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di Patrizia Moschin Calvi  - indice articoli

 

Annie Besant e Krishnamurti. Due grandi anime alla ricerca della Verità  

Di P. Krishna

Agosto 2011

 

Definita da George Bernard Shaw come “la più grande oratrice del mondo”, Annie Besant (1847-1933) è stata una figura di prima grandezza del lavoro a livello teosofico mondiale, della cultura del tempo, nonché del grande movimento che portò all’indipendenza dell’India. Fu la madre spirituale del grande filosofo Jiddu Krishnamurti (1895-1986) che serbò per lei costante ed immutato affetto anche dopo la sua scelta radicale che lo allontanò, nel 1929, dalla Società Teosofica.
In questo articolo il prof. P. Krishna, già docente universitario di Fisica ed eminente rappresentante della Krishnamurti Foundation, approfondisce entrambe le figure, mostrandone i grandi punti di contatto dovuti alla comune matrice teosofica.

 

Patrizia Moschin Calvi

 

Annie Besant e Krishnamurti
Due grandi anime alla ricerca della Verità

Di P. Krishna

 

Annie Besant e Krishnamurti     La dottoressa Annie Besant e Sri J. Krishnamurti (solitamente chiamato Krishnaji) sono stati due grandi ricercatori della Verità. Entrambi furono ispirati ed influenzati dagli ideali teosofici che affermano che la Verità è la religione più elevata. Le loro vite erano così profondamente dedite alla ricerca della Verità che erano pronti a sacrificare qualsiasi cosa per essa. Sebbene io non abbia mai conosciuto la dottoressa Besant, penso che ci siano molti equivoci riguardo ai suoi rapporti con Krishnaji. Perciò vorrei presentare con questo articolo una prospettiva diversa basata sulle mie personali conoscenze e letture.
     Si evince chiaramente, dall’autobiografia della dottoressa Besant, che perfino prima della sua adesione alla Società Teosofica e della sua venuta in India, che non era mai scesa a compromessi con la sua percezione di quello che era vero, a dispetto del prezzo da pagare per questo. Ella non permetteva che niente si frapponesse tra lei e e la sua percezione della verità – né credo religiosi, né la famiglia o gli amici. Ogniqualvolta vedeva qualcosa di falso o ingiusto, immediatamente se ne allontanava e perseguiva la verità trasformando la sua vita impavidamente. E’ stata questa sua qualità che deve aver portato Krishnamurti a dirmi, in risposta al perché la gente trova così difficile riuscire a comprendere la verità dei suoi insegnamenti: “Signore, se Amma fosse stata più giovane, avrebbe colto nel segno”. Penso che egli stesse cercando di farmi capire, nel 1985, che ci vuole quel genere di passione impavida per la verità che aveva la dottoressa Besant, per essere capaci di liberarsi da tutti i condizionamenti del passato e percepire così la verità di cui stava parlando.
     Quello stesso anno, a Varanasi, quando Krishnaji mi chiese di assumere la direzione del suo istituto a Rajghat, mi domandò se avessi letto qualcosa sulla dottoressa Besant. “Poco, Signore – risposi – ho letto la sua autobiografia, ma non molto di più, poiché ho occupato quasi tutto il mio tempo a studiare scienza”. “Dovete farlo, Signore. Ella era una donna straordinaria”. Per quel che ne so, Krishnaji non ha mai elogiato nessuno o caldeggiato nessuna lettura e mi sorprese il fatto che in tale occasione facesse un’eccezione!
     La maggior parte delle persone pensa che Krishnamurti negasse l’esistenza dei Maestri e che questo abbia creato una grande frattura tra lui e la dottoressa Besant, delusa di lui per tale motivo. Questo è un equivoco. Quello che Krishnaji davvero confutava era una fede opportunistica e la dipendenza, per avere aiuto, da un qualcosa di esteriore a noi. Quando Sri Mahesh Saxena (già Segretario Generale della Krishnamurti Foundation in India), gli chiese a Rajghat: “Signore, negate i Maestri?” Krishnaji gli rispose: “No Signore, non ho mai negato i Maestri, ma Leadbeater e Arundale portarono ciò che era sublime al ridicolo e io nego il ridicolo”. Nel 1958, quando per la prima volta ho incontrai Krishnaji a Delhi, gli chiesi: “Signore, ho letto che nella Sezione Esoterica voialtri usate far venire messaggi dagli spiriti defunti e parlate loro. Sono allucinazioni?” Al che egli replicò: “No, Signore, queste cose esistono, è un’altra forma di potere. Non ha niente a che fare con la bontà, e perciò non mi interessa. Certo anche la mente può avere delle allucinazioni”. Compresi allora che mi stava dicendo che liberare la propria consapevolezza dell’ego è molto più importante che coltivare qualche tipo di potere, tra cui anche quelli occulti, poiché l’ego può farne un uso scorretto.
