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di Alessandro Bertirotti   indice articoli

 

L'Amore come esperienza totalizzante ed illusione

Di Eliseo Palazzo   Maggio 2016

 

Sono sempre stato dell’idea che un buon Filosofo non è colui che scrive, scrive, vomita pagine su pagine strapiene di concetti e paroloni, apparentemente colmi di significato, ma in realtà piuttosto vuoti, o al massimo utili come stratagemma per allungare il sugo di ciò che è stato detto già in altri dieci (quando va bene) modi differenti; piuttosto un buon Filosofo dovrebbe saper spiegare un concetto esattamente come se chi legge nemmeno si accorgesse di aver dovuto “sudare”, almeno a livello neurologico e di intelletto, per carpire determinate informazioni, elaborarle, estrapolarne il significato. Come un battito di ciglia. In fin dei conti sembra l’azione più semplice dell’universo, ma chiedetelo alla palpebra ed alle sue più minuscole componenti cosa voglia dire sbattere...
Insomma, un buon Filosofo dovrebbe essere come Mercurio, messaggero degli Dei, in grado di recapitare i messaggi facendoli giungere a destinazione in men che non si dica.
Mi dispiace deludervi, però, cari lettori, perché quando si vuol ragionare intorno ad Amore, per quanto ci si possa impegnare, non possono intervenire né semplicità né tanto meno celerità.
Al contrario possiamo essere facilmente investiti da complessità e dal cosiddetto blocco dello scrittore, meglio descritto poeticamente come “l’angoscia della pagina bianca” (chiedere a Mallarmé per sicurezza); ovvero, un senso di impotenza di fronte all’eterno eroismo delle parole, così semplici, leggere, ma pesanti, incredibilmente efficaci, forti.
Il tema è, appunto, l’Amore. Non uno dei più cordiali, a differenza di ciò che di primo acchito una sua immagine potrebbe donarci.
Magari poi scoprirò di essere banale, sempliciotto, incapace a descrivere un sentimento che altri saprebbero spiegare meglio di me; ma si sa, fa parte del gioco. E soprattutto quando si scrive, specialmente in ambito filosofico, dobbiamo essere consapevoli che la critica è dietro l’angolo. Ed è un bene, per chi scrive e per chi legge. Perché la critica, anche se negativa, sarà sempre e comunque costruttiva. Ed educativa.
E già in questo vi vedo amore. Un amore involontario; ma pur sempre amore è. Cos’è l’amore se non donare e donarsi, scambiarsi l’un l’altro (non necessariamente a livello fisico “da qui a là” e viceversa), anche idee, opinioni, riflessioni. Siano esse relative al più inutile dei temi (che poi l’utile sia relativo è vero quanto il fatto che lo sia anche l’inutile, e credo che anche questa piccola parentesi, che mi sbrigo a chiudere, sia piuttosto in-utile relativamente al tema trattato) o ad uno dei più “grandi” ed insormontabili, il fatto di dialogare, riuscire a creare un intreccio più o meno fitto e profondo fra le parti (le quali una volta iniziato il giochino non dovrebbero essere intese più come parti disunite, ma come parte composita, anche se non totalizzata), è già amore.
Fondamentale è riuscire a concepire il rapporto con gli altri come non limitato al superficiale, ma all’abissale. Merleau-Ponty insegna bene ciò che voglio dire. In altre mie parole: immagino noi Esseri come case (o grattacieli, a seconda della conformazione fisica) lungo un immenso vialone, le uno accanto o di fronte alle altre, unite dalla strada, che a sua volta unisce le fondamenta, che a loro volta in modo impercettibile si donano equilibrio vicendevolmente dal primo all’ultimo mattone, che coerentemente col presente processo, individua stabilità col mattoncino di fianco, ma anche con quello più distante, se non opposto. Pare il disegno di un cartone animato, ma mi piace pensare che l’equilibrio non sia dettato solamente dalla bilancia fisica delle braccia incrociate o delle mani che si uniscono, ma anche da fattori ben più profondi (abissali appunto), che purtroppo la quotidianità moderna ben poche volte ci concede di interpretare e fare proprie (vuoi perché il concetto di tempo e la libertà di viverlo sono cambiati, vuoi perché il modo di riflettere e di voler andare a fondo nelle questioni è mutato considerevolmente).
