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Mondo e Linguaggio - Sul Possibile E Sul Dicibile

Il Filosofo E Le Scienze

 

Centrale importanza hanno le scienze empiriche, che hanno il compito di determinare il grado di verità di molte proposizioni. Tuttavia non si può esser certi che ciò che prevedono le scienze empiriche accadrà (anche per le scienze più precise come la fisica, la chimica etc…). Logicamente non v’è certezza alcuna nel mondo.

Il compito del filosofo è prima di tutto chiarire la logica del linguaggio, evitando pseudo-proposizioni. In secondo luogo determinare quali fatti siano logicamente possibili e quali no, verificando la coerenza interna della proposizione e, in alcuni casi potrebbe esser molto utile (se non indispensabile) verificare la coerenza esterna, rispetto a proposizioni scientifiche ben collaudate e/o fatti immediati. La filosofia è dunque, in prima approssimazione, la scienza del dicibile e del possibile.
Ma ci si potrebbe chiedere: perché accettare il principio di non contraddizione (o pnc), secondo il quale non possono contemporaneamente essere vere due proposizioni contraddittorie? Bisogna assumere ciò come dogma, o assioma indimostrabile? Certamente no.
Si potrebbe osservare che non è possibile che ogni proposizione violi tale principio, per ben due motivi differenti:

1)      se il pnc non valesse su se stesso allora si giungerebbe ad una situazione veramente paradossale.

2)      per gli oggetti che osserviamo vale tale principio.

Però queste due motivazioni non convincono perché, la prima, poggia su un paradosso (cosa assai delicata, da evitare in dimostrazioni e affini), mentre la secondo trae la sua forza dal mondo, non dalla logica.
In più tali argomentazioni non ci soddisfano perché non ci assicurano l’inesistenza di alcune contraddizioni: tali argomentazioni ci dicono (o vorrebbero dirci) che non può essere tutto il mondo contraddittorio, ma non si pronunciano su una parte di esso.
Se noi vogliamo usare il pnc come criterio generale di legittimità sarà bene cercare di raggiungere tale risultato.
Per come abbiamo definito ‘a=b’, segue necessariamente che ‘x=x’ (questo è il principio di identità, che non va dimostrato perché è un caso particolare della nostra definizione generale di uguaglianza, e le definizioni non vanno dimostrate). Quindi il pnc è applicabile ad ogni proposizione di questo genere; ma ancora non abbiamo dimostrato che non esistono proposizioni contraddittorie, abbiamo solo, per così dire, ristretto il campo.
Ma la logica formale ci dimostra che da una contraddizione qualunque si deduce una qualsiasi proposizione, quindi, nel nostro caso, anche ‘x ≠ x’. Allora se esistesse anche una sola contraddizione sarebbe vero che ‘x ≠ x’, ma ciò è escluso per definizione, quindi non esistono contraddizioni.

Discutere di argomenti metafisici non sempre porta a proposizioni insensate, però ciò accade con gran frequenza. Fintanto che le nostre proposizioni si riferiscono a fatti non totalmente estranei al nostro modo di pensare e percepire, è possibile evitare le pseudo-proposizioni. Gran parte della filosofia è insensata. Molte parti della Metafisica sono senza senso. Morale ed Estetica sono insensate perché non si riferiscono al mondo, ma a qualcosa che è fuori. Però, come già detto, il fuori non esiste. (Qui mi riferisco alla Filosofia Morale e Filosofia Estetica nel senso proprio e non a quelle discipline scientifiche alle quali corrispondono: in particolare nego l’esistenza di verità morali e verità esteriche.)
Come abbiamo già mostrato le frasi ‘La Gioconda è meno bella del L’Urlo’, ‘E’ più giusta la democrazia della monarchia’ sono insensate da un punto di vista filosofico.
Le proposizioni come “Uccidere è sbagliato”, “Rubare è immorale” o “Il suicidio è male” sembrano essere delle proposizioni, ossia delle descrizioni di stati di cose, ma ciò è errato. La loro forma è forviante perché ci appaiono come proposizioni, essendo invece dei comandi: “Non uccidere”, “Non rubare” e “Non suicidarti”. In questa formulazione grammaticale ci è ancor più chiaro come la precedente forma ci abbia potuto indurre a pensare ad esse come verità (o falsità) morali.

