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Riflessioni sul Senso della VitaRiflessioni sul Senso della Vita

di Ivo Nardi - Indice personaggi intervistati

Riflessioni.it è il luogo ideale per fermarsi e riflettere sul senso della vita e lo faremo attraverso le risposte che persone di cultura hanno dato a dieci domande da me formulate.

 

Intervista a Fabio Guidi

ottobre 2010

 

Fabio Guidi è laureato in filosofia e diplomato in Scienze Religiose.

Analista a indirizzo esistenziale e psicosintetico, dirige il Centro Roberto Assagioli di Livorno. Negli ultimi anni si è particolarmente dedicato alla realizzazione, nel cuore della campagna pisana, di una comunità di Psicosintesi, Hodos, impegnata nella ricerca e nella formazione in psicosintesi transpersonale.
É autore del libro Iniziazione alla Psicosintesi, edito dalle Edizioni Mediterranee.

Da febbraio 2010 collabora con Riflessioni.it come autore della rubrica "Riflessioni sulla Psicosintesi".

Sito e blog personale: www.psicosintesi.org

 


1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?

Sì, l’individuo è generalmente distratto e tende a fuggire dalle problematiche specificamente ‘umane’, a meno che non si trovi costretto ad affrontarle in seguito ad una vicenda dolorosa. È inevitabile: le domande esistenziali nascono da un senso di «mancanza», insoddisfazione, inquietudine, irrequietezza… dukkha, direbbe il Buddha.
L’unica reale felicità è quel senso di pienezza interiore che nasce dalla profonda accettazione e realizzazione di sé. Si esprime nella grazia corporea, nella serenità emotiva e nel distacco mentale.

 

2) Cos’è per lei l’amore?

‘Amore’ è uno dei termini più abusati del nostro vocabolario. Vi sono tanti ‘amori’ quanti sono i livelli di coscienza.
Al livello più elevato l’Amore è la «volontà di bene» rivolta ad ogni essere vivente, un atteggiamento (e non un semplice sentimento) che si esprime concretamente con qualsiasi realtà ci troviamo di fronte qui e ora: un partner, un figlio, un collega di lavoro, una persona incontrata casualmente, un animale o una pianta, una situazione che ha una ricaduta sulla collettività… Fromm sostiene, a ragione, che è un’«arte» e, come qualsiasi arte, deve essere appresa con impegno e perseveranza. Quando un individuo ama, ama il mondo, non si limita ad una relazione esclusiva (anche se – come ho già detto – l’amore si esprime sempre in una relazione particolare, specifica qui e ora: non è cioè un astratto atteggiamento filantropico o sentimentalistico). Amare il mondo, concretamente, significa assumere un atteggiamento positivo, produttivo, collaborativo, teso a realizzare il meglio per l’altro (il ‘prossimo’ del Vangelo, cioè chi mi è vicino in questo momento), chiunque o qualsiasi cosa esso sia.
Detto questo, appare evidente come ciò che è considerato generalmente Amore sia invece qualcosa di molto diverso. Infatti, ai livelli inferiori, l’amore – in gradi diversi - si esprime nei modi emotivi che conosciamo tutti: attaccamento, possessività, gelosia, esclusivismo, egoismo, desiderio di controllo, faziosità, sentimentalismo stucchevole, passione sessuale, e così via.

 

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

Uno degli argomenti preferiti dagli atei e da alcuni agnostici è che se Dio esistesse davvero, il Male non sarebbe possibile. È una conclusione piuttosto semplicistica, che dimostra solo quanto i denigratori di un’idea siano in realtà vittime essi stessi del modo di pensare che vogliono combattere. Voglio dire che molto spesso non riusciamo ad uscire dall’idea di Dio consolidata da una tradizione, in questo caso dal concetto di ‘Provvidenza’, cioè di un Dio che interviene nelle sorti umane proteggendoci benignamente. Tuttavia, sarebbe opportuno uscire da questa mentalità. Lo stesso Einstein affermava: “La mia religione consiste nell’umile ammirazione di un illimitato spirito superiore […] che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, ma che non si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani”.
In altre parole, la sofferenza umana non ha niente a che vedere con la presenza o meno di Dio (in qualsiasi modo lo vogliamo definire), se solo riusciamo ad acquisire un atteggiamento un po’ più maturo di fronte all’intera questione. Ad esempio, rivedendo il concetto di «onnipotenza di Dio».
Se Dio non è responsabile, allora potremmo anche dire che la sofferenza sia frutto del «caso»: le catastrofi naturali, le sciagure, gl’incidenti e le malattie avvengono, così come avviene che una zanzara mi punga in questo preciso momento. Ma anche questo atteggiamento mentale ha bisogno di approfondimento.
La visione psicosintetica, pur non trascurando la componente accidentale dell’esistenza umana, insiste sulla responsabilizzazione dell’individuo, nel senso dell’accettazione del fatto che gran parte della sofferenza è dovuta all’azione dell’uomo. C’è un modo in cui organizziamo e creiamo le relazioni sociali – fondandole sull’egoismo, l’avidità e la smania di potere - che crea sofferenza… C’è un modo di gestire i nostri rapporti – determinato dalla paura di reale contatto e dominato dagli schemi difensivi - che crea sofferenza… C’è un modo di trattare il nostro corpo – abusando di lui e impedendoci di ascoltarlo in profondità - che crea sofferenza… In altre parole, se l’uomo si concedesse di ritrovare il contatto con la propria sorgente spirituale, gran parte della sofferenza del mondo scomparirebbe come d’incanto. Ovviamente, sto parlando in modo molto ottimistico.

