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Riflessioni sulla Tecnosophia di Walter J. Mendizza

Riflessioni sulla Tecnosophia

di Walter J. Mendizza - indice articoli

 

Non c'è cronaca vera ma solo cronaca nera

Giugno 2011

 

Credo sia arrivato il momento di fare un serio dibattito sulle nefaste conseguenze che comporta la sempre maggior necessità per i gruppi sociali di essere attenzionati per esistere, cioè di fare audience ad ogni costo. I primi che hanno bisogno di audience come l’ossigeno per vivere sono, ovviamente, i media: giornali, radio, tv. Siamo scivolati sul crinale della pseudo informazione morbosa che orma si basa solo sulle 3 “S”: sesso, sangue e salute. Colpa del ruolo che la cronaca nera ha assunto in questi ultimi anni nei media italiani. Un ruolo enorme, sproporzionato e addirittura riprovevole per come vengono trattate le notizie e le vicende umane ad esse collegate. Le tantissime trasmissioni dedicate alla cronaca criminale, segnala un avvitamento patologico dell’informazione che non solo disinforma ma toglie spazio al resto della informazione.

Le trasmissioni dedicate non invitano a ragionare, a far capire, ma sono solo scandalosamente scandalistiche. Una sorta di intrattenimento: che sia un crimine o una tragedia è indifferente, tutto diventa spettacolo e viene spacciato come informazione mentre non è altro che una telenovela a puntate con il format del reality dove i protagonisti o sono mostri o sono inermi figure femminili (Sarah, Yara, Melania, Elisa Claps) oppure indifesi bambini dimenticati in auto sotto il sole come la piccola Elena di 22 mesi o il piccolo Jacopo di 11 mesi. Terribile. Tempo fa hanno parlato a Porta a Porta sul delitto di Yara. Un supplizio inaudito, con domande raccapriccianti. Ad un certo punto il conduttore insiste sui dettagli: "A che altezza dello slip è entrata la lama del coltello? "Lo slip è stato lacerato dalla lama? “E i calzoni erano giù?” Coloro che hanno visto la trasmissione mi assicurano che era vomitevole, mancava solo il plastico, il leggendario plastico. Non ho motivo di dubitarne. Gli avvoltoi volano sopra il corpo di Yara, ne ricavano brandelli di carne e ne fanno l'argomento sociale della serata. Eccitare il pubblico, riempire di tensione lo spazio della TV.

Qualche volta anche le donne prendono il ruolo di mostri, come nei casi delle mamme assassine (vi ricordate di Maria Patrizio o la super televisiva Annamaria Franzoni di Cogne). In questi casi la notizia è doppia perché siccome non ci si aspetta questo dal gentil sesso, il caso è ancora più appetitoso per la cronaca nera giacché non si tratta del solito cane che morde un uomo ma, come si suol dire, dell’uomo che morde il cane. Poi ci sono i casi come quello di Enzo Tortora o di quel poveretto ingiustamente accusato di abusi sessuali sulla figlia autistica. Casi fragorosi che poi si rivelano dei falsi clamorosi. Dopo che il mostro è stato sbattuto in prima pagina, se la notizia si rivela falsa, i giornali la ritrattano mettendola poi in ventottesima pagina. Ma qualcuno riesce a immaginare in che condizioni si trova quel povero cristo? Ve l’immaginate la famiglia? Gli amici che si dileguano. E poi? Niente, era uno sbaglio. Il fatto non sussiste. Cribbio! Come non sussiste? E la violenza dei media? Le vite rovinate? Chi risarcisce questo obbrobrio?

In tempi non sospetti, esattamente il 26 ottobre dell’anno scorso scrivevo un articolo dal titolo “Nessuno tocchi lo zio orco” riferendomi al sig. Misseri, zio di Sarah Scazzi. La folla lo voleva linciare, invece in questi giorni è stato scarcerato: ora sappiamo che sarebbe stato un grosso errore. Dove sono tutti quelli che volevano linciarlo? Perché non si fanno avanti? Perché non mostrano la loro ottusa faccia? In questo articolo affermavo tra le altre cose: “In questo bignami di ipocrisia da parte dei mezzi di informazione, magari un giorno verremo a sapere che lo zio non era tanto un orco ma solo un po’ orco o piuttosto un (p)orco. Anzi, magari verremo a sapere che non era nemmeno un porco, ma solo una nullità, un personaggio senza spina dorsale, un pusillanime comandato a bacchetta che viveva dentro un gineceo all’incontrario, dove la condizione subalterna non è delle donne ma del marito. Magari verremo a sapere che quel giorno lui non c’era e se c’era, dormiva. Chissà. Chi può dirlo. Ma intanto la piazza l’ha subito condannato. Gli striscioni richiedenti la pena di morte sono là a testimoniarlo. Semmai ce ne fosse bisogno, questo è già un motivo più sufficiente per dare tutto il nostro appoggio incondizionato a Nessuno Tocchi Caino. Marco Pannella vorrebbe aggiungerci al nome dell’associazione radicale, anche quello di Saddam ed io proporrei di aggiungere anche quello di Misseri. Nessuno Tocchi lo Zio Orco… Sarebbe un modo per fare avere agli italiani uno spasmo di coscienza, un conato di consapevolezza che, purtroppo, si manifesta appena e poi subito se ne va.

