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Discorsi intorno agli enigmi (della vita)

di Cristina Tarabella - Luglio 2009
Pagina 3/4 - Parte seconda - Parte quarta

PARTE TERZA

 

Il Maestro mi aveva assicurato che tutto avrei imparato dal mio stesso Istinto. Ciò, infatti, era una prova in più della magica e sublime perfezione della Madre: racchiudere, silenti, in ognuno di noi, le verità che servono alla vita e per la vita…
E infatti, quali meraviglie a me del tutto sconosciute!, mi svelò il mio corpo, unendosi a quello di Cleis…
Giacqui con lei sotto la stessa coltre di stelle, sul morbido tappeto rugiadoso dell’agrifoglio, nel chiaro buio della luna…
La notte frusciava intorno mille impercettibili suoni
A me il cuore balzava nel petto, mentre i sensi si svegliavano istruiti dall’Innata Dottrina…
Come le Pietre del Ferro si uniscono chiamate da invisibile forza, e si abbracciano con delicata tenacia, così i nostri corpi; governati dagli invisibili accordi della Madre, che ogni gesto orchestra…
La luna vibrava con raggio diafano sopra di noi…
Scoprimmo insieme, io e Cleis, le tacite note del canto infinito ed eterno; sublimazione dei sensi.
Attraverso esso le nostre anime si unirono, per imparare a trascendersi, poi di nuovo si ricongiunsero, uniformandosi nel Grembo della Madre.
L’esperienza che noi vivemmo, fu totale e perfetta.
Essa fu nuova nascita dell’anima: ragione del corpo; liberazione dei sensi e purificazione dell’intelletto…
Essa fu l’Armonia Generatrice. L’Amore.

Sarebbe stato affatto superfluo spiegare tutto questo al Maestro.
Egli, con occhi eloquenti e onnicomprensivi, mostrava infatti, di conoscere già tutto…
Pur tutta via, volevo ringraziarlo, dacché mi ero reso conto che la sua Scuola era una delle più sublimi, in quanto induceva i discepoli a ricercare se stessi nel proprio intimo.
Lui mi precedette.
“Skỳatos. Tutto si compie immutato a ogni giro dell’esistenza.
Ora tu; prima io, e, prima di me, il mio Maestro…
Tutti abbiamo imparato la coscienza della vita e di noi stessi.
Ama sempre te stesso nella tua compagna e negli altri, così da non offendere mai la vita…
Adesso, il germoglio che eri, si è schiuso in un fiore perfetto.
Potrai nutrirlo da solo, adesso, questo fiore; facendo buon uso dei miei consigli.
Ricorda Skỳatos. L’esistenza è un moto perpetuo, e tutto si ripete ad ogni Giro di Ruota…
Così ha voluto la Natura. Essa vive in simbiosi armonica con il suo Grembo e riconfluisce in se stessa, ogni volta che un giro si compie…”