 

4) Cos’è per lei la morte?

La fine dell’esistenza biologica. Non siamo in grado di conoscere le sorti che il nostro «centro di coscienza» (la cosiddetta anima) subirà dopo la morte e quale sarà l’eventuale forma di sopravvivenza. Per me è dunque un enigma, ma per chi non lo è? Sono comunque propenso a credere in una sorta di purificazione progressiva del centro di coscienza, dopo la morte, se tale centro ha attraversato una certa evoluzione durante l’esistenza terrena, raggiungendo un certo sviluppo.

 

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

La risposta è legata al punto precedente: l’unica cosa che conta, dal mio punto di vista (ma anche di quello di ogni tradizione spirituale), è lo sviluppo di sé, la realizzazione della nostra natura profonda, la liberazione dall’«uomo vecchio», esteriore, fino alla scoperta dell’«uomo nuovo», l’uomo interiore, l’Essenza.
Riconduco ogni altra cosa a questo principio, nel senso che qualsiasi realtà acquista valore per me nella misura in cui è funzionale a questo percorso. Quando Gesù affermava che dobbiamo occuparci della costruzione del Regno di Dio e che tutto il resto poi ci verrà dato in sovrappiù, penso fermamente che volesse intendere questo.

 

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Tutti possiamo ‘scoprire’ questo progetto, ma non avviene sempre così. Vale a dire che la realizzazione di sé comporta la scoperta del significato della nostra vita – del tutto individuale -, ciò per cui siamo nati, al fine di diventare ciò che si è, come direbbe Nietzsche. Eppure, molti non si danno la briga d’interrogarsi in tal senso… si lasciano vivere, per così dire, invece che prendere in mano il proprio progetto esistenziale. In tal caso, non può che emergere un senso più o meno cosciente di frustrazione, una «frustrazione esistenziale» (cioè del senso della propria vita), per dirla con Frankl.

 

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

È del tutto vero. La civiltà occidentale, in questo momento storico, sta subendo una involuzione. Siamo alla fine di un’era – l’Era Moderna – e come sempre avviene alla fine di un ciclo storico, prevalgono elementi degenerativi. Li possiamo tranquillamente vedere in qualsiasi aspetto della vita del nostro paese: dalla cultura alla politica, dall’indifferenza etica al degrado dei costumi, dal materialismo al nichilismo, dall’abuso di droghe all’assunzione massiccia di psicofarmaci, ecc., ecc. Personalmente non credo che l’umanità in generale possa evolvere, ma che possa evolvere solo il singolo individuo, se davvero lo vuole. In altre parole, non penso che, parlando in termini generali, l’attuale consumatore metropolitano sia più evoluto del cittadino ateniese dei tempi di Socrate. Non sto parlando dell’evoluzione scientifico-tecnologica, è ovvio.

 

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

La domanda è particolarmente complessa e insidiosa. Il fatto è che l’individuo, prima di essere arrivato ad un certo grado di sviluppo, non può riconoscere il Bene e il Male. Non a caso è proprio l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male – nel mito genesiaco - a portare il povero Adamo alla perdita dell’innocenza originaria. Il racconto esprime simbolicamente il fatto che quando l’uomo si mette in testa di stabilire che cosa sia il Bene e il Male perde se stesso. Solo colui che ha ritrovato il contatto con la Sorgente è in grado di conoscere il Bene e il Male, salvo scoprire che nessuna Legge umana è in grado di codificare compiutamente i due princìpi.
Le leggi – civili o religiose – hanno una funzione sociale d’indubbia importanza, nel senso che forniscono un argine alle spinte egoistiche e antisociali dell’individuo. Ma non possono fare di più. È sotto gli occhi di tutti il disorientante relativismo dei valori che attanaglia la nostra società pluralista, che non si regge più, se non astrattamente e spesso ipocritamente, su un unico sistema di norme morali codificato. Non possiamo farci nulla, se non richiamarci all’antico motto delfico: “Uomo, conosci te stesso!”

 

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

Si parte sempre dalla religione, per poi abbracciare una posizione più ‘filosofica’. Così è successo anche a me. Tuttavia, la laurea in filosofia non mi ha fornito quell’appagamento che andavo cercando. Mi sono quindi riavvicinato alla dimensione religiosa dell’esistenza, mediandola tuttavia con la ricerca della psicologia del profondo contemporanea, soprattutto la Psicologia Transpersonale, tra cui assume un posto di primo piano la Psicosintesi di Roberto Assagioli. Definirei il mio approccio una «psicosofia», una ricerca cioè che unisce insieme gli aspetti spirituali delle tradizioni religiose, gli aspetti epistemologici della filosofia e gli aspetti scientifici della psicologia del profondo.

 

10) Qual è per lei il senso della vita?

La ricerca spirituale, che comprende l’impegno ad aiutare altri onesti «cercatori della Verità» ad avvicinarsi al proprio «centro» e a realizzare la propria intima natura, il vero Sé.

 

 

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