     Un’altra volta in cui Krishnaji era con la dottoressa Radha Burnier, egli le chiese: “Radhaji, credi nei Maestri?” Lei rispose: “Si, Signore”, ma egli replicò: “No, non così. Tu sai cosa significasse per Amma? Ella avrebbe dato la sua vita per tutto ciò! Tenendo presente questo, ora dimmi, credi nei Maestri?” Radhaji ripetè: “Si, Signore!”, al che Krishnaji rispose: “Bene!”. Questi episodi fanno rilevare che c’è un tema ricorrente in tutti i suoi insegnamenti. Per lui l’attaccamento a qualsiasi idea o concetto concreto costituiva una barriera alla percezione della verità più profonda, che andava sempre considerata come sconosciuta, e non proiettata fuori dal conosciuto, poiché solo la diretta percezione della realtà trasforma la consapevolezza e non il credere ad un’idea che la riguardi. Credere senza percepire diventa una scelta egoistica; essa crea divisioni ed anche ipocrisia. D’altra parte se consideriamo la verità come sconosciuta questo genera umiltà, cosa essenziale per ogni indagine approfondita.
     Dobbiamo ricordare che Krishnaji non negava Dio; egli negava tutti i concetti che le persone accettavano riguardo a Dio. Egli non negava il sacro, egli negava quello che la gente considerava come sacro. Egli non negava l’amore, ma tutti i concetti usuali riguardo l’amore. Egli non negava la mente religiosa; negava tutti i concetti e le credenze su quel che è religioso. Per lui, qualcosa di immaginato o raffigurato dal pensiero aveva poco valore, poiché bloccava l’osservazione e quindi la percezione della verità più profonda. Egli considerava la verità come sconosciuta e sosteneva un approccio ad essa attraverso la negazione del falso.
     L’approccio della dottoressa Besant alla verità non era molto diverso da questo. Lasciatemi citare quello che disse nel 1913, ben prima che gli insegnamenti di Krishnamurti cominciassero a venire pubblicati: “Tutti gli studenti dovrebbero comprendere qualcosa riguardo le ricerche nel super-fisico, così da poter evitare la cieca credulità che accetta tutto, da una parte, e l’egualmente cieca incredulità che rifiuta tutto, dall’altra….
     Il nostro unico grande pericolo, come constatava H. P. B. (Madame Blavatsky) è quello di farci prendere dalla routine delle cose e fossilizzarci così in quelle forme di fede che molti professano oggi. La Società è destinata, e lo è sempre stata, ad essere un organismo vivo, e non un fossile, e un organismo vivo cresce e si sviluppa, adattandosi alle nuove condizioni.
     Niente può essere tanto fatale a una Società come la nostra quanto etichettare come vere certe particolari forme di credo, e guardare di traverso chiunque abbia qualcosa da obiettare… Se la Società deve durare nel tempo, come credo che avverrà, deve essere pronta a riconoscere ora, piuttosto francamente e liberamente, che la nostra conoscenza è frammentaria, parziale e che è soggetta a grandi modificazioni mano a mano che impariamo e comprendiamo meglio….
     Non abbiamo a che fare con delle teorie, o con delle fantasie o con un miscuglio delle due, ma con il prendere nota delle osservazioni…
     Proclamare una persona come autorità infallibile su un argomento sconosciuto a colui che fa tale dichiarazione è mostrare fanatismo, piuttosto che ragionevolezza. Chiederei ai miei amici di non fare così con me…
     E’ interessante notare che le questioni su cui sorgono considerevoli differenze di opinione non sono quelle che nascono dalla vita e dal comportamento, ma quelle che, comunque interessanti come conoscenza, son al di fuori di ciò che è necessario per governare la vita umana…
     Sono poche le persone che si soffermano ad analizzare la complessità di quello che sembra loro essere il semplice atto di vedere. Nella maggior parte di questi “atti” c’è poca vera visione e molta memoria. Quello che chiamiamo “vedere” è un insieme, un condensato della traslazione dell’impressione appena tracciata sulla retina e della memoria di quell’insieme di impressioni del passato fatte dallo stesso o da similari oggetti…
     Solo i veggenti molto allenati e con tanta esperienza eviteranno l’errore di guardare i fatti attraverso il velo delle loro forme-pensiero.
     ….Generazioni lontano nel futuro, noi stessi, in nuovi corpi, estenderemo ancora i limiti del conosciuto; non vorremo avere allora le membra incatenate dai richiami alle nostre presenti ricerche, usate come ostacoli per sbarrarci il progresso” (1).
Nelle qui sopra citate affermazioni di Annie Besant possiamo scorgere i semi degli insegnamenti successivi di Krishnaji. Naturalmente il lavoro di Krishnamurti non fu quello di accettare tali affermazioni, da lei o da chiunque altro, ma di riscoprirne la verità da se stesso. Tutto il suo insegnamento mette in rilievo la distinzione tra la conoscenza di una verità e l’effettiva percezione di essa. La missione assegnatagli dalla dottoressa Besant e dal signor Leadbeater, sulla base dei messaggi che avevano ricevuto dai loro Maestri, era di fungere da Istruttore del Mondo, dando una nuova interpretazione alla religione, per l’epoca della ragione, e questo è esattamente quello che egli ha fatto per tutta la vita.
     Nel dicembre 1933, dopo che la dottoressa Besant era deceduta e alla fine della Convention teosofica di quell’anno, Krishnaji fu invitato a parlare alla Società Teosofica di Adyar. Alla fine di uno dei suoi discorsi qualcuno gli chiese: “Si dice che l’unico rammarico della dottoressa Besant fosse il fatto che tu non sia riuscito a soddisfare le sue aspettative su di te quale Istruttore del Mondo. Francamente, alcuni di noi condividono quel dispiacere e quel senso di delusione e sentono che non è totalmente privo di giustificazione. Hai niente da dire?”