Tornando allo scambio di opinioni: il filosofo deve augurarsi che arrivino critiche e considerazioni di vario genere; un libro, un saggio, sono incompleti se non vengono colmati dalle domande dei lettori, dai dubbi di chi sfoglia le pagine. Se non viene concessa libertà di azione razionale finisce la massima aspirazione su cui potrebbe mai puntare un buon Filosofo: la conoscenza dettata non dalla certezza di sapere-già-di-sapere, bensì, contrariamente, dalla certezza di avere il dubbio dalla propria parte, a tesser la tela ed a disfarla prontamente, per poi tornare sui propri passi qualora le condizioni lo chiedano.
Lo scrittore dovrebbe sempre concedere ai lettori la possibilità di intervenire e rendersi partecipi del continuo progredire dello scritto che, scaturito inizialmente da una propria riflessione a partire dalla propria esperienza con il mondo circostante, adesso diviene parte integrante di chi giunge da quello stesso mondo, ma da un punto di vista differente.
Un po’ come ad un incrocio stradale: le strade sono collegate ad una unica e principale, ma ad essa è possibile arrivarci da intersezioni diverse, se non opposte.
L’amore è dunque un incontro ed uno scambio: di pensieri e riflessioni. Ma non solo.
L’amore è un abbraccio. In quanto tale, ma anche di sguardi, sorrisi, il viversi vicendevolmente nelle sue plurime forme e caratteristiche.
L’amore è sacrificio: per accontentare chi amiamo, ma anche per accontentare noi stessi, pur di non perdere l’“oggetto” del nostro sentimento.
L’amore è dedizione: disinteressarsi di ciò che fino ad un dato momento ci appassionava, ma che viene superato e scavalcato letteralmente da una nuova priorità senza la quale ci sentiremmo persi, disorientati.
Appunto, l’amore è senso dell’orientamento: il soggetto da noi amato è anche una guida, in grado di indirizzarci e trasportarci, anche quando non siamo in forze e crediamo di essere abbattuti, condannati ad una sconfitta.
L’amore è colonna portante del nostro percorso esistenziale ed è caratterizzato da gradi e sfumature, che possano renderci partecipi di un sentimento assolutamente elevato o, contrariamente, possano condurci ad un’inevitabile caduta nel vuoto, facendoci esperire uno stato di impotenza e di angoscia indescrivibili. Provate ad immaginare di cadere in un burrone e di avere sì appigli, dove potersi potenzialmente aggrappare per porre fine alla caduta e dare inizio alla risalita; ma provate anche ad immaginarvi che nel bel mezzo della caduta nel vuoto, mentre tagliate l’aria con una semplicità che nemmeno il grissino col tonno nella famosa pubblicità, vi rendiate conto di non poter raggiungere gli appigli i quali, per quanto vi possiate sforzare, resteranno lì, per una questione di millimetri, lontani, anzi, issimi. Converrete con me che fa male. Tanto.
Parimenti l’amore ogni tanto gioca brutti scherzi e ci tende trappole, spesso quando meno ce lo aspettiamo.
Infatti l’amore è anche illusione: di aver trovato un senso per la propria esistenza, di aver individuato la persona con cui trascorrere il resto della propria vita. Diciamocelo, l’impegno e la prospettiva sono a dir poco ardui, ma quanto è bello sapere che la nostra quotidianità sarà segnata da “buongiorno” e “buonanotte” instancabili, mai appaganti e colmi di nuove sorprese? Perché se è vero ciò che dice Eraclito, per quanto riguarda i confini dell’anima, allora è altrettanto realistico ritenere che l’obiettivo ed il fine dell’essere umano siano cercare di conoscere ogni angolo del mondo a noi circostante e soprattutto interiore, ma ciò diviene ancora più divertente ed appassionante se al nostro fianco abbiamo Chi ci sostiene ad ogni passo; consapevoli, appunto, che ad ogni caduta seguirà sempre una mano tesa verso noi, pronta ad assisterci ed aiutarci per potersi rialzare e proseguire nell’infinito viaggio che è la Vita.