E’ la legge dello spettacolo, bellezza. Bisogna far audience, bisogna per forza trasformare i salotti televisivi in tifoserie da curva sud alla ricerca del pathos, dell’eccitazione. Bisogna impressionare a ogni costo. Al di là della vicenda, al di là della tragedia, al di là  della disgrazia. Ma che bisogno c’è di infarcire i telegiornali di cronaca nera, privilegiando i delitti comuni rispetto a quelli della criminalità organizzata? E qui entra in gioco una spiegazione squisitamente politica: da quando il mondo è mondo il potere, qualunque esso sia e da qualunque parte provenga, ha avuto bisogno per restare a galla di indicare nemici collettivi: gli ebrei, i cristiani, i negri, i drogati, gli immigrati … su queste categorie può scaricare le ancestrali paure che abitano in noi. E queste persone diventano i capri espiatori delle crisi economiche interne. Nemici immaginari che distolgono l’attenzione della massa sulle responsabilità politiche di chi ci governa.

Il risultato è che si ha una percezione distorta della delinquenza e ciò porta la gente ad avere mediamente più paura perché pensa che i crimini siano in aumento. In questo modo si fa il gioco dei potenti perché possono fare leggi più liberticide trovando il favore di una popolazione ignara la quale si beve l’esistenza del “nemico collettivo” per cui bisogna combattere questa presunta accresciuta criminalità. Questo accade dappertutto non solo in Italia. Tuttavia nel nostro Paese la cosa è più sconsolante poiché, com’è noto, nella realtà dei fatti i reati sono in costante calo da qualche anno a questa parte! Ma grazie all’esagerata disinformazione della cronaca nera si percepisce esattamente il contrario: reati in costante aumento. Sconsolante.

La necessità di fare audience è una regola aurea che non vale solo per i media ma per ogni gruppo sociale, altrimenti il gruppo sociale scomparirebbe. Tutti hanno bisogno di esagerare per richiamare l’attenzione e con questo stratagemma farsi finanziare. Ne va di mezzo la propria sopravvivenza. Tra i gruppi sociali più scalmanati per richiamare l’attenzione ci sono quelli religiosi e gli ambientalisti integralisti. Le religioni navigano quasi tutte in un oceano di ambiguità e farcite di un anacronismo di sapore fondamentalista, o perché pretendono di avere il monopolio in alcune materie, come la vita, la morte; o per il loro comportamento simoniaco con manovre speculative e affaristiche; o per aver tolto a milioni di persone la gioia di fare l’amore ponendoli sempre di fronte al peccato e a qualcosa di immondo; o perché i loro rappresentanti, pasciuti e con la pancia piena, tra rutti e tartine di caviale discettano contro la fame nel mondo. Anche gli Amish (che pure rispetto per la loro coerenza) vanno in giro in carrozza ma usano regolarmente il navigatore. Come diceva Nietzsche: “le convinzioni sono nemiche della verità e molto più pericolose delle menzogne”.

Per quanto riguarda poi gli ambientalisti, il loro integralismo non è meno pernicioso di quelli di stampo religioso. Bjorn Lomborg (scienziato e professore all’Università di Aarhus in Danimarca) nel suo libro The Skeptical Environmentalist definisce l’ecologismo “una ideologia teocratica, fondamentalista e coloniale”. In effetti è così, gli ambientalisti oltranzisti si muovono con l'arroganza di chi ha solo convinzioni e non esitano a distorcere spregiudicatamente la realtà pur di imporre quelle convinzioni, ritenendo ogni mezzo lecito allo scopo. La religione ambientalista, resa orfana dall’ideologia comunista, trova consolazione nell’educazione buonista della c.d. “cultura verde” e degli ambientalisti dal nichilismo di salotto, quelli che cavalcano la cultura dell’impedire, che si appoggiano ai mezzi di informazione che, come abbiamo visto, hanno necessità di “spararla grossa” per fare audience. Sono ambientalisti del pensiero unico e dal vaniloquio inconsistente, specializzati nel conformismo iettatore e catastrofista che per fare audience impauriscono la popolazione, e lo fanno in combutta con i poteri forti. Tengono la gente in continuo stato di allarme così possono dedicare tempo e risorse a risolvere problemi inesistenti, tralasciando quelli importanti (che nulla hanno a che vedere con l’ambiente) in modo da non disturbare il manovratore (i politici).