     A cui Krishnaji replicò: “Niente, signori. E quando dico Niente intendo nulla che possa dare sollievo alla vostra delusione o a quella della dottoressa Besant, sempre che fosse delusa, poiché ella spesso si espresse con me in maniera opposta. Non sono qui per giustificare me stesso, non mi interessa farlo. La domanda è: “Perché tu sei deluso, se lo sei”? Tu hai pensato di mettermi in una certa gabbia e dato che io non ero adatto a tale gabbia, ovviamente sei deluso. Avevi un’idea preconcetta di quello che avrei dovuto fare, dire, pensare… Il tuo disappunto è basato non sul pensiero, né sull’intelligenza e neppure sull’affezione profonda, ma su una certa immagine che ti eri fatto, per quanto falsa potesse essere. Troverai una quantità di persone che ti diranno che le ho deluse, e queste creeranno un movimento d’opinione basato sul fatto che ho fallito. Ma tra un centinaio d’anni non penso che importerà molto se tu sia stato amareggiato o meno. La verità, della quale sto parlando, rimarrà, non le tue fantasie o il tuo disappunto”. (2)
     Alla fine del discorso successivo gli fu chiesto: “Durante la Convention teosofica, la scorsa settimana, vari leader e ammiratori della dottoressa Besant hanno tenuto dei discorsi, tributandole il loro omaggio. Qual è la tua opinione e quale il tuo tributo a una tale grande figura, che ti è stata madre e amica? Qual era la sua attitudine verso di te, in tutti gli anni in cui ha protetto te e tuo fratello e anche successivamente? Non le sei grato per la guida, la formazione e la cura ricevute?”
     Krishnaji rispose così: “Mr Warrington mi ha gentilmente chiesto di trattare questo argomento, ma io gli ho detto che non volevo. Ora, non condannatemi usando parole come “protezione”, “gratitudine” e così via. Signori, cosa posso dire? La dottoressa Besant era nostra madre, ci accudiva, si prendeva cura di noi. Ma una cosa ella non fece. Non mi disse mai: “Fai questo” o “Non fare quello”. Ella mi lasciò libero. Bene, con queste parole le ho reso il più grande tributo…”.
     Dobbiamo ricordare che il loro non era un rapporto come quello in una normale famiglia – era un rapporto di vero amore ed affetto tra due esseri umani straordinari, saggi, entrambi alla ricerca della verità. Una tale relazione non è basata su aspettative e non cerca vicendevole supporto o gratitudine. Una madre di profonde vedute desidera che suo figlio sia fedele alle sue più intime percezioni e persegua quello che ritiene essere giusto. Questo è ciò che la dottoressa Besant ha fatto nella sua vita, e pensare che ella si sarebbe aspettata qualcosa di meno da suo figlio sarebbe sciocco. Il loro è stato un rapporto basato sul vero amore e rispetto reciproco, niente a che vedere con il bisogno di sostegno o completamento e men che meno con l’obbedienza di qualche genere.
     Il principale spartiacque filosofico tra i leader della Società Teosofica di quel tempo (1929) e gli insegnamenti di Krishnaji era che, mentre i primi ritenevano le diverse religioni come sentieri differenti verso la Verità, Krishnaji affermò: “La Verità è una terra senza sentieri”. Il resto era solo una divisione politica che sorgeva tra personali simpatie e antipatie in coloro che si sentivano urtati poiché non erano liberi dalle reazioni dell’ego. La dottoressa Besant non era certamente capace di tali reazioni. Ella, nel 1930 - quando Krishnaji si separò dai leader teosofici - si preoccupava solo per il suo futuro, tanto da persuadere alcuni dei suoi migliori assistenti e colleghi a rassegnare le dimissioni dalla Società Teosofica ed andare con Krishnaji per proteggerlo (3).
     Infatti disse a Krishnaji che voleva dimettersi da Presidente della Società Teosofica e che desiderava solo sedere ai suoi piedi ad ascoltarne gli insegnamenti, ma egli rifiutò di lasciarle fare questo. La dottoressa Besant fu la sola persona a non dubitare mai che Krishnaji fosse l’Istruttore del Mondo e mise in guardia tutti sul fatto che, una volta manifestatosi l’Istruttore del Mondo, Egli avrebbe potuto dire cose completamente opposte a quelle che si aspettavano. Sri Achyut Patwardhan mi raccontò, a Rajghat, che ella usava raccomandare loro di non respingere o rifiutare mai quello che Krishnaji diceva, per quanto potessero pensarla diversamente, dato che quella di Krishnaji era una coscienza che vedeva molto lontano. Questo naturalmente non significava che uno avrebbe dovuto accettare ciecamente ciò che diceva, ma ascoltarlo con rispetto e considerare le sue parole con attenzione senza respingerle subito. Questo era ciò che anche Krishnaji voleva dire quando parlava di “restare nella questione”.
     Per essere coerente con quello che K. andava affermando nel 1928, la dottoressa Besant chiuse la Sezione Esoterica in tutto il mondo e gli scrisse: “Mio diletto ho sospeso tutte insieme indefinitamente le Sezioni Esoteriche, lasciando a te ogni l’insegnamento. Ho fatto del mio meglio per dare campo libero a te, sola autorità” (4). Quell’inverno ad Adyar ella insistè nel sedere sul pavimento con il resto dei presenti invece che con lui sul palco!
