma precede la storia, riflette la cultura di un popolo e ne rappresenta la struttura etica.

Nel primo libro delle “Metamorfosi” Publio Ovidio Nasone (43 a.C. - 18 d.C.) descrive la tragica fine di Licaone, il re sanguinario dell’Arcadia.

Giove, appresa l’infamia del tempo, giunge sulla Terra sotto umane spoglie per punire i colpevoli. Così, mentre il popolo si dispone alla preghiera, Licaone cerca una prova dell’immortalità divina. Progetta, allora, di eliminare il Signore dell’Olimpo imbandendogli la carne di un ostaggio che aveva ucciso e cotto al fuoco. Per tal motivo, Giove fa crollare la dimora del temerario che fugge atterrito nella campagna silenziosa. La rabbia gli sale al volto, lancia ululati e non sazio di sangue si rivolge contro le greggi. «Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe: è lupo, ma della forma antica serba le tracce».

Licaone rappresenta l’umanità primitiva, l’«homo homini lupus» di Plauto, (ripreso da Hobbes) e della nostra stessa società violenta. Nel mito si afferma: «Una casa è crollata, ma non solo una meritava la distruzione: dovunque è terra, v’impera selvaggia l’Erinni».

L’eventuale disastro preoccupa tutti per cui il dio evita la distruzione e, dando ascolto a quanti desiderano la salvezza del mondo, promette una stirpe diversa di origine miracolosa nella quale finalmente regna l’amore. Il progresso scientifico ha raggiunto ormai ogni angolo della Terra e sta sradicando molte credenze popolari. L’immagine del lupo, che tanto timore incuteva durante la nostra infanzia, secondo gli etologi non è più una bestia feroce e aggressiva.

Per gli antichi l’animale, più abile e più forte dell’uomo, riveste un ruolo “totemico” e nei rituali sciamanici viene imitato per propiziarsi lo spirito. Nella religione di diversi popoli lo stesso guida le anime dei defunti nell’Oltretomba.

“Lykaion” (territorio del lupo), è invece ad Atene il bosco sacro attorno al tempio di Apollo. Là il filosofo Aristotele tiene le sue lezioni e il termine “liceo” acquista il significato di “luogo di sapere”.

La “licantropìa” (dal greco “lykos”, lupo e “anthropos”, uomo), secondo gli psichiatri, è un disturbo mentale delirante di tipo somatico per cui i malati, solitamente isterici, si credono trasformati in belve.

Nel nostro continente l’anomalia si collega al mito del “lupo mannaro” e i soggetti colpiti vagano di notte, simulando il comportamento e l’ululato di  detti carnivori. Le patologie di licantropi sono diverse: oltre a quella naturale, si può divenire lupi mannari per una maledizione scagliata da una persona timorata di Dio a un individuo malvagio, per stregoneria, per infezione licantropica o vampirica, per un patto col demonio.

La luna piena, che ha sempre esercitato una forte azione nella fervida fantasia dei romanzieri e in quella popolare, col suo fascino singolare conduce l’individuo alla violenza. Ne descrivono l’influsso negativo noti moralisti, nonché storici greci e latini come Plutarco e Plinio il Vecchio.

Gli studiosi, comunque, riscontrano un’incidenza di crimini durante il plenilunio molto più elevata rispetto ad altri periodi.

Essendo il nostro corpo composto per circa due terzi di acqua, il satellite determina l’incremento delle “onde di marea umana”.
Ai poteri malefici e magici della luna si collega la licantropia, già nota in Babilonia dove il re in persona - Nabucodonosor - talvolta si ritiene d’essere un lupo. Anche presso i Romani, Gaio Petronio Arbitro nel suo “Satyricon” racconta di Nicerote che persuade un suo ospite ad accompagnarlo nel viaggio:

 

«Si trattava di un soldato coraggioso come un leone. Ci avviammo al canto del gallo: splendeva la luna che pareva giorno. Ma, arrivati a certe tombe, il mio uomo si nasconde a fare i suoi bisogni tra le pietre, mentre io continuo a camminare canticchiando e mi metto a contarle. Mi volto e che ti vedo? Il mio compagno si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro e cominciai a sudar freddo. Senonché quello si mette a inzuppare di orina le vesti e divenne d’improvviso un lupo».

 

Numerosi episodi del genere vengono riportati da scrittori e da studiosi.

Nel romanzo postumo dello spagnolo Miguel de Cervantes, “Persiles y Sigismunda”, che reca nella dedica al conte di Lemos del 19 aprile 1916 la frase: «Con il piede già nella staffa, nell’angoscia della morte...», s’incontrano isole di lupi mannari e di streghe che si mutano in lupe onde allevare la prole.

Per secoli i “lupi mannari” e le “versiere” (donne malvagie e scarmigliate) sono il terrore delle foreste, poiché si ritiene che vi fosse nei medesimi l’influsso demoniaco.

Il diavolo può trasformare in lupo famelico ogni stregone.

Lo attestano Strabone, Dionisio Afro, Varrone e tanti altri.

Scrive Virgilio nelle “Egloghe”:

 

«His ego saepe lupum fieri et se condere silvis
Moerim, saepe animas imis excire sepulchris
atque satas alio vidi traducere messis».