L’ontologia, nel senso di ciò che studia l’Essere Assoluto, si basa interamente sulla confusione che si ha, appunto, del termine ‘essere’. Ad un’attenta analisi linguistica l’ontologia verrebbe spazzata via quasi interamente.
‘Essere’ sta per: uguaglianza, copula o esistenza, inclusione insiemistica.
Questo è un tipico esempio di un unico segno a cui sono associati tre differenti simboli. Questi casi creano gran confusione filosofica.
Continuare a parlare dell’Essere Assoluto dell’ontologia porta inevitabilmente a pseudo-proposizioni.
“Nulla” è solamente un segno a cui non corrisponde un simbolo. “Nulla” non è né un luogo, né un oggetto, né un insieme di oggetti, né una proprietà di un ente, né un fatto. In senso particolare, si dice che un “oggetto è nulla” se questo oggetto non appartiene al mondo, ossia non esiste. In senso generale, “nulla” è da intendere come l’assenza di ogni oggetto e fatto, ossia quando non esiste il mondo.
Neppure la Morale di dio stesso (se per dio si intende un preciso oggetto definito tramite le sue relazioni) è dotata di senso, perché anch’essa non parlerebbe del mondo, ma di qualcosa d’oltre. Ma oltre non v’è nulla.
Dunque Dio non è più morale di me, o chicchessia.
Discutere di Bene e di Bello è insensato; mentre il bene ed il bello riguardano solo i mondi privati, non il mondo.
Le persone posseggono un grado di ottimismo (oppure, inversamente, di pessimismo) sul mondo. Naturalmente ciò riguarda solamente i nostri mondi privati, quindi la visione pessimistica e quella ottimistica (ovviamente tenendo conto delle innumerevoli sfumature) sono entrambe legittime.
Certo è che se siamo a conoscenza di questa equilegittimità e pure che la visione pessimistica ci crea sofferenza e dolore, allora è chiaro quale sarà la direzione ottimale.
Quindi ora si sa che non ha senso cercare di capire la natura del Male, appunto perché tale termine non ha alcun significato. Ma nemmeno discutere della natura del male (notare la minuscola) nel mondo ha senso, perché ha senso parlare del male solo nell’ambito del nostro mondo privato.
Se assumiamo che ogni persona tifi per sé, ossia ritenga in generale sé più importante degli altri, allora è chiara l’origine della moralità sociale (non quella oggettiva della filosofia, bensì quella relativa della sociologia). E’ naturale che se si dovessero formulare delle regole morali, da ciò che abbiamo assunto, si dedurrebbe che tali leggi dovranno favorire noi stessi (e indirettamente i nostri interessi: amici, familiari, etc…). Però, formulare delle regole dove non si utilizzano variabili, bensì costanti, è impraticabile. Allora si dovranno formulare regole morali generali, che non tengano conto dei singoli individui, bensì che astraggano dal contesto. E’ chiaro che si tenterà allora di minimizzare il conflitto tra le regole morali che si devono ideare e i propri interessi.
Un esempio. Nessuno, in generale, vuole essere ucciso, o vuole che si uccidano i propri cari. Allora così io formulo un articolo delle leggi morali: ‘nessuno può uccidermi o uccidere i miei cari, gli altri possono essere uccisi da me (ed eventualmente dai miei cari) o posso uccidersi fra loro’.
Ma continuare a formulare articoli in questo modo, senza astrarre, sarebbe impraticabile in una società (oltre che difficilmente accettabile dagli altri individui). Allora mi accontento, in sostituzione dell’articolo precedente, di questo: ‘ogni individuo non può uccidere nessun’altro individuo’.

Noi abbiamo immagini dei fatti ed immagini sui fatti. Le immagini dei fatti (o immagine di prim’ordine) sono quelle forniteci dai sensi. L’elaborazione e l’astrazione di tali immagini corrispondono le immagini sui fatti (o immagini di second’ordine, o meta-immagini).
Il livello di astrazione nell’uomo non si ferma al second’ordine, bensì giunge al terzo (meta-meta-immagine), che è l’immagine dell’immagine dell’immagine del mondo.
L’insieme di queste immagini sono ciò che noi chiamiamo ‘visione del mondo’ o ‘concezione filosofica del mondo’. Infatti quando noi filosofiamo, noi operiamo proprio a questo livello. Ovviamente cambiare un’immagine (o un gruppo di immagini) è possibile solo dal livello superiore.
Non v’è alcuna ragione per limitare i livelli di astrazione a tre, infatti essi sono teoricamente infiniti. Tuttavia, empiricamente, è osservato che il quarto livello è di una complessità elevatissima e che, senza il simbolismo matematico, sarebbe difficilmente raggiungibile: sembra che al livello quarto non si possa avere che lampi d’intelligenza, intuizioni e che l’articolazione diventi estremamente difficile, se non impossibile. (Per porre un esempio della complessità dei una immagine di quarto livello, si cerchi di comprendere a pieno il significato di ‘ecco come ti vedo che mi vedi che ti vedo che mi vedi’.)
Cambiare le immagini di terzo livello è quindi possibile solo dal quarto. La difficoltà di far cambiar radicalmente la concezione filosofica del mondo (ossia le basi di tale sistema) ad un individuo è proprio legata al difficile raggiungimento del quarto livello.