     Altri leader della Società Teosofica di quel periodo non erano d’accordo col suo comportamento poiché non accettavano l’insegnamento di Krishnamurti. Essi la supplicavano di riaprire la Sezione Esoterica, affermando che la Società Teosofica riteneva vi fossero molti sentieri che conducevano alla Verità e che Krishnamurti poteva percorrere il suo cammino mentre loro avevano il diritto di seguire il proprio. E così la dottoressa Besant dovette riaprire la Sezione Esoterica. Dobbiamo ricordare che qualsiasi cosa ella abbia provato, personalmente, non poteva, come Presidente della Società Teosofica insistere che altri membri accettassero il suo punto di vista dato che la costituzione della Società Teosofica permette a ciascuno di sostenere le sue idee e non dà a nessuno il diritto di imporre una particolare opinione alla struttura. In questo senso è una organizzazione davvero democratica e laica che dà libertà a tutti i membri di perseguire la verità in qualsiasi modo essi scelgano, senza mancare di rispetto agli altri. Poiché i membri più anziani della Società Teosofica non desideravano accettare gli insegnamenti di Krishnamurti e volevano che la Sezione Esoterica venisse riaperta, ella non potè fare altro che accettarne la richiesta.
     Krishnaji riassunse magnificamente la situazione nella sua lettera alla dottoressa Besant del febbraio 1930: “Mia diletta Madre so, ma non me ne importa niente, che C. W. L. è contro di me e quello che dico, ma per favore non dartene pena. Tutto questo è inevitabile e in un certo modo necessario; io non posso cambiare e suppongo che neppure loro possano farlo: da qui nasce il conflitto. Non importa quello che un milione di persone possa dire o non dire. Sono certo di quello che sono e seguo la mia strada” (5).
     Nel dicembre del 1933, scrivendo a Mrs Emily Lutyens egli affermò: “Non abbiamo niente contro la Società Teosofica e i suoi principi. Non sto combattendo loro ma le idee e gli ideali del mondo”.
     E così l’uomo che era stato proclamato “Istruttore del Mondo” dovette rinunciare al titolo per diventare l’Istruttore del Mondo! Per tutta la sua vita Krishnaji conservò una profonda affezione per la Società Teosofica e si preoccupò sempre della sua prosperità. Egli si prestò anche ad aiutarla ogni qualvolta lo riteneva necessario. Durante l’ultimo incontro della Krishnamurti Foundation, a cui partecipò in India nel gennaio del 1986, qualcuno gli volle fare una domanda: “Signore, quando lasciaste la Società Teosofica…” ma Krishnaji lo interruppe e affermò con forza: “Un momento, Signore, vorrei fosse assolutamente chiaro che io non ho mai lasciato la Società Teosofica. Sono stati loro a non volermi là”.
     Il giorno successivo andai da lui e gli chiesi: “Signore se la Società Teosofica venisse oggi a dirle che essi chiuderanno la Sezione Esoterica e accetteranno il suo insegnamento come base per la ricerca della Verità tornerebbe indietro?” Egli mi ascoltò con attenzione e mi chiese animatamente: “C’è qualcuno che si offre di fare questo?” Risposi: “No non ancora ma se lo facessero accetterebbe?” Ed egli replicò: “Se lo faranno ci rifletteremo”. Egli non desiderava riflettere su una questione ipotetica ma era aperto a considererla se davvero si fosse realizzata!
     L’ultimo incontro tra Krishnaji e la dottoressa Besant ebbe luogo nel novembre del 1932, quando egli le fece visita sul suo letto di morte (la dottoressa Besant morì il 20 settembre 1933). Non sappiamo quello che veramente accadde tra di loro ma la seguente conversazione immaginaria, tratta da un lavoro teatrale sulla vita della dottoressa Besant scritto, diretto e rappresentato dal dottor Irawati, del Vasanta College for Women di Rajghat di Varanasi, secondo me riassume in maniera molto appropriata l’essenza e il carattere di tale rapporto:
A. B.: “Krishna, figlio mio, cosa farai se te ne vai da qui? Non ti abbiamo educato perché ti guadagnassi da vivere”.
K.: “Non preoccuparti mamma. Se c’è qualcosa in me galleggerò sul mare della vita, altrimenti lascia che affondi!”
     Questo mi ricorda l’ultima conversazione che ebbi con Krishnamurti quando lo visitai sul letto di morte a Ojai, in California, nel febbraio 1986:
     K.: “Signore, avete abbastanza denaro per voi, vostra moglie e i bambini?”
     P. K.: “Si, Signore, abbastanza per il modo in cui vogliamo vivere”.
     K.: “Voi la pensate così ma non io! Voglio che sappiate che mi fido di voi completamente”.
     P. K.: “Terrò fede alla vostra fiducia, Signore”.
     K.: “Signore, non esercitate mai il vostro dominio su nessuno e non permettete a nessuno di dominarvi”.
     P. K.: “Signore, la prima cosa ve la prometto. Per quanto riguarda la seconda, proverò”.
     In conclusione, voglio solamente dire che non possiamo pienamente comprendere la qualità del loro amore e del loro rapporto, senza prima conseguire il loro livello di saggezza. Fino a quel momento sarà meglio non indagare, giudicare o attribuire delle intenzioni alle loro azioni.