 

L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, figlio di Carlo IV, che conosciamo per aver costretto l’antipapa Giovanni XIII a convocare il Concilio di Costanza, fa discutere in sua presenza il problema dei lupi mannari. Si stabilisce che la trasformazione di questi animali costituisce un fatto positivo e qualunque scroccone può spacciarsi per una versiera onde mettere in fuga la gente.

Si ritiene che gli stregoni portino, fra carne e pelle, pelo di lupo.

Al dire di Fincel, un giorno si è preso al laccio un lupo mannaro che correva per le vie di Padova. Gli sono state amputate le zampe e subito la bestia ha ripreso le sembianze umane, ma con piedi e braccia tagliati.

Si legge nel “Dizionario infernale”:

 

«L’anno 1588, in un villaggio distante due leghe da Apchon, nelle montagne d’Alvernia, un gentiluomo, trovandosi verso sera alla finestra, vide un cacciatore di sua conoscenza e lo pregò di recargli la cacciagione. Il cacciatore glielo promise, ed essendosi avanzato nella pianura, videsi un grosso lupo che gli veniva incontro. Egli prese la mira e gli vibrò un colpo che andò fallito. Il lupo gli si scagliò addosso e lo assalì vivamente. Ma l’altro difendendosi, gli tagliò una zampa col suo coltello da caccia, e il lupo storpiato si mise in fuga, né si lasciò più vedere. Siccome avvicinavasi la notte, il cacciatore giunse alla casa del suo amico, il quale gli domandò se aveva fatta buona caccia. Egli trasse la zampa che aveva tagliata al preteso lupo: ma fu meravigliatissimo di vedere quella zampa convertita in mano di donna, e ad un dito stava un anello d’oro, che il gentiluomo conobbe appartenere a sua moglie. Egli andò tosto a trovarla, e la vide seduta presso il fuoco che nascondeva il braccio destro sotto il grembiule. Siccome ricusava di farlo vedere, egli le mostrò la mano che il cacciatore aveva recata, e l’infelice così scoperta, confessò che ella lo aveva assalito in forma di lupo mannaro.

Il marito sdegnato la pose in mano alla giustizia che la fece dare alle fiamme».

 

Un evento analogo, riguardante la “licantropa di Nicastro”, viene pubblicato nel 1883 a Londra nella guida turistica: “Cities of Southern Italy and Sicily”.

Il Conte di Masano, appassionato di caccia, ha sposato la bella figlia del Barone di Arena. Possedendo costui una vasta riserva, per tenere lontani i bracconieri la fa controllare dai suoi fidati guardiani. Uno di questi ultimi, tornando dal padrone, racconta che un compagno durante la notte è stato aggredito da un branco di lupi e che per difendersi ha ingaggiato un’aspra lotta. E’ così che col coltello è riuscito ad amputare una zampa ad uno di quei feroci animali. Ma quale non è stata la sua sorpresa allorquando, nell’estrarre dal tascapane la zampa, l’ha vista trasformata in una mano di donna che dall’anello il Conte ha riconosciuto essere quella della sua consorte. Effettivamente, chiamata, la signora aveva un braccio fasciato; tolte le bende è apparso il moncherino sanguinante. Per punizione la nobile donna, prima è stata rinchiusa nel castello e poi è stata condannata a morte. Pure i nostri avi immaginavano che nelle notti di plenilunio il lupo mannaro (“marcalupu”, “lupu minàriu” o “lupupampinu”) andasse in giro urlando e depredando, alla ricerca  di sorgenti d’acqua per sbrodolarsi. I peli diventavano ispidi, le unghie gli si allungavano e poteva sbranare chiunque incontrasse, compresi amici e familiari. Al nostro S. Martino, un tempo, si consigliava di pungere con una canna appuntita da un posto sicuro, possibilmente dall’alto, il licantropo che - alla prima perdita di sangue - sarebbe tornato alla dimensione umana. Si racconta pure, fuori dalla Calabria, che ferendo con uno spillo o con un coltello il lupo mannaro, questo torna alla normalità e ringrazia il benefattore. Ancora nella Piana di Gioia Tauro, si tramanda che il lupo mannaro, appena uscito di casa, custodisce gli abiti in un posto segreto per scorrazzare nei campi e alla periferia del paese. Prima dell’alba riprende i vestiti e raspa alla sua  porta, ma soltanto al terzo tentativo i familiari possono aprirgli. Anzi, in qualche abitazione si pratica un foro nell’uscio per essere certi dell’avvenuta trasformazione del proprio congiunto da lupo a uomo. Il segno di croce impaurisce il licantropo, il quale evita persino di attraversare  un quadrivio. Lo stesso motivo induce i nostri antenati a tracciare a Natale con dei carboni accesi, per tre notti consecutive, una croce sotto la pianta dei piedi dei piccoli affinché venga loro scongiurato da grandi l’eventuale grave affezione.

Per fortuna, col diffondersi dei mass-media, il lupo mannaro ha trovato il suo nuovo ruolo soltanto nei film di fantascienza e non sconvolge più il sonno di tante creature innocenti.

Affinché altri motivi non turbino i piccoli, auguriamo: “In bocca al lupo!”.

 

Domenico Caruso
Pubblicato sul mensile "La Piana" di Palmi-RC - Anno XI, n.4 - Aprile 2012.
Nella foto: Il lupo mannaro - disegno di Adriana Caruso.

 

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