Si compiva così una tappa del mio cammino, ed essa, chiudendosi, apriva la porta su una strada più grande e misteriosa: la mia vita accanto a Cleis…
Adesso capivo a pieno le parole del Maestro. Il significato della Ciclicità.
Il ricomporsi della Natura in se stessa…
Mi fu chiara la necessità del ripetersi immutato degli eventi, perché in tal modo si mantenevano intatti tra loro i rapporti, pur creando una continua e infinita diversità di essi…
Sapevo che nessuna cosa è uguale ad un’altra, giacché segno peculiare e irripetibile di ogni esperienza, è la sua unicità …
Mi sentivo allo stesso tempo autore della Storia e portatore di essenziali momenti, ma anche caduca immagine senza volto, né nome, votata inderogabilmente alla totale estinzione…
Soggetto mortale ed imperfetto, e pure parte essenziale di un meccanismo immortale e assolutamente privo di imperfezioni: la Natura Creatrice…
Ma sentii un fremito di assoluta impotenza stringermi l’anima…
Perché mai, MAI!, avrei potuto fermare il Ciclo della Madre; lo scorrere del Tempo…
Né avrei mai potuto intervenire tramite una mia volizione, nemmeno per un frammento infinitesimale di Spazio-Tempo…
La frustrazione cogente della consapevolezza indiscussa e totale di ciò, mi fece vacillare violentemente...
Come acqua di un fiume che trascorre le sue rive e mai può arrestarsi nel fluire, ma solamente deve giungere ad ingrossare l’onda che immemore e monotona risacca sul lido marino, sempre uguale e sempre diversa, così scorreva anche la vita mia: inesorabile. Come altre migliaia…
alimentando la Storia dell’Uomo, che ad ogni ciclo si ripete immutata, eppure essenzialmente unica e affatto diversa da tutte le altre…
Dovevo accettare i miei limiti umani e ciò mi riempì di terrore e sgomento. Caddi in un abisso di puro terrore, perché sapere di possedere un intelletto così finito, capace soltanto di contenere una parte infinitesimale di Verità…
Mi costrinse a rendermi conto dell’Infinito e dell’Eterno: concetti trascendenti a tal punto le mie e le umane capacità, che avvertii, prepotente in me, il bisogno di risposte…
che non potevo avere però, a causa delle mie troppo relative e strette capacità intellettive…
Appresi così, senza alternative, i miei limiti….
E li feci miei, adesso, senza più pretendere risposte a ciò che non poteva essere inteso, né da me, né dal mio intelletto…
Accettai.
Seppi dunque, che ci sono risposte le quali non possono appartenerci…
Verità, per noi incommensurabili e ignote.
Realtà che non possono avere nomi…
Noi diamo nomi a ‘cose’ che non conosciamo, né possiamo nemmeno minimamente concepire…
E dando loro nomi, le neghiamo, nel momento stesso in cui facciamo ciò, perché le denotiamo con una caratteristica finita e umana…che esse però non hanno, perché umane non sono, né, tanto meno, pertengono all’intelligibilità di questa razza…
Soltanto a questo punto fui assolutamente conscio del perché gli Uomini abbiano il febbrile bisogno di crearsi divinità da adorare, alle quali rimettere ogni cosa sfugga l’Umano dominio…
Gli individui non riescono ad ammettere la ciclicità, e nemmeno ne hanno una benché minima forma cognitiva, per questo, ad essa si vorrebbero sottrarre…
Essi, tutti, vogliono solo sapere di essere nati per tendere ad un Fine Ultimo e Genitore Primo: la divinità…
È così dunque che gli Uomini sublimano nei propri fantasmi quelle qualità che, di fatto, sono solo ed esclusivamente umane: in nessun modo divine!...
Ovviamente, l’Uomo adorna, ciò che poi chiama Divinità, con le doti più nobili e venerabili che conosce…quelle insite nell’animo umano, e che egli non riesce quasi mai a porre in atto…
Poi, per sfuggire al suo più agghiacciante e terrifico incubo, il Destino di Morte; la Finitezza di ogni vivente, che è, altresì un tratto peculiare e inscindibile, per stessa definizione, di ogni soggetto soggiacente al Divenire: Nascita e Morte
L’Uomo infonde, nei fantasmi che ha creato, nature immortali e sublimi: trascendenti l’umano…
e che lui neppure può, in realtà, concepire…
…per sentirsi un poco divino esso stesso…
…per sottrarsi alla risacca, che monotona schiuma da sempre la Storia dell’Uomo…
Stolto!
Come anche io ero stato…
Che grande e vana insipienza, è questa della Razza Umana!
Paura.
Soltanto paura.
Paura di accettare la propria essenzialità costitutiva…
la propria peculiarità di vivente: sapere di possedere dei Confini
…di possedere la Morte…
La Massima Delfica che spesso il Maestro mi ripeteva, il ‘Ghnòthi se aùton(1),Conosci te stesso’, ebbene solo ora capivo…
…Ora un po’ di più capivo me stesso…
Il Motto degli Antichi Misteri, da tanti ripreso e usato, massimamente da Socrate, adesso mi rendevo conto…
Era l’insegnamento di vita più completo e profondo, che mai fosse stato partorito da mente umana…
Un verbo e un soggetto…niente di più…
e pure tutta la verità della vita, racchiusa in quelle poche sillabe!…
Con l’anima piena di gioia tornavo da Cleis, compagna e sorella del mio Intimo e del mio cuore...
La mia serenità interiore riverberava nel paesaggio circostante.
Il laghetto, che tanto bene conoscevo, arrideva, tranquilla dimora di cigni, ai salici, che piangevano i loro lunghi rami a sfiorare le acque, in mille e mille increspature giocose spinte a rincorrersi…
Volli cogliere nello specchio della sua acqua, la mia immagine riflessa.
Subito, il laghetto mi ritornò un’immagine del mio
volto: uno sguardo radioso mi sorrideva, illuminato della stessa luce che avevo vista impreziosire gli occhi di Cleis…
Che grande cosa da lei avevo già imparato!
Avevo imparato a sorridere con l’anima!

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1) Motto Delfico. Motto Greco degli Antichi Misteri, scritto sul frontone del tempio dell’Oracolo di Delfi a Delfi. Epoca VIII – VII ca.

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