Riferimenti

 

Da The Indian Theosophist, ottobre 2005.
Traduzione Patrizia Moschin Calvi.

 

NOTE

  1. Adyar Pamphlet, n. 36, 1913.
  2. The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. I, KFA, Ojai, CA, 1991, pag. 165.
  3. Pupul Jayakar, J. Krishnamurti: a Biography, Penguin Books, New Delhi, 1986, pag. 83.
  4. Mary Lutyens, Life and Death of Krishnamurti, Srishti Publishers, New Delhi, 1999, pag. 76.
  5. Ibidem, pag. 81.

Altre Riflessioni Teosofiche

 

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La Teosofia (sapienza divina) infatti non è un insieme di regole o dogmi e neppure una religione o una filosofia; è piuttosto una via alla consapevolezza interiore che si basa essenzialmente sul metodo dell’osservazione (che conduce alla dimensione meditativa) e sulla maieutica (che è strettamente connessa alla ricerca della verità). Proprio per questo i testi teosofici sono in grado di parlare alla ragione dell’essere umano, ma anche al suo cuore. Obiettivo delle Edizioni Teosofiche Italiane (Casa Editrice ufficiale della Società Teosofica Italiana) è oggi quello di mettere a disposizione dei lettori una serie di opere qualificate; guardando poi al futuro numerose saranno le novità editoriali, vuoi per la ristampa di opere esaurite vuoi per la pubblicazione di numerose novità.

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