Ad esempio, una critica senza sconti  ad una organizzazione ambientalista permeata di buonismo come Greenpeace, viene fatta dallo stesso fondatore Patrick Moore nel suo libro “Confessioni di un dropout da Greenpeace”. Moore uscì polemicamente  dopo un po’ di anni dall’organizzazione ambientalista e l’elemento scatenante fu una sostanza chimica, il cloro, contro la quale Greenpeace ingaggiò una battaglia frontale. Il cloro è  la sostanza con la quale si potabilizza l’acqua e grazie alla quale è stato debellato il tifo. Moore definisce la disinfezione dell'acqua  "il più grande progresso della storia della salute pubblica". Moore capì che il bisogno di sensazionalismo di Greenpeace cozzava contro l’analisi costi/ benefici delle tecnologie di cui disponiamo, che vengono prese di mira non  per la loro intrinseca pericolosità, quanto per la capacità di evocare emozioni negative. Per fare questo occorre  esagerare, creare mostri, prevedere catastrofi. Sono diversi gli esempi che Moore indaga con la meticolosità dello scienziato. Dal nucleare, al nuovo moderno mostro degli OGM, all’ uso spregiudicato del mito globale dell’effetto serra. Questo comporta lo slittamento della storia dei movimenti ambientalisti verso una nuova sorta di religione, abitata da principi quasi metafisici, come la contrapposizione uomo–natura: “In realtà, scrive Moore, gli esseri umani fanno parte della natura, come tutte le altre forme di vita. Ma  gli ecologisti  sono riusciti  a renderci inferiori persino ai vermi. A me questa filosofia dell’automortificazione non piace."

En passant, è il caso di ricordare che anche il DDT fu preso di mira dalle associazioni ambientaliste e da insetticida miracoloso negli anni ’40 e ’50 si passò ai tribunali negli anni ’60 e al bando negli anni ’70, senza alcuna reale prova che fosse così dannoso come si cercava di far apparire e senza alcuna analisi costi/benefici. Per colpa dell’eliminazione del DDT, le zanzare hanno cominciato a portare nuovamente la malaria in Africa e gli ambientalisti furono complici del contagio di centinaia di milioni di persone (solo in Uganda sono morti oltre 20 milioni di bambini). Come disse il prof. Don Roberts, esperto di salute pubblica e di zoologia medica nonché ricercatore sui vettori della malaria: “il rischio che ne verrebbe dall’utilizzo del DDT per il controllo della malaria, è nullo”.

L'idea della religione ambientalista è che il passato sia da rimpiangere perché meglio del futuro che, per definizione, è denso di rischi. Nonostante tutto ci dimostri  che l’oggi è meglio di ieri ed il domani può essere altrettanto  ricco di opportunità. La ricchezza materiale, viene vista come una minaccia, anziché come la  causa del benessere umano. La paralisi provocata dal cosiddetto "principio di precauzione", che chiede di dimostrare ciò che non è dimostrabile, vale a dire che un attività, una sostanza o una tecnologia siano completamente privi di pericolo e vuole eliminare dall' azione umana  ogni elemento di rischio, che invece da sempre è stato elemento fondamentale di progresso. "Io, dice Moore, vado in  cerca di soluzioni più che di problemi". Ma l’unica soluzione è che la specie umana, anziché ritirarsi e colpevolizzarsi, si assuma le responsabilità che le competono.

In attesa che ciò avvenga faccio una proposta provocatoria: nei salotti televisivi e nei giornali, ogni tanto si dia in pasto all’opinione pubblica una notizia completamente falsa, si faccia come durante le varie guerre che nei plotoni di esecuzione una delle armi veniva caricata a salve; questo comportava che nessun soldato avesse la certezza che proprio il suo colpo fosse risultato mortale e gli restava un margine di dubbio che scaricava la coscienza e attenuava la colpa. Un procedimento simile si usa anche per le iniezioni letali ai condannati a morte in alcuni stati americani. Con questo espediente si ridurrebbe l’eccessivo peso attribuito alla cronaca nera o alle paure ambientaliste e si farebbe in modo che le nostre coscienze si alleggerissero e, anziché colpevolizzarci, forse, forse, forse, cominceremo ad assumerci finalmente le nostre responsabilità.

 

   Walter J. Mendizza

 

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