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di Tiziana Ciavardini   indice articoli

 

L'animismo tra i Dayak del Borneo

Gennaio 2012

 

Le popolazioni autoctone dell'isola del Borneo si chiamano Dayak e la loro visione del mondo è espressa attraverso riti e cerimonie che servono al sostentamento ed alla promozione della vita. Sulla premessa che, nell’essere fisico la buona salute e la materiale prosperità hanno qualcosa a che fare con la sostanza spirituale e nel mantenere l’appropriata relazione tra quello che è umano e quello che è spirituale, molte cerimonie chiamiamole ‘religiose’ sono rivolte in questa direzione. Non esiste purtroppo, una ricerca etno-storico-religiosa che investa tutto il complesso mondo sovrannaturale dei Dayak e che esamini le forme specifiche nelle quali presso queste popolazioni, prendono corpo i grandi temi mitologici e cultuali comuni a tutte le popolazioni dell’Indonesia. Sebbene vi siano continue conversioni alla religione cattolica i Dayak non hanno abbandonato le loro pratiche animistiche. Ancora oggi come un tempo si onorano e si temono gli spiriti poiché essi hanno un ruolo primario nella vita della comunità. Ogni azione quotidiana è soggetta ad una serie di prescrizioni volte a compiacere e a non inimicarsi gli spiriti. I Dayak credono che i fiumi, le montagne, gli alberi siano abitati da spiriti benevoli e malevoli a seconda della circostanza. Proprio questa credenza di considerare la natura animata da esseri spirituali è quella che il noto scozzese E. B. Tylor (1867), etnologo e fondatore della scienza storico-religiosa chiamò animismo. In questa credenza Tylor individuava la prima forma della religione, che si sarebbe sviluppata in seguito in organismi sempre più complessi. Alla base dell’animismo sarebbero le fisiologiche esperienze oniriche, da cui l’uomo ‘primitivo’ trarrebbe l’idea di anima, attribuita anche a oggetti inorganici e inanimati, poiché riconosciuti capaci di agire. Le esperienze del sonno, degli stati psicopatologici e della morte avrebbero fornito la nozione essenziale di anima. Sogno, allucinazioni, ecc., danno la sensazione che uno spirito-anima abbandoni il corpo in cui alberga, per vagare in regioni ignote, incontrarsi con altri spiriti e vivere, insomma, una vita diversa da quella normale: una vita superumana, e perciò contrassegnata dalla sacralità. La conferma, poi, dell'esistenza dello spirito-anima verrebbe dalla morte, quando cioè il corpo, abbandonato per sempre dal proprio spirito-anima, resta “inanimato”. Ulteriori ricerche etnologiche hanno dimostrato che l’animismo non può essere veramente universale e che l’insieme dei fenomeni considerati da Tylor non esaurisce mai la totalità dell’orizzonte sacrale di una qualsiasi comunità primitiva. Il termine però, ancora è largamente usato per indicare la ‘religione dell’inaspettato’, o ‘dell’insospettato’, di quello, cioè, che proviene da agenti specificati, sia pure dotati di scarsissima personalità ed esercitanti un’attività assolutamente sporadica. Questa carenza di personalità impedisce di annoverare gli spiriti dell’animismo tra le divinità, ma li inserisce piuttosto tra gli esseri predeistici (antenati, antenati totemici). La dimensione del ‘sacro’ ad esempio presso i Dayak, si realizza in personaggi mitici che corrispondono molto limitatamente all’ideologia occidentale monoteistica. Tutti i gruppi riconoscono una divinità principale della creazione che è formata da due parti a volte nominate separatamente o due distinte divinità. Di fondamentale importanza è il principio di dualismo che struttura la concezione nativa del cosmo. Essa coinvolge l’unione dei due aspetti della divinità o delle due deità che rappresentano da una parte il mondo superiore, quello al di sopra del mondo umano, e dall'altra le acque primordiali terrestri identificate con il mondo sotterraneo. La rappresentazione di questa dualità si raggiunge anche attraverso l’associazione simbolica del mondo superiore con il mondo degli uccelli generalmente con l’hornbill (buceros rhinoceros) o il falco e il mondo inferiore con il serpente o il mitico dragone. Questa concezione dualista del cosmo è anche espressa nell’associazione del cielo con la forza vitale maschile, dunque la caccia alle teste e quello della terra con la forza vitale femminile, l’agricoltura.  Entrambi i riti del taglio della testa e le cerimonie agricole sono parte centrale di una religione che mira ad acquisire ed aumentare la fertilità o meglio quello che alcuni studiosi hanno chiamato la ‘forza vitale’. Non ne consegue però che la divinità creatrice sia onnipotente e giochi il ruolo centrale nella vita religiosa, infatti, la sua posizione può variare tra i diversi gruppi Dayak. La divinità creatrice, per gli Iban (il più grande gruppo chiamato anche Dayak del Mare per la loro vicinanza alla costa) è chiamata Raja Intala, ma esiste anche un pantheon di divinità che ha un’estrema importanza nella vita quotidiana di questo gruppo. L'antenato delle tribù è Singalang Burong, dio della guerra, che si manifesta come falcone bianco e bruno, egli visse sulla terra come uomo, in suo onore si celebra la caccia alle teste. Un’origine umana ha anche il dio della terra Pulang Gana, signore della raccolta del riso cui si dedica la festa delle semine ricordando inoltre che per i Dayak il riso anch’esso è considerato possedere uno spirito. Il formatore materiale degli uomini è Selampadai cui Petara poi darà l'anima. I Dayak riconoscono inoltre altri spiriti ancestrali le cui gesta sono generalmente raccontate in epopee e leggende. La tradizione orale dei Dayak, che include i miti della creazione, si riferisce ad un piano spirituale dell’esistenza il quale è intimamente correlato col mondo degli esseri umani, ma separato da esso. Questo regno spirituale collega gli esseri umani alle loro origini e all’inizio di tutti i tempi. Nonostante gli esseri sovrannaturali sono ora separati dagli esseri umani, ci fu un tempo in cui essi vivevano insieme. I Dayak identificano certe zone geografiche in cui credono vi siano residenti gli spiriti sia essa una particolare cima di una montagna o un fiume speciale associato alla terra dei defunti. Il gruppo Iban e il gruppo Maloh, narra il noto antropologo britannico V. King, venerano il fiume Mandai e il Butik Tilung nell’area del Kapuas, che è il luogo del loro aldilà, mentre il gruppo Kadazan rispetta il Monte Kinabalu nel Sabah come luogo sacro. Possiamo affermare dunque in conclusione che quasi tutti i miti Dayak di origine cosmica e di fondazione culturale ripetono, in forme locali, una tematica che è riscontrabile in quasi tutte le culture indonesiane.

 

Tiziana Ciavardini

 

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