Ogni posizione è legittima se non è una pseudo-proposizione e non è una contraddizione.
Chi propugna una posizione deve accettare tutte le deduzioni logiche che da essa si possono ottenere. Se così non si facesse, si renderebbe insostenibile tutta la posizione.
In generale: una posizione è legittima o illegittima rispetto a degli assiomi. Gli assiomi sono proposizioni accettate per vere arbitrariamente.
Molte volte si è interessati a vedere le conseguenze logiche che porta ad accettare veri, e poi falsi, determinati assiomi. Questo è ciò che deve fare il filosofo.
E’ compito solo delle scienze empiriche verificare il grado di verità di tali assiomi. Una volta determinato il grado di verità tramite l’esperienza, non si parla più di assiomi, ma di proposizioni vere (o false).
Il metodo operativo delle scienze empiriche è distinguibile, a grandi linee, in tre fasi: 1) raccolta e organizzazione di dati di misura; 2) formulazione di un modello astratto (matematico) che sia compatibile pienamente con i dati raccolti; 3) verifica empirica rispetto le proposizioni che si deducono dal modello.
Abbiamo detto che nulla vieta al mondo di comportarsi sempre in modo imprevedibile, perché non v’è necessità naturale, ed è per questo motivo che le scienze naturali non possono dare certezze. (Tuttavia potrebbero dare certezze se fosse vero il neodeterminismo. Comunque sarebbe una certezza inusuale, perché non necessaria). Però ora si scopre che le scienze naturali hanno un’altra deficienza, che potrebbe rendere le proprie proposizioni false, anche se la posizione neodeterminista fosse vera. Infatti vi sono innumerevoli modelli validi rispetto ad un numero finito di proposizioni: la scelta è arbitraria.
Un altro problema: noi osserviamo fatti differenti e cerchiamo di ricondurli ad un fatto prototipo. Nella pratica: studiando questo fatto prototipo è come se studiassimo il fatto dato.
Dunque, una terza imperfezione delle scienze empiriche è costituita appunto da quest’astrazione. Noi, durante la fase di raccolta e organizzazione dei dati di misura, isoliamo gli aspetti salienti del fatto dagli altri, che li percepiamo come cornice. (Se sono sulla Terra e lascio andare un sasso da 1 metro dal suolo non devo osservare il colore del sasso, chi lo teneva in mano, l’odore del sasso, etc…, per prevedere che cadrà.) In realtà, però, un fatto è un fatto, non ha cornici o parti principali. Ogni sua parte ha ugual importanza nel determinare il fatto completo. Non vi sono criteri secondo i quali poter isolare gli aspetti principali, da quelli secondari (o di contesto, o di cornice), appunto per il motivo che questa distinzione è, per la logica, immotivata.
Eppure le scienze empiriche sono pragmaticamente l’unico strumento, attualmente disponibile, per orientarsi nel mondo. Esse funzionano e sono molto potenti.
E’ per tutti questi motivi, e altri ancora, che l’atteggiamento dello scienziato deve essere questo: prendere un modello economico e soddisfacibile, cercare di confutarlo continuamente, accettandolo fintantoché la confutazione non si è verificata. (E qui si ripresenta l’atteggiamento chiamato ‘sperimentalismo’.)
Nella pratica: noi usiamo i modelli scientifici per predire e chiarire un fatto.

Il concetto di ‘tempo’ viene associato all’idea delle modificazioni delle relazioni tra oggetti.
Affermare che il tempo ha limiti, il suo inizio o la sua fine, porta a pseudo-proposizioni. Infatti, se il tempo cessasse di scorrere (le relazioni tra oggetti non mutano più) ciò sarebbe entro o fuori il tempo?
Ciò vale pure per l’inizio.
Questo problema deriva dal fatto che si vuol parlare del tempo entro il tempo, ipotizzando (anche inconsapevolmente) un tempo assoluto: ma così facendo il problema si sposterebbe, non si risolverebbe.
Determinare il confine temporale del tempo è insensato. Mentre pensare ad un luogo atemporale non è illecito.
A discorso analogo è soggetto anche lo spazio.
Determinare il confine saziale dello spazio è insensato. Mentre pensare ad un luogo aspaziale (un punto, oppure il nulla) non è illecito.
“Chissà come sarebbe un mondo dove il tempo invece che scorrere in avanti, scorresse all’indietro, dove prima si morisse e poi si nascesse.”, ciò non ha senso. Se noi fossimo dentro tale mondo, il tempo scorrerebbe in avanti. Magari vedremmo nascere un uomo ‘vecchio’ e morire un ‘feto’, dividendosi in ovulo e spermatozoo. Oppure: si rovina una muro e poi si allontana un proiettile da esso.
Questo non è un mondo col tempo al contrario, ma solamente un mondo con fatti per noi insoliti.

Definendo il più precisamente possibile i segni si risolvono moltissimi problemi.

Astrarre delle azioni, personificandole, può dar luogo a delle pseudo-proposizioni. Parlare della Vita, dell’Amore, della Morte, dell’Odio, etc… non ha senso, se non si chiarisce precisamente di cosa sta parlando. Mentre: un uomo ama, un uomo vive, un uomo muore, un uomo odia…, questo sì. Un esempio per tutti di questo tipo di pseudo-proposizione: se l’anima è la Vita, allora l’anima non può morire, perché la Vita non può morire, per sua stessa essenza.
Le astrazioni sono utili, ma bisogna sempre ricordarsi che sono solamente astrazioni.

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