Accennavo a gradi e sfumature caratteristiche dell’amore e non posso che trovarmi concorde, fra gli altri, con Stendhal. Lo scrittore francese, infatti, descrive come il gioco amoroso si componga di sette tappe fondamentali, che concorrono alla formazione ed al naturale processo della “cristallisation” (cristallizzazione); tralascio l’approfondimento delle singole tappe intermedie e vengo al dunque: per cristallizzazione Stendhal intende quell’avvenimento passionale (lo si può intendere sia in senso positivo sia in senso negativo) che porta a considerare il partner, la persona amata, come perfetti e senza difetti. O meglio, siamo talmente presi dall’amore, incatenati ad esso, che non ci rendiamo conto dei difetti del soggetto ammirato, finendo per illuderci che in fin dei conti (riadattando un modo di dire comune) “sia tutto oro quel che luccica”. Insomma, per Stendhal chi si trova nel vivo del processo amoroso non è in grado di osservare in modo imparziale la realtà, ma la vive in modo beato, lungi da qualsiasi preoccupazione, dedicandosi interamente a ciò che vorremmo fosse, sempre e comunque, il nostro ideale d’amore, tramutato in dolce, serena realtà fattuale. Un modo carino per dirci che ci illudiamo? Può darsi. Ma probabilmente quello di Stendhal è anche un messaggio intimo, nascosto, per farci comprendere quanto sia edificante, educativo, l’amore. Se non altro perché è altresì vero che in caso di soddisfazione o delusione, in entrambi i casi, otteniamo un insegnamento utile per poter continuare a vivere in modo soddisfacente e retto.
E se un giorno l’amore che tanto abbiamo osannato dovesse rivelarsi un inganno, o comunque dovessimo scoprire di esserci cristallizzati in modo irrazionale su un singolo prospetto, perdendo di vista ogni possibile orizzonte realistico e completo, abbandonandoci ad un senso di appagamento passionale meramente amoroso e non essenzialmente di caratura esistenziale, capiremo cosa abbiamo sbagliato e come poterci migliorare, per il futuro, per poter progredire nel nostro cammino. Magari non saremo accorti nell’immediato delle sfaccettature buone e cattive della vicenda, ma poco a poco, tornando in uno stato pre-cristallizzazione e quindi pienamente razionale, ci contenteremo del fatto che il percorso intrapreso, seppur duro ed impervio, ci sarà stato utile.
Facendo ancora riferimenti ai vari gradi d’amore, qualche anno fa (ero liceale) pensai che se l’amore è tale, ovvero, Apertura, allora deve esserlo in ogni ambito della vita, ogni attimo della stessa. Quindi mi sono immaginato una scala non gerarchica, perché non si tratta di una vera e propria gerarchia, non temporale, perché potremmo confonderla con una sorta di freccia cronologica che caratterizza il nostro percorso esistenziale, bensì, dell’Occasione. Insomma, più che una scala sto immaginandomi un cerchio; da esso, in base alle occasioni, appunto, che poco a poco viviamo, estrapoliamo il significato di amore da adottare; un modo per far combaciare “ad hoc” la sfumatura di sentimento a chi ci sta accanto.
Il tutto va fatto partendo dal presupposto, è bene precisarlo, che l’apertura verso l’Altro non implica odio; rabbia sì, ma non sapore di vendetta né violenza. Anche il peggior nemico dev’essere visto come fonte di conoscenza e conseguente sapienza. Senza lui, per esempio, non sapremmo come non comportarci o atteggiarci.
Tornando al cerchio, rigorosamente in ordine sparso, vi vedrei questi “gradi”:

  • L’amore universale: voglio bene a chi mi circonda e tento, nonostante tutto (antipatia compresa), di non scontrarmici, ma di carpirne i tratti per me importanti per conoscere e capire.

  • L’amore in famiglia: è l’attaccamento ai propri familiari, vivo anche quando ci si tirano i capelli fra fratelli/sorelle o quando mandiamo a quel paese i nostri genitori. Insomma, in casa nostra respiriamo comunque amore.

  • L’amore fisico: attrazione sessuale così forte da farci compiere follie momentanee, ma non tali da protrarle ad un livello successivo.

  • L’amore per la vita: sentimento inafferrabile nei confronti del mondo vissuto, riferito ad ogni Essere, dal più piccolo al più grande.

  • L’amore in amicizia: la possibilità di confrontarsi, ridere, scherzare con i soggetti a noi più cari, consapevoli o meno del persistere di un limite invalicabile nel rapporto.

  • L’amore totale e totalizzante: una specie di somma delle precedenti sfumature, concentrate in un soggetto unico per il quale siamo pronti a tutto, pur di renderlo felice, appagato; un soggetto che sentiamo proprio, non in quanto possessori, ma perché visto come alternativa alla nostra singolarità; alternativa che, però, non ci disturba; alternativa sempre desiderata e, in quanto massima espressione di noi stessi, unica ed autentica passione. Fisica, mentale, vitale.

Ciò che mi stuzzica di più dell’amore, inteso come nodo capace di legare insieme due persone, è il fatto che nella sua realizzazione piena (quindi la totale/totalizzante) i componenti della relazione possano permettersi di fare tutto ed il contrario di tutto, atteggiarsi in un modo, ma anche nell’esatto opposto, cambiare le carte in tavola, sicuri di essere accettati ugualmente, oltre che nuovamente. L’amore autentico (utopico?) potrebbe essere dunque quello che si rende fonte naturale da cui sgorga il tratto personale che solitamente nemmeno si intravede, anzi, resta relegato e nascosto negli angoli più remoti della propria singolarità. Insomma, il partner dovrebbe essere visto come una sorta di giudice “super partes” da cui non dovrebbe sentirsi il peso degli occhi puntati addosso, o peggio, la pena di sentirsi additati quando ci esprimiamo nei nostri momenti di pazzia (Pirandello docet). L’amore può essere visto come l’evoluzione del “conosci te stesso”, ovvero potrebbe suonare come una massima che dica: “Conosci l’Altro a fondo e pienamente, accettandolo così come è, come appare e traspare”. Ovviamente nel gioco amoroso il tutto è più melodico e raffinato!
L’amore è, dunque, conoscenza. Piena ed autentica. Della realtà, ma anche dell’illusione. Della razionalità, ma anche dello stato folle. Della vicinanza al suolo e del distacco dallo stesso.
Distacco dall’esperienza comune inteso come libertà: se essa manca allora l’esperienza d’amore non è vissuta appieno. Se l’amore è associabile ad un’assenza di fine (a-mors), quindi non incontra la Morte, allora esso è libero.
L’amore non potrà mai essere sopraffatto dalla morte: perché nella lunga ruota e nell’immenso ciclo della vita l’Amore si trasmette e si eredita. Almeno per il momento.
Almeno finché si continuerà a filosoFare, restituendo a livello pratico quell’Apertura a cui ho fatto riferimento in questo breve e semplice scritto. Essa è la via più breve ed efficace per rendersi partecipi ed autentici amanti dell’Esistenza, donataci in eredità, e di cui dobbiamo renderci testimoni per le generazioni future.

 

“Un cuore dall’amore spezzato
Cela sempre profondamente
Ciò che di bell’e fascinoso è passato
Mostra sempre superficialmente
L’amaro strappo nel presente provato”

 

 

   Eliseo Palazzo

 

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